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venerdì, settembre 17, 2010

Capua, l'arcivescovo accusa "Terra devastata dal lutto"


"Nei nostri territori mancano possibilità occupazionali, manca una politica di sviluppo e la sicurezza sul posto di lavoro è, dunque, una priorità assoluta". Parole dell'arcivescovo di Capua, monsignor Bruno Schettino, durante il funerale per Giuseppe Cecere, il muratore capuano morto con i colleghi Antonio Di Matteo e Vincenzo Musso nel silos di Capua. "Il lutto che ha colpito le tre famiglie - ha continuato Schettino - è devastante per questa terra".

martedì, febbraio 09, 2010

Caso Boffo, il Vaticano: "Una campagna contro il Papa"

La Santa Sede scende in campo direttamente e ai massimi livelli sul caso Boffo - tornato ad agitare nuovamente le cronache, specie sui media italiani - per denunciare una «campagna diffamatoria» in corso, arrivata a «coinvolgere lo stesso Pontefice», mettendo nero su bianco il giudizio di «falsità» riguardo alle interpretazioni su quanto accaduto in Vaticano in relazione alle dimissioni del direttore di Avvenire.

Con una nota della segreteria di Stato, pubblicata sull'Osservatore Romano nella sua forma più autorevole (cioè con la premessa: «Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione»), la Santa sede si schiera a difesa del segretario di Stato Tarcisio Bertone e del direttore dello stesso quotidiano vaticano, Gian Maria Vian, riguardo ai sospetti di aver manovrato personalmente per il siluramento di Boffo. «Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato - si legge nella nota - deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia».

La nota ricorda come «dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano "Avvenire", con l'evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de "L'Osservatore Romano", arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento». A giudizio del Vaticano, piuttosto, «appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili - ripetute sui media con una consonanza davvero singolare - che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l'intento di attribuire al direttore de "L'Osservatore Romano", in modo gratuito e calunnioso, un'azione immotivata,
irragionevole e malvagia».

Il pontefice, fa capire la nota, non è stato informato solamente ora sull'affaire Boffo, anche se lo stesso padre Lombardi ha più volte confermato che Benedetto XVI ha voluto essere ragguagliato più approfonditamente su presunti «intrighi» che lambirebbero i sacri palazzi. L'attenzione intorno al caso Boffo è stata alimentata anche dal pranzo tra Vittorio Feltri (il direttore del Giornale, i cui articoli costrinsero Boffo alle dimissioni) e lo stesso ex direttore di Avvenire a Milano, la settimana scorsa. Un pranzo chiarificatore, si è detto, dopo la ritrattazione pubblicata da Feltri lo scorso 4 dicembre, nella quale il direttore del Giornale ha affermato di non conoscere personalmente né Bertone né Vian.

Intanto gli occhi di tutti sono puntati all'udienza del 22 febbraio, quando Feltri dovrà comparire davanti all'ordine dei giornalisti di Milano nell'ambito di un procedimento disciplinare per gli articoli contro Boffo. Il direttrore del Giornale ha sempre sostenuto di essere entrato in possesso del fascicolo su Boffo da una fonte "istituzionale" autorevolissima. È questo il tassello che manca ancora alla vicenda, perché il caso possa dirsi definitivamente chiuso.

lunedì, gennaio 11, 2010

Il vescovo Schettino: "A Capua le celebrazioni della Giornata Mondiale delle Migrazioni"


Sarà presentata nel corso di una conferenza stampa in programma a Roma per il prossimo 12 gennaio, presso la Sala Marconi di Radio Vaticana, la Giornata Mondiale delle Migrazioni che sarà celebrata il 17 gennaio. E quest’anno sarà la città di Capua ad ospitare le celebrazioni in Italia. Alla conferenza stampa interverranno monsignore Bruno Schettino, Arcivescovo di Capua e Presidente Cemi-Migrantes; monsignor Giancarlo Perego, direttore generale Migrantes.

I lavori, che avranno inizio alle ore 12.00, saranno moderati da monsignor Domenico Pompili, Sottosegretario e Portavoce Cei. Il tema della Giornata si concentra sulla figura del minore come “speranza per il futuro”. “Spesso – ha spiegato il Vescovo Bruno Schettino presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni - si pensa che i bambini e i giovani siano il nostro futuro e che loro abbiano la forza di migliorare il nostro mondo. Tuttavia il mondo non è nostro; il futuro è più loro che nostro. Per questo è importante sottolineare che i bambini hanno un diritto fondamentale: hanno il diritto di vivere il proprio futuro e di guardare a questo con fiducia e speranza. Questo è ancora più sentito se il minore è migrante e quindi vive in una situazione di precarietà, e aggravato se il suo passato è segnato dalla fuga come avviene per il rifugiato. Il fenomeno immigrazione – ha concluso il Vescovo Schettino - ha cominciato il suo decorso e diventa esso inarrestabile. È la nuova coscienza etica e la formazione di un tipo di società che ormai si rivelano e tendono a creare un modello nuovo, non facile oggi a definirlo completamente. Stiamo ancora ai primordi di un mondo nuovo, sempre più complesso e sempre più diverso”. E poi, mentre in queste stesse ore si sta consumando il dramma della cacciata degli immigrati dalle baraccopoli di Rosarno, monsignor Schettino ricorda: “Non occorre avere paura, esorcizzando gli eventi, dando colpa allo straniero, pensando che è tutta colpa della diversità, per cui esiste la instabilità, è tutta colpa di chi ha disturbato la quiete, per cui le cose sono cambiate e tutto diventa alogico e incomprensibile. Occorre avere fiducia e credere che esiste la Provvidenza che ricuce i filoni della storia, che diventa sempre più unitaria, nel linguaggio, nel travaglio delle diverse esperienze umane, nel soffio dello Spirito, che pervade e conduce verso nuovi approdi di Grazia e di Salvezza. È la fede nella Paternità di Dio che genera una nuova vita, che lentamente avanza verso i nuovi sentieri, non più interrotti, della speranza che non muore.

martedì, settembre 22, 2009

Cattolici: Seguire le esigenze delle persone e problemi concreti Paese



Roma, 21 set. (Apcom) - La Chiesa incoraggia i giovani e "l'intero laicato" a seguire la strada "della politica vera e propria, nelle sue diverse articolazioni, quale campo di missione irrinunciabile e specifico". "La Chiesa non cessa di raccomandare - afferma - ai giovani e all'intero laicato la strada non solo del volontariato sociale, ma anche della politica vera e propria, nelle sue diverse articolazioni, quale campo di missione irrinunciabile e specifico". L'invito arriva dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che oggi ha aperto il Consiglio permanente dei vescovi italiani. Riprendendo il discorso pronunciato dal Papa a Viterbo - che invitava a una partecipazione attiva dei laici in ogni campo della vita sociale del Paese, e dunque anche nella politica, sempre portando il Vangelo - il cardinale Bagnasco sottolinea come "il criterio fondamentale per una onesta valutazione dell'agire politico" sia rappresentato dalla "capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È in altre parole - dice il porporato - il criterio della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti del Paese".

Bagnasco al Consiglio permanente della Cei insiste: sobrietà


«Un passaggio amaro» che ha colpito tutta la Chiesa.

Il presidente della Cei definisce così la vicenda che ha portato alle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire dopo l’attacco del Giornale, un attacco che il cardinale stigmatizza «come segno di un allarmante degrado di quel buon vivere civile che tanto desideriamo e a cui tutti dobbiamo tendere». «La telefonata che il papa mi ha fatto in quei giorni – puntualizza Bagnasco – è stata un grande conforto».

I credenti sanno che attraverso queste prove possono migliorare se stessi e gli altri. Ma «questa consapevolezza, che è fonte di consolazione, non va equivocata: la Chiesa è in questo paese una forza costantemente leale e costruttiva che non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere ».
Espresso «profondissimo cordoglio » per i soldati italiani caduti in Afghanistan e definita «assurda» la strage considerati i compiti del contingente internazionale, Bagnasco dedica un’ampia parte della sua prolusione all’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate, della quale sottolinea la parte dedicata allo sviluppo come processo che vede al centro la persona umana e dunque l’etica, da considerare non più un optional marginale ma un fattore decisivo. Profitto e interessi non siano gli unici fini, c’è una responsabilità sociale dell’impresa e dell’economia.
Solo la via solidaristica porta al vero sviluppo e alla soluzione globale della crisi.
Circa la sentenza del Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso con il quale alcune associazioni ed esponenti di religioni non cattoliche hanno chiesto che la religione non produca crediti nella valutazione scolastica degli alunni, Bagnasco parla di motivazioni «speciose » dell’iniziativa e di discriminazione nei confronti di quel novantuno per cento di alunni che liberamente scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione, la cui specificità, precisa il cardinale, non ne fa venir meno la natura di disciplina scolastica.
Il dibattito sull’ora di religione riguarda per forza di cose il concordato tra Stato e Chiesa, e a questo proposito il cardinale si mostra stupito di «riserve e velleitarismi» anticoncordatari che arrivano «anche da settori insospettabili dell’opinione pubblica». Per Bagnasco lo strumento resta invece valido, perché è «un grande accordo di libertà che accomuna Stato e Chiesa non solo nel riconoscimento della reciproca autonomia, ma anche nell’impegno condiviso di collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese».
La Chiesa, dice ancora il presidente dei vescovi, quando parla di temi che riguardano l’uomo e la sua natura non lo fa per invadere campi altrui ma per trarre dalla fede, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, conseguenze utili per ogni persona e per la società. È un servizio. «Niente ci è più estraneo della volontà di far da padroni». La Chiesa conosce bene principi e regole della società pluralista, «nella quale tuttavia le religioni sono presenze né abusive né sconvenienti ». Anche quando chiede ai politici di mantenere le promesse fatte prima delle elezioni, la Chiesa non fa che esercitare il proprio ruolo di vigilanza etica. Per questo gli altri, quando guardano al mondo ecclesiale, «hanno il diritto di ricevere da noi una testimonianza genuinamente cristiana ». Sulla situazione italiana dal punto di vista sociale e politico, Bagnasco parla di un nazione che ha saputo affrontare la crisi economica «con grande dignità», ma nota anche un’Italia che ciclicamente viene attraversata da un «malessere tanto tenace quanto misterioso, che non la fa talora essere una nazione serena e del tutto pacificata al suo interno, perché attraversata da contrapposizioni radicali e da risentimenti». Questa Italia, dice il cardinale, ha bisogno di più amore da parte di tutti. Bisogna evitare il clima di scontro permanente riconoscendo le ragioni degli altri. Un ruolo fondamentale spetta alla politica, che deve cercare il bene comune.
L’atteso “capitolo Berlusconi” arriva nella cartella numero nove delle undici lette dal cardinale, e suona così: «Occorre inoltre che chiunque accetta di assumere un mandato politico sia consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda, nell’articolo 54». È un passaggio al quale Bagnasco ha lavorato molto, e che il presidente dei vescovi integra con parole del papa sottolineando «l’importanza dei valori etici e morali nella politica» e invitando tutti a guardare avanti facendo autocritica.
«È urgente e necessario per tutti e per ciascuno guadagnare in serenità. Questo oggi il paese domanda con più insistenza », e in ogni caso è bene ribadire che «la comunità cristiana mai potrà esimersi dal dire, sulla base di un costume di libertà che sarebbe ben strano fosse proprio a lei inibito, ciò che davanti a Dio ritiene sia giusto dire».
Ribadita la condanna della pillola Ru486, Bagnasco parla della questione del “fine vita” auspicando che «un provvedimento, il migliore possibile, possa essere quanto prima varato a protezione e garanzia di una categoria di soggetti tra i più deboli della nostra società », e in materia di immigrazione chiede che la sicurezza dei cittadini sia garantita senza ledere i diritti fondamentali dei migranti.
Infine, ricordando l’ormai prossimo anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia, un forte richiamo: guardando la carta geografica, dice, è impossibile non pensare alla naturale vocazione unitaria del paese. L’anniversario alimenti la cultura dello stare insieme.
«Di questo c’è oggi bisogno: abbassare le difese e gettarci maggiormente nell’incontro con gli altri».

lunedì, maggio 18, 2009

Con la mente in Europa

Con la mente in Europa

Si avvicinano le elezioni europee. Tre le sfide da raccogliere nonostante il disinteresse diffuso

(da Aesse 5 2009)

Guardando i dati resi noti da Eurobarometro sulla partecipazione dei cittadini alle prossime elezioni europee, emerge un quadro poco confortante. Il 75 % degli intervistati non sa quando si terranno, al 51% il tema delle elezioni europee non interessa e solamente il 30%, dichiara che certamente andrà a votare.
Questi dati non possono non far riflettere sulla necessità che il futuro dell’Unione europea torni ad essere al centro delle politiche dei singoli Paesi.

A oggi questo interesse, almeno in Italia, non sembra esserci. Continuiamo a vedere campagne elettorali non incentrate sul futuro dell’Europa. La battaglia e la polemica politica infuriano, ma il centro non è mai la politica europea. Ci piacerebbe sapere dai nostri candidati, quali programmi, quali idee hanno per l’Europa. Ci piacerebbe sapere per che cosa si batteranno una volta eletti al Parlamento europeo, se saranno ancora i parlamentari più pagati e, al tempo stesso, i più assenteisti.

Prendendo spunto dall’Appello ai cittadini europei in occasione delle prossime elezioni europee, promosso dall’Iniziativa dei cristiani per l’Europa (Ixe), vogliamo porre al centro del dibattito sul futuro dell’Europa tre grandi sfide che possono far diventare l’attuale crisi economica una importante occasione.
La prima riguarda l’economia. È urgente che l’Europa diventi il luogo dove realizzare, di fronte alla mondializzazione dei mercati, nuove politiche che rimettano l’economia al servizio dell’uomo, contribuendo a costruire un’Europa più solidale, che superi le frontiere nazionali.

La seconda riguarda le risorse ambientali. Serve un’Europa capace di porre un limite al consumo sfrenato delle risorse disponibili, che s’interroghi seriamente, soprattutto di fronte ad un cambiamento climatico che avrà conseguenze importanti, sulla necessità di inaugurare nuovi modelli di vita, incentrati sulla sobrietà.

La terza è la sfida demografica. L’Europa è il continente più colpito dall’invecchiamento e dalla diminuzione della popolazione. Porre rimedio a questa situazione, che porta con sé gravi conseguenze socioeconomiche, significa accrescere l’attenzione sulle famiglie. Servono politiche capaci di conciliare la vita familiare e quella professionale, che diano opportunità alle giovani generazioni, che siano in grado di proporre politiche di reale integrazione per gli immigrati, i quali rappresentano i tre quarti circa del tasso di crescita della popolazione europea.

Queste sono solo alcune delle sfide che attendono l’Europa del futuro: l’augurio è che i candidati non le lascino cadere nel vuoto facendosi coinvolgere in conflitti provinciali della politica italiana. Ritornare a parlare veramente con i cittadini di Ue, sapendo proporre loro un progetto per un futuro di pace e progresso nel nostro continente, è l’unico modo per recuperare la disaffezione verso un’istituzione che può ancora candidarsi ad essere attrice di pace credibile per la propria regione e per il mondo.

Michele Rizzi

venerdì, maggio 15, 2009

ACLI. Sicurezza: rammarico per approvazione ddl

Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani esprimono il loro «forte rammarico» per l'approvazione da parte della Camera, con voto di fiducia, dei maxiemendamenti al disegno di legge in materia di sicurezza, che «provoca una profonda frattura nell'ordinamento nazionale, introducendo una serie di misure restrittive nei confronti dei cittadini immigrati, che agiscono nella sfera dei diritti fondamentali e della dignità umana».«Nonostante i reiterati appelli promossi in questi mesi dalle organizzazioni sociali e dalla Chiesa - commenta il presidente delle Acli Andrea Olivero - il Governo ha scelto di procedere con il voto di fiducia su una materia che interroga profondamente le coscienze degli italiani e divide le stessa maggioranza parlamentare». L'auspicio è che «si trovi ancora al Senato si trovi la ragionevolezza necessaria» per modificarne i contenuti».L'introduzione del reato di clandestinità nel nostro Paese - insistono le Acli - obbligherà ogni pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (vigili urbani, infermieri, insegnanti, impiegati pubblici) a denunciare il cittadino straniero irregolare, provocando «forti limitazioni nell'esercizio dei diritti fondamentali» e favorendo «un clima pericoloso di paura e di sospetto, che alimenterà la clandestinità anziché combatterla».Sulla questione degli immigrati respinti sulle coste libiche, le Acli chiedono garanzie sulla loro sorte. «Chieda il Governo formalmente alla Libia - propone Olivero - il permesso di inviare una commissione parlamentare mista italiana ed europea per accertarsi delle condizioni delle persone respinte. Il diritto internazionale ci impone di garantire la sicurezza dei richiedenti asilo».

venerdì, maggio 08, 2009

IMMIGRATI: ASSOCIAZIONI CATTOLICHE, CONTENUTI DDL PREOCCUPANTI

venerdì, maggio 01, 2009

La Chiesa si schiera con gli operai

scritto da Patrizia Capua
da la Repubblica
I vescovi accanto agli operai e ai cassintegrati per la festa dei lavoratori. Il cardinale di Napoli Crescenzo Sepe è andato nello stabilimento AnsaldoBreda di via Argine e ha lanciato un messaggio anche agli addetti di Atitech (ieri la Ies Mediterraneo ha presentato la manifestazione di interesse) e Fiat di Pomigliano «per la loro precaria situazione».
Il vescovo di Nola, Beniamino Depalma ha guidato a Pomigliano una fiaccolata e veglia di solidarietà al mondo del lavoro e ai lavoratori Fiat. E proprio alla vigilia del Primo Maggio, il vescovo Depalma ha ricevuto dall´ad della casa automobilistica torinese, Sergio Marchionne, la risposta alla lettera inviata qualche settimana fa. «Il futuro di Pomigliano D´Arco - aveva sottolineato il presule - non può essere lasciato solo nelle mani del mercato». «Stiamo facendo e faremo tutto il possibile per difendere e sostenere i nostri prodotti, i nostri stabilimenti e, sopra ogni cosa, tutte le persone che lavorano con noi», risponde Marchionne. La crisi è «il frutto di una follia finanziaria mai vista prima. Sono d´accordo con lei che a pagarne le spese non possono essere i lavoratori. Credo che la Fiat abbia dimostrato di voler costruire il proprio futuro in maniera trasparente, onesta e responsabile, compiendo le scelte con coscienza e considerando sempre le conseguenze che ne possano derivare». «Quello che le posso garantire - ha concluso Marchionne - è che non restiamo indifferenti di fronte ai disagi che tutto ciò comporta per molti lavoratori e per le loro famiglie».
All´AnsaldoBreda di Napoli, l´abbraccio di Sepe agli operai, e un saluto ai dirigenti rappresentati dal presidente Alberto Rosania. «Il progresso - ha detto l´alto prelato - è una meta che tutti debbono tentare di realizzare, ma mai deve andare a colpire la dignità delle persone». Poi l´arcivescovo ha visitato il reparto di elettronica leggera: «Vengo qui per esprimere simpatia e orgoglio per questa eccellenza che tanto onore fa a Napoli e porta il nome della città in varie parti del mondo, come segno di una realtà che quando affronta una sfida di progresso non trova ostacoli». Nell´incontro è stato letto un messaggio dedicato alla tragedia delle morti sul lavoro. Intanto ieri mattina Bassolino è stato a Roma alla riunione organizzata dai sindacati con i presidenti delle regioni che ospitano stabilimenti Fiat: «Abbiamo deciso di spingere affinché ci sia un tavolo nazionale unitario».

venerdì, febbraio 06, 2009

Napoli: A convegno ‘le Chiese del Sud’

NAPOLI - In preparazione al convegno “La Chiesa nel Sud. Le Chiese del Sud”, promosso il 12 e il 13 febbraio a Napoli dalle 5 Regioni ecclesiastiche del Mezzogiorno, l’Istituto italiano per gli studi filosofici, l’Istituto di studi e ricerche sociali (Isers) e il portale “Mondo cattolico Napoli” organizzano, il 9 febbraio nel capoluogo partenopeo, l’incontro di studio “Vent’anni dopo il documento Cei Chiesa e Mezzogiorno”.“Nella rarefazione del dibattito interno alle grandi organizzazioni politiche, sociali e religiose, questo incontro – spiega padre Domenico Pizzuti, presidente dell’Isers – si caratterizza come luogo di libero confronto e discussione di studiosi ed osservatori laici e religiosi, a partire dalle diverse competenze disciplinari dei relatori, sulle trasformazioni economiche, sociali e religiose che hanno interessato il Mezzogiorno nel corso dell’ultimo ventennio”. L’intento è “offrire spunti analitici e propositivi per la stessa presenza e azione delle Chiese del/nel Sud, in modo che al vertice e alla base la Chiesa avvalori l’etica pubblica da parte dei rappresentanti istituzionali e dei cittadini e promuova lo sviluppo economico, civile ed etico delle/nelle Regioni meridionali”. Per padre Pizzuti spetta alla Chiesa “nella solidarietà dell’intero Paese, indicare le vie di un nuovo sviluppo sostenibile o meglio di crescita solidale con un rinnovato protagonismo delle popolazioni meridionali”. Al di là di altre considerazioni economiche e sociali, “si ritiene – prosegue il religioso – che al centro dell’attenzione sia proprio la pastorale delle Chiese del Sud e la sua capacità o meno di modellare comportamenti e relazioni sociali che, superando familismo e mafiosità tradizionali e l’individualismo contemporaneo, siano ispirati alla non violenza, alla legalità, all’agire solidale, all’imprenditorialità e al protagonismo della società civile, ad una fraternità estesa agli ultimi. Ed altresì ispiri una religiosità promotrice di virtù civili e di coesione sociale, nell’accoglienza di migranti e rom secondo il messaggio biblico”.All’incontro di studio interverranno, tra gli altri, Giacomo Di Gennaro, docente di sociologia all’Università Federico II di Napoli, Vittorio Liberti, rettore del Seminario campano interregionale, Andrea Milano, docente di storia del cristianesimo all’Università Federico II.

sabato, gennaio 24, 2009

Le Chiese del Sud scendono in campo per il riscatto sociale e morale del Mezzogiorno.

Le Chiese del Sud (Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia) scendono in campo per il riscatto sociale e morale del Mezzogiorno.

Lo faranno con un grosso convegno che si terrà a Napoli il 12 e il 13 febbraio, presentato ieri mattina nella Curia arcivescovile dal cardinale Sepe. Un'apposita Commissione costituita da esperti delle cinque regioni meridionali, presieduta da Sepe, che ha anche proposto l'iniziativa, ha lavorato per otto mesi per mettere a punto l'incontro che a distanza di venti anni dal Documento su «Chiesa italiana e Mezzogiorno, sviluppo nella solidarietà'», del 1989 si ferma per riflettere ed attualizzare quel documento in un momento storico in cui la questione meridionale non è solo tale ma è all'attenzione di tutto il Paese. Disoccupazione, disagio dei giovani, povertà delle famiglie sono alcuni dei temi su cui si intende lavorare in un'ottica propositiva e di collaborazione con le istituzioni, perché - spiega il cardinale Sepe - «la Chiesa vuole esprimersi non per supplire a mancanze politiche o istituzionali, ma perché fa parte della propria missione farlo, della sua identità che si esprime soprattutto attraverso l'azione caritativa nei confronti degli uomini. Essa - ha proseguito Sepe - ha occhi per vedere e orecchie per sentire, occorre recuperare, nel rispetto del ruolo di ognuno i valori dell'etica, della moralità, della responsabilità cominciando con l'affrontare l'emergenza occupazione che al Sud colpisce i giovani e le famiglie. Il convegno si terrà al Tiberio Palace Hotel e sarà aperto nel pomeriggio del 12 febbraio dalla relazione dell'economista Piero Barucci. Toccherà poi a Giuseppe Savagnone, editorialista di Avvenire e a Sandro Pajno, docente universitario. Gli aspetti pastorali saranno affidati a Carlo Greco, preside della Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale, mentre le conclusioni toccheranno ad Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza. Dal convegno verrà fuori un nuovo Documento condiviso da vescovi del Sud che sarà posto all'approvazione della Cei. «La Chiesa non vuole lavarsi le mani - ha detto Antonio Raspati, preside della Facoltà teologica di Palermo - anzi essa continua a interrogarsi, non sempre siamo riusciti ad essere occasione di riscatto, e i nostri insegnamenti non sempre sono stati al passo coi tempi».

mercoledì, ottobre 15, 2008

Napoli, la speranza ed il riscatto. I temi del libro del cardinale Crescenzio Sepe, “Non rubate la speranza”


Napoli, la speranza ed il riscatto. I temi del libro del cardinale Crescenzio Sepe, “Non rubate la speranza”, edito da Mondandori, animano il dibattito anche fuori dai confini della città.
A Roma, nella sede dell’Auditorium Agostinianum, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ascolta i passi del volume edito di Mondandori, letti da Alessandro Preziosi. Un uditorio vastissimo, nel quale spicca la presenza del Capo dello Stato, percepisce i fremiti della voglia di riscatto. Erri De Luca, scrittore contro, interviene e commenta, non senza asprezza, ma conclude: “La Chiesa di Napoli vince”.
Al tavolo, per “Gli Eventi di Elea”, su invito del presidente dell’Idi Franco Decaminata e dell’Amministratore delegato di Elea ,Domenico Temperini, anche Piero Schiavazzi. Tema centrale la rinascita, la speranza che Napoli può e deve coltivare, anche e soprattutto nella lotta alla criminalità (Intervista Sepe in allegato). In sala anche moltissimi artisti, Nino D’Angelo e Luciano de Crescenzo, ma anche Amedeo Minghi, Claudia Koll e Vittoria Puccini. Insieme ad un elevatissimo numero di porporati ed ai sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, Letta e Bertolaso. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al termine dell’incontro commenta
CAMORRA: NAPOLITANO, SI VEGLIA SULLA SICUREZZA DI SAVIANO
Roma, 14 ott. (Adnkronos) - "Ho potuto accertare che si veglia sulla sicurezza di Roberto Saviano". E' quanto assicura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al termine della presentazione all'Augustinianum del libro del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe 'Non rubate la speranza'. "Non penso -aggiunge il capo dello Stato- di dover dire nulla che suoni come allarme".



NAPOLI: CARD.SEPE, GRAZIE PRESIDENTE NAPOLITANO PER SUA VICINANZA

(ASCA) - Roma, 14 ott - L'arcivescovo di Napoli, card.

Crescenzio Sepe ha ringraziato calorosamente il presidente della Repubblica Napolitano per ''la sua vicinanza e il suo amore'' per la citta' di Napoli. Il capo dello Stato ha presenziato alla presentazione del libro del card. Sepe, ''Non rubate la speranza''.

''Chiesa e istituzioni - ha detto il cardinale - non hanno bisogno di sancire alleanze poiche' e' del tutto naturale il loro orizzonte comune. Come pastore di Napoli continuo ad avvertire e a trarre conforto dalla vicinanza e dall'amore per la sua citta' del capo dello Stato''.




sabato, settembre 20, 2008

Cardinale Crescenzio Sepe: Napoli non morirà: vedo la svolta

Le ragioni della speranza e della fede nell'energica omelia del Cardinale

Criminalità, povertà, coscienza civile: nella sua omelia il cardinale Crescenzio Sepe affronta ancora una volta le emergenze della città: cominciando dall'allarme camorra. La città si è da poco svegliata con le notizie della strage criminale di immigrati a Castelvolturno. La camorra ha alzato ancora il tiro, mettendo il suo marchio su un fenomeno, quello dell'immigrazione, che nelle campagne a nord di Napoli ha assunto dimensioni preoccupanti. Un problema che la camorra cerca di risolvere a modo suo, dando vita, giovedì 18, a un massacro di immigrati (in questo caso africani) senza precedenti. E sul quale il Cardinale lancia il suo anatema. "Deponete le armi: ciò con cui oggi uccidete, domani ucciderà anche voi e le vostre famiglie". L'arcivescovo di Napoli si rivolge ai sicari della camorra - da lui paragonati a serpenti velenosi - dopo i due agguati nel Casertano: "Finché questi portatori di morte - dice - non saranno sconfitti avremo sempre un cimitero riempito dall'odio e dalla violenza". "Disperati che provocano la morte in nome del dio denaro, della droga. Diffondono una morte che costa tante vite, non solo dei giovani, ma spesso anche tra loro''. Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia.

di Crescenzio Sepe
(...) A nulla servirebbe il prodigio del santo Patrono se noi non sapessimo rispondere con fede e con carica cristiana tanti bisogni spirituali e umani della nostra gente. Penso, in particolare, alle sofferenze delle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese; alla solitudine degli anziani o all'abbandono dei malati; al grave disagio dei giovani che cercano con tutte le forze un lavoro e non lo trovano; ai tanti precari o sotto-occupati che vedono svanire le loro speranze; penso allo stuolo di ragazzi della strada, vittime della camorra o della delinquenza organizzata. Chi, poi, non prova sofferenza nel leggere gli impietosi dati statistici sull'evasione scolastica?
Sono sotto i nostri occhi le tante aree depresse dove i più deboli sono abbandonati ad un destino ingrato e dove il malaffare e le organizzazioni camorristiche trovano terreno fertile per impiantare e coltivare illegalità, soprusi, violenze e morte. Sono problemi terribili che riguardano tanti, troppi nostri fratelli e sorelle. (...)
Cosa dire a questa nostra bella e tormentata Città? Rispondiamo con il coraggio della nostra fede, come ci ha assicurato Cristo e come S. Gennaro ci ha testimoniato: Napoli non perdere la tua fede; non farti rubare la speranza; rialzati; rivestiti di luce; non puoi continuare a restare nascosta, ma fa che la tua bellezza risplenda davanti al mondo intero.
(...) E', invece, nostro dovere combattere uniti, con le armi della solidarietà e della comunione fraterna. E', certamente, un compito difficile ma, nello stesso tempo, grandioso quello che grava sulle spalle di ogni cristiano, di ogni uomo di buona volontà. Ma possiamo farcela! Questa terra non morirà! L'ho detto e lo ripeto con forza e convinzione perché il popolo napoletano ha in sé il coraggio delle sue radici e della sua identità; ha quella vivacità di fede e di pensiero, quell'inventiva che ha reso e rende grande la nostra storia religiosa, artistica e culturale; la capacità di adattarsi a qualsiasi fatica, di sorridere e di sentirsi famiglia sotto lo stesso cielo. La sensazione di trovarsi di fronte a un momento di svolta si avverte attraverso molti segni, forse non tutti chiaramente percepibili, ma non per questo meno reali. Ma per una soluzione definitiva e strutturale, bisogna che ognuno, nel proprio specifico campo di responsabilità e competenza, sia disposto a suonare il tasto dell'impegno personale e individuale. In altre parole, per brillare davanti agli uomini, questa nostra città deve diventare la casa comune dove ognuno, quasi fosse estensione del tetto domestico, svolge la sua propria esistenza, sentendola e vivendola come casa propria. Per raggiungere questo traguardo, bisogna che la città, splendida porzione di terra benedetta da Dio, sia costituita a misura d'uomo, costruita, cioè, sulla base delle esigenze che la dignità di ogni persona reclama: il lavoro, i servizi, la tutela della salute, la crescita culturale e civile. Una città, quindi, parametrata sulla base di una giustizia sociale che bandisce ogni privilegio, con unica eccezione: quella di mettere i poveri al primo posto e di declinare a loro favore tutti i verbi che nel vocabolario della solidarietà cristiana sono scritti in caratteri indelebili: accogliere, assistere, confortare, promuovere. In una parola amare, che è il dato costitutivo di riconoscersi seguaci di Cristo.
L'unico vero "alibi" che Napoli può e deve invocare è rappresentato proprio da chi è privo di mezzi e continua a restare ai margini: poveri di ogni genere e, accanto ad essi, i giovani in cerca di lavoro che hanno diritto a una difesa non "d'ufficio", ma reale e appassionata, dal momento che senza il loro apporto, sarà difficile parlare di città futura.
Schierarsi a fianco di chi si trova in difficoltà non fa parte, per la Chiesa, come ci ripete il Papa, di una strategia di impegno sociale o politico, ma è risposta al comandamento di amore per il prossimo. (...)




lunedì, settembre 08, 2008

«Nuovi politici cattolici per l’Italia»

In Italia serve una «nuova generazione» di politici cattolici, di «laici cristiani» che abbiano «rigore morale» e «competenza». Lo ha detto Benedetto XVI durante la messa celebrata ieri a Cagliari. Il Papa ha poi esortato i giovani a rifuggire «il nichilismo odierno», ha denunciato la piaga della precarietà del lavoro e con una preghiera a Maria in sardo ha esortato «il popolo delle madri» ad amare e difendere la vita. Infine il pontefice ha messo in guardia contro i falsi miti del guadagno facile imposti dalla società consumistica, invitando a non idolatrare chi ha successo.


sull'argomento pubblichiamo un articolo del Presidente Casavola tratto dal Mattino

Francesco Paolo Casavola


Nell'omelia di Benedetto XVI per la messa celebrata nel santuario di S. Maria di Bonaria, a Cagliari, alla presenza non solo di una moltitudine di fedeli, ma anche di autorità nazionali e locali, primo tra tutti il presidente del Consiglio dei ministri, sono stati esortati i laici cattolici all'impegno nella vita pubblica, dall'economia alla politica. Non mancheranno commenti sulla portata di questo appello, nell'ampio ventaglio di ipotesi ch'esso stimola, dalla evocazione di un nuovo cattolicesimo sociale, democratico, popolare alla indicazione della necessità di una formazione intellettuale e morale, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, per una classe dirigente e politica all'altezza dei problemi che ci vengono incontro. In ogni caso, interpretata nella sua portata minimale, la frase dell'omelia papale vuol significare che i cattolici non possono non dar conto della loro presenza in tutti gli ambiti della storia presente del Paese. Qualcuno suonerà l'allarme per una ennesima minaccia di invasione clericale dei meccanismi che danno movimento e direzione alla convivenza nazionale. Ma sarebbe il caso di uscire da una simile psicosi, che è l'unica patologica giustificazione di quanti pretendono di dividere gli italiani tra atei e credenti. Qui è in questione una cultura civile, cui debbono contribuire, anche con le opportune reciproche correzioni, laici portatori di due grandi patrimoni, della cultura cattolica e di quella liberale.
Se si mettono in fila i valori della libertà e dignità della persona, il valore della vita, della uguaglianza e della giustizia, della libertà del pensiero e della coscienza, del bene comune, della legalità, della solidarietà, dell'economia sociale di mercato, del rispetto delle diversità, della tutela dell'ambiente, della pace, come si può immaginare che ci si divida su fronti opposti? Si discuterà di modalità, di priorità, di commisurazione di mezzi a fini. Si discuterà di modalità, di priorità, di commisurazione di mezzi a fini. La distinzione, se proprio la si vuole andare a stanare, sarà la buona e la cattiva coscienza degli uni e degli altri. Abbiamo gli atei devoti, i finti credenti per ragioni di consenso elettorale, i fondamentalisti del laicismo e del clericalismo, che all'atto delle scelte concrete e delle decisioni non rinviabili saranno costretti a far cadere le loro mascherature. Ma prima di quel momento di verità, non solo politici, amministratori eletti, uomini delle istituzioni e della legge, ma anche delle imprese, delle professioni, delle formazioni sociali, debbono radicarsi in ogni realtà comunitaria tra i tanti territori e popolazioni del nostro paese. Di un tale incistidamento la Chiesa cattolica ha una esperienza millenaria. Si può non essere praticanti e tuttavia si è raggiunti da questa capillarità del mondo cattolico. Dall'altra parte, si oscilla tra la insignificanza dell'anonimato di massa e l'arroganza di gruppi elitari, che amplificano la propria rappresentatività traverso il controllo di stampa e televisione. Se si deve collaborare per mete condivise, è bene che i cattolici si dichiarino per quello che sono, che valgono, che operano. Senza complessi di nascondimento o di mimetizzazione. La loro franchezza costringerà a eguale comportamento i loro competitori. E la Chiesa gerarchica non si ridurrà a emettere ultimative e non più negoziabili parole d'ordine, ma tornerà alla sua missione di formazione delle coscienze, guadagnando anche dagli avversari comprensione e rispetto per la sua missione di madre e maestra.
Francesco Paolo Casavola


venerdì, agosto 15, 2008

Dopo il caso Famiglia Cristiana una nuova stagione di impegno politico e sociale per i cattolici italiani?

Nel grande vuoto lasciato dai cattolici democratici

FRANCO GARELLI da La Stampa

E’ un ferragosto di fuoco quello che sta vivendo Famiglia Cristiana, il celebre settimanale dei Paolini oggi al centro di varie tensioni. Anzitutto lo scontro col governo in carica, che si è offeso per l’ultimo editoriale della rivista che paventa la nascita in Italia di un fascismo «sotto altre forme». E di riflesso a questa vicenda, la netta presa di distanza del Vaticano dai commenti «politici» di Famiglia Cristiana, giudicata come una testata importante della realtà cattolica, ma che non esprime «né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana».

Singolare dichiarazione quest’ultima, sia perché la direzione della rivista non si è mai sognata di parlare a nome dei vertici della chiesa (italiana e no), sia perché è evidente l’intento del Vaticano di non creare zone d’ombra tra il mondo cattolico e l’attuale governo italiano, anche a costo di mettere la sordina a qualche sua realtà autorevole. La Santa Sede, in altri termini, non vuol rovinare il rapporto con un esecutivo (e un’area politica) che considera attenti ai valori e agli interessi dei cattolici, in grado - molto più del precedente governo di centro-sinistra - di promuovere una politica che tuteli quei pilastri sociali (famiglia, vita, scuola libera, educazione, ecc.) che a suo dire maggiormente rispecchiano la visione cristiana della realtà.

Non è che Famiglia Cristiana metta in discussione questi valori di fondo, anche se da tempo ha scelto la politica delle mani libere, promuovendo un’informazione sui fatti di casa nostra che non fa sconti a nessuno, che non si lega per partito preso a qualche forza politica, attenta a verificare di volta in volta la congruenza tra dichiarazioni e scelte concrete, tra fatti e intenzioni.

Con questo cambio di pelle (relativamente recente), Famiglia Cristiana ha accentuato la sua presenza critica nella realtà italiana, passando da «pacioso» settimanale delle parrocchie a rivista di impegno civico di rilievo, che sta sulla breccia delle questioni emergenti; e ciò pur continuando a essere una testata che diffonde informazione e cultura religiosa, attenta al lato umano e spirituale dell’esistenza.

Questa trasformazione sembra dovuta a due ragioni di fondo. Anzitutto l’esigenza di meglio collocarsi nel mondo della comunicazione, superando l’immagine di rivista per tutte le stagioni che era la Famiglia Cristiana del passato, quando il mondo cattolico era una realtà molto solida e poco differenziata. Nell’epoca del pluralismo, nessuna grande istituzione (quindi anche nessuna realtà comunicativa) può sopravvivere senza operare delle scelte precise, senza optare per un pubblico particolare di riferimento.

Un altro fattore che può aver spinto Famiglia Cristiana a interessarsi maggiormente delle questioni sociali e politiche emergenti è l’attuale debolezza del cattolicesimo politico, il fatto che esso è ormai ridotto a una minoranza con poca risonanza pubblica. Al tempo in cui la Democrazia cristiana rappresentava gli orientamenti dei cattolici nella società italiana, Famiglia Cristiana era il collante comunicativo di un mondo cattolico perlopiù politicamente allineato. Oggi, invece, nella stagione dell’Italia bipolare, i cattolici sembrano relegati ad un ruolo comprimario sulla scena politica; e ciò sia che il governo sia targato centro-sinistra (come quello diretto da Prodi nella passata legislatura) o sia espressione del centro-destra (come quello attuale di Berlusconi). In entrambi i casi prevalgono esecutivi in cui (al di là di dichiarazioni formali) i cattolici sembrano avere poco peso e possibilità progettuale. In questo quadro, dunque, Famiglia Cristiana tende ad occupare uno spazio lasciato vuoto dalla politica «cattolica», dando voce ad istanze inascoltate, richiamando i governi ad una soluzione ai problemi che rifletta anche una visione solidale della realtà.

Si può dire, come qualcuno ha sostenuto, che Famiglia Cristiana sia l'ultima espressione del cattocomunismo italiano, il gruppo editoriale che non si piega alla deriva a destra del Paese? Credo che il taglio socialmente aperto della rivista sia evidente, nel senso che Famiglia Cristiana rappresenta la punta comunicativa di quel cattolicesimo di impegno sociale che è una delle più grandi realtà della tradizione cattolica italiana. Ma detto questo, la rivista non sembra tirare in una sola direzione e applica lo stesso metro alle varie forze politiche e ai diversi governi. Ieri ha bacchettato Prodi sulla questione dei Dico e Veltroni sull’apertura del Pd ai radicali. Oggi è critica verso Berlusconi quando accusa i pm di essere sovversivi o quando la sua maggioranza sembra compiere scelte populiste sulla questione sicurezza.

In un tempo di grandi silenzi e allineamenti (che coinvolgono anche il mondo cattolico), c’è una forza d'animo in queste prese di posizioni da non sottovalutare, che ha i suoi costi sociali ma che è foriera di una presenza sociale più partecipe e riflessiva.

giovedì, agosto 14, 2008

"Speriamo non rinasca il fascismo". Famiglia Cristiana di fronte alla politica per la sicurezza del governo Berlusconi.


Famiglia Cristiana rilancia
"Speriamo non rinasca il fascismo"
Il centrodestra insorge: "Di fascista in Italia ci sono solo i loro toni"
Replica del direttore: "Le critiche al governo normali in un paese libero"

ROMA - Il settimanale Famiglia Cristiana torna all'attacco sulla politica del governo in materia di sicurezza, augurandosi che "non sia vero il sospetto" che in Italia stia rinascendo il fascismo "sotto altre forme". La rivista dei Paolini, che lunedì scorso aveva attaccato l'esecutivo per la "finta emergenza sicurezza", replica anche alle dure critiche che gli sono arrivate dopo quell'articolo dagli esponenti della maggioranza: "Non siamo cattocomunisti". Ma il centrodestra insorge: "I toni fascisti sono quelli del settimanale". E il direttore della rivista rilancia: "In un paese normale le critiche sono libere".

La difesa. "Siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi eticamente irrinunciabili", scrive Beppe Del Colle, che ricorda: "Divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, 'dico', diritti della famiglia, abbiamo condannato l'inserimento dei radicali nelle liste del Pd". Poi passa in rassegna la storia del settimanale:, e avverte: "Non siamo mai cambiati nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani".

Le critiche a Maroni. La rivista cattolica torna anche a parlare della norma sulle impronte ai rom, che definisce "una trovata sciocca e inutile". "Abbiamo definito 'indecente' la proposta del ministro Maroni sui bambini rom - si legge - perché da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati, ma dall'altro bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza tutto esposto alla criminalità".

Le discriminazioni ai rom. Proprio la questione delle impronte porta Del Colle a ricordare le persecuzioni a danno delle minoranze: "Quella foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta alla memoria come un simbolo. Per questo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno protestato". Poi cita la rivista francese Esprit, che ha scritto che "gli italiani sono incredibilmente duri contro i romeni e gli zingari", e dice: "Speriamo che non si riveli mai vero il suo sospetto che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo".

La risposta a Giovanardi. Famiglia Cristiana risponde poi direttamente alle critiche del sottosegretario Giovanardi, che li aveva definiti "cattocomunisti": "Secondo Giovanardi - scrive - non rappresentiamo la 'vera dottrina della chiesa'. Nessuna autorità religiosa ci ha rimproverato nulla del genere, e lui non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale".

Le reazioni del centrodestra. Ancora Giovanardi: "Di fascista oggi in Italia ci sono soltanto i toni da manganellatore che Famiglia Cristiana consente di usare a Beppe Del Colle". Il capogruppo leghista alla Camera, Non sono gli editoriali a cambiare la realtà. Il mondo cattolico condivide le misure sulla sicurezza adottate dal governo e approvate dal Parlamento" . Ignazio La Russa: "Famiglia Cristiana riporti in avanti l'orologio, non esiste nessuna limitazione a dire sciocchezze".

La replica del direttore. "Sono sorpreso di queste reazioni perchè ogni cittadino dovrebbe poter valutare l'operato del governo": così il direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino. "In un paese normale - aggiunge - questo fa parte di un libero dibattito, di un libero confronto".

domenica, agosto 03, 2008

Festa della birra, lite tra volontari e chiesa


Un’associazione di volontariato che si occupa di soccorso, a Baronissi, nel Salernitano, organizza una festa della birra e subito scoppia la polemica. Trenta associazioni, con una parrocchia capofila, contestano l’iniziativa e le loro proteste finiscono on line, sul sito e sul blog della parrocchia San Pietro Apostolo. La festa è in programma dal 9 al 12 agosto ma, intanto, i «no» aumentano. «Baronissi città dell’alcol? No grazie», è il messaggio che campeggia sul sito della parrocchia. E i commenti sul blog non sono da meno. «Sono stata vittima di un incidente causato da ragazzi ubriachi di ritorno da una discoteca. La mia sedia a rotelle me lo ricorda ogni momento. Sono con voi», scrive Maria Rossi da Milano. «È molto difficile esprimere un giudizio positivo su questa iniziativa che viene organizzata da un’associazione di volontariato che si occupa di soccorso sulle strade con autoambulanze», dice Michele. Dall’associazione «Il Punto» si difendono. «Per la verità sono 13 anni che organizziamo questa festa - afferma Carmine Montefusco, organizzatore - È un’occasione per aggregare e, soprattutto, un modo per insegnare ai giovani a bere nel modo giusto».
leggiamo dal sito della parrocchia:
Può un’Associazione di volontarianto, e tanto più una che si interessa di primo soccorso con autoambulanze, organizzare una “Festa della Birra” o dir si voglia una “FESTA DELL’ALCOL”?
Può un’Amministrazione pubblica patrocinare tale evento?

“NO, IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI. MAI!”

Alla campagna del NO, aderiscono:
Academia Gentium Pro Pace - Amici del Cuore Salerno - Associazione dei Team Diabetologici Italiani Onlus - Associazione Donum Vitae - Associazione Internazionale Cavalieri della Cristianità e della Pace delegazione Campania - Associazione Pubblica Assistenza Humana Solidarietà - Associazione Pubblica Assistenza Medici in Emergenza Italia Onlus - Associazione Provinciale Club Alcolisti in Trattamento - Associazione Regionale Club Alcolisti in Trattamento -Associazione Vittime della Strada - AVIS Sezione Pellezzano - Centro Solidarietà La Tenda - Comitato Equestre Internazionale - Comunità Emmanuel - Cooperativa Amistad Salerno - Cooperativa Labor-Team - Corpo Internazionale Pubblica Assistenza Humanitas Italia Soccorso Onlus - Croce Rossa Italiana Comitato Provinciale di Salerno - C.S.P. Fisciano - Centro Turistico Giovanile Salerno - Dipartimento Corpo dei Garibaldini - Fratres Salerno - Giornale Incontro - Gruppo Logos - Misericordie Salerno - Rangers Campania - Redazione Web www.parrocchiasanpietro.it - Volontari di Protezione Civile delegazione Campania.

È gradita l’adesione on-line delle associazioni di volontariato.

ASSOCIAZIONI CHE HANNO ADERITO ON-LINE:
"Centro Culturale Studi Storici" tramite il proprio presidente , città di Eboli (SA)
"Associazione Tufara" tramite il proprio presidente, città di Eboli (SA)
"Il Saggio" mensile di cultura tramite il proprio presidente, città di Eboli (SA)
"Curatori della rassegna stampa nazionale su vino, birra ed alcolici". (Alessandro Sbarbada e Roberto Argenta)

COMUNICATO STAMPA PRESIDENZA NAZIONALE AICAT
Le 2300 comunità multifamiliari dell’Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento (AICAT) esprimono la loro convinta adesione al cartello delle associazioni che esprimono il loro dissenso verso l’organizzazione della Festa della Birra a Baronissi (Sa).
L’AICAT da anni si fa sostenitrice insieme alla Società Italiana di Alcologia e all’Istituto Superiore di Sanità del mese della prevenzione alcologica e di tante altre campagne in cui si evidenzia lo strettissimo legame ,ormai epidemiologicamente certificato dall’organizzazione Mondiale della salute, tra consumi alcolici e livello di rischio e di danno .
L’OMS ed altri autorevoli consessi scientifici internazionali che si occupano di sicurezza hanno più volte sottolineato come i problemi legati al consumo di alcol non siano esclusivamente circoscrivibili agli stati di alcoldipendenza. Anzi il più delle volte incidenti e morti sono causati dal cosiddetto bere occasionale o episodico: ne sono testimoni centinaia di vittime del bere passivo, cioè del bere di chi si mette alla guida di autoveicoli o di chi ,ormai senza freni inibitori, può offendere gravementee letalmente il prossimo in una rissa. (continua, clicca qui per terminare la lettura)

La notizia è presente a livello nazionale su:
"Associazioni no profit"
"European Consumers"
"Parrocchie Web"
"irno notizie"

Se vuoi, lascia il tuo nome o un commento per aderire alla nostra Campanga pro-salute




Vi segnaliamo i siti interessati:
Festa della birra Baronissi 2008
Patrocinio Comune di Baronissi
Associazione di volontariato "Il Punto"


lunedì, giugno 23, 2008

ILVO DIAMANTI: "IL POPOLO CATTOLICO DISPERSO IN POLITICA". Una "Chiesa extraparlamentare"

ILVO DIAMANTI: "IL POPOLO CATTOLICO DISPERSO IN POLITICA".

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Dopo il voto, le polemiche intorno al rapporto fra Chiesa e politica sembrano meno accese. La netta vittoria del Centrodestra, anzitutto, ha espunto dall'agenda parlamentare i temi etici, che tante polemiche avevano sollevato, soprattutto nel Centrosinistra. Per questo, le materie che hanno ostacolato il breve percorso del governo Prodi (coppie di fatto, fecondazione assistita, eutanasia) probabilmente verranno accantonate. Mentre difficilmente il Centrodestra rivedrà la 194, che regola l'interruzione della gravidanza, come vorrebbero le gerarchie ecclesiastiche. D'altronde, il Pdl ha lasciato solo Giuliano Ferrara a combattere la sua battaglia per la moratoria contro l'aborto. È probabile che, sull'argomento, prevalga la rimozione. Come, in fondo, è avvenuto in campagna elettorale, per tacita, reciproca intesa fra i due maggiori candidati premier.

A Berlusconi, d'altronde, non piace aprire grandi e laceranti discussioni fra gli elettori; i suoi, in particolare. Preferisce dialogare con la gerarchia in modo diretto. A tu per tu. Rassicurando il Pontefice sul sostegno alle famiglie e alle scuole cattoliche. Oppure invitando un vescovo a spendersi affinché la Chiesa permetta ai divorziati di "fare la comunione" (quindi anche, ma non solo, a lui: per evitare il sospetto di una indulgenza "ad personam").

Le posizioni della Chiesa, inoltre, in questa fase non favoriscono una specifica parte politica. Sui temi bioetici e sulla famiglia la gerarchia ecclesiastica è in contrasto con il Centrosinistra. Ma avviene il contrario in materia di sicurezza e di immigrazione. Così, la "questione cattolica", in Italia, non sembra più al centro del dibattito politico. Anche la polemica di Famiglia Cristiana sul ruolo dei cattolici nel PD avrebbe avuto un impatto mediatico assai maggiore qualche mese fa, quando i Democratici erano al governo. Mentre ora sono la minoranza della minoranza.

Tuttavia, è lo stesso risultato elettorale ad aver complicato il rapporto tra Chiesa e politica. Dopo la fine della Dc - il partito dei cattolici - la Chiesa ha scelto di agire in proprio sui temi di maggiore interesse. La gerarchia è intervenuta in modo diretto, insieme a gruppi, circoli e comitati del mondo cattolico. Ha investito con maggiore decisione sulla comunicazione e sui media. Dai quotidiani (L'Osservatore Romano, l'Avvenire, Famiglia Cristiana) alle emittenti radiotelevisive. Sostenuta da intellettuali e media "non" cattolici. Anzi: laici; atei (più o meno) devoti. Raccolti intorno al Foglio di Giuliano Ferrara.

Una "Chiesa extraparlamentare", l'ha definita Sandro Magister in un lucido saggio di alcuni anni fa (pubblicato dall'Ancora del Mediterraneo). Capace di promuovere massicce campagne di opinione. Disposta a "scendere in campo" direttamente, come ha fatto in occasione del referendum sulla procreazione assistita. Questo modello è stato ispirato e guidato dal cardinale Camillo Ruini. Che ieri si è congedato dal ruolo di "vicario" di Roma, dopo quasi 18 anni. Esortando i vescovi, nel commiato, a non essere "sudditi". Di certo non lo sono stati negli ultimi 20 anni. Semmai il contrario.

Tuttavia, questa linea oggi appare in discussione. Per funzionare, esige una Chiesa in grado di orientare, almeno in parte, le scelte elettorali dei cattolici. In modo da premiare oppure punire le forze politiche, in base alla coerenza con le posizioni della Chiesa. Capace, ancora, di influire sulle scelte legislative, attraverso parlamentari "fedeli". Come un "gruppo di pressione" (non diremo "lobby", per non generare equivoci) in grado di esercitare una "pressione" efficace. Ciò non è avvenuto, in questa fase.

Giuliano Ferrara (ancora lui) ha denunciato, dopo le recenti elezioni, l'indebolirsi della presenza dei cattolici e degli esponenti vicini alla Chiesa: nell'attuale governo e nei posti-chiave dei principali partiti. Conseguenza implicita della scelta della Chiesa di non scegliere. Di non schierarsi apertamente. E, semmai, di appoggiare l'Udc di Casini e di Pezzotta. Coltivando una tentazione neodemocristiana. Una critica esplicita alla strategia "extraparlamentare" di Ruini.

Le recenti elezioni, d'altra parte, sottolineano come, dopo la Dc, sia finita anche l'era dell'unità politica dei cattolici. In modo, forse, definitivo. Lo mostrano i dati dell'indagine condotta dal Laboratorio di Studi Politici dell'Università di Urbino (LaPolis) nelle settimane successive al voto (campione nazionale di oltre 3300 casi). I cattolici confermano, come nel recente passato, di essere orientati prevalentemente a centrodestra. Il 34% di coloro che frequentano assiduamente la messa domenicale ha, infatti, votato per Veltroni (il 30% per il PD); il 48% per Berlusconi (il 41% PdL).

Tuttavia, la differenza rispetto al totale dei votanti non è eccessivo. Fra i cattolici praticanti, infatti, il Pd ottiene 3 punti e mezzo in meno rispetto a quanto avviene fra i votanti nell'insieme. Il contrario del PdL. Tuttavia, conviene rammentare che quanti vanno regolarmente a Messa (secondo l'Osservatorio socio-religioso triveneto, diretto da Gian Antonio Battistella e Alessandro Castegnaro) costituiscono una quota di poco inferiore al 30% della popolazione. Per cui, rispetto al risultato ottenuto dal Pd e dal PdL fra i votanti nel complesso, la differenza espressa dal voto dei cattolici praticanti si riduce a circa l'1%
L'Udc, da parte sua, ha effettivamente intercettato una quota di cattolici quasi doppia rispetto al proprio peso elettorale. Il 10% dei cattolici praticanti assidui. Che, però, sul totale dei voti validi, significa non più del 3%. Poco per garantire ai cattolici peso e rappresentanza. Anche perché, comunque, il 90% dei cattolici ha votato diversamente. Dati molto simili emergono da altre ricerche (Itanes, nella parte curata da Luigi Ceccarini; dati Ipsos, nelle analizzati da Paolo Segatti e Cristiano Vezzoni).

Anche per questo riteniamo che i progetti neocentristi volti ad allargare la base elettorale dell'Udc non produrranno effetti significativi. Visto che la presenza radicale nel Pd non pare averne indebolito la capacità di attrarre il voto cattolico. Peraltro, nella base elettorale dei principali partiti (Udc esclusa), i cattolici praticanti costituiscono una porzione significativa, ma minoritaria. E, sui temi sociali ed etici, esprimono posizioni maggiormente vicine alla parte politica di riferimento piuttosto che alla Chiesa.

Semmai, la preferenza per il Centrodestra appare molto più evidente fra i cattolici che esercitano la pratica religiosa in modo saltuario. Una componente, peraltro, ampia degli elettori (circa un quarto del totale), poco sensibile agli insegnamenti ecclesiastici. Animati da grande fiducia nella Chiesa, questi cattolici interpretano e praticano una religione secolarizzata e privatizzata. Più simile al "senso comune" che a una professione di fede esercitata con coerenza.

L'influenza della Chiesa, per essere davvero influente, deve rivolgersi in particolare a questo popolo di "fedeli tiepidi". Peraltro, più tradizionalisti e orientati a destra, sui temi etici ma anche sociali. Tuttavia, la "missione" perseguita da Benedetto XVI non dimostra indulgenza verso il relativismo religioso ed etico. Al contrario, mira a recintare il "campo religioso", tracciando confini chiari fra la verità dei cattolici e quella degli altri. Per questo potrebbe avvenire che la Chiesa abbandoni la via extraparlamentare. Che la gerarchia cattolica concentri la propria pressione (e la propria "missione") sulla politica e i politici. Cattolici e non. Ma, ancor prima, sugli stessi cattolici. Soprattutto, i più "relativi". Per rafforzare il potere di rappresentanza della Chiesa. E, forse prima ancora, per "educarli". Per trasformare la loro fede da relativa in assoluta.

domenica, giugno 22, 2008

l'intervento del Cardinale Sepe al Convegno Chiesa e Mezzogiorno

LA CHIESA E IL MEZZOGIORNO:

Aspetti etico – morali della questione meridionale

Istituto Italiano per gli Studi filosofici

Napoli, 20 giugno 2008

Illustri Signore e Signori,

Porgo un cordiale saluto a tutti voi e ringrazio l’Avv. Gerardo Marotta, per avermi invitato a tenere questa relazione su “La Chiesa e il Mezzogiorno: aspetti etico - religiosi della questione meridionale”.

Faccio una breve premessa citando il documento dell'episcopato Chiesa italiana e Mez­zogiorno. Sviluppo nella solidarietà, giacché esso assume oggi, a quasi un ventennio di distanza, un significato di straordinario valore storico. Di fronte ai preoccupanti segnali che ci riserva l’attuale con­siderazione in cui è tenuta la questione meridionale oggi ancora risulta forte il richiamo che i Pastori, vent’anni fa, rivolsero a credenti e non credenti: «La Chiesa, oggi, in Italia, specie quella operante nel Sud, di fronte alle situazioni di disagio e di attesa ……. deve esprimersi come “segno di contraddizione”, in ogni suo membro, in tutte e singole le sue comunità, in ogni sua scelta, rispetto al­la cultura secolarista e utilitaristica e di fronte a quelle dinamiche socio-politiche che sono devianti nei con­fronti dell'autentico bene comune» (n. 25).

Siamo purtroppo costretti ancor oggi a constatare la sostanziale indifferenza per la questione del Sud, in base alla convinzione che il suo sviluppo sia - di fronte ai macrofenomeni conseguenti al processo di globalizzazione economica - una questione marginale, destinata a scomparire, se dovesse mai scomparire, grazie al progresso generale del Paese, a cui invece occorre rivolgere tutte le energie e le attenzioni un una economia competitiva, lasciando ogni illusione di un intervento specifico rivolto al Sud.

La concentrazione di ogni interesse ed energia sui progetti utili al “sistema paese” diviene però paradossalmente una categoria non comprensiva, ma escludente il Sud ed i nodi che comportano, nel concreto, il grave ritardo registrato nelle regioni meridionali.

Già vent’anni fa i Vescovi italiani mettevano l’accento sulla modificazione dei modelli di comportamento e dei valori che aveva riguardato il Sud, trasformando e lacerando le reti di solidarietà familiari e sociali, che ne avevano tradizionalmente costituito il tessuto connettivo. Oggi l’assimilazione, nei comportamenti delle famiglie e dei giovani meridionali, di modelli edonistici fortemente segnati dall’individualismo, indifferenti ai legami sociali, ha inciso sulla comunità familiare, delegittimandola rispetto alle “agenzie” temporanee (gruppi giovanili, luoghi di ritrovo, intrattenimento organizzato…), fino a generare un ethos diffuso e aggressivo.

In un quadro economico, civile e sociale, che ben può essere riassunto dallo scenario di una modernizzazione senza sviluppo, desidero mettere in luce, molto brevemente, tre aspetti che mi sembrano particolarmente interessanti:

1) Innanzitutto, ritengo particolarmente rilevante il problema della legalità, divenuta apertamente rottura del patto sociale tra aree dello stesso Mezzogiorno (come ha evidenziato anche la “questione rifiuti”), rottura ancor più profonda di quella generata dall’esistenza di diverse vocazioni economico-territoriali che ha indotto a parlare di “tanti mezzogiorni”. Rispetto allo sfilacciamento di questo tessuto - che smembra sentimenti comunitari antichi e radicati - l’invasività della criminalità si presenta con una capacità politica inedita nelle forme e negli obiettivi, in grado di condizionare pesantemente larghi abusi sociali. La questione della legalità ha sommato ai profili antichi, nuove caratteristiche. Non permane soltanto l’antica, consolidata diffidenza per lo Stato, ma essa addirittura si salda con il nuovo individualismo insofferente ad ogni regola, legale o non legale.

La stessa questione dell’ossequio alla legge ha mutato aspetto: il problema della legalità non è costituito semplicemente dal mancato rispetto delle regole, ma dal disconoscimento di esse, anche negli atti della vita comune. Un tale disconoscimento si nutre della percezione che le regole non valgano più per nessuno. È questa una malattia mortale che tende a sgretolare la società e portarla alla decadenza . Prendere sempre più coscienza di queste realtà è un dovere imprescindibile.

Giuseppe Capograssi tranquillizzava sulla presenza del male nella storia: finché saremo capaci di riconoscerlo e contrapporre ad esso il bene, potremo salvarci, scriveva con speranza costruttiva. La vera, grave questione morale insorge quando il male viene chiamato bene e, in qualche modo, anche giustificato.

Anche in questo caso la seducente tentazione del relativismo - irrompendo nell’intimo dei valori del Sud - rischia di far divenire invincibile il male e puramente formale il richiamo alla legalità. In questa prospettiva il Sud vive la minaccia del suo più insidioso nemico nella negazione di ogni principio condiviso.

2) Un secondo aspetto riguarda le difficoltà oggettive create dal mancato sviluppo economico e delle difficoltà di accesso al lavoro per intere generazioni. Questa realtà costituisce la premessa di un tragico paradosso, esploso nella situazione sociale meridionale. La modernizzazione esteriore che ha riguardato, in una certa misura, la nostra società nei consumi e negli stili di vita, non corrisponde in realtà ad un effettivo sviluppo, finendo invece per accentuare il divario tra aspirazioni al benessere e al miglioramento della condizione sociale dei singoli e delle famiglie in tutti i ceti sociali, e la possibilità concreta,soprattutto, per la parte più indigente o più esposta culturalmente, di soddisfare quelle aspirazioni.

Ma è proprio l’individualismo che mina alle fondamenta le possibilità di riscatto e di sviluppo. È utile ricordare quanto raccomanda il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. (Parte prima, Capitolo Terzo, III. La persona umana e i suoi profili, 125): «la persona non può mai essere pensata come assoluta individualità, edificata da se stessa e su se stessa, quasi che le sue caratteristiche proprie non dipendessero da altri che da sé. Né può essere pensata come pura cellula di un organismo, disposto a riconoscerle, tutt’al più, un ruolo funzionale all’interno di un sistema».

Se non si parte dalla piena verità dell’uomo non è possibile avere alcuna nozione del bene comune. Essa non sopporta né l’individualismo destoricizzante ed esaltatore di una verità astratta sull’uomo, privo di connotazioni sociali, né il comunitarismo relativizzante, che annulla la persona ed i suoi diritti in una dimensione di clan, che rifiuta l’universalismo della verità ed il valore non arbitrario del bene comune. Il bene comune, come ricorda il citato Compendio (Capitolo Quarto. I principi della dottrina sociale della Chiesa II. Il principio del bene comune § 165), in riferimento al Concilio Vaticano II (Gaudium et spes), é «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».

Nelle regioni del Sud la crescita media - positiva a tutti gli effetti - delle condizioni di vita, ha creato una crescita dei consumi che ha però generato una temporanea illusione di sicurezza, in grado di provocare traumi tanto più grandi quanto più invece i destini personali dei singoli giovani rischiano di esse­re compromessi dalla perdita di senso, dalla carenza di realizzazione personale e di identità sociale, dal manca­to inserimento sociale. Accade così che il capitale umano nel Sud vada sprecato: l’alta scolarizzazione e la stessa spesa per l’istruzione - come documentato anche dalla Banca d’Italia - non si traduce in offerta di lavoro qualificato per le difficoltà di trovare un’adeguata domanda, nonostante la presenza di una formazione universitaria diffusa, con il documentato allontanamento di un’alta percentuale dei laureati meridionali verso altre aree del paese, che finisce per impoverire proprio il capitale umano, indispensabile allo sviluppo meridionale.

La fuga soprattutto dei giovani dalle nostre città sta determinando nuove e, purtroppo, frequenti forme di emarginazione con il conseguente depauperamento non solo demografico, ma anche culturale del Meridione. Se i giovani migliori se ne vanno, non ci rimane altro che una mediocrità contraria ad ogni possibile sviluppo.

3) Un terzo aspetto si riferisce alla formazione. L’effetto scoraggiamento - già registrato e denunciato in relazione per la ricerca dell’occupazione, specie nel Sud e per il lavoro femminile, con gravi conseguenze sociali e morali - si estende negli ultimi tempi anche all’atteggiamento circa la formazione, in specie quella scolastica: recenti indagini mettono in luce come tra i giovani l’istruzione non sia considerata né necessaria né utile, venendo considerati altri e differenti percorsi, meno faticosi e più seducenti, i più adatti a conseguire i propri obiettivi, benché effimeri. Non più impegno e dedizione, ma adesione all’effimero e al gradito. Ciò segna una grande differenza con le generazioni che hanno considerato - anche in condizioni assai più difficili - la scuola come l’occasione di riscatto morale e sociale per il proprio futuro e per quello della propria famiglia. Proprio la perdita della prospettiva del futuro nei giovani sembra la minaccia più grave e incombente sul destino del Mezzogiorno.

Questo rilevante aspetto andrebbe affrontato: occorre saldare il progetto di istruzione, in grado di animare il mercato del lavoro qualificato, ad un progetto formativo che inserisca il lavoro in una rinnovata trama capace di ricostruire una rete di relazioni che includa la speranza, senza la quale non esiste alcuna prospettiva comunitaria. È necessario mettere in campo tutte le più sane e positive energie in modo da realizzare ipotesi concrete di sviluppo che aiutino a uscire dalle torri d’avorio pronte, come si è già dimostrato in tante occasioni, a concorrere e a lottare per il bene comune.

Questa è forse l’unica strada per combattere ogni forma di morte sociale e abbattere quella cultura della disonestà, della sfiducia e del disfattismo.

Conclusione : l’impegno della Chiesa.

Assume dunque un grande significato il ruolo che svolge e può sempre svolgere la Chiesa meridionale: la comunità ecclesiale vuol essere anche oggi, come già in passato, una particolare forma di aggregazione solidaristica presente ca­pillarmente nella storia del Mezzogiorno. È questo lo scopo per cui noi Vescovi dell’Italia Meridionale abbiamo deciso di organizzare a Napoli, possibilmente nel prossimo mese di Novembre, un convegno sul ruolo della Chiesa che è nel Mezzogiorno. Come già venti anni fa, la Chiesa vuole proporsi all’intera comunità nazionale come segno di speranza.

Vogliamo ri-organizzare la speranza per evitare che qualcuno ce la rubi e ci condanni a una morte sociale e religiosa.

Questa nostra speranza non è il segno di illusorie ipotesi, ma è impegno concreto perché ognuno possa trovare uno spazio nel quale realizzare la sua personalità e le sue potenzialità.

Credo che iniziative, come quella di oggi, in cui abbiamo le possibilità di confrontarci, vadano nella direzione giusta.

È una provocazione culturale, un parlare insieme nel segno della speranza, convinti che le idee che ci scambiamo saranno capaci di aprire la giusta strada a quanti si rendono disponibili a dare il proprio contributo per organizzare la speranza nel nostro Mezzogiorno.

martedì, giugno 03, 2008

Il caso Zingari

La Comunità di Sant’Egidio
è lieta di invitare
alla presentazione del libro
“IL CASO ZINGARI”
A cura di Marco Impagliazzo
Leonardo International 2008

Giovedì 5 giugno 2008 - Ore 17.30
Auditorium Arcivescovile
Largo Donnaregina, 22 Napoli

Intervengono:
Francesco Paolo Casavola
Presidente Emerito della Corte Costituzionale
Aldo Masullo
Professore Emerito dell’Università “Federico II”di Napoli
Gino Battaglia
Comunità di Sant’Egidio
Angelo Scelzo
Sottosegretario del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali
Paolo Morozzo della Rocca
Università di Urbino