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giovedì, luglio 21, 2011

CATTOLICI: OLIVERO (ACLI), SI APRA SCENARIO POLITICO NUOVO



(ASCA) - Roma, 19 lug - ''E' giunto finalmente il momento di un cambio di passo. E' tempo che sia apra nella politica uno scenario nuovo. La situazione nel Paese e' diventata insostenibile. Noi non intendiamo rassegnarci rassegniamo al declino dell'Italia. E' possibile aggregare le forze sociali del Paese per esprimere un progetto di cambiamento''. Con queste parole il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, ha commentato il ''Manifesto per la Buona politica e per il Bene comune'', presentato questa mattina in conferenza stampa a Roma dal Forum delle Persone e delle Associazioni di ispirazione cattolica nel Mondo del Lavoro. Di cui fanno parte le Acli con Cisl, Mcl, Confartigianato, Confcooperative, Coldiretti e Compagnia delle Opere.

L'intento delle sette grandi organizzazioni e' quello di aprire, spiegano dalle Acli, la strada ad una ''grande, generosa, generale mobilitazione delle energie civili, sociali, imprenditoriali degli italiani, che metta in moto le forze positive che si esprimono nella societa' a servizio del bene comune''. Rispondendo in questo modo all'appello del Papa e dei Vescovi per un ''impegno fecondo dei cattolici rivolto al rinnovamento morale e civile della politica nazionale''. Obiettivo finale: ''impostare un'agenda politica che affronti, con forza, costanza e visione di lungo periodo le questioni decisive''.

Il messaggio dei promotori del Forum e' che ''L'Italia ce la puo' fare''. ''Siamo un Paese dotato di grandi risorse'': famiglie, comunita', imprese, rappresentanze sociali, associazioni e volontari. Il contributo dei cattolici puo' essere ancora una volta ''trainante''. Valori e contenuti che ispirano questo Manifesto possono ''costruire un punto di riferimento per l'intera comunita' nazionale''.

domenica, febbraio 28, 2010

La Pira e i nostri giorni tristi


L'Italia, la politica e la profezia.
Cosa farebbe oggi il sindaco 'santo'?

  • da Aesse 2 2010


  • È dal “settembre nero” di Wall Street che penso che Giorgio La Pira, primo presidente provinciale delle Acli fiorentine e sindaco santo di Firenze, tornato tra noi,chiederebbe, scandalizzando Tremonti e Bersani e ovviamente Barack Hussein Obama e Hu Jintao,un welfare globale, ossia mondiale, ossia esteso a tutti gli abitanti della terra... Penso anche che tutti allora – dopo averne tracciato da morto lodi sperticate e averne piazzato un lustro fa il busto bronzeo nei corridoi di palazzo Montecitorio – non chiamerebbero l'Inps per verificare la fattibilità (ovviamente in tempi lunghi, quelli nei quali secondo Keynes saremo tutti morti) della proposta.
    Ma il 118 per verificare l'opportunità di un ricovero urgente.
    Perché? Perché la profezia si rivolge al sovrano e lo scandalizza (il Fanfani di turno). E la politica si irrita con i profeti, anche se, privata del loro pungolo, si riduce a grigia e impotente amministrazione.
    Non è pura immaginazione la mia se sul sito della Fondazione La Pira viene presentata una lettera scritta nel 1953 come risposta di La Pira a Fanfani, che lo aveva rimproverato per le sue prese di posizione di aperta difesa dei lavoratori che occupavano la Pignone invitandolo a una maggiore prudenza. Il sindaco di Firenze non era nuovo del resto a scritti di questo tipo, dal momento che il numero dei disoccupati e degli sfrattati della città lo troviamo sovente nelle lettere di auguri natalizi che sempre Giorgio La Pira inviava a Papa Pacelli.
    Scrive il Sindaco nel 1953: «Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e San Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni… Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c'è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c'è danari per i poveri la formula completa e vera! […] Osservare duemila licenziamenti in atto (e 2.000 in potenza) consolandomi con le esigenze della della 'congiuntura economica' e del non dar "esca ai comunisti"? Io resto stordito quando penso queste cose!».
    Alla logica lapiriana, allenata alla coerenza dei testi di diritto romano, non sfugge lo sbocco: «Non conviene avere un 'sindaco' ribelle come io sono: è per questo che io non ho voluto essere mai membro tesserato del partito: per questo non vorrei mai più essere impegnato in 'responsabilità' ufficiali: la mia vocazione è una sola, strutturale, non rinunziabile, non modificabile, che non può essere tradita: essere testimone di Cristo, per povero e infedele che io sia![…] Mi possono arrestare; ma non tradirò mai i poveri, gli indifesi, gli oppressi; non aggiungerò al disprezzo con cui sono trattati dai potenti l'oblio od il disinteresse dei cristiani. Ecco perché fraternamente ti dico: mandatemi via; è meglio per tutti».
    Non c’è eccesso di teoria nel testo lapiriano. Il sindaco appassionato, senza specifiche professionalità economiche, senza computer e anche senza pallottoliere, sa bene qual è il suo compito. Non si tira indietro. A non saper decidere è la politica, che ha abbandonato la testimonianza per limitarsi a enunciare dotte ricette in un concitato talk show televisivo. Non è casuale che quest'epoca malinconica abbia visto i testimoni sostituiti da allegri testimonial: non sono sinonimi, ma l'uno la caricatura dell'altro.
    «Perdonami per questo sfogo così vivo è così sincero; ma non avrei preso sonno se non ti avessi scritto: se non ti avessi detto che la mia vocazione non è quella di sindaco o di deputato o di altro: è una vocazione di testimonianza semplice e rude, dove è necessario, che, perciò, la legge scritta vale, ai miei occhi, solo se essa non è strumento di oppressione e di fame!».
    Perché questa politica non incide? Perché si muove, o meglio sta ferma, tra un tempo scaduto e un tempo ancora da inventare… Per questo la transizione italiana si è fatta infinita e la politica non va da nessuna parte. Riproporre il rapporto tra profezia e politica, antica fissazione aclista, serve per essere 'primizia di tempi opposti' (Erri De Luca).
    E infatti dalla crisi, iniziata con la fine della belle époquefinanziaria, non si esce per ritocco. Se i grandi finanzieri ne sono stati i becchini, non potranno certamente essere dei piccoli contabili le levatrici di un 'nuovo modello di sviluppo', come recitava il sindacalese di una volta, né tanto meno di un nuovoNew Deal.

    Giovanni Bianchi

    venerdì, settembre 18, 2009

    LA RABBIA ED IL CORAGGIO I laici cattolici e la democrazia in Italia.


    SEMINARIO LA RABBIA ED IL CORAGGIO
    I laici cattolici e la democrazia in Italia.

    Roma, 24/25 settembre 2009

    Scarica l'invito pdf








    "La speranza ha due bei figli:la rabbia e il coraggio. La rabbia nel vedere come vanno le cose,il coraggio di vedere come potrebbero andare".
    La frase di S'Agostino ci ha ispirato nel pensare e nel realizzare questo seminario. Rabbia, coraggio e speranza: ecco le tre parole chiave che fanno da filo conduttore a queste due giornate di dialogo, confronto e proposta.
    La rabbia ,perchè dei laici cattolici impegnati nell'agorà,nello spazio pubblico non possono assistere indifferenti alla evidente corrosione di un'etica pubblica,alla crescente delegittimazione delle istituzioni democratiche,all'impoverimento dei processi di partecipazione popolare.
    Restare alla finestra e' farsi corresponsabili di questo stato di cose; è accettare silenziosamente che i laici cattolici siano o confinati in spazi marginali nelle decisioni rilevanti per il Paese; o catalogati -il che è ancora peggio- come " longa manus" della Chiesa. Vogliamo invece esserci con la nostra identità, la nostra cultura, la nostra autonomia, con l'intelligenza di cittadini credenti intendono contribuire alla costruzione del bene comune della Nazione.
    Ma per uscire da questa duplice prigione, occorre coraggio,"il coraggio di vedere come potrebbero andare le cose", cioè una visione per il domani,un respiro più lungo e più profondo per l'azione sociale e politica.
    Prendiamo ispirazione per cercare di delineare questo cammino da alcune formidabili intuizioni della recente enciclica "Caritas in veritate". Dopo aver cercato di capire - attraverso la ricerca condotta da Ipsos -come si dispongono oggi i cattolici nel nostro paese, il seminario si concentrerà su tre focus che rinviano a tre fattori decisivi per il domani:il ruolo delle religioni nella vita pubblica;il rilievo della scienza nella formazione delle convinzioni e degli stili di vita del nostro tempo;il nesso tra produzione,distribuzione della ricchezza e felicità. Economia,scienza e religione:tre punti di vista per interrogarsi su quale società si vuole costruire e che ruolo la politica può svolgere.
    Ad incastro, tra il commento ai risultati della ricerca Ipsos e i tre focus, una singolare intervista a due protagonisti della TV in Italia:Ettore Bernabei ed Enrico Mentana. Un 'intervista per capire come e quanto la comunicazione e l'informazione sono ormai parte essenziale della formazione del costume ,delle opinioni e delle convinzioni.
    Infine l'ultima tappa:un'agenda della speranza. Poeti e scittori,politici e responsabili di reti associative dei cattolici,imprenditori e professori proveranno a scrivere ognuno un breve capitolo di questa agenda della speranza. Un modo per dire parole di senso per l'oggi ,senza farsi soffocare dalle scadenze di un'agenda sociale e politica troppo affollata. Un modo anche per portare un contributo a quell'agenda della speranza che è al centro delle prossime Settimane dei cattolici italiani per il 2010.
    Nello scrivere questa agenda della speranza, non possiamo non partire da una critica radicale al relativismo che è divenuto ormai un tarlo che corrode,giorno dopo giorno,reti familiari, tessuti associativi,corpi intermedi e vocazioni al dono e alla solidarietà.
    Bisogna "tornare a sperare di essere felici", come presupposto per agire insieme con la parola e la cultura e con l'azione sociale e politica ,per promuovere una vita buona per tutti.
    Luigi Bobba

    venerdì, gennaio 09, 2009

    Iervolino: "Walter mi ha pregata di non mollare"

    Il sindaco di Napoli: qui la politica
    è cattiva, più che a Roma
    LUCIA ANNUNZIATA
    NAPOLI
    Parliamo del registratore e togliamocelo dai piedi. Più o meno è questo lo sbrigativo approccio con cui il Sindaco di Napoli Rosetta Iervolino inizia l'intervista. Affatto pentita dell'uso dello strumento; convinta che ora bisogna mettere da parte la vicenda "perché ci sono tante cose più importanti da discutere, ed ora di calmare le acque". Ma, come sempre, dannatamente sincera. Una macchina tritasassi, non appena apre la bocca.

    Le registrazioni che aveva promesso di non rendere pubbliche oggi sono uscite... «Non da me, ma forse dalla memoria di chi parlava con me e si è sentito tirato i ballo...».

    Pentita di aver usato l'aggeggio?
    «No, assolutamente. Tra l'altro non lo so nemmeno manovrare. Ma ribadisco che ho detto a Teresa Armato che il registratore era la condizione per parlare con il Pd. Del resto, se si è in buona fede non si hanno problemi a parlare».

    Dunque lei dice che Nicolais e Iannuzzi sapevano del registratore?
    «Ripeto, l'ho detto a Teresa Armato di fronte a due testimoni. Se poi Teresa non glielo ha detto non mi interessa. Sono stufa di questa storia. E poi se i presenti non avevano gli occhi per vedere non ci posso fare nulla. Basta così però, è ora di smorzare questa storia ...».

    Però l'uso del registratore dimostra che non si fida dei suoi interlocutori del Pd.
    «Di alcuni interlocutori. Avevo già sperimentato in precedenza che decisioni prese in concordia in privato sono state negate in pubblico, per cui...».

    Parla sempre di Nicolais e Iannuzzi.
    «Certamente».

    Ma che gioco fanno? Cosa non le piace?
    «Non mi piace rispondere a questa domanda non voglio riaccendere le beghe. Mi auguro solo che loro facciano l'interesse del partito, e io, come sindaco, della mia città».

    Un rapporto molto drastico direi. In questo periodo in cui è in difesa, sembra di vedere una nuova Iervolino, capace di resistenza e scontro , rispetto alla figura molto istituzionale del pasato.
    «Non so se è nuova o se solo non è mai stata notata prima. Io sono sempre stata un po' più matta di quel che appare. Come cattolica e madre di quattro figli sono sempre stata composta, ma io la rivoluzione ho cominciato a farla dall'Università, scrivendo a quei tempi una tesi sulla parità dei sessi. Così come mi vanto del fatto che una delle leggi più liberali, quella sul cambio di sesso, l'ho fatta io insieme alla mia amica Giglia Tedesco. E poi, la pare, sono stata la prima donna Ministro degli interni».

    Non c’è dubbio però che Lei in tutti questi anni si e' tenuta nel Pd molto defilata. «Defilata si, ma a mio merito. Il fatto è che io non ho mai avuto pacchetti di voti. In casa mia ci sono state sempre solo due tessere, la mia e quella di mio padre. Dalla sua morte nel 1985 solo la mia. Mi hanno sempre chiamata solo per i compiti difficili, come quando insieme a Martinazzoli facemmo piazza pulita degli inquisiti della Dc».

    Come descrive il suo rapporto con il Pd?
    «Di grande desiderio. Per me il Pd nasce nel 1994 quando durante la battaglia contro la finanziaria di Berlusconi facemmo i primi interventi concordati con gli ex Pci. Può immaginare che speranza ho avuto?».

    Una speranza che continua ancora?
    «Diciamo che continuo a coltivarla».

    Molti dicono che il Pd non si è comportato bene sulla questione Napoli. Indeciso, indiretto, senza un orientamento. Quale è il suo bilancio?
    «Il fatto è che a Napoli il Pd dovrebbe discutere su Israele e Palestina non se quello fa o meno l'assessore».

    Mi scusi, ma non la seguo. A Napoli si parla degli assessori perché nella Giunta si sono scoperte delle mele marce.
    «Attenzione, le mele marce le abbiamo cacciate io la magistratura. Gambale ad esempio, con eccellente storia, focolarino, eletto tante volte, antimafia: io non me ne sono accorta, e me ne prendo la responsabilità. Ma neanche loro del Pd! Il litigio attuale sulla giunta non è sul passato ma su chi nominare, e per me alcune delle loro obiezioni sono inaccettabili perché il primo rimpasto per cambiare l’ho fatto da sola a giugno. Il loro problema è di mettere altri da quelli che io volevo. Ma io ho la mia autonomia, per legge».

    C’è stato insomma nei suoi confronti da parte del Pd una sorta di mobbing, di pressione al fine di indebolirla?
    «Si, e c’è stata una rabbia da morire quando hanno visto che i nervi non mi saltavano. Ma sa, io avevo un bellissimo marito, professore universitario, medico, somigliava a Tyron Power, ma era malato marcio di cuore. Ho vissuto tutta una vita a far finta che la paura non ci fosse, per dare a tutti una vita normale. L'unica che lo sapeva era Giglia Tedesco che quando mi vedeva pallida e vicino al crollo mi diceva solo "su Rosetta, vai dal parrucchiere". Ho fatto una tale scuola in quegli anni, che ogni mattina mi sveglio, penso ai miei figli e ai miei nipoti, so che stanno bene e questo è tutto quel che mi basta».

    Dunque mai un momento di nervi a pezzi?
    «Intendiamoci: quando hanno arrestato i 4 assessori non ho perso tempo. Dopo mezz’ora ero in macchina per Roma dove mi sono consigliata con Walter. Gli ho detto che facciamo, sono a disposizione. E Walter, insieme a Franceschini, Fioroni, Nicolais mi hanno detto chiaramente "Vai avanti, tu sei pulita, fai il rimpasto più ampio possibile". Insomma io mi sono posta il problema e mi sono messa a disposizione. Ho ricevuto anche tanta solidarietà: da Ciampi, da Scalfaro, da Mattarella...».

    Mi sembra di capire da tutto quel che dice che lei ha un contenzioso soprattutto nei confronti di Nicolais, non del Pd tutto.
    «E’ una persona di gran valore ma credo abbia chi non lo consigli bene. Mi è spiaciuto che si sia dimesso, non ne vedo ancora le ragioni».

    Il Commissariamento da parte di Morando è secondo lei un aiuto o una sconfitta per il Pd napoletano?
    «E' una decisione. Non concordata con me e secondo me non necessaria, ma ora che c’è rendiamola utile».

    Bassolino. Come descrive i rapporti fra voi? Non mi pare si sia sprecato molto a difenderla.
    «Di rispetto reciproco. Devo riconoscergli che non ha mai fatto il padre padrone. D'altra parte se volevano un sindaco malleabile non avrebbero scelto me».

    Entrambi però avete segnato una sconfitta politica, al di là delle vicende giudiziarie. Eppure non abbiamo mai sentito una autocritica da lei.
    «Per carità, solo un cretino non se le fa. Io me le faccio ogni sera prima di dormire. Ma provateci voi a guidare una città senza soldi, quella con la maggiore povertà. Che avrebbe fatto Chiamparino ad esempio se non avesse avuto le Olimpiadi invernali?».

    Però, ripeto, dei 4 consiglieri non se n’è accorta
    «Come no. Il più fetente, Gambale l'ho cacciato a giugno, e le gare approvate dal consiglio comunale sono state bloccate dal sindaco in persona!».

    Dunque sapeva e non faceva nulla?
    «Sospettavo. Di sicuro più di chi li ha sempre sostenuti e li ha eletti più di una volta».

    Dopo 7 anni che rapporto ha stabilito con Napoli?
    «Di affetto. E' dopotutto la città mia e della mia famiglia. Ma la politica a Napoli è molto cattiva, più di quella di Roma».

    Davvero? Mi sorprende.
    «Si. A Napoli la gente ti attacca personalmente appena può e anche se non può. Nella politica in Parlamento non ho mai avuto una offesa. A differenza di qui. Riparlo di Gambale, che mi ha chiamato scema con Romeo. Un esempio».

    Perché? E' un riflesso di una cultura camorrista, cioè aggressiva, anche nelle istituzioni?
    «Non andrei così lontano. Ma certo Napoli è il luogo degli eccessi e delle diverse verità e comportamenti in pubblico e in privato».

    giovedì, ottobre 09, 2008

    Elettori, non sudditi


    La finanza senza regole e la crisi delle famiglie chiedono più politica. Ma non deleghe in bianco

    (da Aesse 10 2008)

    In tempi di crisi economica, di fronte all’impoverimento di tante famiglie – in difficoltà ad arrivare a fine mese, a pagare i mutui per l’acquisto della casa o gli affitti e le bollette salite alle stelle – sembra un po’ strano parlare di legge elettorale.

    Si rischia di essere percepiti lontani dai problemi, appassionati di “politichese” piuttosto che attenti alla realtà che ci circonda. Lo sanno bene i partiti politici, che approfittando con realismo di questo disinteresse generale, stanno pensando di completare il memorabile “porcellum” di tre anni or sono con la riforma anche della legge elettorale per le Europee. E di apporre qualche modifica solo formale alla attuale legge elettorale, per evitare il referendum che, rinviato lo scorso anno, rimane una scadenza ineludibile per il mondo politico italiano.

    Eppure il tema non può essere passato sotto silenzio, perché da esso dipende in misura non secondaria il futuro del nostro Paese. Non è indifferente poter scegliere il proprio rappresentante in Parlamento tra due o più candidati, vagliandone la biografia, le capacità, le idee. Come potrebbe un cittadino diversamente sentirsi protagonista e non suddito?

    Il sistema delle liste bloccate che abbiamo conosciuto nelle ultime due tornate elettorali cancella la democrazia intesa come partecipazione, dando tutto il potere a una casta – le segreterie dei partiti o i leader, più o meno carismatici, di questa stagione – e sottraendolo al popolo. Qualcuno ricorda che analogo sistema esiste in molte altre democrazie, ma si dimentica delle differenze: si può accettare la lista chiusa solo dove vi siano vere primarie – regolamentate e sicure – oppure collegi uninominali piuttosto piccoli, tali da consentire ai cittadini di conoscere i candidati.

    «La democrazia è rimasta un sostantivo, non è diventata verbo: democratizzare», ci ha ricordato nelle scorse settimane il professor Belderrain, dell’Università argentina di La Plata. Via via negli anni abbiamo costruito un sistema efficiente per governare la complessità del mondo contemporaneo – adottando sistemi quasi sempre rigorosamente democratici nella forma – ma poco ci siamo preoccupati, in Italia come in gran parte degli Stati occidentali, di ampliare gli spazi dell’esercizio del potere da parte del popolo.

    Il sistema della delega, sicuramente necessario per semplificare le dinamiche dell’esercizio del potere, non può essere assolutizzato: al contrario, a ogni delega deve corrispondere un più convinto impegno verso la partecipazione, dal basso, di tutti i cittadini. Se questo non avviene, se ci si arrende alla logica del presunto efficientismo dei partiti, la politica si allontanerà ancor più dal cuore delle persone e, cosa più grave, non saprà rispondere alle attese di servizio al bene comune.

    La finanza senza regole, la speculazione dei monopolisti, la crisi dei sistemi di welfare richiedono più politica, intesa come democrazia, partecipazione e trasparenza. Non una delega in bianco.

    Andrea Olivero

    sabato, settembre 13, 2008

    Cattolici: molto volontariato, poca politica


    Dall'indagine Acli a conclusione del convegno di studi 'Destra e sinistra dopo le ideologie'

    Perugia, 13 settembre 2008 – Protagonisti nel volontariato, meno sensibili alle forme di partecipazione civile e di impegno politico. E' questo il ritratto dei cattolici 'praticanti' che emerge dalla ricerca delle Acli presentata questa mattina a conclusione del 41° convegno di studi nazionale, a Perugia, dedicato ai temi della politica e della democrazia 'dopo le ideologie'. Un approfondimento dall'indagine esplorativa dell'Iref – realizzata nel mese di luglio su un campione rappresentativo di 1500 individui – volto ad analizzare 'L'impegno sociale e politico dei cattolici' alla luce del criterio della 'partecipazione'.

    Più di un cattolico praticante su 4 svolge attività di volontariato (26%): una percentuale decisamente più alta (+8%) rispetto al resto della popolazione italiana. E non a caso è la parrocchia il luogo principale dove gli italiani dicono di fare volontariato, seguita delle associazioni locali (23%) o nazionali (14%). A fronte, tuttavia, di questo attivismo sul piano dell'azione volontaria, i cattolici praticanti mostrano una minore propensione all'impegno nelle tradizionali forme dell'attivismo civile e politico.

    Tra gli intervistati che dichiarano un'assidua frequenza religiosa (una volta a settimana, il 29% del campione) solo il 5% è iscritto ad un'organizzazione di categoria o professionale (rispetto a un dato campionario del 7%); il 3,7% ad un partito, contro il 4,3% generale; il 10% fa parte di un sindacato (-3%); il 16% è membro di un'associazione (-1%). Un andamento simile si riscontra anche rispetto ad altre forme di partecipazione 'civica': solo il 3% ha partecipato nell'ultimo anno a manifestazioni di piazza su questioni politiche e sociali (contro l'8% del campione), il 6% ha aderito a forme di boicottaggio (-3%), residuale la partecipazione a scioperi o meetup pubblici come quelli di Beppe Grillo. Certo le scelte dei cattolici si inseriscono in una tendenza più generale – osservano i ricercatori dell'Iref –, ma è indubbio i livelli di partecipazione siano tra i praticanti più attenuati, o comunque non registrino quella 'differenza' positiva riscontrabile con evidenza nel campo del volontariato.

    Il presidente delle Acli Andrea Olivero (nella foto) richiama le parole pronunciate dal Papa domenica scorsa a Cagliari, l'appello ad 'una nuova generazione di laici cristiani impegnati', 'capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica'. «E' davvero il tempo – ha detto Olivero - per i cristiani di riscoprire la propria vocazione civile e politica se si vuole davvero trasformare il mondo alla luce del Vangelo. La democrazia, se non vuole ridursi ad un mero esercizio di delega, ha bisogno della partecipazione dei cittadini, e in particolare ha bisogno della partecipazione attiva dei cittadini cristiani, del loro entusiasmo, della loro intelligenza, del loro senso di responsabilità e di solidarietà».

    Se il rapporto con l'impegno politico in prima persona appare problematico, al momento del voto il comportamento dei cattolici praticanti è saldamente ancorato alle proprie 'convinzioni personali' (i valori in cui credo) che prevalgono (43%) sulle considerazioni rispetto all'efficacia del programma presentato dai diversi partiti (26%). Un'autonomia di giudizio che si riscontra anche nella disponibilità dichiarata a votare indistintamente un candidato di destra o di sinistra qualora lo ritenessero capace di risolvere i problemi del paese (42%, +4 rispetto al campione) o avessero la certezza della sua onestà (25%, +4%). Sta di fatto che la maggioranza dei cattolici praticanti italiani ha votato PDL alle ultime elezioni (40%, + 5% rispetto al dato generale). Il 25% si definisce di centro-destra, il 15% di centro-sinistra, il 14% di centro. Eppure un terzo dei praticanti non accetta nessuna di queste definizioni e il 37% dichiara di non sentirsi vicino a nessuno dei partiti politici esistenti. L'atteggiamento politico prevalente appare dunque 'post-ideolgico', ma ben radicato nei propri valori di riferimento.

    Proprio sul piano dei temi dalla forte implicazione etica, sociale e religiosa, l'universo dei cattolici praticanti mostra una forte compattezza di intenti e una coerenza di valori. Quasi la totalità dei praticanti (91%) afferma che sia giusto insegnare la religione cattolica nelle scuole (nel campione il dato scende al 71%). Allo stesso modo ritengono che sia particolarmente giusto e doveroso cancellare il debito dei paesi poveri con il contributo economico dei cittadini dei paesi più ricchi (71%). Il 58% è convinto della necessità di fissare dei limiti per la ricerca medica per tutelare la vita in ogni sua forma. Per il 55% è sbagliata l'idea di un riconoscimento pubblico alle coppie di fatto, incluse le coppie omosessuali.

    lunedì, settembre 08, 2008

    «Nuovi politici cattolici per l’Italia»

    In Italia serve una «nuova generazione» di politici cattolici, di «laici cristiani» che abbiano «rigore morale» e «competenza». Lo ha detto Benedetto XVI durante la messa celebrata ieri a Cagliari. Il Papa ha poi esortato i giovani a rifuggire «il nichilismo odierno», ha denunciato la piaga della precarietà del lavoro e con una preghiera a Maria in sardo ha esortato «il popolo delle madri» ad amare e difendere la vita. Infine il pontefice ha messo in guardia contro i falsi miti del guadagno facile imposti dalla società consumistica, invitando a non idolatrare chi ha successo.


    sull'argomento pubblichiamo un articolo del Presidente Casavola tratto dal Mattino

    Francesco Paolo Casavola


    Nell'omelia di Benedetto XVI per la messa celebrata nel santuario di S. Maria di Bonaria, a Cagliari, alla presenza non solo di una moltitudine di fedeli, ma anche di autorità nazionali e locali, primo tra tutti il presidente del Consiglio dei ministri, sono stati esortati i laici cattolici all'impegno nella vita pubblica, dall'economia alla politica. Non mancheranno commenti sulla portata di questo appello, nell'ampio ventaglio di ipotesi ch'esso stimola, dalla evocazione di un nuovo cattolicesimo sociale, democratico, popolare alla indicazione della necessità di una formazione intellettuale e morale, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, per una classe dirigente e politica all'altezza dei problemi che ci vengono incontro. In ogni caso, interpretata nella sua portata minimale, la frase dell'omelia papale vuol significare che i cattolici non possono non dar conto della loro presenza in tutti gli ambiti della storia presente del Paese. Qualcuno suonerà l'allarme per una ennesima minaccia di invasione clericale dei meccanismi che danno movimento e direzione alla convivenza nazionale. Ma sarebbe il caso di uscire da una simile psicosi, che è l'unica patologica giustificazione di quanti pretendono di dividere gli italiani tra atei e credenti. Qui è in questione una cultura civile, cui debbono contribuire, anche con le opportune reciproche correzioni, laici portatori di due grandi patrimoni, della cultura cattolica e di quella liberale.
    Se si mettono in fila i valori della libertà e dignità della persona, il valore della vita, della uguaglianza e della giustizia, della libertà del pensiero e della coscienza, del bene comune, della legalità, della solidarietà, dell'economia sociale di mercato, del rispetto delle diversità, della tutela dell'ambiente, della pace, come si può immaginare che ci si divida su fronti opposti? Si discuterà di modalità, di priorità, di commisurazione di mezzi a fini. Si discuterà di modalità, di priorità, di commisurazione di mezzi a fini. La distinzione, se proprio la si vuole andare a stanare, sarà la buona e la cattiva coscienza degli uni e degli altri. Abbiamo gli atei devoti, i finti credenti per ragioni di consenso elettorale, i fondamentalisti del laicismo e del clericalismo, che all'atto delle scelte concrete e delle decisioni non rinviabili saranno costretti a far cadere le loro mascherature. Ma prima di quel momento di verità, non solo politici, amministratori eletti, uomini delle istituzioni e della legge, ma anche delle imprese, delle professioni, delle formazioni sociali, debbono radicarsi in ogni realtà comunitaria tra i tanti territori e popolazioni del nostro paese. Di un tale incistidamento la Chiesa cattolica ha una esperienza millenaria. Si può non essere praticanti e tuttavia si è raggiunti da questa capillarità del mondo cattolico. Dall'altra parte, si oscilla tra la insignificanza dell'anonimato di massa e l'arroganza di gruppi elitari, che amplificano la propria rappresentatività traverso il controllo di stampa e televisione. Se si deve collaborare per mete condivise, è bene che i cattolici si dichiarino per quello che sono, che valgono, che operano. Senza complessi di nascondimento o di mimetizzazione. La loro franchezza costringerà a eguale comportamento i loro competitori. E la Chiesa gerarchica non si ridurrà a emettere ultimative e non più negoziabili parole d'ordine, ma tornerà alla sua missione di formazione delle coscienze, guadagnando anche dagli avversari comprensione e rispetto per la sua missione di madre e maestra.
    Francesco Paolo Casavola


    venerdì, agosto 15, 2008

    Dopo il caso Famiglia Cristiana una nuova stagione di impegno politico e sociale per i cattolici italiani?

    Nel grande vuoto lasciato dai cattolici democratici

    FRANCO GARELLI da La Stampa

    E’ un ferragosto di fuoco quello che sta vivendo Famiglia Cristiana, il celebre settimanale dei Paolini oggi al centro di varie tensioni. Anzitutto lo scontro col governo in carica, che si è offeso per l’ultimo editoriale della rivista che paventa la nascita in Italia di un fascismo «sotto altre forme». E di riflesso a questa vicenda, la netta presa di distanza del Vaticano dai commenti «politici» di Famiglia Cristiana, giudicata come una testata importante della realtà cattolica, ma che non esprime «né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana».

    Singolare dichiarazione quest’ultima, sia perché la direzione della rivista non si è mai sognata di parlare a nome dei vertici della chiesa (italiana e no), sia perché è evidente l’intento del Vaticano di non creare zone d’ombra tra il mondo cattolico e l’attuale governo italiano, anche a costo di mettere la sordina a qualche sua realtà autorevole. La Santa Sede, in altri termini, non vuol rovinare il rapporto con un esecutivo (e un’area politica) che considera attenti ai valori e agli interessi dei cattolici, in grado - molto più del precedente governo di centro-sinistra - di promuovere una politica che tuteli quei pilastri sociali (famiglia, vita, scuola libera, educazione, ecc.) che a suo dire maggiormente rispecchiano la visione cristiana della realtà.

    Non è che Famiglia Cristiana metta in discussione questi valori di fondo, anche se da tempo ha scelto la politica delle mani libere, promuovendo un’informazione sui fatti di casa nostra che non fa sconti a nessuno, che non si lega per partito preso a qualche forza politica, attenta a verificare di volta in volta la congruenza tra dichiarazioni e scelte concrete, tra fatti e intenzioni.

    Con questo cambio di pelle (relativamente recente), Famiglia Cristiana ha accentuato la sua presenza critica nella realtà italiana, passando da «pacioso» settimanale delle parrocchie a rivista di impegno civico di rilievo, che sta sulla breccia delle questioni emergenti; e ciò pur continuando a essere una testata che diffonde informazione e cultura religiosa, attenta al lato umano e spirituale dell’esistenza.

    Questa trasformazione sembra dovuta a due ragioni di fondo. Anzitutto l’esigenza di meglio collocarsi nel mondo della comunicazione, superando l’immagine di rivista per tutte le stagioni che era la Famiglia Cristiana del passato, quando il mondo cattolico era una realtà molto solida e poco differenziata. Nell’epoca del pluralismo, nessuna grande istituzione (quindi anche nessuna realtà comunicativa) può sopravvivere senza operare delle scelte precise, senza optare per un pubblico particolare di riferimento.

    Un altro fattore che può aver spinto Famiglia Cristiana a interessarsi maggiormente delle questioni sociali e politiche emergenti è l’attuale debolezza del cattolicesimo politico, il fatto che esso è ormai ridotto a una minoranza con poca risonanza pubblica. Al tempo in cui la Democrazia cristiana rappresentava gli orientamenti dei cattolici nella società italiana, Famiglia Cristiana era il collante comunicativo di un mondo cattolico perlopiù politicamente allineato. Oggi, invece, nella stagione dell’Italia bipolare, i cattolici sembrano relegati ad un ruolo comprimario sulla scena politica; e ciò sia che il governo sia targato centro-sinistra (come quello diretto da Prodi nella passata legislatura) o sia espressione del centro-destra (come quello attuale di Berlusconi). In entrambi i casi prevalgono esecutivi in cui (al di là di dichiarazioni formali) i cattolici sembrano avere poco peso e possibilità progettuale. In questo quadro, dunque, Famiglia Cristiana tende ad occupare uno spazio lasciato vuoto dalla politica «cattolica», dando voce ad istanze inascoltate, richiamando i governi ad una soluzione ai problemi che rifletta anche una visione solidale della realtà.

    Si può dire, come qualcuno ha sostenuto, che Famiglia Cristiana sia l'ultima espressione del cattocomunismo italiano, il gruppo editoriale che non si piega alla deriva a destra del Paese? Credo che il taglio socialmente aperto della rivista sia evidente, nel senso che Famiglia Cristiana rappresenta la punta comunicativa di quel cattolicesimo di impegno sociale che è una delle più grandi realtà della tradizione cattolica italiana. Ma detto questo, la rivista non sembra tirare in una sola direzione e applica lo stesso metro alle varie forze politiche e ai diversi governi. Ieri ha bacchettato Prodi sulla questione dei Dico e Veltroni sull’apertura del Pd ai radicali. Oggi è critica verso Berlusconi quando accusa i pm di essere sovversivi o quando la sua maggioranza sembra compiere scelte populiste sulla questione sicurezza.

    In un tempo di grandi silenzi e allineamenti (che coinvolgono anche il mondo cattolico), c’è una forza d'animo in queste prese di posizioni da non sottovalutare, che ha i suoi costi sociali ma che è foriera di una presenza sociale più partecipe e riflessiva.

    venerdì, maggio 09, 2008

    La politica dal basso. Andrea Sarubbi al congresso delle acli.

    dal blog di Andrea Sarubbi.
    Niente cravatta, dagli amici si va sportivi. Pensavo questo quando, stamattina, mi preparavo per il congresso delle Acli. E mi tornava in mente Fiuggi, due mesi fa: il mio primo appuntamento pubblico, da candidato ancora senza collegio, era stato proprio con le Acli del Lazio, per parlare di welfare. Sempre le Acli, poi, mi avevano accolto a Napoli con grande disponibilità, fin dal primo giorno. Mi ricordo ancora lo stupore, misto a paura, di fronte ad un’enorme cartina nell’ufficio di Pasquale Orlando: era la provincia di Napoli, ovvero il mio collegio elettorale, con tutti i suoi comuni. Un territorio immenso, in cui le Acli hanno una presenza capillare. E proprio di questo ho parlato, nel mio breve intervento di oggi: del fatto che, di fronte ad una politica sempre più distante dai cittadini, non si possa fare a meno di imparare dai corpi intermedi. Nella sua relazione, il presidente Andrea Olivero ribadiva come le Acli abbiano bisogno della politica, per non restare la casa delle buone intenzioni; io ho capovolto il discorso, dicendo che è la politica ad avere bisogno delle Acli, perché non c’è politica vera senza un legame stretto con il territorio, senza l’aiuto di gente motivata e disposta ad impegnarsi per la comunità in cui vive. Guardavo lo stemma delle Acli, con la croce in bella vista: gente che non si vergogna della propria fede, ma che - in oltre 60 anni di storia - è riuscita a tenerla separata dalle ideologie.
    ( Buon lavoro Andrea! p.o.)

    lunedì, febbraio 18, 2008

    Si può fare (yes we can), ma cosa? Il vento del cambiamento


    Si può fare (yes we can), ma cosa? Il vento del cambiamento
    Leonardo Becchetti - 15/02/2008 dal sito www.benecomune.net


    Il vento del cambiamento sembra spirare ormai ovunque.
    Barack Obama ha costruito la sua formidabile rimonta su Hillary Clinton su questa parola magica promettendo agli elettori più speranza (vedasi il famoso video su You tube). In Italia il cambiamento, grazie ad alcune decisioni coraggiose, ci promette di risolvere il problema di alcuni “Ghini di Tacco”, aghi della bilancia che non rappresentano altro che se stessi ma che bloccano con il loro potere di veto la governabilità del paese.


    In Francia il cambiamento strombazzato e promesso per ora ci regala una situazione in cui non si capisce più se il presidente francese è un leader politico o l’ultimo vincitore del Grande Fratello.

    Il desiderio di cambiamento esiste ma va riempito di contenuti validi.
    Può essere utile da questo punto di vista guardare cosa sta succedendo nelle scienze sociali ed in economia perché il dibattito scientifico anticipa e si trasforma in cultura condivisa dopo alcuni anni. Anche tra gli economisti spira il vento del cambiamento. Ai convegni più importanti è sempre più frequente sentire parlare di economia della reciprocità, del dono, si moltiplicano i contributi pubblicati sull’economia della felicità e gli esperimenti che contraddicono il modello dell’uomo lobotomizzato (quell’uomo economico che non conosce simpatia per l’altro e dovere morale) e quello sguardo avvilente che ha prodotto innumerevoli guasti culturali (conoscete quei risultati che dimostrano che tra tutte le “tribù” quella che è meno propensa al dono, alla fiducia e alla generosità è quella degli studenti di economia aziendale ?) .

    La tridimensionalità dei problemi sul tappeto (l’asse “materiale” della povertà e della precarietà, quello “ambientale” dell’inquinamento, del riscaldamento globale e dell’invasione dei rifiuti, quello della “qualità della vita” che ci continua a segnalare il deterioramento della vita relazionale e della soddisfazione di vita nelle nostre società) richiede nuove strategie che diano sostanza al cambiamento annunciato. Le vecchie soluzioni figlie di una cultura monodimensionale non funzionano perché risolvono il problema su un asse e lo peggiorano sugli altri. La crescita e produttività come valore unico peggiora la situazione dal lato della sostenibilità ambientale e da quello della soddisfazione di vita e della crisi di relazioni (solo qualche dato tra tanti, negli scorsi sei mesi sono aumentati del 17 percento i consumi di antidepressivi in Italia, aumenta costantemente il numero di morti non seppelliti e abbandonati in obitorio). All’estremo opposto la proposta provocatoria della decrescita ignora i vincoli economici e finanziari in cui ci muoviamo e in primo luogo il problema del debito. E’ come se un genitore monoreddito in una famiglia pesantemente indebitata annunciasse ai familiari che ha deciso di lavorare di meno e di ridursi lo stipendio…

    Avanziamo sommessamente una proposta ai politici ansiosi di riempire l’affascinante contenitore del cambiamento. Mettere al centro l’obiettivo della “felicità economicamente ed ambientalmente sostenibile” realizzabile attraverso una strategia che crei valore economico facendo attenzione agli altri due assi (ambientale e sociale). Offrire chiaramente una visione che dia un senso al nostro produrre (il know why e non solo il know how). Investire strategicamente nella cura delle relazioni e creare legami tra le finalità private e quelle sociali nel mondo della produzione (l’invito di qualche tempo fa dell’ex presidente Ciampi secondo cui l’Italia ha bisogno di una visione e di una missione non era infondato). Comprendendo quello che molti studi dimostrano: la vera molla della produttività non è negli incentivi monetari ma nelle motivazioni intrinseche (provate a calcolare la produttività o le ore settimanali lavorate di un missionario o di chiunque ha fatto del proprio lavoro una missione e a confrontarla con chi timbra stancamente un cartellino!) e la qualità delle relazioni tra lavoratori è la sorgente fondamentale della produttività in un mondo in cui l’innovazione è sempre più complessa e richiede il lavoro di squadra di saperi distinti e non intercambiabili (un esempio clamoroso di questo sono le comunità open source e la wikinomics).
    Le linee di principio sopra annunciate si possono tradurre in una miriade di proposte molto concrete. Incentivare e promuovere nel settore della produzione quelle imprese o quei settori all’avanguardia nella capacità di creazione di valore economico innovando in termini di efficienza energetica e riducendo la quantità di emissioni per valore creato. Favorire il meccanismo più naturale e spontaneo di redistribuzione del reddito tra Nord e Sud del mondo rappresentato dal fenomeno migratorio sfruttando appieno il suo contributo potenziale a produttività, occupazione e crescita (quanti posti di lavoro abbiamo già creato e non vogliamo riconoscere limitando il numero di lavoratori clandestini che possono regolarizzarsi!). Stimolare ulteriormente la responsabilità sociale d’impresa con regole sugli appalti pubblici che premino la medesima e l’attenzione all’ambiente oltre alla convenienza di prezzo. Attenuare la difficoltà a costruire relazioni stabili e ad investire nel futuro da parte dei giovani contrastando l’ostruzionismo degli insiders con più mobilità verticale e migliori percorsi di accesso e stabilizzazione nel mercato del lavoro. Aumentare i meccanismi di flessibilità che consentono di conciliare tempi di lavoro e famiglia. Infine, chiedere alle imprese di dotarsi di una valutazione di rating sociale che possa stimolare i consumatori ad esercitare con sempre maggiore efficacia il loro “voto con il portafoglio”. Un’iniziativa del genere creerebbe i giusti incentivi affinché la responsabilità sociale ed ambientale non sia soltanto un fardello per l’impresa ma sempre più una variabile competitiva che può aiutarla a conquistare il favore dei consumatori. E la responsabilità sociale d’impresa (quella vera e non soltanto dichiarata) è la chiave di volta per risolvere le tre dimensioni del problema.
    Insomma basta avere l’occhio (e leggere un po’ di letteratura scientifica recente) per capire che la parte emersa dell’iceberg (lavoro, capitale, produttività, performance) dipende crucialmente da quella sommersa ed immateriale (autostima, capacità di dare e ricevere fiducia, capitale sociale, beni relazionali, dignità) che solo un’economia della cura e delle relazioni può opportunamente sviluppare. Tutto ciò implica avere visione e la capacità di guardare oltre il proprio ombellico forse con un pizzico di utopia. Difficile ma si può fare.

    giovedì, dicembre 13, 2007

    Regali Vip sotto l'albero. Cacciari ha la sua ricetta.


    Regali vip per Natale? Massimo Cacciari (nella foto) la butta in libri e politica, per i suoi pensieri di fine anno. ''Di solito non faccio molti regali – dice il filosofo a Ign, testata on line del Gruppo Adnkronos – Se ne faccio qualcuno agli amici sono libri, non altro''.

    E a chi gli chiede quale titolo metterebbe sotto l’albero del Cavaliere e del leader del Pd, scuote il ciuffo e replica sorridendo: ''Dovessi proprio farlo, regalerei lo stesso libro a Berlusconi e Veltroni: ‘La politica come professione’, di Max Weber…''.

    Più in generale, nel ‘Natale politico’ il sindaco di Venezia legge delle novità: ''Mi pare che si stia prospettando - se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno – una qualche soluzione di questa transizione infinita. C’è la possibilità se non di un’intesa - probabilmente si andrà al referendum - almeno di un dialogo tra i cosiddetti Poli. Si è aperta una certa relazione fra le parti, ci si parla e non ci si condanna più a priori. Non ci si demonizza a vicenda. Il clima mi pare migliore rispetto a qualche mese fa''.

    E se qualcuno a proposito della ‘tela’ sulle riforme parla di ‘gioco delle coppie’, il sindaco di Venezia spiega sornione: ''E’ evidente che ormai è Veltroni il leader del centrosinistra e dei democratici. L’Ulivo durerà questo governo e questo mandato parlamentare e poi probabilmente non ci sarà più. E’ anche evidente che la Casa delle Libertà è in liquidazione e si aprono giochi nuovi tra il Pd e questo futuro partito di Berlusconi, se ci sarà, o quello che nascerà nel centrodestra. E’ la fase dove il blocco degli ultimi dieci anni si sta sciogliendo, è la fase del disgelo'', rimarca Cacciari.

    Le renne dispenseranno dunque il bipolarismo al Palazzo? ''Può darsi – conclude il filosofo di Venezia – comunque non riporterà più le vecchie acque. E in Italia che qualcosa scorra, va bene”.

    sabato, novembre 10, 2007

    Martini "politico" e la laicità dei cristiani.

    Il problema morale è il problema dell’orizzonte complessivo entro il quale ogni aspetto della vita e dell’attività umana deve trovare la sua giusta collocazione e anche la misura di autonomia che gli compete. E la fede illumina tale orizzonte di significato, orientando così il conseguente discernimento pratico”.

    Carlo Maria Martini



    Oggi i cattolici italiani sono divisi, e ciò che li divide è soprattutto la politica. Vi è un cattolicesimo identitario, che fa della contrapposizione al mondo la sua peculiarità, e vi è un cattolicesimo solidale, che pone la sua peculiarità nel dialogo e nell’inserimento nel mondo.
    Tra il principio identitario e il principio solidale quale privilegiare?
    Giovanni Bianchi un cattolico che ha fatto del sociale e della politica il suo principale ambito di lavoro, individua nel magistero del cardinal Martini a Milano la sintesi matura tra questi due principi: vivere l’identità cristiana nella solidarietà al mondo. In questo senso Martini è “politico”, perché indica ai cristiani che la “polis”, la città degli uomini, è lo sbocco privilegiato della loro fede nel dio fatto uomo.

    domenica, ottobre 21, 2007

    Il Papa attacca la camorra: Scuola e lavoro per combatterla


    Pontefice celebra la messa in piazza del Plebiscito a Napoli sotto una pioggia battente e davanti a ventimila fedeli

    Il cardinale Sepe dice che "la violenza è contro Dio" e che la città "vuole guardare avanti"
    Ratzinger chiede "più impegno" dei cattolici sia in politica che nel sociale


    NAPOLI - "L'amore può vincere la violenza" e la violenza, purtroppo, "non è solo camorra ma anche una mentalità diffusa". Inizia con queste parole la visita di papa Benedetto XVI a Napoli. Il Pontefice è arrivato questa mattina intorno alle 9 nel capoluogo campano dopo un volo in elicottero da Roma. Ad accoglierlo c'erano il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia Clemente Mastella. A quell'ora piazza del Plebiscito, la chiesa a cielo aperto di questa visita pontificia, era già affollata - almeno ventimila fedeli - malgrado la pioggia battente. Ma "il tempo brutto non ci scoraggia perché Napoli è sempre più bella" dirà poi il Pontefice durante l'omelia strappando applausi e sorrisi.

    Prima della messa, il cardinale Crescenzio Sepe ha salutato il Papa dicendo che "la violenza è contro Dio" e che "Napoli vuole guardare avanti, credere in se stessa, nei propri giovani, nelle proprie importanti risorse, testimoniate da una storia gloriosa e certificate dal timbro dell'ineguagliabile bellezza umana, culturale e religiosa che caratterizza la città e i suoi abitanti".

    Il Pontefice ha risposto entrando nel merito. Calando le sue parole nella realtà napoletana e parlando di camorra e violenza. "L'amore e la fede possono vincere la violenza" ha detto il Pontefice, così come "l'azione politica e la cultura possono essere l'antidoto contro il male" e la scuola e il lavoro "possono mettere i giovani in salvo dalla camorra". Ai cattolici, poi, Ratzinger ha chiesto "un maggiore impegno in politica e nel sociale".

    A Napoli "non mancano energie sane, gente buona, culturalmente preparata e con un senso vivo della famiglia" ha detto Benedetto XVI. "Di fronte a realtà sociali difficili e complesse, come sicuramente è anche la vostra, occorre - ha detto - rafforzare la speranza, che si fonda sulla fede e si esprime in una preghiera instancabile. E' la preghiera a tenere accesa la fiaccola della fede".

    Nella grande piazza, in una scenografia impressionante, hanno celebrato la messa con il Papa 77 tra vescovi e cardinali e 700 sacerdoti, 200 diaconi sono mobilitati per la distribuzione dell'Eucarestia e 400 orchestrali accompagnano i canti. C'erano presenti anche 42 esponenti di spicco di varie religioni: la funzione ha infatti inaugurato il Meeting interreligioso "Per un mondo senza violenza", organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio.

    Vivere a Napoli così come in molte regioni del sud è sicuramente più difficile, ha aggiunto il Pontefice, "ma guai se la violenza tende a diventare una mentalità diffusa". Il Papa elenca "le situazioni di povertà, di carenza di alloggio, di disoccupazione o sottoccupazione, di mancanza di prospettive future". Comprende il disagio e le difficoltà. Ma questo non può giustificare "il triste fenomeno della violenza" che dilaga ormai non solo con episodi eclatanti: "Non si tratta - infatti - solo del deprecabile numero dei delitti della camorra, ma anche del fatto che la violenza tende purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti nei quali prospera l'illegalità, il sommerso e la cultura dell'arrangiarsi".

    Ratzinger ha un messaggio per "gli ultimi" e per "le persone rette e oneste che soffrono per le sopraffazioni". Cita il Vangelo: "Come potreste pensare che il vostro Padre celeste, buono e fedele, il quale desidera solo il bene dei suoi figli, non vi faccia a suo tempo giustizia? La fede ci assicura che Dio ascolta la nostra preghiera e ci esaudisce al momento opportuno, anche se l'esperienza quotidiana sembra smentire questa certezza".

    In effetti, ha continuato il Papa, "davanti a certi fatti di cronaca, o a tanti quotidiani disagi della vita di cui i giornali non parlano neppure, sale spontaneamente al cuore la supplica dell'antico profeta: 'Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: violenza, e non soccorri?'". La risposta può essere solo la preghiera cristiana che "non è espressione di fatalismo o di inerzia anzi è l'opposto dell'evasione dalla realtà, dell'intimismo consolatorio: è forza di speranza, massima espressione della fede nella potenza di Dio che è Amore e non ci abbandona".

    martedì, giugno 19, 2007

    PD ACCELERA: IL 14 OTTOBRE LA SCELTA DEL SEGRETARIO

    ROMA - Il 14 ottobre i cittadini che voteranno per l'Assemblea costituente del Partito democratico ne eleggeranno anche il segretario. E' quanto ha deciso il 'Comitato dei 45' dopo quattro ore di riunione scegliendo la formula delle liste collegate ai candidati alla segreteria. Insomma, si tratta di un'elezione diretta del leader, un'opzione che secondo Romano Prodi "non indebolirà il governo". Soddisfatti i big delle tre anime del nuovo soggetto riformista: Ds, Margherita e prodiani.
    Si voterà dunque in 475 collegi (quelli della vecchia legge elettorale). Ci saranno liste bloccate (senza la possibilità di esprimere una preferenza) collegate ai candidati nazionali che intendono correre per la segreteria. Sulla base dei risultati del voto, i membri della Costituente eleggeranno formalmente il segretario. Si tratta di un metodo identico a quello della corsa per la Casa Bianca. Una vera e propria svolta (di fatto una inversione a U) rispetto alle decisioni dell'ultima riunione del Comitato, a fine maggio, che stabiliva che il leader sarebbe stato scelto dai delegati alla Costituente una volta eletti.
    Il premier, che sarà presidente del nuovo partito e dell'Assemblea, mostra di aver accettato la novità positivamente, nonostante fino a qualche settimana fa non fosse particolarmente convinto: "Serve un segretario forte. Il governo non sarà indebolito. Abbiamo trovato un accordo completo". Niente paura, dunque, di una diarchia con Palazzo Chigi, di una doppia leadership che possa mettere nell'angolo il capo del governo: "Voglio essere chiaro - ha detto Prodi ai 45 - si è fatto riferimento a me e al mio ruolo, ma non ci sono dubbi. Il Pd deve avere un segretario forte". Anzi, il premier sembra essersi convinto che per puntellare un governo in difficoltà sia questa l'unica strada possibile: "Un governo serio ha bisogno di un partito serio alle spalle".
    Prodi parla anche di "una larga possibilità di partecipazione di liste", del resto ha sempre sostenuto la necessità di avere molti candidati alla segreteria, e sottolinea il carattere federale del nuovo soggetto, tanto che sempre il 14 ottobre verranno eletti anche i segretari regionali.
    Un po' tutti i big dell'Ulivo sottoscrivono l'accordo raggiunto e la Margherita sembra particolarmente entusiasta. Se infatti Dario Franceschini (capogruppo del Listone alla Camera) parla di "una giornata di svolta", il coordinatore dei Dl Antonello Soro (che è anche uno dei tre coordinatori che lavorano alle regole) spiega che il segretario sarà un vero leader: "Non sarà solo uno speaker o un organizzatore, ma sarà un capo politico". Il presidente del Senato Franco Marini é convinto che si tratti di "una buona scelta". Soddisfatto, quando lascia il vertice di Piazza Santi Apostoli, anche il vicepremier Francesco Rutelli.
    Assente Massimo D'Alema, in Lussemburgo per il Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Unione europea, il leader dei Ds Piero Fassino dice che quella decisa è "una soluzione ragionevole, giusta e che realizza il massimo di partecipazione democratica dei cittadini". Anna Finocchiaro (presidente dei senatori dell'Ulivo) sottolinea che si arriverà presto a "un leader forte con una investitura popolare". E ricorda che sarà garantita la presenza delle donne. I candidati delle liste saranno infatti alternati e i due generi saranno presenti al 50%.
    Ora i partiti e i big che vorranno correre devono cominciare a lavorare. In molti, durante la riunione, hanno ribadito l'esigenza che la competizione non si risolva in una gara tra Ds e Margherita: le liste, insomma, dovranno essere trasversali. 100 firme saranno sufficienti per presentarne una e il termine scade il 14 settembre. Resta per ora aperto un tema di non poco conto: chi vince, se nessuno dei candidati raggiunge il 50% dei consensi? Il nodo sarà sciolto dai tre coordinatori (Migliavacca, Soro e Barbi) nelle prossime settimane.

    domenica, aprile 29, 2007

    29 aprile Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d'Italia . ( una santa politica)

    «Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d'Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua ""cella"" di terziaria domenicana (o Mantellata, per l'abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno ""Caterinati"". Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d'Italia con Francesco d'Assisi. (Avvenire)

    mercoledì, aprile 04, 2007

    Volontariato batte partiti politici 3-1:

    E' quanto emerge da una ricerca promossa dell'Arci e realizzata da Unicab, in occasione del cinquantenario dell'associazione

    Volontariato batte partiti politici 3-1: la percentuale di italiani che nel corso dell'ultimo anno ha partecipato alle attività promosse dalle associazioni culturali, ricreative, di assistenza e religiose oscilla tra il 24,1% e il 28,8%, mentre i partiti politici tradizionali hanno coinvolto negli ultimi 12 mesi solo il 10% dei cittadini, mentre la percentuale di partecipazione alle attività del sindacato si è fermato al 10,7%. E' quanto emerge da una ricerca promossa dell'Arci e realizzata da Unicab, in occasione del cinquantenario dell'associazione. In particolare, le associazione culturali e ricreative hanno attratto nell'ultimo anno il 28,8% dei cittadini. Le associazioni di assistenza fanno rilevare una percentuale di partecipazione del 26,7%, le organizzazioni religiose del 24,1% e le associazioni sportive del 21,8%. A giudizio di Paolo Beni, presidente nazionale dell'Arci, "i risultati della ricerca confermano l'importanza di stabilire un legame diretto con i cittadini e con le associazioni, senza avere il timore di confrontarsi con le spinte critiche che vengono dal basso. Il mio appello al governo è a ritrovare il dialogo con forme di partecipazioni che coinvolgono milioni di cittadini e a ritrovare un rapporto piu' forte con al società. Quello che preoccupa è la forte resistenza all'azione riformatrice che si incontra nei poteri forti del Paese che condizionano l'opinione pubblica, ma il governo non deve aver paura del dialogo e del confronto con la società". L'indagine, realizzata su un campione di mille cittadini maggiorenni, "ha messo in evidenza un paese vitale, pronto a lasciarsi alle spalle i momenti più difficili, in cui la dimensione del 'locale' è il contesto in cui matura una nuova voglia di società", sottolineano i promotori. In generale, l'84,4% degli intervistati è soddisfatto della qualità della vita nel proprio comune e una percentuale di poco inferiore (83,1%) altrettanto soddisfatta del proprio tenore di vita. Se il 37,9% del campione dichiara che negli ultimi anni il proprio tenore di vita è peggiorato, è più alta (43,1%) la percentuale di chi ritiene che nei prossimi anni andrà meglio. Quanto ai consumi culturali, su 100 italiani mediamente 23 vanno al cinema una volta al mese, quattro vanno a teatro, sei a mostre d'arte e sette ad eventi musicali. Il 56,4% del campione sfoglia un giornale almeno tre o quattro volte nell'arco della settimana, ma ben il 56% non arriva a leggere più di tre libri all'anno. Per quanto riguarda l'Arci, è risultata al terzo posto tra le organizzazioni no-profit più conosciute, preceduta solo da Wwf e Unicef.

    I cinquant'anni dell'Arci
    L'Arci compie 50 anni. Il 25 e 26 maggio del 1957, a Firenze, la convenzione dei sodalizi di base di Bologna, Novara, Pisa, Torino e Firenze dava vita ad un'associazione che oggi conta oltre un milione di soci e una rete di migliaia di case del popolo, circoli culturali e centri sociali diffusi in tutto il paese. "Rivendichiamo con orgoglio le nostre origini nelle case del popolo degli anni '50- dice Paolo Beni, presidente dell'Arci- ma abbiamo anche saputo cambiare nel tempo, facendoci attraversare dalle trasformazioni del Paese". Quello dell'Arci, prosegue Beni, e' "un percorso che ha coinvolto e formato generazioni di cittadini, per i quali ha rappresentato una palestra di democrazia". Le iniziative per celebrare il cinquantenario si snoderanno per tutto il 2007, sull'intero territorio nazionale, coinvolgendo le strutture locali. Gli eventi principali si terranno a Firenze tra il 24 e il 27 maggio. "Il cinquantenario- aggiunge Beni- sara' anche un'occasione per riflettere sul contributo che ancora possiamo dare al Paese". "L'associazionismo- conclude il presidente dell'Arci-rappresenta per noi un antidoto all'isolamento delle persone e all'egoismo sociale attraverso un lavoro di costruzione di legami fatto dal basso ".




    domenica, marzo 11, 2007

    Pane e politica W L'Italia Rai Tre

    Ha fatto davvero molta impressione la seconda puntata di Pane e politica andata in onda Domenica 11 marzo 2007 alle 21.30. Emerge una politica diversa da quella che speriamo.

    W L'Italia di Riccardo Iacona è tornato in prima serata con una serie di tre puntate dal titolo Pane e politica.
    E' un viaggio in tre puntate che comincia in Calabria, a Catanzaro, quando la città sta per scegliere il proprio sindaco, prosegue e si allarga a tutta la Regione Calabria per indagare su sprechi e costi della politica e finisce a Roma, alla Camera, al Senato, a Palazzo Chigi, quando il governo Prodi sta per affrontare forse la prova più dura per la tenuta della maggioranza: la Finanziaria.
    Riccardo Iacona ci racconta come si sono formate le coalizioni a Catanzaro, quali sono le strategie adottate dalle coalizioni per conquistare il sindaco della città , quali i patti con i tanti capielettori incaricati di spostare pacchetti di voti su quello o su quell’altro candidato.
    Pane e politica racconta la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali e il venire avanti dei cosiddetti partiti-persona, vere e proprie macchine elettorali incardinate tutte su persone che per la loro posizione al Comune, alla Provincia o alla Regione sono in grado di poter coltivare il proprio elettorato: proprietari dei pacchetti di voti, i partiti-persona sono in grado di giocarsi il loro capitale sociale in maniera autonoma sul mercato della politica, spostandosi al centro, a destra o a sinistra. Del resto la posta in gioco negli ultimi anni è diventata alta: dal Consiglio circoscrizionale, al Comune, alla Provincia, alla Regione un eletto percepisce un vero e proprio stipendio.
    Per molti la politica è l’unico vero lavoro e quando arrivi alla Regione è pagato talmente bene da falsare la gara: oggi un consigliere regionale della Calabria arriva a pretendere fino a quindici volte di più di un operaio, un professore, un ricercatore.
    Ma si mangia Pane e Politica non solo nelle assemblee elettive: Iacona ci fa vedere come a partire dalle società miste e dai consigli di amministrazione, la politica occupi tutti gli spazi possibili e immaginabili. E infine Iacona ci porterà dentro la coalizione di Prodi per cercare di capire come è stato possibile che proprio il centro sinistra desse vita al governo più “grosso” nella storia della nostra Repubblica, il governo dei 102 tra ministri, viceministri e sottosegretari e quali conseguenze sulla selezione della classe dirigente ha avuto l’ultima legge elettorale.
    Siamo proprio sicuri che questo è il modo migliore di selezionare la classe dirigente di un Comune, di una Regione, di un Paese?

    giovedì, marzo 08, 2007

    NEO – DEM Iniziativa per le riforme

    Tempo di congressi per la margherita e i ds in vista dell'approdo al partito democratico. Si tratta di una discussione importante sui temi principali del Paese. Discutiamo e approfondiamo i documenti. Questo che presentiamo oggi si colloca nel dibattito della margherita.

    NEO – DEM Iniziativa per le riforme
    1. Meno Stato, uno Stato migliore
    Per una parte cospicua, comunque decisiva, di cittadini italiani, l’immagine del centrosinistra coincide con tutto quanto, in vario modo, è riconducibile allo statalismo: l’impiego pubblico, la spesa pubblica, l’ingerenza dello Stato nelle scelte industriali, la burocrazia che perpetua se stessa, i partiti, la stessa politica. E la diffidenza nei confronti del centrosinistra si accompagna, così, ad un rapporto pericolosamente sfilacciato tra il cittadino e lo Stato. Anche l’ossessiva attenzione al tema delle tasse dipende, in modo preponderante, dalla profonda sfiducia per il modo in cui lo Stato utilizza i soldi che chiede ai cittadini. Ecco perché va sradicata l’idea di tassare (prima) per spendere (poi). Ecco perché vanno progressivamente, ma coraggiosamente eliminati i molti rivoli improduttivi della spesa pubblica e vinte le resistenze corporative che li difendono. Ecco perché un nuovo patto fiscale con i cittadini deve essere al primo posto nell’agenda del governo. Ecco perché al centro della sanità, della mobilità, della scuola devono esserci gli utenti e non le organizzazioni che li devono servire.

    2. Vicini a chi ha davvero bisogno e amici di chi intraprende
    La buona politica sarebbe priva di senso se non si occupasse, in primis, di chi ha bisogno, di chi è più povero, di chi necessita di aiuto. Ma, appunto, di costoro si deve aver cura (come autentica priorità), non di chi chiede allo Stato assistenza non dovuta e spesso la ottiene grazie al proprio potere contrattuale. Nel contempo va lanciato un chiaro messaggio di amicizia a tutti coloro che intraprendono e quotidianamente affrontano, per sé e per gli altri, il rischio dell’impresa. Anche e soprattutto le imprese piccole e medie sono fattore decisivo del benessere della nazione. Inoltre la politica progressista deve assumere sempre più il futuro delle nuove generazioni e il variegato mondo delle nuove occupazioni a proprio riferimento. Da ciò occorre trarre conseguenze anche per allargare la classica triangolazione Governo – Confindustria – Sindacati.

    3. Sicurezza soprattutto
    La sicurezza dei cittadini viene prima di ogni altro compito dello Stato e del governo. Lo Stato che non garantisce l’incolumità fisica dei cittadini e la percezione di vivere in un ambiente sicuro viene pericolosamente delegittimato. Ciò che si deve richiedere alle autorità di governo non sono soltanto le azioni concrete in ambito interno ed internazionale, ma anche atteggiamenti coerenti e costanti che non possano far dubitare dell’impegno assoluto per la sicurezza. La credibilità si acquisisce con il numero degli agenti dislocati sui territori, ma anche e soprattutto con l’importanza che si attribuisce al tema, con la priorità che si comunica. Inoltre, l’immagine della politica riformista deve accompagnarsi con l’assenza di giustificazione per ogni forma di illegalità.

    4. La società dei doveri (oltre che dei diritti)
    Nuovi comportamenti sociali chiedono nuove forme di riconoscimento, ma la modernità non coincide con i diritti individuali. La persona, che non vogliamo sacrificata sull’altare di alcun collettivo, ha diritti inalienabili di autonomia e deve poter espandere al massimo le proprie risorse, ma ciò significa anche doveri e responsabilità. Una società che non abbia al proprio centro il concetto di dovere (verso gli altri, verso ciò che è comune, nel lavoro) non ha futuro. L’enfasi a senso unico sui diritti (dei cittadini, dei lavoratori, delle imprese) è dannosa per l’Italia.

    5. Un nuovo patriottismo
    Oltre ogni retorica, va recuperato il senso di appartenenza alla patria. Il nostro patriottismo è porre l’Italia prima di tutto, prima di ogni sua parte, di ogni sua componente, al di sopra dell’interesse di un partito, di una coalizione. Questa è la nuova politica di cui tanti cittadini avvertono la necessità. Questa è anche la ragione profonda, non transitoria, non tattica, del dialogo e del reciproco ascolto tra i diversi poli, le diverse posizioni. Nuovo patriottismo deve anche significare ruolo internazionale del nostro paese e affiancamento dell’irrinunciabile interesse nazionale al valore per noi fondante dell’integrazione europea.

    6. L’Italia nel mondo che cambia
    Un mondo sempre più interdipendente ci spinge ad accentuare il profilo e l’impegno internazionale dell’Italia. Il contrasto al terrorismo globale e al fondamentalismo, la stabilizzazione dei paesi dilaniati dai conflitti ci riguardano direttamente. Accanto ai due pilastri storici della nostra politica estera (Europa e Usa) vanno ricercate nuove partnership strategiche nel mondo multipolare: dalla grande democrazia Indiana alle nuove democrazie emergenti in Africa e America Latina. La diffusione della democrazia e la difesa dei diritti umani assumono sempre maggiore rilievo.

    7. Scommettere sulle differenze e sulle autonomie
    La parola - chiave del nuovo riformismo è: differenza. Così come uguaglianza lo è stata per quello novecentesco. Non certo perché il nostro riformismo non sia nutrito del valore della solidarietà, bensì perché le istanze di giustizia non devono produrre appiattimento, soppressione delle differenze. L’Italia è un paese ricco di differenze, a partire da quelle territoriali: ciò costituisce una risorsa se esse vengono riconosciute e rese produttive, se prevale una vera cultura federalistica e autonomista, che è fondata sulla responsabilità ed è l’opposto di ogni ottuso egoismo. Sconfiggere resistenze e incrostazioni centralistiche è nell’interesse di tutta l’Italia.

    8. La politica è valori
    L’iniziativa riformista deve trasmettere valori. Ma non si spiegherebbe perché la retorica anticomunista berlusconiana possa avere ancora una tale efficacia nel 2007 in Italia, se non si comprendesse che una parte importante del set di valori del centrosinistra viene temuta da una fetta rilevante dell’elettorato, in quanto ritenuta discendente dal vizio collettivista del comunismo. Accanto a parole-chiave come solidarietà, democrazia, pace, il discorso pubblico dei democratici deve cimentarsi con altre parole-chiave della politica, cui pure un vasto pubblico è fortemente interessato: libertà, merito, responsabilità, persona, individuo, comunità. Lo spazio pubblico dei valori non è soltanto quello, comunque assai rilevante, che discende dalla religione. Le azioni per combattere la piaga della povertà e del sottosviluppo nel mondo siano un filo rosso della politica progressista. La tutela delle risorse e delle qualità ambientali é il discrimine di ogni politica innovativa. Infine dobbiamo riportare in primo piano il tema dell’etica (del comportamento, della condotta, dell’esempio perfino) di chi esercita il potere.

    9. Un partito Dem, ma soprattutto Pop
    C’è una difficoltà, perfino una ritrosia del centrosinistra a comprendere una parte dell’Italia profonda e ad interloquire con essa. E’ l’Italia sostanzialmente disinteressata alla politica dei partiti, che non prende la parola, ma si esprime con il voto nelle occasioni che contano e spesso a favore della destra. Il compito del futuro Partito Democratico è anche quello di conquistare il consenso di costoro, con una politica più semplice, più aderente alle istanze popolari (magari non rappresentate), più capace di comunicare. Il riformismo non si studia e non si applica in provetta. La riforma è un processo di coinvolgimento, non un testo partorito in un ministero. Un riformismo lontano dal popolo (quale esso è, non quale vorremmo che fosse) non avrebbe futuro.

    Khaled Fouad Allam
    Romolo Benvenuto
    Dorina Bianchi
    Luigi Bobba
    Andrea Colasio
    Franco Danieli
    Cinzia Dato
    Emilio Del Bono
    Lino Duilio
    Enrico Farinone
    Laura Fincato
    Maurizio Fistarol
    Giampaolo Fogliardi
    Gabriele Frigato
    Paolo Giaretta
    Maria Leddi Maiola
    Pierluigi Mantini
    Salvatore Margiotta
    Mauro Marino
    Maria Paola Merloni
    Riccardo Milana
    Franco Narducci
    Flavio Pertoldi
    Antonio Polito
    Simonetta Rubinato
    Giovanni Sanga
    Tiziano Treu
    Gianni Vernetti
    Riccardo Villari
    Rodolfo Viola
    Valerio Zanone