domenica, febbraio 28, 2010

La Pira e i nostri giorni tristi


L'Italia, la politica e la profezia.
Cosa farebbe oggi il sindaco 'santo'?

  • da Aesse 2 2010


  • È dal “settembre nero” di Wall Street che penso che Giorgio La Pira, primo presidente provinciale delle Acli fiorentine e sindaco santo di Firenze, tornato tra noi,chiederebbe, scandalizzando Tremonti e Bersani e ovviamente Barack Hussein Obama e Hu Jintao,un welfare globale, ossia mondiale, ossia esteso a tutti gli abitanti della terra... Penso anche che tutti allora – dopo averne tracciato da morto lodi sperticate e averne piazzato un lustro fa il busto bronzeo nei corridoi di palazzo Montecitorio – non chiamerebbero l'Inps per verificare la fattibilità (ovviamente in tempi lunghi, quelli nei quali secondo Keynes saremo tutti morti) della proposta.
    Ma il 118 per verificare l'opportunità di un ricovero urgente.
    Perché? Perché la profezia si rivolge al sovrano e lo scandalizza (il Fanfani di turno). E la politica si irrita con i profeti, anche se, privata del loro pungolo, si riduce a grigia e impotente amministrazione.
    Non è pura immaginazione la mia se sul sito della Fondazione La Pira viene presentata una lettera scritta nel 1953 come risposta di La Pira a Fanfani, che lo aveva rimproverato per le sue prese di posizione di aperta difesa dei lavoratori che occupavano la Pignone invitandolo a una maggiore prudenza. Il sindaco di Firenze non era nuovo del resto a scritti di questo tipo, dal momento che il numero dei disoccupati e degli sfrattati della città lo troviamo sovente nelle lettere di auguri natalizi che sempre Giorgio La Pira inviava a Papa Pacelli.
    Scrive il Sindaco nel 1953: «Summum jus summa iniuria dicevano i romani; e San Tommaso: non est lex sed corruptio legis: non è legge ma corruzione della legge! Osservare duemila sfrattati senza intervenire in qualsivoglia modo? Quali iniquità: leggi che hanno un solo destinatario: il disgraziato, il povero, il debole; per caricare su di lui altri pesi ed altre oppressioni… Osservare novemila disoccupati senza intervenire in qualsivoglia modo? Senza stimolare, per vie diritte e per vie storte, un governo apatico, quasi ignaro del dramma quotidiano del pane di novemila disoccupati? Non c'è danari: quale formula ipocrita e falsa: non c'è danari per i poveri la formula completa e vera! […] Osservare duemila licenziamenti in atto (e 2.000 in potenza) consolandomi con le esigenze della della 'congiuntura economica' e del non dar "esca ai comunisti"? Io resto stordito quando penso queste cose!».
    Alla logica lapiriana, allenata alla coerenza dei testi di diritto romano, non sfugge lo sbocco: «Non conviene avere un 'sindaco' ribelle come io sono: è per questo che io non ho voluto essere mai membro tesserato del partito: per questo non vorrei mai più essere impegnato in 'responsabilità' ufficiali: la mia vocazione è una sola, strutturale, non rinunziabile, non modificabile, che non può essere tradita: essere testimone di Cristo, per povero e infedele che io sia![…] Mi possono arrestare; ma non tradirò mai i poveri, gli indifesi, gli oppressi; non aggiungerò al disprezzo con cui sono trattati dai potenti l'oblio od il disinteresse dei cristiani. Ecco perché fraternamente ti dico: mandatemi via; è meglio per tutti».
    Non c’è eccesso di teoria nel testo lapiriano. Il sindaco appassionato, senza specifiche professionalità economiche, senza computer e anche senza pallottoliere, sa bene qual è il suo compito. Non si tira indietro. A non saper decidere è la politica, che ha abbandonato la testimonianza per limitarsi a enunciare dotte ricette in un concitato talk show televisivo. Non è casuale che quest'epoca malinconica abbia visto i testimoni sostituiti da allegri testimonial: non sono sinonimi, ma l'uno la caricatura dell'altro.
    «Perdonami per questo sfogo così vivo è così sincero; ma non avrei preso sonno se non ti avessi scritto: se non ti avessi detto che la mia vocazione non è quella di sindaco o di deputato o di altro: è una vocazione di testimonianza semplice e rude, dove è necessario, che, perciò, la legge scritta vale, ai miei occhi, solo se essa non è strumento di oppressione e di fame!».
    Perché questa politica non incide? Perché si muove, o meglio sta ferma, tra un tempo scaduto e un tempo ancora da inventare… Per questo la transizione italiana si è fatta infinita e la politica non va da nessuna parte. Riproporre il rapporto tra profezia e politica, antica fissazione aclista, serve per essere 'primizia di tempi opposti' (Erri De Luca).
    E infatti dalla crisi, iniziata con la fine della belle époquefinanziaria, non si esce per ritocco. Se i grandi finanzieri ne sono stati i becchini, non potranno certamente essere dei piccoli contabili le levatrici di un 'nuovo modello di sviluppo', come recitava il sindacalese di una volta, né tanto meno di un nuovoNew Deal.

    Giovanni Bianchi

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