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giovedì, ottobre 14, 2010

Iervolino, affondo sulle istituzioni campane «Camorra non vicina al potere, ma al potere»


NAPOLI (14 ottobre) - «La camorra non è vicina al potere, è al potere». Lo ha detto il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, intervenuta all'incontro di apertura del primo congresso provinciale di Sinistra, ecologia e libertà, oggi a Napoli. «Non voglio attribuire nomi specifici - ha sottolineato - ma non c'è nemmeno bisogno. Quando si chiede l'arresto di una persona o la decadenza di un'altra, mi pare che un motivo ci sarà. Non facciamo gli ingenui».

Dichiarazioni forti, che hanno subito scatenato polemiche

lunedì, marzo 01, 2010

Il Cardinale Sepe: la corruzione come la mafia


A Radio vaticana l'arcivescovo di Napoli tuona contro
il cancro che infetta l'amministrazione pubblica

Il cardinale Crescenzio Sepe

Il cardinale Crescenzio Sepe

NAPOLI - L’illegalità degli amministratori pubblici penalizza il meridione così come la criminalità organizzata: è quanto ha affermato l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, in un’intervista alla Radio Vaticana. «La criminalità organizzata e chi invece usa sistemi criminosi dovuti al proprio tornaconto, al proprio egoismo: tutto - ha osservato il porporato - incide negativamente sulla società e quindi sul modo di essere anche civile delle popolazioni».

«LA CRIMINALITA' HA UN PESO ENORME» - Nel sud d’Italia, ha commentato il presule a proposito del recente documento «Chiesa e Mezzogiorno» della Conferenza episcopale italiana, i problemi «si sono incrostati, si sono induriti». In primo piano, ha detto, c’è la questione della «sicurezza» che blocca «qualsiasi progetto reale di investimento, come ad esempio il turismo». «La mancanza di sicurezza - ha sottolineato il porporato - condiziona di fatto tutto lo sviluppo». «Le organizzazioni malavitose, tutta la criminalità, ancora - ha puntato il dito l’arcivescovo di Napoli - continuano ad avere un peso enorme sullo sviluppo civile e quindi anche sociale ed economico dei nostri territori». Il porporato si è dunque unito alla richiesta dei suoi confratelli: per dare nuova speranza all’Italia - ha detto in sintesi - bisogna partire da un rilancio autentico del Mezzogiorno e per fare ciò vi è bisogno di politici al servizio del bene comune

mercoledì, novembre 11, 2009

Il primo FLASH MOB a Napoli contro la camorra.


flashmob_napoli

Con il termine flash mob (dall’inglese flash - breve esperienza e mob - moltitudine) si indica un gruppo di persone che si riunisce all’improvviso in uno spazio pubblico, mette in pratica un’azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi. Il raduno viene generalmente organizzato attraverso comunicazioni via internet o tramite telefoni cellulari. In molti casi, le regole dell’azione vengono illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che l’azione abbia luogo.

Nella maggior parte dei casi, il flash mob non ha alcuna motivazione se non quella di rompere la quotidianità.

Questa volta a Napoli, non è così! Il flash mob ha una movenza sociale, è un movimento contro la camorra, infatti è intitolato: “60 sec contro la camorra - l’unico potere che avete”.

Non si conosce ancora il luogo dell’iniziativa né cosa succederà, cose che verranno svelate una settimana prima dell’evento, per il momento si conosce solo la data, l’8 dicembre 2009.

Se vuoi iscriverti al gruppo creato su facebook clicca qui.

domenica, giugno 21, 2009

Saviano: ecco le storie disperate di un Sud sempre meno europeo


di Marco Alfieri

«La questione meridionale, in fondo, continua a esistere». Siamo sempre lì, «al vecchio Giuseppe Mazzini, che ai nuovi militanti della Giovane Italia diceva: ricordatevi, l'Italia sarà soltanto quel che sarà il sud Italia…». Cos'altro è, dopotutto, «quella tragica diaspora di cervelli campani, pugliesi, calabresi o siciliani verso il nord che interrompe la speranza di migliorare il mezzogiorno, se non questione meridionale? Certo, la politica ha buon gioco a passarla sotto silenzio. Ma ci sono interi territori, paesi, che si stanno svuotando nel silenzio dell'opinione pubblica e dei media. Purtroppo sono rare le persone di talento che riescono a restare al sud. Il cinismo e l'apatia ti divorano. Che tu sia fabbro o musicista, quando tutto diventa impossibile, la quotidianità o anche solo una serata da passare in tranquillità, non puoi far altro che galleggiare, e appagarti di tutto…». L'altro ieri, per Mondadori, è uscito il nuovo libro di Roberto Saviano.

S'intitola La bellezza e l'inferno e raccoglie una serie di articoli e racconti brevi 2004-2009. Lo scrittore che ha svelato al mondo gli orrori e le miserie di Gomorra, ieri è venuto al Sole 24 Ore, e ha discusso con noi di politica, di economia, di criminalità, di bellezza, che è poter continuare a scrivere «ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso», come sta scritto nel frontespizio di copertina del suo libro. Certo in una vita costretta. E di inferno, o almeno di un suo spicchio perverso: i brogli di Napoli, l'incendio siciliano a poche ore dal voto, e «l'astensionismo che ha paralizzato mezzo meridione, impedendo a molta gente di partecipare in modo pulito alla cosa pubblica».

Dice Saviano «che il sud continua ad essere un bacino enorme di voti facili, acquistati a poco». Una prassi consolidata, il voto di scambio, «ma ai tempi della Dc e del Psi era centrato su un baratto chiaro: un voto, un lavoro. Adesso lo scambio è costruito sui 50 euro. Sui 25 euro. Sul telefonino nuovo. Sul corso di formazione. Sono queste le nuove monete della politica meridionale. Tutto è svilito, svalutato».

Per Saviano l'astensionismo nasce da qui. «Lo dimostra come sia stato più alto alle Europee dove c'era meno da guadagnarci dal voto. Alle amministrative, invece, al seggio ci vai, perché in questo modo ti risparmi un mese di mutuo, o una spesa al supermercato pagata». Non sono esempi a caso quelli di Saviano, ma è la mappatura delle forze dell'ordine su questa terribile peste che è il voto di scambio. «Solo che c'è un salto di scala fortissimo rispetto ai tempi di Giovanni Falcone. Oggi i cartelli sanno che la politica va gestita con enorme cura. Non mettono più loro uomini direttamente, ma fanno al modo delle grandi corporation, in grado di fare pressioni sulla politica con il loro business economico. Le cosche hanno in mano il ciclo del cemento, dei trasporti, del petrolio». I punti nevralgici. «Ovvio che riescano ad indirizzare il consenso e i voti senza quasi sporcarsi le mani».

Ma così la politica diventa qualcosa di inutile, «che ti da un sollievo momentaneo, come quello dei pusher». Un placebo corruttivo. «E poi svaluta tutto. Chiunque vada su, poco cambia. Tanto rosso o nero che sia, sappiamo bene dietro chi comanda. Tanto più nella politica locale, dove la criminalità organizzata cerca la trasversalità. E non si salva nessuno». Nessuno.

Dice Saviano che lo stesso voto europeo «ha riacceso gli appetiti sulla grande fame di capitali pubblici per sostenere intere strutture di welfare che lo stato italiano non è più in grado di mantenere. Questa è oggi l'Europa vista dal meridione: una nuova grande Cassa del mezzogiorno. A Napoli, Reggio Calabria, Bari, Palermo, i fondi Ue servono per tenere insieme i corsi di formazione, la disoccupazione, le clientele e le attività sportive». Per questo il cambiamento elettorale alla provincia di Napoli fa pensare molto Saviano. «È difficile credere, dopo quel che è successo sui rifiuti e l'attenzione sui cartelli criminali, raccontata in mondovisione, che a Napoli si sia fatta una campagna elettorale senza citare mai una volta, la parola camorra. Mai, dico mai, un riferimento alle contraddizioni della criminalità organizzata. Mai un accenno al ciclo del cemento, o al fatto che molte persone coinvolte nella campagna hanno avuto problemi enormi con i cartelli criminali».

Purtroppo, invece, «prevale il cinismo che nasce dal quotidiano campare», dice Saviano. «L'idea che chi vuole che le cose cambino in realtà sta solo speculando sulle tue aspettative». A tutto questo contribuisce una politica ridotta a merce di scambio. «Un tremendo suk. E non è moralismo il mio, badate. La politica, lo insegnano gli anglosassoni, è anche affermazione delle proprie ambizioni e del proprio talento. Ma questo non significa rubare o saccheggiare, dovrebbe essere anzi uno stimolo a gestire meglio la cosa pubblica».

Com'è lontana l'America, per Saviano. «Democratici o Repubblicani, fa lo stesso. Piena di passione, di speranza. Da noi è ridotta ad un pantano. Lo diceva già Giustino Fortunato: al sud fa politica di solito il più brigone, il più furbo. Il figlio più di talento, fa l'imprenditore. O se ne va».
Invece l'ultima volta che Saviano ha sentito un tuffo al cuore è stata quella volta al Circo Massimo, ottobre 2003. «I tre milioni di Sergio Cofferati. Perché se non parla al cuore, se è a cuore freddo, la politica è finita. Spacciata». Per questo, «mi chiedo: ma davvero l'elettorato meridionale non si rende conto di quanto siano infettati molti suoi amministratori? Io non lo credo. Perché poi il 50 euro del voto di scambio ti torna indietro con interessi usurai quando ti intombano i rifiuti vicino a casa, o gli scarti tossici sotto le scuole dei tuoi figli, come in Calabria, o nelle discariche satolle in Campania, o quando sei costretto ad emigrare o a lavorare militarizzato nei cantieri».

Non solo sud, dice però Saviano. Perché il grande intreccio sale e sale come la linea della palma di Leonardo Sciascia. Ogni anno, si mangia un pezzetto di Stivale. «Il problema è proprio questo. Al nord cittadini e istituzioni non hanno cognizione vera della piaga. Al nord la mafia non è un problema sociale, come a Scampia, a Casal di Principe o a Locri, ma economico, perché ormai le mafie investono quasi solo qui. Al sud, non le conviene. Lo dicono i rapporti del Procuratore nazionale antimafia».

Siamo alla grande spartizione. «La ricostruzione dell'Abruzzo alla camorra, l'Expo di Milano alla n'drangheta». Come? «Una sola parolina magica: sub-appalto. La grande impresa pulita vince la gara, ma poi, dietro, chi fornisce il calcestruzzo? Chi le pale meccaniche? Chi i carpentieri? E chi ti fa il massimo ribasso del 40%?». Già il pool antimafia di Antonino Caponnetto lo diceva: «se l'unico criterio di aggiudicazione è sempre e solo il minor costo al minor tempo possibile di realizzazione, vinceranno sempre loro, le imprese colluse».

Ma dice Saviano che con la crisi salirà ancora la linea della Palma. «Gli studi dell'Onu ci dicono che la grande recessione sta spingendo il narcotraffico ad entrare nelle banche europee. La liquidità sta per finire lì dentro, con una certa perversa lungimiranza. Perché non entrano per impossessarsene. Ma per orientare e governare la ripresa economica, dirottando i flussi finanziari su quelle attività e quei settori d'impresa che decideranno le sorti del paese domani».
Nemmeno si può fermare questa peste solo con le belle parole. «Le associazioni, le denunce, i manifesti, gli appelli. No. Solo il business sano scaccerà i soldi marci. Solo se rendi conveniente fare i soldi puliti si riesce a sconfiggere Gomorra». Oggi pagare l'estorsione paradossalmente conviene. «In cambio hai sicurezza sul posto di lavoro, garanzia di consegna nei tempi dei Tir, le assicurazioni a sconto, uno sportello prestiti senza interessi usurai, i permessi per aprire i locali e i prodotti della spesa in offerta, come il latte, che i casalesi compravano da Parmalat al 30% in meno».

E poi l'inferno, come un pezzo di titolo del suo nuovo libro, per Saviano «è sempre più l'idiozia della classe dirigente meridionale, convinta che se si denuncia il marcio si allontanano gli investimenti. Parliamo del bene, non del male, dicono. Parliamo di turismo, non di camorra. Ma questa è una colossale bugia. Perché non puoi incentivare il turismo se distruggi le coste, o se il circuito viene alimentato con i soldi sporchi».

«È come se parlando del male tifassi per il male», s'immalinconisce Saviano. «Un'accusa che viene fatta a me e ai tanti maestri di strada che provano a cambiare le cose, ma che proprio non sopporto. Quasi fosse la missione di un fissato, di un mistico». Per questo, ripete, ci vuole la convenienza, anche utilitaristica, a fare business pulito.

«E' la Silicon valley che si deve fare nel sud. E questo lo possono fare solo grandi aziende illuminate. Chi ha uno spirito diverso, come Adriano Olivetti, che arrivò a Napoli e fece costuire piccole villette per i suoi dipendenti vista mare». Non un dettaglio romantico. «Già Eleonora Pimentel De Fonseca istituì il diritto di ogni napoletano a vedere il mare, che poi era il modo per fermare il futuro abusivismo». I rivoluzionari partenopei e Olivetti. «Ripartiamo da qui», dice Saviano. «Dal migliorare le piccole cose della vita quotidiana: i bus che arrivano in tempo, il laboratorio di analisi che funziona… Una quotidianità infernale ti peggiora solo, ti abbruttisce. Né basta per salvarsi il blasone della storia, o una cultura grandiosa alle spalle. Sarebbe solo un grande alibi…».

giovedì, marzo 19, 2009

VITTIME MAFIA: NAPOLI, DOMANI UNA VEGLIA DI PREGHIERA CON I VESCOVI DELLA CAMPANIA


Domani venerdì 20 marzo 2009, nella chiesa cattedrale, il card. Crescenzio Sepe presiederà la veglia di preghiera con i vescovi della Campania, in memoria delle vittime delle mafie. La veglia è in preparazione alla XIV Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo di tutti coloro che hanno dato la vita nel nostro Paese per contrastare le mafie, promossa dall’associazione Libera e da Avviso Pubblico. I giovani delle associazioni e dei movimenti di Napoli accoglieranno sul sagrato del duomo i cinquecento familiari delle vittime delle mafie. Intanto, oggi a Casal di Principe si è svolto il primo appuntamento della XIV Giornata, in concomitanza del 15° anniversario dell’uccisione di don Peppe Diana da parte della camorra. Per l’occasione è stato firmato il protocollo d’intesa per la realizzazione della cooperativa sociale “Le Terre di don Peppe Diana - Libera Terra”, mentre adesso è in corso una concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Mario Milano, arcivescovo di Aversa. Stamattina don Luigi Ciotti ha ricordato che l’insegnamento di don Diana oggi “è quanto mai attuale. I casalesi ancora ci sono, nonostante l’eccezionale lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine. Don Diana diceva che la camorra ha assassinato lo Stato e che noi dovevamo far risorgere lo Stato. Ed è quello che dobbiamo fare anche oggi”.

Le Acli di Napoli saranno presenti con un'ampia delegazione guidata dal presidente Pasquale Orlando.

domenica, marzo 15, 2009

Fortapàsc: il coraggio di Giancarlo Siani



Fortapàsc: il coraggio di Giancarlo Siani
Il film, presentato in anteprima domani a Napoli, alla presenza del fratello del giornalista partenopeo ucciso dalla camorra nel 1985
Aveva solo 26 anni, Giancarlo Siani, ed era un giovane giornalista della testata ‘Il Mattino’, aveva l'abitudine di definirsi un praticante, avendo iniziato da poco una carriera che sarebbe stata sicuramente fulgida e senza macchia.
Partito da Torre Annunziata ed arrivato poi a seguire le tracce dei suoi servizi fino a Napoli, il suo lavoro minuzioso di raccolta delle informazioni gli è costato la vita. Unico giornalista napoletano definito scomodo ed ucciso dalla camorra. Fu freddato con dieci colpi di pistola all’uscita della sua casa del Vomero il 23 Settembre del 1985 a causa delle sue indagini sulla commistione tra politica e criminalità organizzata sfociata soprattutto in elezioni pilotate ed appalti, spesso abusivi, per la costruzione delle case alle pendici del Vesuvio.
Questa storia, crudele ed attualissima, è la protagonista del film ‘Fortàpasc’ di Marco Risi, regista da sempre impegnato in pellicole che raccontano vicende ad alto tasso etico e morale, che ne firma in parte anche la sceneggiatura. L’uscita nelle sale è prevista per il 27 Marzo prossimo ma la pellicola verrà presentata domani in anteprima a Napoli con la presenza di Paolo Siani, fratello del giornalista assassinato, che porterà così la testimonianza umana e professionale del giovane cronista.
Un segno, la sua partecipazione, che rende merito anche al lavoro di Marco Risi definito da Paolo Siani come la giusta ed onesta trasposizione cinematografica della vita e della vicenda del fratello. Ad interpretare il giovane giornalista nel film è un incredibile Libero de Rienzo, tornato sulle scene dopo esserne stato lontano dal 2005, quando produsse, diresse ed interpretò il film ‘Sangue – La morte non esiste’. Napoletano di nascita, romano di adozione Libero de Rienzo si è lasciato catturare totalmente dalla storia di Giancarlo Siani per poter portare sullo schermo con bravura e rispetto una vicenda così delicata ed importante.
Nel cast anche Ernesto Mahieux, visto già ne ‘L’imbalsamatore’ di Matteo Garrone, Daniele Pecci, Ennio Fantastichini, Massimiliano Gallo, volto noto al pubblico per la sua partecipazione ad ‘Un posto al sole’ alla sua prima apparizione sul grande schermo e Michele Riondino, protagonista di ‘Il passato è una terra straniera’ che interpreta Rico, il giovane fotoreporter che segue Siani nelle sue attività di ricerca delle informazioni.
Girato tra Napoli e Castellamare di Stabia, ‘Fortàpasc’ segue le orme di ‘Gomorra’ continuando la ricerca cinematografica di un racconto attento, meticoloso, storicamente valido e corretto che apra gli occhi al pubblico sul pericolo di un sistema nel sistema che è abituato ad eliminare senza remore tutti coloro i quali decidono di remargli contro.


venerdì 20 marzo 2009 alle ore 21.00
Fine:
sabato 21 marzo 2009 alle ore 0.05
Luogo:
Cinema Flaminio
Indirizzo:
Salvator Rosa
Città/Paese:
San Giorgio a Cremano, Italy

Carissimi, a questo evento co-organizzato dal circolo Acli G. Lazzati e dai Giovani delle Acli di Napoli parteciperà anche Maurizio Cerino, co-sceneggiatore del film e giornalista. Maurizio era un amico stretto di Siani e porterà la sua testimonianza sulla figura del cronista assassinato dalla camorra e sulla realizzazione del film al termine della proiezione. Un motivo in più per non mancare!!!

martedì, gennaio 06, 2009

«Chiuso per camorra», via da Portici i titolari del ristorante Ciro a Mare. Il comune istituisce il fondo antiracket


PORTICI (6 gennaio) - «Chiuso per camorra». Così si legge sul cartello esposto, nel pomeriggio, all'ingresso del ristorante «Ciro a Mare» a Portici (Napoli) danneggiato nella notte tra sabato e domenica da un incendio doloso. A quanto si è appreso, i titolari da domani mattina non apriranno più il locale e lasceranno la città di Portici, stanchi dell'ennesimo attentato. I titolari hanno affidato ad un procuratore la gestione dei loro affari ma non hanno intenzione di riaprire nè di investire sul territorio.

Attraverso un legale, la famiglia Rossi fanno sapere che «hanno anche deciso di lasciare la città e verificare la possibilità di aviare altrove una nuova attività, in una zona dove, comunque, si presentno condizioni ambientali migliori per la prosecuzione dell'attività imprenditoriale. Ringraziano altresì quanti hanno offerto solidarietà ed aiuti economici, ma al momento hanno dichiarato di non sentrsi in grado, d'accodo con le rispettive famiglie, di ritornare al lavoro a Portici».



PORTICI (6 gennaio) - Un fondo destinato a imprenditori e commercianti che, con la denuncia, contribuiscono all'arresto e alla condanna degli estorsori e che subiscono ritorsioni e danneggiamenti alle loro attività. È stato istituito dal Comune di Portici (Napoli), dove il sindaco Vincenzo Cuomo è sceso in campo a seguito dell'attentato doloso che, nella notte tra sabato e domenica scorsa, ha mandato in fiamme il ristorante «Ciro a mare», uno dei più noti in città. «Verrà costituito nel bilancio 2009 - dice Cuomo- un fondo destinato a chi denuncia il racket, contribuisce all'arresto degli estorsori e subisce le conseguenze di tale atto di coraggio e coscienza civile. Un contributo straordinario una tantum verrà erogato dall'amministrazione comunale per far fronte alle prime spese necessarie per riprendere o proseguire l'attività». Il fondo è stato chiamato dal sindaco «Pronto Soccorso Antiracket»: «È un segnale forte - conclude - che vogliamo lanciare alle forze imprenditoriali della città: chi denuncia non viene lasciato solo».

venerdì, novembre 21, 2008

la camorra pezzotta gomorra. guadagna pure su saviano. e che cazz...

Era un «test», quello fatto col dvd pirata di «Gomorra» venduto nelle edicole napoletane con tanto di bollino Siae taroccato. Secondo il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Giovanni Mainolfi, «i clan stanno tentando di utilizzare i canali legali del commercio per rivendere i prodotti contraffatti».
Dopo il servizio del Corriere del Mezzogiorno che mostrava come in alcune grosse edicole del centro storico venisse esposto il film di Matteo Garrone prima ancora dell'uscita ufficiale in home video, le Fiamme gialle hanno operato il sequestro di circa 2.000 dvd (tra cui, per l'appunto, «Gomorra») scovando il deposito clandestino dove venivano conservati i dischi pirata prima di essere consegnati agli edicolanti. Si trova a Forcella, come avevano lasciato intendere gli stessi esercenti, e a gestirlo era O. C., già denunciato dalle forze dell'ordine sei mesi fa per lo stesso tipo di reato. Denunciato a piede libero, l'uomo non è stato arrestato perché cardiopatico, mentre i due edicolanti sorpresi dalla Gdf a vendere «Gomorra» col bollino appartenente alla serie «Ballando con le stelle», e con la grafica caratteristica dell'abbinamento editoriale, sono stati denunciati per ricettazione e commercio di materiale contraffatto. Al momento la loro posizione è al vaglio degli inquirenti, ma è improbabile che alla denuncia segua un provvedimento di sequestro dei punti vendita. «Tutto lascia supporre che si trattasse di un tentativo, una specie di sondaggio — spiega il comandante Mainolfi — I clan vogliono capire se è possibile immettere i dvd taroccati nel circuito legale delle edicole. La vicinanza del deposito alle edicole stesse, la quantità esigua di dvd forniti ai commercianti, sono indizi che portano decisamente in questa direzione». I due edicolanti hanno risposto in maniera molto vaga alle domande degli investigatori: è ancora da accertare, dunque, se la vendita dei dvd contraffatti sia stata loro imposta oppure no. Come resta da accertare la provenienza dei bollini Siae. L'ipotesi più plausibile sembra al momento quella che riguarda la catena del macero corrotta. Dei numerosi prodotti inviati quotidianamente al macero dagli edicolanti, infatti, non tutti vengono realmente macerati. A salvarsi sono soprattutto i bollini, relativamente ai quali esiste un vero e proprio mercato. La conclusione a cui sono arrivati gli uomini del comando provinciale, diretti nell'operazione dal comandante del primo gruppo della Gdf Ciro Natale, è che la versione «deluxe» del falso Gomorra sia stata realizzata appositamente per conquistare il mercato delle edicole. «Comprare in edicola è segno di garanzia — dice Natale — in più il dvd stesso ha una parvenza con nessuno.
di legalità». Ora le indagini vanno avanti. Le Fiamme gialle cercano di risalire alla filiera: «Non sono degli sprovveduti — dice il colonnello —. Hanno eseguito fotomontaggi, recuperato bollini Siae, plastificato la confezione». Collegamenti espliciti con la camorra non sono ancora emersi, ma è difficile che qualcuno possa smerciare migliaia di dvd contraffatti a regola d'arte in uno dei territori a più alta concentrazione criminale dell'intera regione, Forcella, senza aver stretto accordi

l'ho copiato da Stefano Piedimonte da il Corriere del Mezzogiorno,
http://www.napolionline.org

martedì, ottobre 14, 2008

Caso Saviano: PINO DANIELE: BISOGNA RESISTERE E SPERARE per NAPOLI

Pentito: «C'è un piano per uccidere Saviano»I Casalesi lo vogliono morto entro Natale
Uno dei capi della cosca si sarebbe già procurato i detonatori per l'esplosivo. Aumenta il livello di protezione dello scrittore di Gomorra
PINO DANIELE: BISOGNA RESISTERE E SPERARE NAPOLI - «Bisogna resistere con uno spiraglio di speranza perchè le cose possano cambiare». Con queste parole il cantautore napoletano Pino Daniele, rispondendo ai cronisti, ha commentato la notizia del piano dei Casalesi per uccidere lo scrittore napoletano Saviano, autore del libro denuncia ’Gomorrà. «Penso che la denuncia di Roberto Saviano sia una denuncia molto forte e non fine a se stessa ma bisogna resistere con uno spiraglio di speranza affinchè le cosa possano cambiare», ha detto Pino Daniele a margine della presentazione della 8a edizione della Lingua italiana nel mondo presentata oggi alla Farnesina, di cui il cantautore è uno dei testimonial

mercoledì, ottobre 01, 2008

Attacco ai Casalesi, 107 arresti Sequestri per cento milioni di euro

Contro il clan camorristico dei Casalesi sono state eseguite 107 ordinanze di custodia cautelare. La Guardia di Finanza ha sequestrato beni mobili ed immobili e società commerciali per un valore di oltre 100 milioni di euro. Tra gli arrestati anche tre presunti killer del gruppo di fuoco di Castelvolturno e Giuseppina Nappa, 48 anni, moglie di Francesco Schiavone detto Sandokan, in carcere da circa 10 anni e ancora ritenuto a capo dell'organizzazione. Il messaggio di Napolitano: "il frutto di un intenso, quotidiano impegno investigativo e della collaborazione tra i magistrati e le forze di polizia"
Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, accusati di essere componenti di un gruppo di fuoco al centro di una serie di agguati, sono stati bloccati dai carabinieri del comando provinciale di Caserta in due villini, tra Monterusciello e Quarto, nella zona flegrea. Nelle due residenze blindate sono state trovate armi, parrucche, ma anche pettorine delle forze dell'ordine. I tre non hanno opposto resistenza: Cirillo si è perfino complimentato con le forze dell'ordine. Oltre 500 tra poliziotti e militari della Guardia di Finanza sono stati invece impegnati nell'esecuzione di oltre 100 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 76 notificate in carcere, ed emesse dal Tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea. Tra gli arrestati anche Giuseppina Nappa, 48 anni, moglie di Francesco Schiavone, detto Sandokan, in carcere da circa 10 anni ed ancora ritenuto dalle forze dell'ordine a capo del clan dei Casalesi. L'accusa nei suoi confronti è di ricettazione, per aver percepito lo stipendio che l'organizzazione assicurava mensilmente ai familiari degli affiliati detenuti. Nella sua abitazione di Casal di Principe, sempre nel Casertano, è stato arrestato anche un avvocato, Mario Natale, nei cui confronti l'accusa è di estorsione. Sequestrati beni mobili e immobili e società riconducibili al clan camorristico per un valore di oltre 100 milioni di euro.

lunedì, settembre 29, 2008

La Dia: i modelli della camorra? I gangster

Nel Napoletano si registra una flessione degli omicidi di matrice camorristica. La provincia di Caserta è interessata da una ripresa


NAPOLI - La camorra sta assumendo sempre più un aggressivo «modello gangsteristico» nell'evoluzione dei profili comportamentali e relazionali dei gruppi criminali. E' quanto emerge dalla Relazione della Dia sulla criminalità organizzata, che prende in esame l'andamento del fenomeno nel primo semestre 2008. Il sistema criminale campano, infatti, «continua ad avere le stesse caratteristiche di "elevata fluidità", correlata alle storiche dinamiche di aggregazione e scomposizione dei sodalizi, in un contesto relazionale, spesso caratterizzato da scontri che sfociano in catene omicidiarie significative». Nell'area napoletana - evidenza il rapporto Dia sui primi sei mesi dell'anno - si registra una flessione degli omicidi di matrice camorristica (17 nel semestre in esame contro i 31 dello soessto perioso del 2007), mentre la provincia di Caserta è stata interessata da una netta ripresa della recrudescenza criminale (6 omicidi contro 1 del primo semestre 2007). Questo andamento - prosegue la relazione della Dia - lascia supporre, a medio termine, un riassetto degli equilibri all'interno dei principali gruppi del cosidetto clan dei Casalesi"

sabato, settembre 27, 2008

Giancarlo Siani ( da Giornalismo partecipativo di Gennaro Carotenuto)

siani

Il 23 settembre di 23 anni fa, era il 1985, la camorra assassinava un giovane cronista napoletano, Giancarlo Siani. Questo articolo, pubblicato su Il Mattino, è considerato la sua condanna a morte. I camorristi autori materiali dell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo, ma sulle indagini di Giancarlo che lambivano il potere democristiano e anticipavano di anni Tangentopoli è sceso il silenzio per sempre.

mercoledì, settembre 24, 2008

Cinema, Gomorra designato per Oscar Saviano: "Raccontare è resistere"


Gomorra, il film di Matteo Garrone, è stato designato oggi dall'Anica per rappresentare l'Italia agli Oscar.
Tratto dall'omonimo best seller di Roberto Saviano, ha già vinto il Grand Prix al festival di Cannes. Bisognerà ora attendere il 22 gennaio per sapere se Gomorra è riuscito ad entrare nella rosa delle nomination per l'Oscar straniero che sarà assegnato il 22 febbraio a Los Angeles.

"Sono contento di questa designazione. In America capiranno che raccontare non è diffamare, ma resistere". Così Roberto Saviano ha reagito alla designazione di Gomorra.

"La notizia di oggi mi fa ovviamente grande piacere, ancora di più sapere che è stata all'unanimità. La soddisfazione di questo momento - ha detto il regista, Matteo Garrone - voglio condividerla con tutti: il cinema è un'arte collettiva e come tale va intesa in occasioni piacevoli come questa. Mi piace ricordare il gioco di squadra di Gomorra, da Roberto Saviano agli attori, ai produttori, all'ultimo della troupe".

sabato, settembre 20, 2008

Cardinale Crescenzio Sepe: Napoli non morirà: vedo la svolta

Le ragioni della speranza e della fede nell'energica omelia del Cardinale

Criminalità, povertà, coscienza civile: nella sua omelia il cardinale Crescenzio Sepe affronta ancora una volta le emergenze della città: cominciando dall'allarme camorra. La città si è da poco svegliata con le notizie della strage criminale di immigrati a Castelvolturno. La camorra ha alzato ancora il tiro, mettendo il suo marchio su un fenomeno, quello dell'immigrazione, che nelle campagne a nord di Napoli ha assunto dimensioni preoccupanti. Un problema che la camorra cerca di risolvere a modo suo, dando vita, giovedì 18, a un massacro di immigrati (in questo caso africani) senza precedenti. E sul quale il Cardinale lancia il suo anatema. "Deponete le armi: ciò con cui oggi uccidete, domani ucciderà anche voi e le vostre famiglie". L'arcivescovo di Napoli si rivolge ai sicari della camorra - da lui paragonati a serpenti velenosi - dopo i due agguati nel Casertano: "Finché questi portatori di morte - dice - non saranno sconfitti avremo sempre un cimitero riempito dall'odio e dalla violenza". "Disperati che provocano la morte in nome del dio denaro, della droga. Diffondono una morte che costa tante vite, non solo dei giovani, ma spesso anche tra loro''. Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia.

di Crescenzio Sepe
(...) A nulla servirebbe il prodigio del santo Patrono se noi non sapessimo rispondere con fede e con carica cristiana tanti bisogni spirituali e umani della nostra gente. Penso, in particolare, alle sofferenze delle famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese; alla solitudine degli anziani o all'abbandono dei malati; al grave disagio dei giovani che cercano con tutte le forze un lavoro e non lo trovano; ai tanti precari o sotto-occupati che vedono svanire le loro speranze; penso allo stuolo di ragazzi della strada, vittime della camorra o della delinquenza organizzata. Chi, poi, non prova sofferenza nel leggere gli impietosi dati statistici sull'evasione scolastica?
Sono sotto i nostri occhi le tante aree depresse dove i più deboli sono abbandonati ad un destino ingrato e dove il malaffare e le organizzazioni camorristiche trovano terreno fertile per impiantare e coltivare illegalità, soprusi, violenze e morte. Sono problemi terribili che riguardano tanti, troppi nostri fratelli e sorelle. (...)
Cosa dire a questa nostra bella e tormentata Città? Rispondiamo con il coraggio della nostra fede, come ci ha assicurato Cristo e come S. Gennaro ci ha testimoniato: Napoli non perdere la tua fede; non farti rubare la speranza; rialzati; rivestiti di luce; non puoi continuare a restare nascosta, ma fa che la tua bellezza risplenda davanti al mondo intero.
(...) E', invece, nostro dovere combattere uniti, con le armi della solidarietà e della comunione fraterna. E', certamente, un compito difficile ma, nello stesso tempo, grandioso quello che grava sulle spalle di ogni cristiano, di ogni uomo di buona volontà. Ma possiamo farcela! Questa terra non morirà! L'ho detto e lo ripeto con forza e convinzione perché il popolo napoletano ha in sé il coraggio delle sue radici e della sua identità; ha quella vivacità di fede e di pensiero, quell'inventiva che ha reso e rende grande la nostra storia religiosa, artistica e culturale; la capacità di adattarsi a qualsiasi fatica, di sorridere e di sentirsi famiglia sotto lo stesso cielo. La sensazione di trovarsi di fronte a un momento di svolta si avverte attraverso molti segni, forse non tutti chiaramente percepibili, ma non per questo meno reali. Ma per una soluzione definitiva e strutturale, bisogna che ognuno, nel proprio specifico campo di responsabilità e competenza, sia disposto a suonare il tasto dell'impegno personale e individuale. In altre parole, per brillare davanti agli uomini, questa nostra città deve diventare la casa comune dove ognuno, quasi fosse estensione del tetto domestico, svolge la sua propria esistenza, sentendola e vivendola come casa propria. Per raggiungere questo traguardo, bisogna che la città, splendida porzione di terra benedetta da Dio, sia costituita a misura d'uomo, costruita, cioè, sulla base delle esigenze che la dignità di ogni persona reclama: il lavoro, i servizi, la tutela della salute, la crescita culturale e civile. Una città, quindi, parametrata sulla base di una giustizia sociale che bandisce ogni privilegio, con unica eccezione: quella di mettere i poveri al primo posto e di declinare a loro favore tutti i verbi che nel vocabolario della solidarietà cristiana sono scritti in caratteri indelebili: accogliere, assistere, confortare, promuovere. In una parola amare, che è il dato costitutivo di riconoscersi seguaci di Cristo.
L'unico vero "alibi" che Napoli può e deve invocare è rappresentato proprio da chi è privo di mezzi e continua a restare ai margini: poveri di ogni genere e, accanto ad essi, i giovani in cerca di lavoro che hanno diritto a una difesa non "d'ufficio", ma reale e appassionata, dal momento che senza il loro apporto, sarà difficile parlare di città futura.
Schierarsi a fianco di chi si trova in difficoltà non fa parte, per la Chiesa, come ci ripete il Papa, di una strategia di impegno sociale o politico, ma è risposta al comandamento di amore per il prossimo. (...)




mercoledì, settembre 10, 2008

Minacciato don Merola via sms

Don Luigi Merola
Don Luigi Merola
SALERNO - «Buonasera, lo sai chi sono. Sono un soldato del clan Mazzarella. Sto lavorando per te. Ricordati che devi morire e il tuo corpo deve essere fatto a pezzi e sarà messo davanti la chiesa di Forcella». È il contenuto oltremodo inquietante di un sms. un messaggio minatorio spedito a don Luigi Merola, ex parroco di Forcella (da diversi mesi trasferito a Roma). Come riporta il Mattino, il giovane sacerdote ha voluto leggere il contenuto dell'sms davanti alla folla che si era radunata in occasione della prima festa della legalità a Teggiano, nella provincia di Salerno, provocando lo sconcerto dei presenti, tra i quali anche il questore di Salerno Vincenzo Roca.
Don Merola è stato invitato a Teggiano da Massimo Manzolillo, presidente regionale dei Papaboys, ma davanti a questo ennesimo attacco alla sua persona ha preferito riferire l’accaduto spiegando le sue motivazioni: «Ho paura, certo. Ma sono anche determinato a non abbassare la testa: come dicevano Falcone e Borsellino, chi ha paura muore ogni giorno».


ACLI Mezzogiorno. Vita sociale.: Minacciato don Meola via sms

venerdì, agosto 29, 2008

Preti in trincea il rischio della solitudine

RIFLESSIONI
Preti in trincea il rischio della solitudine




Fabrizio Valletti
Mentre tornavo dal carcere di Secondigliano con un gruppo di giovani volontari romani e napoletani, abbiamo appreso dai giornali dell'atto intimidatorio ai danni di don Ciro De Marco, parroco a Santa Maria del Suffragio di Boscoreale. Ancora una volta una minaccia - l’incendio dell’auto di un sacerdote di frontiera, avvenuta di notte - che echeggia altri cupi avvertimenti, come quello purtroppo fatale concluso con la morte di don Peppino Diana. Ancora una volta un’intimidazione a cui don Ciro risponde con decisione e con coraggio, facendo sapere che non si fermerà nella sua azione di denuncia delle attività malavitose. E questo fa sorgere in noi tante domande, non solo sul persistere della malavita sul nostro territorio ma anche sul ruolo dei vari soggetti sociali nei confronti di una cultura e di un’organizzazione criminale che continua a crescere ed a colpire. Più volte mi viene chiesto che posizione assumo di fronte a questo fenomeno, per confermare quella categoria che definisce noi, preti in servizio in zone di tradizione camorristica, come «di frontiera», cioé coraggiosi, intenti a sfidare i clan e altro ancora. A ben vedere, però, quella definizione finisce per alludere a una sorta di delega, a un ruolo di supplenza sociale. Ed è doloroso constatare come la società nel suo insieme accetti questa delega, che finisce per alleggerire di responsabilità chi avrebbe compiti di governo, di ordine pubblico, di promozione sociale.
A ben vedere, però, quella definizione finisce per alludere a una sorta di delega, a un ruolo di supplenza sociale. Ed è doloroso constatare come la società nel suo insieme accetti questa delega, che finisce per alleggerire di responsabilità chi avrebbe compiti di governo, di ordine pubblico, di promozione sociale. A noi preti spetta il compito di potenziare la cosienza critica, di difendere gli ultimi, i non garantiti, nello spirito della missione evangelica. Ci tocca portar pace, giustizia e riconciliazione, partendo dal cuore anche dei più colpevoli. Per questo motivo, i luoghi privilegiati sono la strada da una parte, il carcere dall'altra. Guardare in faccia chi è stato responsabile di reato vuol dire lasciare alla magistratura il compito di giudicare, ma insieme mettere in moto il percorso, previsto dalla Costituzione e dall'ispirazione evangelica, che possa racuperare chi ha sbagliato. L'incontro con i detenuti di ieri mattina dei giovani di Roma e dei volontari napoletani è nella linea di promuovere iniziative di formazione, favorite dalla direzione dell'Istituto penitenziario, spesso difficili da attuare. Compito essenziale sarà anche quello del tribunale di sorveglianza di rispettare i percorsi previsti dalla legge e di non rimanere condizionato da un’opinione pubblica oscurata dalla preoccupazione della sicurezza. Guardare negli occhi chi ha sbagliato è anche leggere nel suo cuore il desiderio di cambiare, di sentirsi capace di restituire ai propri cari un cammino sereno. Per questo non è possibile, almeno per me, colpire in faccia anche il più pericoloso camorrista. Anche dalla strada impariamo a inventare percorsi di legalità, partendo dalle famiglie di chi spaccia, dalle donne che non sanno reagire, dai bambini che convivono con il rischio e con l'aggressività. Se aiutiamo i figli di chi spaccia a studiare, a giocare con altri bambini, a imparare che non vale solo il motore e il vestito, se li portiamo al mare, se li invitiamo a conoscere la bellezza e la bontà del Vangelo, non vuol dire che approviamo il comportamento di chi va contro la legge. Ha fatto bene don Peppino Diana a denunciare e a non tacere, sfidando una violenza capace di atti estremi. Così don Ciro è coerente con la sua missione di servizio e di dedizione. Non ci vogliamo sottrarre a questa verità, ma non lasciate a noi preti questo compito, mentre per tanti altri aspetti nella nostra società permane la legittimazione dell'illegalità, coperta da interessi e da tante ipocrisie che oscurano il giudizio e confondono le intenzioni. In Italia in particolare si gode di una libertà che permette di operare anche in povertà e semplicità. È un'avventura che riempie i cuori, ma meglio è comunque cominciare da chi è andato fuori dal recinto.
Fabrizio Valletti

giovedì, luglio 24, 2008

Serenate di fuochi per i boss in cella

Francesco Vastarella
«Don Antò, con gli auguri dei comparielli vostri». «Ma che dite? Comparielli? No. Devoti». La miccia prende fuoco, salgono prima lenti e poi veloci verso il cielo i razzi luminosi delle batterie pirotecniche. Uno, due o cinque minuti di spettacolo. «Don Luigì, questa è per voi». La batteria è da cento colpi, quel che si deve al boss di riguardo. Il cielo sull’Asse perimetrale tra Melito e Arzano si illumina a giorno, sullo sfondo la fila grigia delle palazzine del carcere di Secondigliano e i palazzoni di Scampia. Dalle celle sventolano lenzuola e stracci. Sorridono e si rallegrano là dentro. S’intimoriscono sotto il cavalcavia i rom del campo, anzi delle «case dei Puffi», le stesse che ospitano le famiglie delle due ragazzine morte sulla spiaggia di Torregaveta. Una batteria piccola, poi, non si nega neppure ai picciotti, aspiranti boss, insomma, ai guagliuni in carriera. Sant’Antonio, San Luigi, la Madonna del Carmine, San Giuseppe, San Pasquale: la scena si ripete di sera in tutte le occasioni. Se al boss piace, i comparielli la batteria di fuoco, costi pure un occhio della testa, non la fanno mancare neppure a Capodanno.

domenica, luglio 06, 2008

Difficoltà a trovare lavoro, vacanze e considerazione: I casalesi (cittadini di Casal di Principe) si scoprono considerati da tutti come camorristi.

...ma è un regalo della camorra non di Gomorra..........

«Sei di Casal di Principe? Non puoi lavorare»
Il sindaco: «Mi sembra strano il ”no” ad alcuni concorrenti, pronto a fare opportuni accertamenti»



ROSARIA CAPACCHIONE Casal di Principe. Uno è commercialista, un altro è ragioniere, due sono periti tecnici. Titolo di studio regolare, esperienze professionali come da richiesta curriculare, fedina penale immacolata. Un solo neo: la residenza a Casal di Principe, terra di camorra e di «Gomorra». Hanno risposto ad alcune offerte di lavoro, inserite nei siti internet, provenienti da Viterbo, Siena, Altopascio. Sono stati scartati senza nessuna ragione apparente. Sospettano che il problema sia tutto nel domicilio appestato, nell’apparentamento mediatico tra Casale e la camorra. Non hanno prove, nemmeno un indizio. Ma nessuno riuscirà mai a scalfire la convinzione della loro capacità professionale insuperabile, della candidatura imbattibile. Ed è per questo che, dopo aver sottoscritto la lettera allo scrittore Roberto Saviano, un mesetto fa, si sono rivolti anche al sindaco, Cipriano Cristiano, chiedendo tutela e rispetto dei diritti. Lo avevano fatto in pubblico, nel corso di un’assemblea aperta seguita alla lettera della studentessa letta alla festa della Polizia. Lo hanno ribadito in privato, offrendo la loro collaborazione per la ricostruzione dei casi-scandalo e la preparazione di un dossier. Per evitare, dicono, che un domani sulla porta d’ingresso di bar e ristoranti venga affisso il cartello per vietare l’ingresso «ai cani e ai casalesi». Un paradosso, quello denunciato dai ragazzi di Casal di Principe. Anche perché le aziende che avrebbero scartato le loro domande di lavoro sono tutte concentrate in una parte d’Italia che da anni ospita maestranze che arrivano dall’agro aversano. Diventando, in qualche caso - come l’Emilia Romagna, la Toscana, l’Umbria - anche colonia decentrata del clan dei Casalesi, dei camorristi casalesi. «È questo il dato che mi lascia perplesso - commenta il sindaco Cristiano - perché i nostri concittadini, buoni o cattivi che siano, si sono sempre ambientati benissimo nelle altre parti d’Italia, trovando lavoro presso terzi o avviando importanti attività imprenditoriali. Ma voglio vederci chiaro, esaminando i casi che mi sono stati segnalati uno per uno. Prima di gridare allo scandalo ho l’obbligo di accertarmi che non si montando una sorta di vittimismo di ritorno». Poi spiega: «Alle stesse offerte di lavoro hanno risposto anche altri ragazzi della nostra zona, e mi risulta che alcuni abbiano ottenuto il contratto. Le esclusioni potrebbero avere, e voglio credere che sia così, delle normali ragioni di mercato. Attenti, però, a gridare al razzismo anti-casalese. Voglio prima capire. Confesso, però, che un paio di casi non mi convincono: effettivamente potrebbe essere successo qualcosa di strano. È per questo che ho messo su una specie di gruppo di lavoro, proprio con gli autori della lettera scritta a Saviano. In settimana li incontrerò ancora e se mi convincerò che sono stati discriminati, la tutela mia e del Comune non mancherà».


I giovani: caro Saviano, ci vedono tutti camorristi




TINA CIOFFO Ludovico Coronella, 27 anni, è uno dei venti firmatari della lettera indirizzata a Roberto Saviano, autore di Gomorra, acquisita dal sindaco Cipriano Cristiano. È un casalese che al suo attivo ha quasi due lauree: la prima è in Scienze dell’amministrazione, per la seconda in Economia gli mancano tre esami. È un casalese che denuncia la diffidenza che è costretto a sopportare e solo per il semplice fatto di essere di Casal di Principe. Nella lettera, assieme ai suoi compagni di ventura, scriveva: «Sono stanco di essere ferito da sguardi diffidenti e sorrisi abbozzati, di essere esposto a giudizi sommari, spiegare che anche nel mio paese ci sono persone perbene, stanco di un’attenzione mediatica che alimenta un falso sillogismo ”essere casalese essere camorrista”». E aggiungeva: «Le inchieste, i libri, le trasmissioni televisive contribuiranno a salvare delle vite ma così muoiono le nostre speranze di cittadini normali. A Padova, a Milano, a Roma che idea si sono fatti della mia terra, come si riuscirà a spiegargli che qui non esiste solo la camorra ma soprattutto gente in cerca di una possibilità?». Il suo, assieme agli altri ragazzi, era un grido di aiuto che oggi a distanza di mesi è riuscito a diventare solo ancora più acuto. «Essere di questo paese - afferma Coronella - è come avere un marchio a vita». Una specie di lettera scarlatta stampata sul petto. «La gente - spiega - verso di noi è diffidente, scettica e ha paura. Le aziende del Nord o quelle del centro Italia, a parità di condizioni tra un casalese e un salernitano, preferiranno sempre il secondo». Una discriminazione pesante che Coronella crede venire anche dai paesi più vicini. «Per rendersene conto - dice - basta andare a Caserta o anche a Santa Maria Capua Vetere. I casalesi, e con questo intendo i giovani di Casal di Principe, sono considerati dei disturbatori, come coloro che è meglio tener lontani perché prima o poi ti combinano qualche guaio». La difficoltà è perfino nella prenotazione delle vacanze. «So di casi - racconta - di albergatori che preferiscono non ospitare chi viene da questo paese». A Capri, a una coppia di sposini casalesi in viaggio di nozze è stato chiesto di presentarsi in caserma solo perché sui documenti c’era scritto residente e domiciliato a Casal di Principe. E c’è addirittura chi ha chiesto l’autografo su una copia di Gomorra, quasi a testimoniare l’esistenza di quegli ”esseri” oggetto di tanto studio. «La prossima settimana incontreremo il sindaco - continua Coronella - che vuole aiutarci ma qui il vero sostegno deve arrivare dallo Stato creando lavoro, aggregazione e movimenti culturali». Una ricetta che sono in molti a declamare ma per il giovane le idee sono più chiare che per altri. «Si potrebbe organizzare una scuola di teatro, programmare una giornata delle associazioni invitando i gruppi esterni a Casal di Principe e alla Provincia, avviare un gemellaggio e uno scambio di esperienze valido e fattivo con realtà diverse dalle nostre. Le imprese, con eventuali incentivi dello Stato, potrebbero essere spronate a creare dei posti di lavoro direttamente nel paese».

lunedì, aprile 28, 2008

Sud e mafia l’emergenza dimenticata

Raffaele Cantone da Il Mattino
Leggendo i quotidiani in edicola ieri balzano subito all'occhio due notizie. La prima riguarda un attentato avvenuto in Calabria, nella zona di Gioia Tauro, dove un noto imprenditore, che aveva avuto ruoli dirigenziali nella squadra di calcio del Catanzaro e che sembra avesse legami anche di parentela con esponenti di una cosca locale è stato fatto segno di un attentato con modalità peculiari; non appena si è avvicinato alla sua auto qualcuno, da lontano, ha azionato con il telecomando una carica di esplosivo posizionata sotto il paraurti. L'uomo è stato letteralmente dilaniato; è stata necessaria l'amputazione di entrambe le gambe e di un braccio ma i medici ritengono scarsissime le possibilità di salvarlo. Non sembra che l'uomo vivesse particolarmente blindato; è stato colpito mentre da solo saliva sull’auto parcheggiata per strada. Non bisogna certo essere un intenditore di cose di mafia per capire che il ricorso a un metodo «libanese» ha una ragione simbolica; è una manifestazione eclatante di potenza e di sfida non solo verso le cosche rivali ma soprattutto verso lo Stato. L'altro episodio pure è avvenuto in Calabria; nell'ufficio di uno dei magistrati più esperti della direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, titolare di indagini importantissime tra cui quella sulla strage di Duisburg e anche autore di una saggio sulla Ndrangheta, «Fratelli di sangue», che ha spiegato all'Italia le logiche di questa organizzazione delinquenziale non molto nota, è stata trovata una microspia.
Ci sarebbe da ridere se il fatto non fosse, invece, drammatico; un p.m. che per lavoro intercetta viene egli stesso sottoposto a controllo. La vicenda assume toni ancora più inquietanti se si aggiunge che la tipologia di microspia trovata e sequestrata poteva trasmettere in un raggio alquanto breve, il che significa che vi era qualcuno che, all'interno dello stesso ufficio, seguiva le mosse del magistrato antimafia. E appare del tutto probabile che l'entità che aveva interesse a seguire l'attività del magistrato fosse proprio la Ndrangheta. Il primo commento è spontaneo: una stagione che sembrava superata definitivamente e cioè quella delle stragi e dei veleni negli uffici giudiziari e che aveva caratterizzato un momento drammatico della lotta alla mafia siciliana potrebbe ritornare. Ma vi è un'altra considerazione che si impone; la lettura congiunta dei due eventi dimostra in modo inequivoco e senza tema di smentite che esistono in Italia intere zone in cui il controllo del territorio non appartiene allo Stato ma alle organizzazioni criminali, tanto potenti da non avere remora rispetto a qualsivoglia tipo di azione. Se la Calabria, del resto, vive una situazione dal punto di vista criminale drammatica, non molto meglio stanno le altre regioni infestate da fenomeni criminali similari. Per la Campania basta ricordare quanto visto l'altro giorno nel corso della trasmissione «Anno Zero» sulla forza economica e militare di alcuni clan e quanto detto dal coordinatore della Dda partenopea, Franco Roberti, che ritiene, persino, possibili derive stragiste della camorra contro esponenti istituzionali. In Sicilia, dove regna la pax mafiosa, c'è qualcuno che si è preso la briga di effigiare, su molti muri dell'isola, il volto del superlatitante Matteo Messina Denaro quasi si trattasse di un'icona sacra; anche questa è una patente sfida alle istituzioni. Di questa eclatante emergenza che riguarda quasi mezza penisola e che sempre più si innerva come una purulenta metastasi in zone in passato ritenute sanissime dell'Italia centro settentrionale, ci si interessa, però, pochissimo. I provvedimenti sulla sicurezza di cui si discute in questi giorni non se ne occupano affatto; è clamoroso vedere come una parte dell'Italia si preoccupi di lavavetri, graffitari, immigrati clandestini che vendono prodotti contraffatti, del piccolo spaccio e invochi contro questi fenomeni misure draconiane e nulla, o quasi, dice di ciò che avviene ogni giorno in una parte della penisola e non certo per opera di soggetti marginali ma di uomini che hanno la disponibilità di ingenti somme di denaro, controllano le istituzioni pubbliche, le attività imprenditoriali non solo locali e operano senza alcun timore dell'autorità statale. È da folli pensare che il federalismo prossimo futuro, che si intende estendere anche alla sicurezza, potrà avere come drammatico effetto il definitivo abbandono delle regioni del Sud al loro destino, preoccupandosi di «blindare» soltanto l'apparente sicurezza dei cittadini dell'Italia opulenta? Attendiamo con fiducia una smentita ferma, con i fatti, di questo che è certamente soltanto un malevolo sospetto.
Raffaele Cantone

sabato, aprile 26, 2008

Girotondo contro i boss: no alle intimidazioni

Caserta, catena umana davanti al Mattino. «Solidarietà a Saviano, al pm Cantone e alla cronista Capacchione»

LORENZO CALÒ Una manifestazione simbolo in una data simbolo. Nel giorno in cui il Paese celebra la sua Liberazione, una catena umana si è stretta ieri davanti alla redazione casertana del «Mattino» «per liberarsi dalla camorra e dalla prepotenza dei boss». L’iniziativa è stata promossa dai giovani della diocesi in segno di solidarietà nei confronti della giornalista Rosaria Capacchione, del magistrato Raffaele Cantone e dello scrittore Roberto Saviano, minacciati in un’aula di giustizia il 13 marzo scorso durante un’udienza del processo di appello Spartacus contro il clan camorristico dei Casalesi. Tanta gente comune, famiglie, anziani, giovani in bicicletta, immigrati, esponenti delle associazioni (sono in tutto 130 le firme di adesione fatte pervenire dal mondo associativo provinciale) per un’iniziativa che il vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro ha definito «un concreto segnale di solidarietà e di speranza per una città che vuole e deve risorgere. E Caserta - ha aggiunto - è una città che risorge, perché ha capito che non si può rimanere in disparte scaricando la realtà criminale alle competenze dello Stato». Alla manifestazione hanno partecipato, tra gli altri, il segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, a titolo personale alcuni assessori e consiglieri comunali e provinciali, il segretario generale Cgil-Scuola Panini, il segretario provinciale Cisl Crisci; Fulvio Martusciello (Pdl) l’unico consigliere regionale presente. Più tardi sono giunti messaggi da parte del sindaco di Caserta Nicodemo Petteruti, dei parlamentari Stefano Graziano (Pd) e Gennaro Coronella (Pdl), dell’ex deputato ds Lorenzo Diana. «C’è sempre un giornalista nel mirino dei nemici dello Stato, del progresso sociale, della crescita democratica e consapevole del Paese - osserva Iacopino - Ne sono pienamente consapevoli i cittadini che non hanno tribune, non hanno su di loro riflettori, chiedono di poter vivere in una società sicura, e di avere una informazione che rispetti la verità». In serata Pasquale Sarnelli, uno dei collaboratori più stretti del vescovo, però ammette: «La strada per cementare il tessuto civile e opporsi alla camorra è ancora lunga; ho visto in piazza le persone di sempre». Ma è proprio da queste mani strette, da questo girotondo prima un po’ incerto e forse timoroso, poi gioioso, quasi a trasformarsi in una danza felice, che tanti in città, seguendo l’invito di Nogaro, hanno inteso testimoniare il loro no alla criminalità organizzata, a quella forza di intimidazione, silenziosa quanto devastante dei boss che dal carcere, dai loro rifugi, dettano legge, impongono condizioni, proclamano sentenze di morte. «Dovranno passare intere generazioni per cancellare del tutto il potere della camorra dalle nostre terre», commenta Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe. E proprio qui, il prossimo 18 maggio, arriverà il capo della Polizia Antonio Manganelli per festeggiare la festa del corpo. Un altro chiaro segnale.