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domenica, agosto 22, 2010

Il monito del Papa: Accogliere le persone di tutte le nazioni



Benedetto XVI, salutando al termine dell'Angelus i pellegrini di lingua francese, ha sottolineato l'importanza di "saper accogliere le legittime diversità umane", seguendo l'esempio di "Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le lingue". Il Papa si è rivolto ai genitori invitandoli a "educare i vostri figli alla fraternità universale". In precedenza il Pontefice aveva detto: "Dio abbassa i superbi e i potenti di questo mondo e innalza gli umili" e "la Madonna e' l'esempio perfetto di tale verità evangelica". Il Papa ha poi invocato l'intercessione mariana affinché prevalga "la pace", specialmente "dove più infierisce l'assurda logica della violenza" e ha auspicato che "tutti gli uomini si persuadano che in questo mondo dobbiamo aiutarci gli uni gli altri come fratelli per costruire la civiltà dell'amore". Ieri il ministro degli Interni Roberto Maroni aveva suscitato l'indignazione delle opposizioni e delle gerarchie ecclesiastiche, dicendosi d'accordo con Sarkozy sui rimpatri dei rom e a favore anche delle espulsioni dei cittadini comunitari senza reddito e dimore adeguate.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-22/papa-difende-immigrati-accogliere-153526.shtml?uuid=AYT8HxIC

Il Papa difende gli immigrati: accogliere le persone di tutte le nazioni

di Celestina Dominelli

Il messaggio è tutto nel saluto con cui il Pontefice ha concluso la preghiera dell'Angelus a Castel Gandolfo. Parlando ai pellegrini di lingua francese Benedetto XVI ha sottolineato come la chiamata di tutti gli uomini «alla salvezza», di cui parlano i testi liturgici odierni, sia «anche un invito a saper accogliere le legittime diversità umane», al seguito «di Gesù venuto a riunire gli uomini di tute le nazioni e di tutte le lingue». «Cari genitori - ha aggiunto il Papa, sempre in francese -, possiate educare i vostri figli alla fraternità universale».

Aprendo la preghiera di oggi Benedetto XVI aveva ricordato che «Dio abbassa i superbi e i potenti di questo mondo e innalza gli umili» e che «la Madonna è l'esempio perfetto di tale verità evangelica». Il Papa aveva poi invocato l'intercessione mariana affinché prevalga «la pace», specialmente «dove più infierisce l'assurda logica della violenza» e aveva auspicato che «tutti gli uomini si persuadano che in questo mondo dobbiamo aiutarci gli uni gli altri come fratelli per costruire la civiltà dell'amore».

La scelta del Papa di rivolgere un messaggio in lingua francese ha riportato l'attenzione sulle espulsioni dei rom decise dalle autorità transalpine e contro cui si era schierato anche il direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. Nei giorni scorsi infatti il presidente francese Nicolas Sarkozy aveva annunciato una stretta sul crimine e l'immigrazione, condannata sia dalle associazioni per i diritti umani che dall'opposizione. A luglio Sarkozy aveva ordinato lo smantellamento di 300 insediamenti abusivi di rom e di nomadi, nel quadro di una più ampia stretta contro il crimine dopo le rivolte avvenute in due città francesi, in una delle quali era stato coinvolto anche un gruppo di rom e un commissariato era stato distrutto.


sabato, giugno 12, 2010

Da operaio in fabbrica a vescovo...sempre tra la gente



Intervista a mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano


ROMA, venerdì, 11 giugno 2010 (ZENIT.org).- Al termine dello speciale Anno sacerdotale, indetto dal Santo Padre Benedetto XVI in occasione dei 150 anni dalla morte del santo Curato d'Ars, ZENIT ha chiesto a mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e di recente nominato presidente della Commissione Problemi sociali e lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, una riflessione sulla figura del sacerdote oggi.

Sull'argomento mons. Bregantini ha scritto il libro "Lettera ai sacerdoti", con un commento alla Lettera agli ebrei cui si intrecciano episodi della propria vita di presbitero.

Come è nata la sua scelta sacerdotale?

Bregantini: A undici anni sono entrato in seminario per diventare un religioso nell'Ordine missionario degli Stimmatini; la scelta del sacerdozio si è innestata solo nel cammino successivo. Avevo trent'anni quando sono stato ordinato
presbitero perché la maturazione di questa decisione è stata progressiva e preceduta da un lungo cammino motivazionale: l'importante, per me, non era tanto "se" essere prete ma "come" esserlo.

Per alcuni anni, prima dell'ordinazione, ho svolto lavoro operaio, in particolare in una fonderia di Verona.
Ho imparato molto andando a lavorare secondo il ritmo dei turni di fabbrica, in tempi difficili segnati dalle lotte sindacali. Molte delle situazioni che mi sono trovato a fronteggiare in seguito, le ho superate con il metodo imparato affrontando il mondo del lavoro che è abbastanza ostico per la Chiesa. E' un mondo fiero, sicuro, che ti guarda dall'alto in basso, mentre il mondo rurale dal quale provengo - è più accogliente, a tratti segnato da religiosità e spiritualità naturale. Gli anni di lavoro in fabbrica hanno allungato quelli di studio; quando ho finito nel 1976 sono andato a Crotone dove l'anno precedente la mia comunità religiosa aveva aperto una casa. E' qui che sono diventato prete. La dimensione del sud, per uno che viene dal nord, è stata molto arricchente e ha completato il lavoro intrapreso di forte maturazione sulle motivazioni e sul metodo, simile a quello dei preti operai che a sua volta si rifaceva a quello di Charles De Foucauld: l'esperienza di un prete che "sta" con la gente.

Ci sono più modi di essere preti?

Bregantini: Si può essere preti guardando di più a certe dimensioni, per esempio quella cultuale o intellettuale: un professore dell'Università Gregoriana è un prete così come un parroco di Roma. Io avevo in mente la figura del parroco di periferia o del centro storico degradato di alcune cittadine meridionali.
Dove eravamo noi, un ambiente culturalmente molto povero nel centro storico di Crotone, nella mia stanzetta minuscola di un antico convento, sentivo i pianti dei bambini della famiglia accanto e questo aiutava ad immedesimarsi nei problemi di chi ti stava intorno.
Ho sperimentato come sia verissimo che la povertà difende tutte le virtù. La povertà difende la castità, l'obbedienza, la fede, la speranza di un prete perché gli fa porre la sua fiducia non sulle cose, ma sulla forza di Dio.
Un prete povero è molto amato anche oggi perché fa da specchio visibile di ciò che nel cuore di un prete non si può vedere. Dalla povertà economica si scorge la logica con la quale vive. La povertà è uno stile di vita che si accompagna all'accoglienza di chi bussa, alla condivisione delle situazioni di difficoltà, alla visita alle case più lontane della parrocchia, soprattutto alla visita agli ammalati. E' una cosa che raccomando specialmente ai preti giovani perché essi hanno spesso atteggiamenti innovativi che per certi ambienti risultano addirittura spregiudicati.
E' facile che la gente dica: "ma che prete è?". Se però il prete usa questi atteggiamenti, ma visita i malati, questa è una carta che convince tutti ed è vincente anche per chi non viene in chiesa. Così pure sono vincenti la generosità, la cura delle cose della chiesa, il non farsi una casa propria, trascurando magari la canonica.

E' questo che vuol dire "essere sacerdote al modo di Melchisedek" di cui si parla nella Lettera gli ebrei?

Bregantini: Melchisedek rappresenta proprio la logica di un prete che non ha discendenza, non ha rapporti parentali e con le cose, con la ricchezza: offre solo pane e vino e non buoi o altri sacrifici. La sua è una dimensione di relazione fatta di gratuità. Diventa prete non perché appartiene alla tribù, come Aronne o Levi, ma per una chiamata gratuita. Si può essere prete secondo Aronne, cioè secondo la tradizione, o secondo Melchisedek.
Secondo Aronne è quando ti senti "arrivato" e batti i pugni: "il parroco sono io".
Cristo, invece, che è sacerdote secondo Melchisedek, non ha appartenenze ma competenze, cioè qualità di gratuità, generosità, bellezza nello stile di vicinanza alle persone, tutte cose che la Lettera agli ebrei mette in evidenza.
C'è una frase molto bella a proposito di Gesù: "non si vergogna di chiamarli fratelli". Lui non si occupa di angeli, ma di uomini che hanno paura, che hanno peccato, che hanno dei limiti. Questa è la logica di un prete. Tutti i problemi diventano i suoi ma senza assumere un atteggiamento di giudizio. Analizzare i fatti senza giudicare le persone è la bravura di un prete. Non è facile ma è il dono più grande che egli può avere.

Il curato d'Ars non era intellettuale...Come si sceglie un sacerdote? Cosa c'è al cuore della vocazione sacerdotale?

Bregantini: Una parola antica: lo zelo. E' una parola che è stata messa un po' da parte, perché aveva il sapore di propaganda o di indottrinamento. In realtà lo zelo è la passione con cui guardi le cose e le vivi e non è dato dalla capacità intellettuale. Certo il sapere è importante ma bisogna sapersi giostrare come hanno insegnato i grandi padri della Chiesa che sapevano di teologia ma non erano degli intellettuali, bensì dei pastori. Più che la scienza, occorre imparare la sapienza ed essa chiede di saper leggere i fatti e saper leggere i libri.
La sapienza non è una capacità innata, si acquista. Il curato d'Ars non aveva avuto la possibilità di studiare e faceva fatica. Però una volta prete organizza le cose bene: cerca il coinvolgimento dei laici, crea una scuola per le ragazze. Parla con estrema semplicità ma laddove non arrivano le parole, arrivano le lacrime, l'esempio, le sue esortazioni, il suo calore. Soprattutto, confessa.
Il metodo che il Papa mette in evidenza è molto acuto.
Si tratta del famoso "triangolo": il curato d'Ars sta in chiesa molte ore; la gente sa di trovarlo lì e quindi lo va a cercare; chi lo vede pregare ne è edificato e quindi anche la gente si mette a pregare e poiché sta confessando, la gente si confessa.
Così il triangolo riaccende la vita pastorale del paese, perché il prete dà l'esempio, l'esempio crea preghiera, la preghiera crea sacramento, il sacramento della confessione crea vita diversa e il circuito è semplicissimo, non richiede una grossa organizzazione o libri da studiare.

Come si trova l'equilibrio tra lo spendersi per gli altri e lo stare con Dio?

Bregantini: Non ci sono formule, però ci si accorge che se uno sta con Dio per esempio attraverso un'intensa preghiera al mattino la giornata ha risorse inaspettate e risposte molto più dense di altri giorni in cui il dover fare ha limitato la preghiera. E' molto più affannosa una giornata cominciata con il "fare" rispetto a una giornata cominciata con il pregare. L'equilibrio sta nel darsi un orario, essere abbastanza fedele, combattere fino in fondo la battaglia del cuore e quando il tempo con Dio è poco - perché magari mentre stai pregando arriva un'emergenza -, come diceva il nostro S. Vincenzo De Paoli "è sempre seguire Dio chi lascia Dio per Dio", cioè chi non può stare in chiesa a pregare perché ha un problema serio a cui porre attenzione.

In che misura il rapporto con i laici contribuisce a definire il ministero sacerdotale? Come lo ha fatto nella sua esperienza?

Bregantini: Tantissimo. A tratti in maniera molto decisiva. Credo che il vescovo abbia due mani: la mano destra è quella dei presbiteri ma c'è anche la mano altrettanto importante - dei laici.
Non sempre si guarda ai laici in termini di corresponsabilità, piuttosto di collaborazione. La differenza sta nel fatto che la collaborazione agisce sugli strumenti, la corresponsabilità opera sui fini. Noi vorremmo dei buoni collaboratori, ma temiamo i laici corresponsabili che dialogano, interagiscono e a volte contestano. Hanno la potestà di farlo perché hanno la stessa chiamata battesimale. Questo non risulta molto gradito perché sembra che una realtà paritetica tolga l'autorevolezza o l'autorità.
E' qui il difficile, sentire i laici veramente fratelli, cioè persone che ti plasmano dentro, creano spazi di verità.
E' un lavoro lungo che richiede laici preparati. E' importante il lavoro delle associazioni ecclesiali come l'Azione cattolica, gli Scout, il Rinnovamento nello Spirito che creano laici di spessore che hanno anche un occhio attento, strategico, intelligente.

Il territorio influisce sul proprio ministero?

Bregantini: In maniera determinante così come Nazaret ha influito su Gesù che poi da adulto è andato a Cafarnao e quindi a Gerusalemme. Nazaret è un paese sperduto, Gerusalemme è la capitale: caos, lingue diverse, soldati, soldi, potere. Gesù è stato forgiato dagli ambienti e la stessa cosa è stata per me. Dico spesso che ho tre colori dentro: i colori vivissimi del Trentino, quelli accesi della Calabria e quelli pastello del Molise. E' una formula per indicare
che l'importante non è tagliare la vita a pezzetti ma di intrecciarla, fare in modo che nulla vada buttato via.
Il Trentino mi ha dato l'amore alla terra organizzata secondo criteri di cooperazione, il senso del lavoro fatto insieme. La Calabria mi ha dato la vivacità, il gusto delle relazioni, il calore dei dialoghi intensi, stare vicino alle persone, piangere con loro, condividere gli ideali. Il Molise ha una sfumatura molto più dolce. Appena arrivato un sindaco mi ha detto: "è una terra vivibile". Dire vivibile però non significa acquiescenza, ma un impegno ancora più forte affinché resti tale, orientando bene le scelte per il futuro, per esempio in materia di risorse energetiche.

Il prete oggi ha ancora una funzione sociale nel nostro Paese?

Bregantini: Nelle città si sente di meno, nelle periferie delle città di più, al sud ancora di più. Più il contesto è perfezionato dal punto di vista delle strutture sociali, meno si avverte questa funzione del prete.
Non lo è più come aiuto diretto nelle situazioni di disagio, però lo diventa in altro modo, dove c'è più solitudine, dove c'è più bisogno di riferimenti, di chiarezza. Un vero prete non può non avere risposte rispetto ai problemi sociali, la fede è incarnata. Il prete deve essere colui che sa capire, che non esaspera gli animi, sa essere fratello, indica la strada, scuote, sa dire anche le cose tristi che ci sono in un territorio. Io lo paragono a una sentinella.
In Calabria mi sentivo più il pastore che difende dal lupo; in Molise più una sentinella. In genere i preti in Italia sono soprattutto sentinelle. Credo che sia un compito più difficile perché il pastore lavora con la luce; la sentinella deve vegliare di notte.
Essa ha tre funzioni: vigilare con occhio esperto e chiaro, svegliare con voce profetica e, soprattutto, intravedere quanto resta della notte.

Cosa consiglierebbe a un seminarista?

Bregantini: Soprattutto l'umiltà, piuttosto che la bravura. Oggi i seminaristi sono già bravi ma la sicurezza può diventare autoreferenziale e mettere in crisi nel contatto con la gente. Alla gente non importa che tu sia bravo, ma che tu sappia stare loro vicino.

domenica, maggio 16, 2010

Bagno di folla in San Pietro per la giornata di solidarietà a Ratzinger. Grande presenza delle ACLI napoletane.




Bagnasco gli esprime vicinanza: Chiesa purificata dalla penitenza
ROMA
«Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa». Lo ha detto Papa Benedetto XVI, dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano, dopo la recita del Regina Coeli. «Viviamo nel mondo - ha aggiunto il Papa - ma non siamo del mondo. Noi cristiani non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell`amore, nel servizio».

«E` quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli - ha detto il Pontefice - hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E` quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l`uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza».

Piazza San Pietro si era rapidamente riempita: una domenica speciale per il mondo dell’associazionismo cattolico, a cui è stato chiesto di stringersi intorno al Papa come figli con il padre. La presenza più massiccia è quella di Comunione Liberazione che occupa più di metà della piazza ma sono tantissimi i carismi presenti: da quello di Rinnovamento dello spirito, che anima l’attesa con canti e balli, agli universitari della Fuci; dall’Azione cattolica alla Comunità di Sant’Egidio. Migliaia anche i rappresentanti di Coldiretti che con i loro cappelli gialli colorano la piazza. Sul colonnato campeggiano gli striscioni con le frasi di Benedetto XVI «È nella comunione della Chiesa che incontriamo Gesù», «Non abbiamo paura, Gesù ha vinto il male».

«La Chiesa purificata dalla penitenza sia luogo di giustizia e di conforto per i credenti». È quanto ha detto questa mattina il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, intervenuto per dare il proprio sostegno al Papa. Bagnasco ha parlato in attesa del Regna Coeli del Pontefice. «Dio onnipotente ed eterno - ha affermato Bagnasco nella preghiera pubblica - conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati, ascolta il grido di coloro che sono nel dolore, perchè trovino giustizia e conforto, così che, partecipando alla vita della tua Chiesa, purificata dalla penitenza, possano riscoprire l’infinito amore di Cristo tuo Figlio. Egli vive e regna per tutti i secoli dei secoli».




Grande delegazione delle ACLI Napoletane: addetti sociali del patronato ACLI con il direttore Pasquale De Dilectis e i gruppi della Fap Acli guidati da Gennaro Guida. "Diverse centinaia di lavoratori cristiani delle ACLI napoletane- ha dchiarato Pasquale Orlando, presidente delle ACLI di Napoli-hanno dato il segno della nostra solidarietà e il nostro affetto filiale a Papa Benedetto XVI, che con coraggio e determinazione sta operando per la verità e la purificazione nella Chiesa, favorendo la collaborazione con le autorità civili per la prevenzione e la punizione di questi crimini. Mentre respingiamo gli ingiusti attacchi di cui è stato fatto oggetto il S. Padre esprimiamo- conclude Pasquale Orlando- sgomento per l’emergere di casi di pedofilia che vedono coinvolti anche membri del clero e degli ordini religiosi ed oggi manifestiamo solidarietà alle vittime di questi abusi"

lunedì, gennaio 11, 2010

Il Papa: Rispettare gli immigrati.

Il monito di Benedetto XVI: «Sono persone come tutti, basta violenze»

CITTA' DEL VATICANO
Gli immigrati vanno rispettati e la violenza «non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà», tanto meno «in nome di Dio». All’Angelus Benedetto XVI parla di «due fatti» che «hanno attirato in modo particolare» la sua attenzione negli ultimi giorni, e si capisce subito che parla della guerriglia di Rosarno e dell’Egitto.

I suoi appelli rinforzano ulteriormente le denunce anticipate ieri dal segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, contro le «gravi condizioni di lavoro a cui sono sottoposti gli immigrati», immediatamente recepite anche dai vescovi italiani che dal quotidiano Avvenire puntano il dito da giorni sul fuoco che da tempo covava sotto la cenere nella provincia di Reggio Calabria.

I «due fatti» che preoccupano Benedetto XVI sono - spiega - «il caso della condizione dei migranti, che cercano una vita migliore in Paesi che hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza, e le situazioni conflittuali, in varie parti del mondo, in cui i cristiani sono oggetto di attacchi, anche violenti». E i due appelli che ne fa derivare, pronunciati a sorpresa dopo la preghiera domenicale in piazza San Pietro, sono in realtà uno solo: «Ripartire dal significato della persona», e imparare a rispettare chi è diverso, non importa se per provenienza o religione.

«Bisogna ripartire dal cuore del problema - ha esclamato il Papa dopo l’Angelus a piazza San Pietro -. Bisogna ripartire dal significato della persona. Un immigrato - ha affermato con forza - è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita». «La violenza - ha detto ancora - non deve essere mai, per nessuno, la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano. Invito - ha concluso - a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me».

venerdì, gennaio 01, 2010

PAPA:EDUCARE A RISPETTO DEI PICCOLI IMMIGRATI E PROTEGGERLI



"Fin da piccoli, e' importante essere educati al rispetto dell'altro, anche quando e' differente da noi". Lo ha detto Benedetto XVI citando nella messa per la Giornata Mondiale della Pace la "sempre piu' comune esperienza di classi scolastiche composte da bambini di varie nazionalita'", che, ha rilevato; "suscitano in noi la tenerezza e la gioia per un'innocenza e una fratellanza che ci appaiono evidenti: malgrado le loro differenze, piangono e ridono nello stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano spontaneamente, giocano insieme". Sono uguali a noi, ma cio', secondo il Papa, e' negato "nelle dolorose immagini di tanti bambini e delle loro madri in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati". "Volti - li ha descritti con commozione - scavati dalla fame e dalle malattie, volti sfigurati dal dolore e dalla disperazione".

Il Papa apre il 2010 con la pace e l'ambiente

Roma, 01-01-2010

Il rispetto degli altri e la difesa dell'ambiente. Questi i temi principali toccati da Papa Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata questa mattina a San Pietro. Nel primo giorno dell'anno, la Chiesa celebra anche la Giornata Mondiale della Pace.

E il Pontefice ha sottolineato che la pace "incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell'altro una persona, qualunque sia il colore della pelle, la sua nazionalita, la sua lingua, la sua religione". A questo bisogna essere educati "fin da piccoli". Parlando di ecologia, Benedetto XVI ha detto che "se l'uomo si degrada, si degrada l' ambiente in cui vive: Se la cultura tende verso un nichilismo, se non teorico, pratico, la natura non potra' non pagarne le conseguenze".

Come il capo dello Stato, anche il papa vede la crisi tutt'altro che alle spalle per l'Italia e ieri, nell'omelia dei Vespri di fine anno, Benedetto XVI ha espresso l'auspicio che si continui ad aiutare le famiglie e i disoccupati. Per la 43/a Giornata internazionale della Pace sono previste marce a Napoli, Firenze e Genoa organizzate dalla comunita' di Sant'Egidio; a Milano la messa per la pace del cardinale Dionigi Tettamanzi.

Apprezzamento di Napolitano "Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarieta' e ai valori morali incontriamo la voce e l'impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Cosi' come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo - che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell'allarme per il clima e per l'ambiente - ritroviamo l'ispirazione e il pensiero del Pontefice": cosi' il presidente della Repubblica nel discorso di fine anno. "Vedo egualmente sentita da quel mondo l'esigenza dell'unita' della nazione italiana", ha aggiunto Napolitano.

I saluti a Napolitano "Uno speciale augurio desidero indirizzare al Signor Presidente della Repubblica Italiana. A lui, alle altre autorita' dello Stato e all`intero popolo italiano formulo ogni miglior auspicio per l`anno appena iniziato. Auguri!": cosi' il Papa a conclusione del tradizionale Angelus di Capodanno.

http://www.repubblica.it/2010/01/sezioni/esteri/papa-1-gennaio/papa-1-gennaio/papa-1-gennaio.html

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=136143

mercoledì, dicembre 16, 2009

Acli, clima: ascoltare le parole di Papa Bendetto


Acli Terra: «L'agricoltura familiare nuova frontiera dello sviluppo sostenibile»

Approntare strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie. Lo scrive Papa Benedetto nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, dedicato al problema del clima e in generale alla questione ecologica. Parole accolte con grande soddisfazione da Acli Terra, l'associazione professionale agricola delle Acli che proprio tra due giorni ad Agrigento, dal 17 al 19 dicembre, celebrerà il proprio Congresso nazionale incentrato sul tema del nuovo umanesimo rurale.

«Siamo fermamente convinti - spiega Michele Zannini, presidente di Acli Terra - che lo sviluppo rurale e l'agricoltura familiare possano costituire degli antidoti efficaci contro l'avvelenamento del Pianeta. Il modello di agricoltura su scala familiare-contadina meglio di altri può assicurare un uso sostenibile delle risorse e delle energie, e promuovere un'agricoltura e un'alimentazione legate alle specificità e alle varietà dei territori. Ne sono un esempio milioni di famiglie contadine che, nel mondo, praticano l'agricoltura biologica».

«Se adeguatamente sostenuto dalle politiche nazionali e globali - insiste Zannini, che invita a non lasciar cadere le parole di Benedetto XVI - quello familiare e dei piccoli coltivatori è un modello altamente produttivo, che riesce a soddisfare i bisogni alimentari delle popolazioni, unendo al basso impatto ambientale un valore sociale fondamentale di tutela degli spazi e delle tradizioni rurali. L'agricoltura familiare, su piccola scala, può essere considerata il cardine delle nuove frontiere dello sviluppo sostenibile».

martedì, settembre 22, 2009

Bagnasco al Consiglio permanente della Cei insiste: sobrietà


«Un passaggio amaro» che ha colpito tutta la Chiesa.

Il presidente della Cei definisce così la vicenda che ha portato alle dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire dopo l’attacco del Giornale, un attacco che il cardinale stigmatizza «come segno di un allarmante degrado di quel buon vivere civile che tanto desideriamo e a cui tutti dobbiamo tendere». «La telefonata che il papa mi ha fatto in quei giorni – puntualizza Bagnasco – è stata un grande conforto».

I credenti sanno che attraverso queste prove possono migliorare se stessi e gli altri. Ma «questa consapevolezza, che è fonte di consolazione, non va equivocata: la Chiesa è in questo paese una forza costantemente leale e costruttiva che non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere ».
Espresso «profondissimo cordoglio » per i soldati italiani caduti in Afghanistan e definita «assurda» la strage considerati i compiti del contingente internazionale, Bagnasco dedica un’ampia parte della sua prolusione all’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate, della quale sottolinea la parte dedicata allo sviluppo come processo che vede al centro la persona umana e dunque l’etica, da considerare non più un optional marginale ma un fattore decisivo. Profitto e interessi non siano gli unici fini, c’è una responsabilità sociale dell’impresa e dell’economia.
Solo la via solidaristica porta al vero sviluppo e alla soluzione globale della crisi.
Circa la sentenza del Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso con il quale alcune associazioni ed esponenti di religioni non cattoliche hanno chiesto che la religione non produca crediti nella valutazione scolastica degli alunni, Bagnasco parla di motivazioni «speciose » dell’iniziativa e di discriminazione nei confronti di quel novantuno per cento di alunni che liberamente scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione, la cui specificità, precisa il cardinale, non ne fa venir meno la natura di disciplina scolastica.
Il dibattito sull’ora di religione riguarda per forza di cose il concordato tra Stato e Chiesa, e a questo proposito il cardinale si mostra stupito di «riserve e velleitarismi» anticoncordatari che arrivano «anche da settori insospettabili dell’opinione pubblica». Per Bagnasco lo strumento resta invece valido, perché è «un grande accordo di libertà che accomuna Stato e Chiesa non solo nel riconoscimento della reciproca autonomia, ma anche nell’impegno condiviso di collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese».
La Chiesa, dice ancora il presidente dei vescovi, quando parla di temi che riguardano l’uomo e la sua natura non lo fa per invadere campi altrui ma per trarre dalla fede, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, conseguenze utili per ogni persona e per la società. È un servizio. «Niente ci è più estraneo della volontà di far da padroni». La Chiesa conosce bene principi e regole della società pluralista, «nella quale tuttavia le religioni sono presenze né abusive né sconvenienti ». Anche quando chiede ai politici di mantenere le promesse fatte prima delle elezioni, la Chiesa non fa che esercitare il proprio ruolo di vigilanza etica. Per questo gli altri, quando guardano al mondo ecclesiale, «hanno il diritto di ricevere da noi una testimonianza genuinamente cristiana ». Sulla situazione italiana dal punto di vista sociale e politico, Bagnasco parla di un nazione che ha saputo affrontare la crisi economica «con grande dignità», ma nota anche un’Italia che ciclicamente viene attraversata da un «malessere tanto tenace quanto misterioso, che non la fa talora essere una nazione serena e del tutto pacificata al suo interno, perché attraversata da contrapposizioni radicali e da risentimenti». Questa Italia, dice il cardinale, ha bisogno di più amore da parte di tutti. Bisogna evitare il clima di scontro permanente riconoscendo le ragioni degli altri. Un ruolo fondamentale spetta alla politica, che deve cercare il bene comune.
L’atteso “capitolo Berlusconi” arriva nella cartella numero nove delle undici lette dal cardinale, e suona così: «Occorre inoltre che chiunque accetta di assumere un mandato politico sia consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda, nell’articolo 54». È un passaggio al quale Bagnasco ha lavorato molto, e che il presidente dei vescovi integra con parole del papa sottolineando «l’importanza dei valori etici e morali nella politica» e invitando tutti a guardare avanti facendo autocritica.
«È urgente e necessario per tutti e per ciascuno guadagnare in serenità. Questo oggi il paese domanda con più insistenza », e in ogni caso è bene ribadire che «la comunità cristiana mai potrà esimersi dal dire, sulla base di un costume di libertà che sarebbe ben strano fosse proprio a lei inibito, ciò che davanti a Dio ritiene sia giusto dire».
Ribadita la condanna della pillola Ru486, Bagnasco parla della questione del “fine vita” auspicando che «un provvedimento, il migliore possibile, possa essere quanto prima varato a protezione e garanzia di una categoria di soggetti tra i più deboli della nostra società », e in materia di immigrazione chiede che la sicurezza dei cittadini sia garantita senza ledere i diritti fondamentali dei migranti.
Infine, ricordando l’ormai prossimo anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia, un forte richiamo: guardando la carta geografica, dice, è impossibile non pensare alla naturale vocazione unitaria del paese. L’anniversario alimenti la cultura dello stare insieme.
«Di questo c’è oggi bisogno: abbassare le difese e gettarci maggiormente nell’incontro con gli altri».

mercoledì, luglio 15, 2009

Fiducia, gratuità e dono. Leggere l'enciclica sociale


Leonardo Becchetti - 14/07/2009

La nuova enciclica Caritas in veritate conferma che "la fedeltà dinamica a una luce ricevuta" rende la dottrina sociale capace di aggiornare le proprie riflessioni seguendo le novità del panorama socioeconomico e non rimanendo ancorati a principi ritenuti immutabili. Il testo è talmente innovativo che dalle prime reazioni della stampa e di alcuni commentatori sembra che non tutti dispongano delle necessarie categorie culturali per interpretarla. (Il seguente articolo è stato pubblicato da L'Osservatore Romano)

Un vecchio modo di fare e concepire l'economia è quello di pensare che le cose del mondo debbano essere gestite da un ristretto gruppo di diplomatici e di esperti, di "pianificatori benevolenti" che lavorano per il bene comune. Da questo punto di vista l'enciclica allarga gli orizzonti proponendo novità fondamentali sia nella concezione degli attori sia nella valutazione degli ingredienti fondamentali nella visione profetica di un sistema economico orientato al bene comune e allo sviluppo integrale della persona.

Per sgombrare il campo dall'interpretazione errata Benedetto XVI scrive: "Lungo la storia, spesso si è ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire all'umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. Purtroppo, si è riposta un'eccessiva fiducia in tali istituzioni, quasi che esse potessero conseguire l'obiettivo desiderato in maniera automatica. In realtà, le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione e, quindi, comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti".
Non esistono insomma regole o pianificatori benevolenti al riparo dei quali si può agire a piacere o ci si può sentire in grado di trasformare magicamente i propri egoismi in bene comune. Le buone regole e le buone istituzioni sono ovviamente necessarie ma la soluzione dei problemi passa attraverso ricchezza delle scelte, responsabilità e comportamenti di imprese, cittadini consumatori e risparmiatori e corpi intermedi che sanno coniugare creazione di valore economico e sociale.
Nell'ambito della concezione dell'impresa il punto saliente è il superamento del riduzionismo economicista che vede come unica impresa possibile quella che massimizza il profitto. L'enciclica sottolinea che "occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile".
Essa inoltre comprende pienamente la ricchezza dell'interazione tra imprese sociali e imprese for profit quando afferma che "serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all'impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d'impresa e dunque un'attenzione sensibile alla civilizzazione dell'economia". Resta sullo sfondo (ma ben presente) l'intuizione che un'economia più civile è un luogo nel quale più facilmente le singole persone possono raggiungere quella soddisfazione di vita e quella realizzazione integrale della persona che sono fondamentali per la realizzazione del bene comune.
In tale contesto emerge un pieno riconoscimento del ruolo chiave delle nuove forme d'impresa nel creare quei valori che consentono al mercato di sopravvivere quando si sottolinea l'importanza di "forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione" e si afferma che "Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità".
I riconoscimenti non si fermano qui perché l'enciclica descrive con dettaglio alcuni di questi nuovi operatori quando parla di "forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori" e di "banche che propongono conti e fondi di investimento cosiddetti "etici"". L'enciclica riconosce che nell'economia contemporanea "si sviluppa una "finanza etica", soprattutto mediante il microcredito e, più in generale, la microfinanza. Questi processi suscitano apprezzamento e meritano un ampio sostegno. I loro effetti positivi si fanno sentire anche nelle aree meno sviluppate della terra".
Giustamente a questo punto - di fronte alle tante imitazioni di un fenomeno ormai divenuto di moda - si sollecita anche l'attenzione a forme di possibile sfruttamento del termine etico sottolineando come sia bene "elaborare anche un valido criterio di discernimento".
Tuttavia, imprese responsabili - per potersi affermare - hanno necessariamente bisogno di cittadini che consumano e risparmiano in maniera responsabile. In questo caso, riprendendo un pensiero già sviluppato in precedenza nel Compendio della dottrina sociale si auspica che "la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti".
Sempre su questo punto si afferma che "la sperimentazione di nuove forme di finanza destinate a favorire progetti di sviluppo" è un'esperienza positiva che va approfondita e incoraggiata "richiamando la stessa responsabilità del risparmiatore". La riflessione sull'argomento si chiude in modo sistematico constatando che "La interconnessione mondiale ha fatto emergere un nuovo potere politico, quello dei consumatori e delle loro associazioni. Si tratta di un fenomeno da approfondire, che contiene elementi positivi da incentivare e anche eccessi da evitare. È bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico".
La chiave di volta di tutta la riflessione dell'enciclica si trova, a mio avviso, nel riconoscimento che, se vogliamo che l'etica s'incarni nell'agire economico quotidiano, dobbiamo riconoscere che gratuità, dono e reciprocità non sono momenti secondari o successivi all'agire economico ma devono permearlo dall'interno. In modo ancor più stringente si afferma - facendo tesoro di molte recenti scoperte scientifiche dell'economia sperimentale e degli stessi insegnamenti tratti dalla crisi finanziaria - che il mercato e il sistema economico hanno bisogno di fiducia, gratuità e dono per poter funzionare correttamente e che è la società civile - attraverso l'interazione feconda di imprese sociali, imprese for profit socialmente responsabili, consumatori e risparmiatori solidali - a produrre quei valori di cui il mercato ha assolutamente bisogno per sopravvivere.
Non c'è dunque un prima e un dopo, una zona franca libera da considerazioni morali nella quale le imprese, pur di massimizzare il profitto, sono libere di creare effetti negativi per tutti gli altri attori del sistema confidando poi nella filantropia per risolvere i problemi sorti nel percorso. È proprio questo tipo di errore di fondo che ha creato le premesse della gravissima crisi che stiamo vivendo. Solo dando forza alle energie e sinergie positive tra istituzioni, regole e attori responsabili possiamo uscirne veramente fuori.


martedì, luglio 07, 2009

Lettera enciclica Caritas in veritate. Testo integrale

Il testo completo della "Lettera enciclica Caritas in veritate del sommo pontefice Benedetto XVI ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi alle persone consacrate ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità".

Il Papa: «No a precariato e sfruttamento
un lavoro decente è un diritto di tutti»


CITTA' DEL VATICANO (7 luglio) - Papa Benedetto XVI, nella nuova enciclica Caritas in Veritate appena pubblicata, denuncia «la precarietà», «lo sfruttamento», la «mancanza di garanzie sociali», «l'indebolimento dei sindacati» nell'era della globalizzazione e delle delocalizzazioni e invoca il diritto a un lavoro «decente» per ogni essere umano. La povertà presente nel mondo, afferma il pontefice, ha una sua causa diretta nella disoccupazione.

«Che cosa significa decenza applicata al lavoro?», si chiede il pontefice nell'enciclica. «Significa - risponde - un lavoro che, in ogni società, sia l'espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna; un lavoro scelto liberamente... un lavoro che permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione». «Un lavoro - prosegue Benedetto XVI - che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa», conclude il pontefice.

Ogni migrante è una persona umana che «possiede diritti che vanno rispettati da tutti e in ogni situazionè e non può essere considerato una semplice "merce", afferma poi il Papa nell'enciclica. Di fronte al fenomeno epocale delle migrazioni «nessun Paese da solo - è il suo monito - può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori». «Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori», ricorda il Papa. «Il fenomeno - ammette - è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie», aggiunge. «Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati - ammonisce Benedetto XVI - come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione».

È una finanza senza etica, senza il senso di Dio, ad aver fatto deragliare l'economia reale, provocando l'attuale crisi economica mondiale, sottolinea ancora Benedetto XVI. La convinzione di autonomia dell'economia dalle «influenze di carattere morale - rileva il papa - ha spinto l'uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo». «Senza il bene comune come fine ultimo - ammonisce il pontefice - l'esclusivo obiettivo del profitto rischia di distruggere ricchezza e creare povertà». Senza la guida della carità- incalza - può concorrere a creare «rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni». La finanza «per lo più speculativa» è una distorsione dello sviluppo, così come - annota il pontefice - i flussi migratori incontrollati e «lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra». La crisi attuale, spiega, richiede anche dei «profondi cambiamenti» per le imprese. La loro gestione «non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari», ma deve anche farsi carico «della comunità locale».

Il papa cita quei manager «che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti» ed esorta ad evitare nel futuro «un impiego speculativo» delle risorse finanziarie. Il fenomeno della globalizzazione - spiega ancora - non può essere visto solo come un processo socio-economico. «Non dobbiamo - esorta - esserne vittime, ma protagonisti, procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità». Alla globalizzazione serve «un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza», capace «di correggerne le disfunzioni». Vi è, osserva, «la possibilità di una grande redistribuzione della ricchezza» ma la diffusione del benessere non va frenato con «progetti egoistici e protezionistici».

Riforma dell'Onu urgente, serve autorità mondiale. Nell'enciclica il pontefice afferma poi che la crisi economica mondiale ha evidenziato l'urgenza della riforma dell'Onu e la necessità di una vera «architettura economica e finanziaria» per governare la globalizzazione. «Urge la presenza di una vera autorità politica mondiale», scrive il papa. «Di fronte all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l'urgenza della riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che dell'architettura economica e finanziaria internazionale, affinchè - spiega il papa - si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di nazioni». «Sentita - aggiunge - è pure l'urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di responsabilità di proteggere e per attribuire anche alle nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni».

Il pontefice torna poi a condannare le politiche di controllo delle nascite, talvolta promosse da organismi dell'Onu, e sottolinea che il rispetto per la vita «non può in alcun modo essere disgiunto» dallo sviluppo dei popoli. Benedetto XVI denuncia quindi il pericolo di una «sistematica pianificazione eugenetica delle nascite», che minaccia lo stesso destino dell'umanità oltre che il suo sviluppo. «La ragione senza la fede è destinata a perdersi nell'illusione della propria onnipotenza» torna ad ammonire il pontefice, sottolineando come «la questione sociale diventa oggi questione antropologica».

domenica, maggio 24, 2009

Il Papa da Cassino: «Solidarietà ai lavoratori in cassa integrazione»

"Misure urgenti contro il precariato"
Il Papa auspica che Stato e imprenditori trovino «valide soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie», nel corso di una messa celebrata stamane a Cassino.

Ricordando la lezione del padre del monachesimo europeo, San Benedetto - a cui si ispirò, al momento di salire sul trono pontificio, per scegliere il suo nome Benedetto XVI - il Papa ha sottolineato l’importanza del lavoro, «cardine» della spiritualità benedettina insieme alla preghiera. «Umanizzare il mondo lavorativo - ha detto Ratzinger nel corso della messa in piazza Miranda in occasione della solennità dell’ascensione - è tipico dell`anima del monachesimo, e questo è anche lo sforzo della vostra Comunità che cerca di stare a fianco dei numerosi lavoratori della grande industria presente a Cassino e delle imprese ad essa collegate».

«So - ha sottolineato il Papa tra gli applausi dei fedeli - quanto sia critica la situazione di tanti operai. Esprimo la mia solidarietà a quanti vivono in una precarietà preoccupante, ai lavoratori in cassa-integrazione o addirittura licenziati. La ferita della disoccupazione che affligge questo territorio induca i responsabili della cosa pubblica, gli imprenditori e quanti ne hanno la possibilità - ha scandito il Papa - a ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie».

Il Papa ha poi lodato l’attenzione rivolta dai monaci benedettini «all’uomo fragile, debole, alle
persone disabili e agli immigrati. Nell’odierno sforzo culturale teso a creare un nuovo umanesimo, fedeli alla tradizione benedettina - ha detto il Papa - voi intendete giustamente sottolineare anche l’attenzione all’uomo fragile, debole, alle persone disabili e agli immigrati. E vi sono grato che mi diate la possibilità di inaugurare quest’oggi la "Casa della Carità", dove si costruisce con i fatti una cultura attenta alla vita». Nel pomeriggio Benedetto XVI visiterà l’abbazia di Monte Cassino.

giovedì, marzo 19, 2009

Il Papa, l’Aids e la malafede di Francia, Germania e Ue



Sull’aereo che portava il Papa nel suo primo viaggio in Africa, rispondendo ad una domanda di un giornalista di France 2 sulla posizione della Chiesa riguardo il problema della lotta all’Aids e dell’uso dei preservativi, Benedetto XVI, come è ormai noto, ha detto: «non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano con cure gratuite, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici, al contrario, il rischio è di aumentare il problema». Insomma, una posizione meno rozza e tranchant di quelle restituite dai media (per chi fosse interessato alla trascrizione dell’intervista e farsi un’idea un po’ più personale qui il testo).
Per chiunque abbia un minimo di conoscenza, e magari anche un minimo di frequentazione con i progetti di sviluppo e di assistenza sanitaria in Africa, queste parole di Ratzinger appaiono più di buon senso che di dottrina. È vero, verissimo, che la pubblicità e la distribuzione di preservativi sia nelle megalopoli che nelle zone rurali hanno spesso creato più problemi che benefici e che sono servite più alla coscienza e ai budget delle agenzie occidentali piuttosto che alle popolazioni. Per battere l’Aids, come ha giustamento detto il Papa occorrono tre cose: a) “cure gratis”, b) “una umanizzazione della sessualità” a tutela soprattutto delle donne, c) “una vera amicizia per le persone sofferenti capace di sacrificio”. Insomma, una sfida un pochino più complessa della distribuzione del preservativo, e mi si permetta, un pochino più giusta, ragionevole, umana.
Certo, vallo a spiegare alle Big Farma, ballo a spiegare ai pagatissimi funzionari delle Agenzie Onu. Per loro (anche per i loro tour nella prostituzione locale) il preservativo basta e avanza, altro che cure gratis, altro che educazione alla sessualità (entra la quale sta l’uso del preservativo, altrimenti davvro fa danni), altro che amicizia a rischio della propria vita. Il Papa, del resto, se ne intende, tante sono le esperienze laiche o religiose che hanno vinto la battaglia con armi più complesse del preservativo. Dice con giusto orgoglio Benedetto XVI: «Penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà». Basti pensare al progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio in Mozambico e ai suoi sorprendenti risultati.
Ora, i media, come sempre, hanno fatto di questo dibattitto serio, carne da macello e attaccare il Papa è ormai di moda in un continente che (povero illuso Giovanni Paolo II) si voleva richiamasse le proprie origini cristiane! Tutto questo, però, sta nell’ordine carnevalesco dell’oggi. Ma c’è qualcosa che è davvero intollerabile. Sono le prese di posizione dì governi come Francia e Germania e della Commissione europea. Questo no, risparmiatecelo, ministri e ministre arrossite un po’ di vergogna!
A salire in cattedra, oggi, infatti sono stati gli stessi responsabili di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua, e questo fa un po’ incazzare. A parlare sono gli stessi rappresentanti di quei Governi che non arrossiscono neppure per aver fallito e tradito l’obiettivo fissato alla conferenza di Barcellona del 2002 di destinare agli aiuti internazionali lo 0,33 per cento del PIL entro il 2006. Di aver tradito e fallito un ulteriore impegno, quello preso nel 2004 sugli Obiettivi del Millennio, quando firmarono e controfirmarono con inchiostro invisibile l’impegno di innalzare la quota per la cooperazione allo sviluppo sino allo 0,7% del Pil entro il 2015. E ancora la promessa del G8 2005 che disse di voler raddoppiare l’aiuto all’Africa.Come stiano le cose l’ha spiegato poche settimane fa l’Ocse.”I Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015, a partire dai livelli del 2004 - si legge nel Development Co-operation Report pubblicato in questi giorni - ma le proiezioni dell’OCSE rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi ciascun anno. I numeri sono abbastanza eloquenti: tra 2006 e 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007”. La crisi economica e finanziaria, infatti, ”che si e’ scatenata nei Paesi sviluppati, e sta ora colpendo i Paesi in via di sviluppo: riducendo i loro livelli di crescita e di commercio, di abbassare i margini che ricevono per risorse naturali, abbassando l’impatto delle rimesse e bloccando i flussi di investimenti verso i loro Paesi. Considerati i differenti gruppi di Paesi, l’Europa risulta aver aumentato i propri contributi del 3,1%, ma i Paesi europei membri dell’Ocse hanno ridotto il proprio impegno del 6,6%, i G7 del 13,9% mentre i Paesi non G7 hanno aumentato i loro contributi del 5,4%.L’OCSE/DAC chiede inoltre che Donatori E beneficiari coordinino meglio le loro attivita’, considerato che oggi circa 225 realta’ bilaterali e 242 multilaterali finanziano oltre 35mila attivita’ ogni anno. Il Rapporto rivela infatti che per 24 Paesi poveri meno di 15 donatori nel loro complesso assicurano meno del 10% degli interventi totali in quei Paesi, mentre il resto e’ ancora piu’ frammentato con grande dispendio di sforzi e di costi di transazione.

domenica, marzo 15, 2009

papa Benedetto: la mano tesa per la riconciliazione.

Se il Papa deve spiegare il perdono ai lefebvriani
ENZO BIANCHI
Il grande padre della chiesa, Basilio di Cesarea, in un testo dal titolo significativo - Il giudizio di Dio - stigmatizza in modo molto severo le divisioni, le lotte e l’inimicizia presenti nella comunità ecclesiale del suo tempo: «Vedo nella chiesa di Dio grandissimo disaccordo... e i capi, che con giudizi contrapposti lacerano le chiese, turbano il gregge». Questo scritto è ben conosciuto da Benedetto XVI che lo ha già citato in altre occasioni, ma ora sembra quasi il testo ispiratore della sua lettera indirizzata ai suoi confratelli nell’episcopato, una lettera resa pubblica affinché possa aiutare a fare chiarezza dentro e fuori la chiesa sulla «disavventura imprevedibile» occorsa con il sovrapporsi del caso Williamson alla vicenda della remissione della scomunica ai quattro vescovi del movimento di Lefebvre: aspetti per un verso intimamente legati, che è tuttavia importante mantenere distinti se si vuole guardare con lucidità al cammino della chiesa nel mondo contemporaneo, un cammino da percorrere sulle tracce del Vangelo e seguendo la «bussola» del Vaticano II.

Nella lettera - un testo in cui il papa narra la sua misericordia, la sua pazienza di pastore, la sua ricerca operosa della comunione ecclesiale - Benedetto XVI confessa anche il turbamento provocato in lui da questa crisi, dall’incomprensione del progetto, dalla cattiva comunicazione tra vertice e chiese locali, e manifesta con sofferenza la conoscenza di accuse astiose nei suoi confronti. Il papa vuole consegnare alla chiesa una «parola chiarificatrice» che aiuti a comprendere le sue intenzioni e «contribuire alla pace nella chiesa». Non si può non cogliere la straordinarietà di una simile lettera, lo stile e il linguaggio inediti nel magistero papale, l’umiltà della chiarificazione e la sofferenza di chi vede il proprio ministero di comunione compreso come causa di divisione. Sì, va confessato con parresia: la chiesa è oggi lacerata da divisioni e contrapposizioni, sovente si registra anche una confusione che non permette alla comunità ecclesiale di pervenire pur con fatica a quell’unanimità possibile, mai piena ma sempre da ricercarsi, in modo da essere reale comunione animata dall’amore ed essere segno e profezia per il mondo.

Ora, nella lettera del papa ai vescovi c’è una parola che ritorna con insistenza e che anima non solo il contenuto della missiva ma anche le intenzioni che hanno mosso il comportamento di Benedetto XVI durante tutta questa vicenda. Questa parola è «riconciliazione», una parola che il papa riconduce alla «priorità suprema, l’amore». È stata una precisa volontà di «riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione» che ha ispirato «il sommesso gesto di una mano tesa»; così il malaugurato irrompere della polemica negazionista ha finito per apparire come una «smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei». Riconciliazione, unità, pace all’interno della chiesa si rincorrono nelle accorate parole di Benedetto XVI che non esita a fare chiarezza anche sulle questioni al cuore della disputa: il concilio nel suo rapporto con la tradizione è definito come evento che «porta in sé l'intera storia dottrinale della chiesa»; l’impegno per l’unità dei cristiani, l’ecumenismo «è incluso nella priorità suprema» del suo pontificato; il dialogo interreligioso è definito non come semplice confronto sul piano culturale bensì come «la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce».

Ma «riconciliazione» è anche la parola che meglio esprime il desiderio prioritario del papa, della chiesa, dei cristiani: «rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio», perché proprio così avviene la riconciliazione tra Dio e l’umanità, si avanza su vie di umanizzazione e ci si apre alla «nuova creazione». Riconciliare gli uomini con Dio è il compito del ministero apostolico ed è responsabilità che ricade anche sui cristiani: nessuna ostilità, nessuna inimicizia verso l’umanità di oggi, ma il desiderio di impegnarsi giorno dopo giorno per migliorare la convivenza civile, combattere l’idolatria sempre rinascente, fonte di alienazione per tutti gli uomini, frenare il decadimento nella barbarie, favorire la pace e la giustizia, promuovere la dignità e i diritti di ogni persona, lavorare per una più equa distribuzione delle risorse naturali e dei frutti del lavoro umano...

Ma l’accorato appello del papa non andrebbe colto solo come inerente alla vicenda della remissione della scomunica, ma come esortazione alla chiesa intera. In quest’ultimo decennio, infatti, soprattutto nella chiesa che è in Italia, abbiamo assistito a una trasposizione anche a livello intraecclesiale di metodi di lotta già condannabili in ambito mondano: calunnie fantasiose, interpretazioni false, denigrazioni, ricostruzioni accomodate di eventi fatte circolare con l’aiuto di qualche giornalista compiacente per attaccare o screditare ora un cardinale, ora un vescovo, ora uomini di chiesa. Si lanciano dubbi o accuse di non appartenenza alla comunione ecclesiale, si etichettano persone come antipapa, pericolose per la fede della comunità cristiana, le si censura, si arriva persino a condurre sotterranee guerre per bande e lobbies. E quanti usano questi mezzi squallidi sanno che chi è etichettato come avversario non userà le stesse armi per difendersi perché non acconsentirà mai a una lotta fraterna manifestamente contraria al vangelo e allo stile del cristiano. Eppure non ci si dovrebbe dimenticare che, come ricorda il papa, «la discordia dei cristiani, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la loro credibilità nel parlare di Dio».

Sì, la pace ecclesiale è stata ed è contraddetta, e per tutti coloro cui sta a cuore l’unità dei discepoli di Gesù questa situazione è fonte di sofferenza: come fa Benedetto XVI in questa lettera, ci si deve rifiutare di reagire con risentimenti e aggressività, ben sapendo che non solo si soffre per la chiesa, ma che a volte sono anche gli uomini di chiesa che fanno soffrire. Ma un vero discepolo di Gesù sa che impara ad amare la chiesa del Signore nell’acconsentire a soffrire per essa, fosse anche ricevendo sofferenze dagli uomini che la rappresentano.

sabato, marzo 14, 2009

Mordersi e divorarsi a vicenda non è libertà. La lettera di Benedetto XVI

In una lettera a tutti i vescovi cattolici, Benedetto XVI spiega che la sua decisione di rimettere la scomunica è dettato dalla ricerca dell’unità, essenziale in un mondo nel quale “Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini”. Ci sono stati errori da parte del Vaticano, ma un mal interpretato senso della libertà ha portato a mettere in discussione la pace nella Chiesa, nella quale la Fraternità e i suoi ministri “non esercitano in modo legittimo alcun ministero”.
il testo
Mordersi e divorarsi a vicenda non è libertà. La lettera di Benedetto XVI

Cari Confratelli nel ministero episcopale! La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi. Alcuni gruppi, invece, hanno accusato apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si è scatenata così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, una parola chiarificatrice. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.
Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia è apparso all’improvviso come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa.
Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si è trasformato così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio - passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che, grazie a Dio, continua ad esistere.
Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità San Pio X non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.
Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” - istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa - con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.
Ora però rimane la questione: era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: era ed è, veramente sbagliato cercare la riconciliazione? Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa?
Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? Purtroppo ancora oggi nella Chiesa c’è il mordersi e il divorarsi a vicenda come espressione di una libertà male intesa. A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.
Città del Vaticano (AsiaNews) - Nella vicenda legata alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani – intrecciatasi con quella del negazionista mons. Williamson – c’è stata “all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata”, lo stesso Papa è stato “trattato con odio senza timore e riserbo” e “con ostilità pronta all’attacco”, senza rendersi conto che il gesto di riconciliazine fa parte di quell’impegno a rendere presente Dio nella storia, che è fondamentale per la Chiesa. A scriverlo è lo stesso Benedetto XVI nella “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre”, resa pubblica oggi.

Largamente anticipata già ieri - e anche questo è segno di quella “veemenza” della quale scrive il Papa – la lettera vuole chiarire l’intera vicenda per “contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa”. E di “pace nella Chiesa” Benedetto XVI parla significativamente per due volte. A tale scopo egli riconosce che da parte vaticana sono stati commessi errori: fondamentale appare l’affermazione che “la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione”. C’è da aggiungere che a spegnere le polemiche non è bastata neppure la nota successivamente diffusa dalla Segreteria di Stato. E anche nella “disavventura” del vescovo Williamson - che sostanzialmente nega la Shoah - c’è stata mancanza di informazione, in quanto “mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema”.

L’intrecciarsi delle affermazioni del vescovo negazonista con il “gesto di misercordia” della remissione della scomunica, scrive poi il Papa, ha fatto sì che “un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico”. “Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere”.

Eliminata la questione Williamson, dopo aver sostanzialmente detto che chi poteva e doveva informarlo non l’ha fatto, Benedetto XVI spiega motivi e fini della remissione della scomunica. La più grave delle sanzioni canoniche, ricorda il Papa, fu comminata nel 1988 a mons. Marcel Lefebvre e ai quattro vescovi che egli aveva ordinato senza mandato papale. Essa aveva ed ha sempre lo scopo “di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità”. “La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno”. D’altro canto “questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio”. La scomunica - e la sua remissione - d’altro canto riguarda le persone “liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave”, ma non le comunità, compresa la Fraternità San Pio X, di mons. Lefebvre e dei suoi seguaci. Essa “non ha alcun stato canonico nella Chiesa” e ciò per “ragioni dottrinali”. A tutt’ora, quindi, la Fraternità e ”i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa”.

Chiarita la situazione, Benedetto XVI risponde anche alla accusa più frequente contro la sua decisione, quella sulla “convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo”. “Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti”, ma la “prima priorità” per il successore di Pietro, quella “che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Perché “il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più”. “Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti”. Se questo è l’obiettivo, era ed è sbagliato “tendere la mano” ad una “comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli?”. “Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?”.

“Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori”. D’altro canto, “non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.

“Purtropp”, conclude il Papa, dobbiamo ammettere che il "mordere e divorare" del quale parla San Paolo ai Galati “esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?”.

“Il Signore – sono le ultime parole della Lettera - protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. . È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua”. (FP)