lunedì, maggio 13, 2019

parte Sannio Social Factory: una serata di impegno e amicizia civica.

Partenza importante per il nuovo acceleratore sociale  nato in Via Francesco Flora a Benevento.







Promotori di questa nuova iniziativa sono Pasquale Orlando, una lunga tradizione associativa e amministrativa  e Salvatore Esposito impegnato nella comunicazione e nell’Università , da sempre attenti alle esigenze connesse alla collettività ed ad una maggiore e più accurata valorizzazione e promozione del territorio. “Dialogo tra le generazioni per riscoprire il mutualismo con la necessaria innovazione- queste le indicazioni iniziali di una esperienza che vuole coniugare piedi a terra e sguardo lontano”.



Sannio Social Factory vuole essere un luogo aperto territoriale, un punto della rete a cui accedere liberamente per autogestire servizi e opportunità attraverso cooperazione e mutualismo.
Il Sannio Social Factory  collaborerà con tutti soggetti pubblici e privati del territorio per proporre una azione comune di tutela e sviluppo territoriale a partire dalle tante risorse umane da sostenere in un percorso di impegno e partecipazione civile.
I Campi di azione indicati sono quello della comunicazione sociale, della difesa del potere di acquisto delle famiglie, del turismo sociale, del  sostegno alle aziende e alle famiglie a rischio di usura e racket grazie alla sinergica azione con Finetica, alla formazione e alla valorizzazione delle competenze per lo sviluppo.
Sin d’ora è possibile partecipare alle diverse attività, associandosi al progetto e contribuendo alla sua realizzazione.



lunedì, maggio 06, 2019

Economia Il sociale come rigeneratore di valore: opportunità e sfide per banche, impact investors e filantropia

Paolo Venturi


Il tema del “sociale” che produce valore, nella storia ha avuto declinazioni diverse. Noi oggi non parleremo del “sociale” che definisce la sua identità nella “non lucratività” della sua attività, del sociale che viene categorizzato a partire da ciò che non è, ossia un soggetto che non deve produrre profitto. 

 Fra l’altro questo è un errore enorme perché il divieto non è nel far utili ma nel ridistribuirli, ma approfondiremo quella visione che identifica la socialità nel “valore prodotto dalle relazioni”. Oggi parleremo del valore sociale di organizzazioni che generano soluzioni, che alimentano comunità, legami, e quindi capaci di dare risposta tanto ai bisogni dei cittadini quanto alle loro aspirazioni. Innanzitutto occorre ricordare che “il sociale” per essere autentico deve trovare coerenza fra mezzi e fini. In altri termini, per le organizzazioni orientate all’interesse generale “il come” è importante tanto quanto il “perché”. È pur sempre vero che la socialità trova il suo ancoraggio nel fare comunità e nell’erogazione di servizi meritori ma oggi, è nella creazione di valore (anche economico) che è possibile osservare il nuovo ruolo delle istituzioni non orientate al mero profitto. In altri termini la molecola della socialità è parte integrante della formula per generare “valore aggiunto”. Il sociale che crea valore non è una cosa recente, ma è parte del DNA della storia del nostro Paese. Fino alla fine del 1700 il sociale e l’economico erano in qualche modo legati, la dimensione espressiva e la dimensione strumentale di un’azione convivevano in armonia, così come l’utilità e la felicità (principi oggi separati). Dopo la rivoluzione industriale il paradigma che si è affermato prevedeva che la produzione della ricchezza fosse affidata ad alcuni soggetti (le imprese for profit), la ridistribuzione allo Stato, lasciando così alle organizzazioni non profit una funzione residuale, di nicchia. Il sociale esce così dal mercato e viene confinato nella sfera della responsabilità dell’impresa, nell’agire gratuito dei cittadini (volontariato) e nella filantropia. Oggi assistiamo ad una riemersione di temi e valori che nella storia economica erano stati in maniera colpevole accantonati. Il superamento di questa visione lo si può osservare nel diverso ruolo che ricopre “il sociale”: non più effetto o esternalità della produzione, ma bensì come premessa. Se passiamo infatti da un’idea legata “all’estrazione di valore” o alla sua mera contabilizzazione, ad una che si focalizza sulla “generazione del valore” (su questo tema M. Mazzucato ha recentemente scritto un libro molto bello “The value of everything”) scopriamo come oggi non possiamo omettere, nella definizione di una strategia economica di lungo periodo, la dimensione sociale. In altri termini l’efficienza è necessaria ma non più sufficiente per costruire la competitività e la sostenibilità. Questo è il vero passaggio: il sociale inteso come qualità del valore, sostenibilità, cura dei propri stakeholder (tema già anticipato da Porter e Kramer quando parlavano di valore condiviso) non è più un’esternalità o un effetto dell’azione economica, né tanto meno un elemento che può essere usato unicamente per sanare i “fallimenti” dello Stato e del Mercato. Il sociale è un elemento che entra dentro la “value chain” delle imprese. Il valore è perciò l’esito di una “conversazione” fra la dimensione economica e quella sociale. Il tema della competitività si genera quindi nella convergenza fra la socialità (intesa come senso e fine dell’azione) e l’imprenditorialità. La socialità alimenta il fare impresa e il rischio dell’imprenditore, inteso come colui che genera valore aggiunto. L’avvicinamento del sociale, in tutte le sue forme, alla dimensione imprenditoriale sta creando una nuova generazione di istituzioni: una terra di mezzo popolata da imprese “intenzionalmente sociali” (es. Imprese Benefit) e da organizzazioni non profit “intenzionalmente imprenditoriali” (es. Associazioni che assumono la qualifica di impresa sociale). Questa convergenza sta alimentando due effetti oggi ben visibili. Il primo ha a che fare con la ridefinizione del concetto di efficienza. La razionalità economica ha sempre misurato l’efficienza nell’ottimizzazione dei processi e nell’allocazione ottimale delle risorse in funzione della massimizzazione del profitto. Se oggi assumiamo, come detto in precedenza, che il sociale fa parte della produzione del valore significa che la scelta efficiente è innanzitutto quella che razionalmente è capace di incorporare valore sociale e conseguentemente significa fare scelte di valore. Esemplare su questo è la lettera che ha inviato Larry Fink di BlackRock ai propri dipendenti e ai propri investitori, ricordando loro che il criterio guida delle loro scelte future dovrà basarsi principalmente su quello che ha definito “The sense of purpose”. La cosa è rilevante perché certifica come, oltre al rischio e al rendimento, ci sia una terza dimensione, quella etica, che compone il paniere della nuova razionalità economico-finanziaria. Ecco quindi il primo punto che volevo proporre: la trasformazione prodotta dal sociale sta nell’aver ridefinito il principio di efficienza allargandolo a quella che possiamo chiamare razionalità sociale o ragionevolezza. Per dirla con Von Wright: “i giudizi di ragionevolezza sono orientati verso il valore. Ciò che è ragionevole è senza dubbio anche razionale, ma ciò che è meramente razionale non sempre è ragionevole”. Bisogna recuperare gli assunti di valore, per essere efficienti e sostenibili. L’altro elemento che segna la trasformazione prodotta dal sociale ha a che fare con la costruzione dell’identità delle istituzioni (profit/non profit), infatti un conto è riconoscere l’identità, altro è costruirla. Se l’identità è un insieme di caratteristiche che connotano di sé un soggetto ed è qualcosa che è frutto di un processo di scelta, è evidente che essa non “si dia” una volta per tutte. Infatti, quello identitario è un fenomeno prettamente morfogenetico, un fenomeno cioè ad elevato grado di cambiamento che evolve sia per spinte interne, sia in seguito alle trasformazioni della società in cui tanto il for profit quanto il non profit, sono inseriti. In tal senso, la costruzione – e non già la scoperta – dell’identità comporta sempre che un confine mobile venga tracciato. E ogni confine, per il fatto stesso di separare interno ed esterno, comporta sempre il rischio della difesa ad oltranza della propria identità. Ciò la rende precaria e pericolosa: precaria perché un’identità che non riesce a vedere l’altro non è sostenibile alla lunga; pericolosa, perché un’identità che non si pone in discussione degenera, prima o poi, nell’integralismo, cioè nel rifiuto a priori della diversità dell’altro. Dico questo perché oggi, nell’era del sociale che produce valore, non possiamo riconoscere l’identità solo leggendo l’iscrizione ad un albo o conoscendo la tipologia giuridica. In questo senso va anche la riforma del Terzo Settore che, istituendo la qualifica giuridica dell’impresa sociale, permette ad associazioni e fondazioni (tradizionali enti non profit) di assumere la natura imprenditoriale. Appunto, un conto è riconoscere l’identità altro è costruirla. La costruzione dell’identità si deve misurare inevitabilmente con delle scelte a volte rischiose e con l’allineamento fra intenzioni, risultati e trasformazioni prodotte; un po’ come la circonferenza di Eraclito, dove il principio e la fine devono coincidere. Nel sociale questo è fondamentale, non bastano le intenzioni buone per garantire le azioni buone e né tantomeno le intenzioni buone sono garanzia delle trasformazioni buone. Quello che voglio dire è che il Terzo Settore, in un’epoca in cui la dimensione sociale è sempre più pervasiva, non può accontentarsi di un riconoscimento formale di “non lucratività”, ma deve declinare la sua biodiversità nei fatti e nelle trasformazioni che genera, ossia nell’impatto sociale che produce. Oggi il tema del sociale si misura sempre di più con le trasformazioni, cioè con gli effetti che le attività sociali producono sul contesto (comunità) e sui beneficiari. L’agire sociale non è solo un atto di solidarietà, ma è anche un modo per trasformare la società, generare cambiamenti e condivisioni fra persone che considerano la relazione come un “bene in sé” (Arrow). Questo cambiamento, che vede il sociale come “input” del valore e non come mera esternalità, sta generando uno scenario completamente diverso dal passato. Panorama che vede crescere nel non profit la popolazione appartenente alla sfera produttiva e imprenditoriale. Sono 336.000 le organizzazioni non profit, di queste 20.000 sono imprese sociali (cooperative sociali e imprese sociali ex lege), sono relativamente poche in termini numerici, ma producono oltre il 50% dei 900.000 occupati del Terzo Settore. Dentro queste 336.000 c’è un nucleo che produce valore in maniera stabile e continuativa, perché stabile e continuativa è la dimensione appunto dell’imprenditorialità sociale. Imprenditorialità che è destinata inesorabilmente a svilupparsi, anche perché si rivolge ad una domanda pagante che cresce in maniera esponenziale. E’ stata stimata in circa 110 miliardi della spesa complessiva delle famiglie e dei cittadini per la cura, la sanità (40 miliardi di spesa out of pocket), la scuola, l’assistenza, ecc. Se a questo flusso crescente aggiungiamo i 21 miliardi che le imprese sono in grado di mettere in campo attraverso progetti di welfare aziendale, si capisce bene come il mercato delle imprese sociali sia destinato ad aumentare. Un mercato che potrebbe aspirare ad avere una scala industriale in quanto, quella sociale, è una delle più significative e consistenti voci di domanda interna del nostro paese. A tutto ciò si aggiunge l’impatto della tecnologia che aumenta in maniera sensibile le opportunità e la scala dei progetti sociali, riducendo in maniera consistente i costi. La nuova imprenditorialità sociale infatti cresce con modelli di business diversi, che si nutrono in misura massiccia di strumenti come l’intelligenza artificiale, la blockchain e l’internet of things. Le nuove imprese sociali sono modelli “ibridi”, cioè capaci di ricombinare la dimensione commerciale con quella sociale, superando le classificazioni tradizionali (profit/non profit – pubblico/privato) Quella a cui stiamo assistendo, quindi, è la nascita di una nuova categoria di imprese che potremmo definire a “vocazione sociale” (cosa ben diversa da quella a responsabilità sociale). Se voi guardate molti bandi promossi da fondazioni, potete già notare come queste, oltre a non profit, imprese sociali, cooperative sociali, si rivolgano anche alle imprese a vocazione sociale, intendendo tutta quella “terra di mezzo” fra il profit e il non profit che si propone di perseguire finalità d’interesse generale (es. SIAVS, Benefit Corp, ecc). Ma la vocazione sociale di queste imprese come viene misurata? Dall’impatto sociale che possiamo definire come la metrica che ci permette di capire se la vocazione è autentica o meno; ecco perché è fondamentale far cultura e migliorare gli strumenti di misurazione. L’impatto sociale diventa così lo strumento principale per qualificare e misurare la socialità dell’azione imprenditoriale sulla comunità di riferimento. La seconda parte del mio intervento voglio dedicarla alle risorse per finanziare queste nuove imprese. Se, come detto, cambiano i meccanismi di produzione del valore, il concetto di efficienza e le identità delle istituzioni, allora deve cambiare anche il mix di risorse che serve per lo sviluppo di queste organizzazioni. In altri termini se i modelli di gestione e di produzione del valore sono plurali e ibridi (pubblico/profit/non profit), anche le risorse finanziarie devono in qualche modo essere plurali, cioè devono ricombinarsi; non è più pensabile immaginare che il non profit possa svilupparsi solo con l’autofinanziamento, che l’equity sia prerogativa solo del for profit o che la cooperazione sociale si patrimonializzi solo con l’apporto di persone fisiche. Serve una visione nuova capace di dilatare le strategie finanziarie del non profit e dell’impresa sociale. Da una ricerca realizzata da AICCON sul tema della finanza per il Terzo Settore, emerge l’intenzione delle cooperative sociali di coprire parte dei propri investimenti (circa il 7%) attraverso l’apporto di investitori privati esterni. Può sembrare una cosa non significativa ma emerge per la prima volta, dopo 7 anni di osservazione. Questo è il segno di come, anche dentro al perimetro mutualistico, si stanno aprendo opzioni rivolte a investitori prima impensabili (questa tendenza dovrebbe amplificarsi grazie alla riforma del Terzo Settore che permette ad investitori privati di entrare nella governance delle imprese sociali e di ricevere, anche se in forma ridotta, dividendi). Le strategie finanziarie diventano così ibride come la natura delle imprese a cui si rivolgono. Detto ciò, vorrei concludere sottolineando molto sinteticamente i trend più significativi rispetto alle risorse rivolte all’economia sociale e al non profit: 1. Filantropia. Oggi questa “asset class” si sta orientando su due ambiti: il primo è quello della generazione d’impatto sociale attraverso l’auto-organizzazione delle comunità, il secondo ha a che fare con il “consolidamento e la crescita” delle competenze presenti nelle organizzazioni non profit. Quindi community building e capacity building sono i due obiettivi verso cui il finanziamento delle fondazioni bancarie e delle organizzazioni filantropiche si sta orientando. Non si stimola più soltanto l’efficiente allocazione delle risorse, ma si stimola la generazione di infrastrutture sociali. Si stimola l’aggregazione della domanda, si stimola l’attivazione della domanda. E’ un cambiamento radicale, nel senso che non si ha più solo l’obiettivo di sostenere dei progetti meritori, ma ci si orienta su progetti che generino soluzioni comunitarie sostenibili. 2. Le Banche. Gli istituti di credito stanno cambiando profondamente anche sotto la spinta delle trasformazioni prodotte dal sociale. Per quanto riguarda il loro posizionamento nel Terzo Settore, siamo passati dalle minoranze profetiche, alle banche orientate al prodotto, poi ai settori. Oggi assistiamo ad una nuova fase nella quale “il sociale” sta riorientando la visione e la “dimensione strategica” delle maggiori banche. Da cosa lo vediamo? Dall’ investimento significativo che stanno facendo sulla formazione del loro capitale umano, e dalla tendenza ad uscire dal classico ruolo di erogatore, al fine di proporsi come “network orchestrator” (A. Giudici) fra profit e non profit, favorendo la creazione di progetti ibridi a finalità sociale. 3. Gli Investitori. In questo scenario è facile prevedere in futuro un maggior peso degli investitori. I fondi di social venture si proporranno con maggior intensità quali partner interessati a partecipare ai business sociali promossi da queste nuove forme di economia. Dalle ricerche più recenti si evidenzia come stiano crescendo la domanda di beni e servizi ad alto contenuto sociale e, conseguentemente, il numero dei fondi e fondazioni volte a promuovere imprese orientate all’impatto sociale. Siamo in una fase di transizione ed il processo di cambiamento è in corso. Non sappiamo cosa succederà in futuro, sappiamo però con certezza che il sociale sta cambiando l’economia e il modo di produrre valore, perciò dobbiamo attrezzarci per un nuovo paradigma dove peseranno maggiormente la coesione e la sostenibilità.

venerdì, maggio 03, 2019

prende il via Sannio Social Factory


Benevento – Venerdì 10 maggio prende il via Sannio Social Factory, il nuovo acceleratore sociale che nasce a Benevento con sede in via Flora 2 del capoluogo sannita.
Sannio Social Factory è luogo di condivisione di cultura, idee e progetti sociali. Sannio Social Factory collaborerà con tutti soggetti pubblici e privati del territorio per proporre una azione comune di tutela e sviluppo territoriale a partire dalle tante risorse umane da sostenere in un percorso di impegno e partecipazione civile. I locali di Sannio Social Factory ospiteranno anche la nuova redazione del free press mensile Cronache del Sannio. 
Nei prossimi mesi Sannio Social Factory metterà in campo azioni di comunicazione sociale, di turismo sociale e sostegno alle aziende e alle famiglie a rischio di usura e racket. Anche la formazione e la valorizzazione delle competenze per lo sviluppo saranno al centro delle attività targate Sannio Social Factory.  Promotori di questa nuova iniziativa sono Pasquale Orlando, una lunga tradizione associativa e amministrativa, e Salvatore Esposito editore e direttore di Cronache del Sannio.
L’inaugurazione di Sannio Social Factory si accompagnerà (a partire dalle ore 19.00) ad un aperitivo fotografico e saranno inoltre presentati i primi appuntamenti pubblici che verteranno sulle prossime elezioni europee. 

mercoledì, aprile 03, 2019

CIVES, Roberti: “La vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie”


I cittadini sentono forte l’esigenza della legalità. Lo testimonia la forte affluenza di pubblico al decimo incontro di Cives – Laboratorio di formazione al bene comune dal titolo “Forti contro la corruzione e le mafie”, che si è tenuto presso la sede del Centro di cultura “Raffaele Calabria” il 2 aprile. Relatore atteso ed applaudito Franco Roberti, attuale assessore regionale alla sicurezza, già Procuratore nazionale antimafia. A rendere omaggio a Roberti le massime autorità civili, militari e politiche della città. Tra di essi il prefetto Francesco Antonio Cappetta, il procuratore della Repubblica di Benevento Aldo Policastro ed il procuratore aggiunto Giovanni Conzo, il Vicario del Questore Francesco Marino, il colonnello Alessandro Puel alla guida del Comando provinciale Carabinieri di Benevento, il comandante provinciale della Guardia di Finanza colonnello Mario Intelisano e il Vice comandante della Polizia municipale di Benevento Fioravante Bosco. Verso la fine dei lavori è giunto anche l’Arcivescovo di Benevento Mons. Felice Accrocca.
Ha introdotto i lavori Ettore Rossi, direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della diocesi di Benevento che ha ricordato Papa Francesco e la sua citazione: ”La corruzione è il linguaggio più comune delle mafie”. Essa è responsabile in modo trasversale di tanti dei nostri attuali problemi di sviluppo, del “furto di democrazia” nelle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e persino del fenomeno della migrazione. Molti, infatti, fuggono dalla corruzione che affligge i Paesi di provenienza. Rispetto alle mafie il problema della corruzione sembra essere meno sentito e, se dopo le stragi degli anni Novanta  è cresciuta la sensibilità rispetto al fenomeno mafioso e si avverte più forte la necessità di contrastarle, della corruzione si percepisce ancora poco in merito alla pericolosità, altrettanto preoccupante per gli addetti ai lavori, ma quasi un vezzo per tanti cittadini comuni. Da recenti indagini internazionali l’Italia si colloca al 53° posto in materia di corruzione. “Di certo, può esservi uno scollamento rispetto ai dati reali”, rassicura Rossi, “ma è certo che per gli investitori esteri il nostro Paese non è molto appetibile a causa del problema”. Prima di concludere il suo intervento il direttore della pastorale sociale incita i tanti giovani a cooperare perché la nostra provincia si attivi per il “ben vivere” e richiama un punto del “Decalogo del buon politico” di don Luigi Sturzo, così attuale, a distanza di oltre un secolo e vi trae uno dei principi fondamentali cui dovrebbe ispirarsi ogni politico serio: ”Se ami troppo il denaro non fare attività politica”.
Anche per Michele Martino referente provinciale di “Libera” sono i giovani il fulcro per la costruzione di una nuova coscienza civica. Vanno dotati di conoscenza, consapevolezza e responsabilità, dice. “Non potremo mai essere liberi e forti se non riconosceremo le nostre mafie, i clan che pure affliggono la nostra provincia, le mafie  su cui si indaga nella Valle Caudina o quella che a S. Lorenzo Maggiore ha impiantato il racket dei rifiuti”. Il modo in cui si banalizza il parlare di mafie rischia di farne un evento meramente narrativo, fine a se stesso. Parallelamente occorre tenere viva la memoria di quanti, anche nel Sannio, hanno pagato con la vita l’essere al servizio dello Stato e della comunità. “Sostituire l’io con il noi” è la sfida che ci compete. Poi loda l’iniziativa della Prefettura di Benevento, impegnata nella restituzione dei beni confiscati alle mafie, perché, restituiti alla comunità, siano forieri di iniziative di occupazione. Sul valore del recupero culturale ed economico dei beni confiscati si innesta l’intervento di Franco Roberti che lamenta le difficoltà dell’Agenzia nazionale a valorizzarli con l’ingegno e le professionalità di cui i nostri territori dispongono a iosa. Molto sta cambiando, rassicura l’ex procuratore antimafia: dal 2012 esiste in Campania una  legge regionale che si pone l’obiettivo di recuperare alla comunità i beni confiscati che attualmente sono oltre 5000, con 720 aziende produttive. La corruzione, sostiene Roberti, testimonia dell’evoluzione delle mafie che, l’hanno sostituita alla violenza. Dopo le stragi degli anni ’90 le mafie hanno mutato il proprio modus operandi: non più sparatorie, che minano la quiete apparente sotto cui può prosperare il malaffare, ma un patto di omertà che lega il corruttore al corrotto  senza il ricorso ad azioni eclatanti. Le mafie si sono evolute anche grazie ad alcuni fenomeni che hanno rivoluzionato la società civile. La globalizzazione in primis, che ha avvantaggiato l’esportazione di denaro proveniente da attività illecite nei cosiddetti “paradisi fiscali”, cui hanno contribuito  la debolezza dei mercati e la permeabilità delle Pubbliche Amministrazioni; il vuoto normativo in alcuni Stati e l’incrocio tra domanda e offerta  in ambito criminale, si pensi allo smaltimento illecito di rifiuti, allo spaccio di droga, le estorsioni, il cybercrime, e il ritorno in termini di appoggio elettorale, per citare qualche esempio. “La vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie, risiede nel mondo civile e si nutre della corruzione che striscia e permea la società civile”, si dice certo l’assessore. Si tratta ormai di corruzione sistemica, la stessa che ha prodotto il “mondo di sopra e quello di sotto” di Carminati e Buzzi a Roma. Tra di loro vi è il mondo di mezzo, in cui si insinua il fenomeno della corruzione, difficile da stanare, anzi da riconoscere. Di fatto, al processo di primo grado i due personaggi chiave di “Mafia capitale” non furono riconosciuti soggetti mafiosi; si è dovuti arrivare al processo di appello perché le prove risultassero inconfutabili. Quali strumenti abbiamo per combattere mafie e corruzione? Si chiede l’ex procuratore. Si dice soddisfatto della normativa esistente in Italia. La Convenzione di Merida del 2003 ha implementato i campi di azione e di deterrenza e oggi molte leggi antimafia sono adottate per combattere anche la corruzione, ma il problema resta la mancata sinergia in campo internazionale. In Europa vige dal 1970 l’istituzione della PESC (Politica estera di sicurezza comune), e anch’essa ha le sue falle, ma con Paesi come la Nigeria, la Romania, l’Albania è difficile la cooperazione e l’intesa comune sui temi della sicurezza. Estradizioni tempestive, comuni approcci alle indagini, scambio di informazioni, memoria informatica donata ad altri paesi sono alla base dell’affermazione di uno Stato di diritto che si rispetti e che rispetti i suoi cittadini. Quei cittadini che, secondo Roberti, hanno perso fiducia nelle istituzioni per l’assenza di una comunicazione veritiera ed efficace sulla sicurezza. “Avevo proposto la figura di un procuratore europeo che svolgesse le stesse funzioni di un procuratore antimafia, ma la proposta è stata accolta solo da 22 dei Paesi della UE” e non se ne è fatto nulla”.

lunedì, febbraio 25, 2019

CIVES, l’economia del Sannio deve puntare sulle proprie risorse


Costruire un’economia forte per un Sannio libero. È stato questo il tema della tavola rotonda organizzata nell’ambito della XII edizione di “CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune” e tenutasi venerdì presso il Centro di Cultura “R. Calabrìa”. Davanti ad un folto pubblico fatto di studenti e persone impegnate sono intervenuti: Giuseppe Marotta Direttore DEMM Università del Sannio, Filippo Liverini Presidente Confindustria Benevento, Mario Melchionna Segretario Generale CISL IrpiniaSannio, Pasquale Orlando Coordinatore “Risorsa Mezzogiorno”.





Nell’introdurre la tavola rotonda Ettore Rossi, Direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento, ha spiegato: “Con il contributo di alcuni importanti attori locali, intendiamo focalizzare la questione di come fare in modo che l’economia del Sannio possa diventare “forte” per rendere il nostro territorio “libero”, con un esplicito richiamo alle categorie fondamentali del pensiero sturziano. Questo obiettivo è da realizzare nell’ottica di uno spirito cooperativo e in una convergenza di interessi che unisca, appunto, le diverse parti della società. È tempo, quindi, di costruire per le nostre aree interne una nuova rappresentazione e narrazione che non le descriva più come contesti tagliati fuori dai flussi della modernità, ma come luoghi di nuove opportunità in cui innescare processi di protagonismo dal basso e di attivazione vera delle comunità per costruire inediti progetti di vita e di sviluppo”.

Il Prof. Marotta ha evidenziato tre criticità dell’economia sannita: “Un primo elemento di debolezza è la demografia, perché perdiamo ogni anno 1400 persone, cioè un paese che scompare; aumenta quindi il tasso di senilizzazione con una popolazione fatta sempre più da anziani, mentre i giovani con un titolo di studio completo vanno via. Un secondo elemento di criticità è la fragilità delle strutture produttive, con la prevalenza di imprese di piccole dimensioni a carattere familiare, non solo nel settore agricolo. Il terzo aspetto fa riferimento al deficit infrastrutturale; pensiamo al fatto che ancora oggi alcuni paesi della provincia non sono adeguatamente collegati al capoluogo. E questi sono aspetti che limitano lo sviluppo”.
Il Presidente di Confindustria Benevento Liverini ha ricordato che “la nostra provincia partecipa al PIL regionale solo per il 4%, mentre gli occupati nel Sannio sono 90mila. La nostra provincia ha perso 13mila posti di lavoro in 10 anni. Per quanto riguarda i NEET la provincia di Benevento si colloca al 90° posto su 107 con un tasso pari al 33%.”. Il rapporto tra imprese e abitanti è alto, segno che molti tentano di mettere su delle piccole iniziative imprenditoriali per superare le difficoltà legate all’assenza di lavoro. “Oggi tante progettualità – ha sostenuto Liverini – spingono per riconsiderare in termini positivi la possibilità di fare impresa. Quello che conta è la volontà del singolo”.
Per Mario Melchionna Segretario della Cisl IrpiniaSannio la situazione della provincia di Benevento descrive un bollettino di guerra, con la disoccupazione giovanile al 57%. L’esponente sindacale ha lanciato anche qualche monito: “Sta per passare la legge sull’autonomia differenziata per la quale i nostri problemi di meridionali saranno triplicati. Si rischia di togliere il presente ad interi nuclei familiari. In Campania entro il 31 dicembre del 2019 bisogna spendere 649 milioni di euro di fondi europei e mi chiedo se siamo in grado di spenderli”.
Pasquale Orlando coordinatore di Risorsa Mezzogiorno a proposito della questione demografica che caratterizza il territorio ha affermato, citando Franco Arminio: “Le nostre comunità devono essere ruscelli e non pozzanghere. Stiamo perdendo i trentenni e i quarantenni e a causa di questo manchiamo di innovazione. Oltretutto molte iniziative di sviluppo locale non sono andate a buon fine. Abbiamo stupendi paesi con i pavimenti di porfido ma deserti”.
Sul piano delle opportunità il Prof. Marotta ha evidenziato l’enorme valenza del nostro settore agroalimentare. Esso è considerato strategico a livello europeo, riferendosi a tutti quei cibi che hanno un legame stretto con il territorio. “Rispetto a questo ambito bisogna però fare uno sforzo organizzativo. Aggiungo che il riconoscimento di città europea del vino conseguito dai nostri cinque comuni potrà favorire un flusso rilevante di turisti. Un altro aspetto positivo sul piano turistico è il recupero dei treni storici. Per il Sannio è importante valorizzare le risorse non delocalizzabili per farle diventare valore economico”.
Tra le opportunità che potranno sostenere lo sviluppo del Sannio il Direttore del DEMM ha richiamato il riconoscimento di zona economica speciale dell’area ASI e soprattutto l’infrastruttura rappresentata dalla linea ad alta capacità Napoli Bari, che rappresenterà una metropolitana veloce soprattutto per il nostro collegamento con il capoluogo di regione.  “Secondo la nostra analisi d’impatto – ha spiegato il docente dell’Unisannio – questa infrastruttura porterà al Sannio un 3% di demografia in più, in quanto potrà permettere a tante persone di lavorare nelle grandi città e poi vivere qui. Voglio rimarcare anche che la provincia di Benevento ha il miglior indice di qualità istituzionale sia in Campania che in tutto il Mezzogiorno”.
Anche Liverini in conclusione ha manifestato ottimismo ed auspicato che le aziende del territorio aprano le porte ai giovani “per portare la loro professionalità, per esempio, nell’export”. Nello stesso senso Melchionnna che si è detto convinto che “possiamo fare del Sannio un gioiello e gli attori di questo risultato dobbiamo essere noi”.
https://www.tvsette.net/2019/02/22/cives-prospettive-future-delleconomia-sannita-le-foto/

mercoledì, febbraio 20, 2019

Io Respiro. La campagna di prevenzione pneumologica alla Fap Acli Napoli.

La campagna “Io respiro “ promossa da Senior Italia, a Napoli Nord con Fap Acli Napoli Vitattiva La campagna “Io respiro “ promossa da Senior Italia, a Napoli Nord con Fap Acli Napoli Vitattiva con il dott. Goffredo Alviano! Grazie alla presidente nazionale di Federcentri Elvia Raia,al segretario provinciale Fap Acli Gennaro Guida . Pronti a nuove sfide, un saluto da Pasquale Orlando.-- !