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giovedì, novembre 11, 2010

I destini del mondo dal blog di Andrea Sarubbi Deputato in progress

In un ufficio del secondo piano di Montecitorio, intorno a mezzogiorno di oggi, Fini stava ricevendo Bossi e l’annessa delegazione leghista per trattare sull’eventuale crisi di governo; una cinquantina di metri più in là, nello stesso momento, il Pd stava incontrando il mondo delle ong per parlare di cooperazione internazionale e di aiuti allo sviluppo. Una delle due notizie – quella più importante per i destini del mondo – non finirà sui giornali di domani: così ve ne parlo io, sperando che vi venga voglia di farlo sapere in giro. Perché il quadro che ci hanno fatto gli addetti ai lavori è davvero drammatico.

La Finanziaria, come saprete, ha tagliato ulteriormente i fondi – noi abbiamo depositato i nostri emendamenti, ma la fiducia sul testo ci impedirà persino di votarli – e dei 50 mila volontari che l’Italia mandava a lavorare nei progetti ne resteranno, l’anno prossimo, 7 mila. Tanto per dare un’idea dell’impegno su questo fronte, i soldi messi sul piatto dei progetti dal solo mondo cattolico italiano (tra ong, mondo missionario e parte dell’8 per mille) sono molti di più di quelli investiti dal governo, che – come ben sappiamo – non mantiene fede neppure agli impegni presi in sede internazionale. La scusa solita, quella della crisi, non regge: tanto è vero che in altri Paesi – tipo la Gran Bretagna, guidata da un governo conservatore – la cooperazione è stata inclusa tra i settori strategici, come sanità e ricerca, e Downing street ne ha addirittura aumentato le risorse (del 35%, fino a tutto il 2014) per tenere fede agli Obiettivi del millennio. Un problema di reputazione? No, non solo. Un problema di vite umane, innanzitutto, perché per colpa dell’Italia quest’anno 100 mila persone non potranno essere curate con i farmaci retrovirali: non abbiamo infatti saldato le rate 2009/2010 del Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tbc ed alla malaria. Ma anche la reputazione ha il suo perché: se infatti non abbiamo credibilità internazionale – si faceva notare nell’incontro di oggi – non possiamo poi pretendere che ci cada nelle mani un seggio all’Onu, per esempio, e neppure (più in piccolo) che qualche nostro rappresentante sia inserito nei board che gestiscono gli aiuti. C’è poi un altro aspetto, che ho appreso solo stamattina: gli ulteriori fondi messi a disposizione dall’Unione europea per i progetti di cooperazione delegata – che la Germania, per dire, utilizza già – vengono assegnati soltanto ai Paesi ritenuti affidabili, al termine di un audit che l’Italia quasi certamente non supererà. Una grande occasione buttata, insomma, e solo per non aver fatto il nostro dovere. Peccato che non se ne accorgerà nessuno: il governo, infatti, da un lato sta cercando di tenere il tema fuori dalla discussione politica – anche in Parlamento: è stato difficilissimo farci dare i numeri esatti dal ministero del Tesoro, dopo un anno di richieste – e dall’altro cerca di nascondersi dietro campagne (pur nobilissime) a costo zero, tipo la lotta alla mutilazione genitale femminile o quella contro la pena di morte, come se fossero alternative agli aiuti allo sviluppo e non complementari. Le ong protestano, ma non spostano molti voti e quindi protestino pure; la diplomazia è imbarazzata, ma per definizione non può disturbare il manovratore e quindi si tenga l’imbarazzo; l’italiano medio non si accorge di nulla, perché il suo mondo non arriva oltre la siepe del giardino di casa, e quindi non si accorgerà neppure dell’assenza di questo tema nella prossima campagna elettorale. Sempre ammesso che si vada al voto: in caso contrario, da qui al 2013 le ong finiranno per chiedere l’elemosina fuori dalle parrocchie, dopo la Messa della domenica.

Andrea Sarubbi

domenica, marzo 28, 2010

La Banca del voto. Io non posso votare.....

di Andrea Sarubbi

Jaska ha 25 anni e, come Monica Bellucci, viene da Città di Castello; anzi, è più tifernate di lei, perché Monica è di Lama, un paese ad una decina di km, nel Comune limitrofo di San Giustino. Il nome Jaska non è propriamente umbro, e neppure il suo cognome: Jaskarandeep Singh Gakhal è infatti originario del Punjab, Stato dell’India settentrionale ai confini con il Pakistan, ma all’età di 6 anni è arrivato in Italia con la sua famiglia.
Ha fatto qui le elementari, le medie, il liceo scientifico-tecnologico ed ora studia Scienze Politiche a Perugia.

Gli ultimi 19 anni della sua vita li ha trascorsi dunque in Italia, così come i suoi genitori, e vorrebbe restare qui anche per la sessantina (speriamo abbondante) che ancora gli rimane: questa è casa sua, punto. Eppure, su internet si fa chiamare spesso Jaska Trasmigrante e normalmente mette nel suo profilo Facebook l’immagine di un uomo con la valigia, perché è così che si sente. O meglio, perché è così che lo costringiamo a sentirsi.
«Faccio parte di quella consistente fetta del popolo italiano che, un secolo dopo il suffragio universale maschile e mezzo secolo dopo il voto alle donne, non potrà votare in queste elezioni. Per noi si sono dimenticati di applicare le regole della democrazia, per noi nessuno si è strappato le vesti. Noi siamo gli immigrati, siamo i figli degli immigrati e dei rifugiati, nati in Italia o arrivati qui da piccoli. Le normative vigenti sanciscono per noi lo status di cittadini di serie B. Fintantoché le leggi non cambiano non potremo essere gli Obama italiani, ma nemmeno insegnanti, avvocati, magistrati, impiegati e dirigenti pubblici, ingegneri, architetti, notai, vigili del fuoco, poliziotti, militari, bidelli, autoferrotranvieri e qualsiasi altra attività che preveda l’accesso mediante concorso pubblico».
A fronte di quei milioni di italiani che in queste ore stanno disertando le urne, Jaska morirebbe dalla voglia di votare. Perché la sua Regione sta eleggendo un nuovo presidente e lui – che pure è impegnato in politica – non può partecipare alla scelta, per almeno due motivi: il primo è che, nonostante sia italiano di fatto, è ancora straniero di diritto, a causa di una legge sulla cittadinanza che aspetta solo di essere cambiata; il secondo è che, cittadinanza o meno, l’Italia non ha ancora applicato quella disposizione della convenzione di Strasburgo che estende il diritto di voto alle amministrative anche ai residenti non comunitari. Vorrei lanciare una provocazione, ma è una provocazione seria: se c’è tra i lettori di questo blog (o tra i loro conoscenti) un cittadino italiano residente in Umbria che magari non sarebbe andato a votare, perché la politica non gli interessa o perché non si riconosce in nessun candidato, contatti tra oggi e domattina Jaska (jaska.singh@gmail.com) e vada a votare a nome suo. Tenetemi aggiornato: se funziona questa specie di banca del voto, abbiamo inventato una nuova forma di disobbedienza civile.
P.S. Non vorrei esagerare, ma proviamoci lo stesso: se c’è qualche ragazzo di seconda generazione che ha lo stesso problema di Jaska, scriva nel testo dei commenti il proprio nome, la propria mail e la Regione (o il Comune, se deve eleggere anche un sindaco) in cui risiede ma non ha diritto di voto. Non si sa mai.
Andrea Sarubbi (nella foto alla conferenza organizzativa delle ACLI di Napoli)

martedì, marzo 23, 2010

Appello al voto di Andrea Sarubbi, deputato al parlamento

Camera dei deputati, martedì 16 marzo 2010

Carissime, carissimi,
la vita a Montecitorio non è sempre facile, ma va avanti. Il desiderio di testimoniare una politica pulita, al servizio degli altri, sopravvive anche alle difficoltà del clima attuale: un’atmosfera pesante, dove chi urla si fa sentire più di chi avanza proposte e cerca un terreno di dialogo. La campagna elettorale, poi, è il momento dello scontro più forte: tanto è vero che la mia proposta di
legge sulla cittadinanza, che aveva trovato sponde anche nella maggioranza, è stata accantonata e rinviata a dopo il voto, perché in questo momento sarebbe stato impossibile trovare un’intesa.
Da qualche mese non riesco più a scrivere la mia newsletter, meritandomi le lamentele di molti di voi.
La verità è che, proprio a causa della proposta di legge sulla cittadinanza, mi chiamano spesso a tenere incontri su e giù per l’Italia: giro come una trottola, senza un attimo libero. In più, come potete vedere, sto puntando molto sul mio blog www.andreasarubbi.it , attraverso il quale cerco ogni giorno cerco di dare notizie dall’interno, per avvicinare un po’ la politica ai cittadini.
Proprio per questo, devo confessarvi il mio disagio di fronte alle parole di mons. Riboldi, vescovo emerito di Acerra, che nell’ultimo numero di Famiglia cristiana ha invitato all’astensione: qui in allegato troverete la mia risposta, pubblicata la scorsa settimana su Repubblica. Credo infatti che, al di là delle diverse sensibilità politiche, l’importante sia impegnarsi: lasciare che sia qualcun altro a decidere nel nostro nome non aiuta certamente a costruire quella città nuova che in molti continuiamo a sognare, nonostante tutto.
L’invito che vi rivolgo per le prossime elezioni Regionali, dunque, è quello di andare a votare. Ci sono, nella sola Campania, 16 liste e diverse centinaia di candidati: la scelta, dunque, non manca.
Personalmente – se la cosa può interessarvi – io credo di avere individuato due persone valide, diverse tra loro ma unite dalla voglia di servire la comunità in cui vivono.
La prima è Paola De Vivo, docente universitaria, economista piuttosto conosciuta nel mondo accademico campano: donna di trasparenza assoluta e di valori profondi, è la capolista del Pd a Napoli.
Il secondo nome –perché sono due le preferenze che si possono esprimere, purché di sesso diverso – è quello di Mario Casillo, un giovane della mia età impegnato da tempo nella politica locale: ha ricoperto negli ultimi anni incarichi di rilievo (l’ultimo è stato quello di assessore ai Trasporti della Provincia di Napoli) ed è un esempio di come la politica sul territorio possa coniugarsi bene con la trasparenza.
Mi piacerebbe organizzare un incontro, a fine aprile, per ragionare insieme di politica, indipendentemente dagli schieramenti di appartenenza. Se vi interessa, mandatemi una mail e ci organizziamo davvero.

Vi saluto con affetto.
Andrea Sarubbi

napoli@andreasarubbi.it





domenica, febbraio 28, 2010

Mamma, ho perso la lista

La battuta dissacrante che gira da qualche ora, a Roma e dintorni, è che ormai non ha più senso accapigliarsi sul voto cattolico, sulle indicazioni della Cei, sui rapporti fra i candidati alla Regione Lazio e le gerarchie vaticane: è chiaro, da venerdì mattina, che Dio in persona fa il tifo per Emma Bonino. Tra uno che si è andato a mangiare un panino ed un altro che era tornato a prendere i lucidi con i simboli elettorali, infatti, il Pdl non è riuscito a presentare le liste provinciali a Roma.

Il che non significa, naturalmente, che Renata Polverini non si candidi più: intanto, perché il Pdl ha comunque presentato liste nelle altre 4 province del Lazio; inoltre, perché anche a Roma la coalizione che la sostiene è abbastanza ampia da consentire ai suoi elettori l’imbarazzo della scelta. Significa, però, che il Pdl a Roma prenderà zero-voti-zero e che avrà diversi eletti in meno nel Consiglio regionale: nella capitale c’erano infatti 7-8 candidati fortissimi, da 15-20 mila preferenze ciascuno, che non potranno essere eletti semplicemente perché nessuno ha presentato le loro candidature: hanno raccolto firme, godono di un certo consenso, campeggiano da mesi sui manifesti in ogni angolo della città, ma nessuno potrà votarli perché non troverà la lista sulla scheda elettorale. Considerando la natura del voto amministrativo, dunque, l’entità del danno è piuttosto evidente: pensare che il candidato Tizio (Pdl) – che si stava preparando a queste Regionali da anni, che da mesi non dorme più di 4 ore a notte e che ha investito tutti i risparmi della sua famiglia in spazi pubblicitari con il suo faccione – possa trasferire tutti i suoi voti su Caio (Udc) o su Sempronio (La Destra di Storace), per farli eleggere al posto suo, è onestamente folle. E se ne rende conto anche Renata Polverini, che ha annunciato di voler chiamare in causa il presidente della Repubblica nel caso in cui – come sembra – i ricorsi del Pdl vengano respinti dal Tar: con tutto il rispetto dovuto alla politica, che ha la sua ragion d’essere nella competizione leale tra le parti, non mi pare che ci sia molto da ricorrere se una lista non viene presentata entro il termine prestabilito. Così come non c’è la lista di Alleanza per l’Italia, perché Rutelli ha scelto consapevolmente di non schierarsi, nei faldoni presentati venerdì manca pure quella del Pdl, perché i suoi delegati hanno combinato un inguacchio: i motivi possono essere diversi, ma non mi pare che nei concorsi pubblici si distingua tra chi non si è presentato all’esame perché impreparato e chi non si è presentato perché aveva dimenticato di fare benzina ed è rimasto per strada. I radicali, che di queste cose sono maestri, stanno già dando battaglia, citando tutti i precedenti in materia da parte del Consiglio di Stato (che danno naturalmente torto al Pdl). Quelli del Pdl, abituati a confondere il consenso con le regole, parlano invece di “colpo di Stato”. Martedì, con la sentenza del Tar, ne sapremo di più.

Andrea Sarubbi


mercoledì, febbraio 10, 2010

I super doveri dei permessi a punti. dal blog di Andrea Sarubbi.

Purtroppo nella politica italiana, soprattutto in campagna elettorale, ci si combatte a colpi di slogan. Tu ti inventi il permesso di soggiorno a punti, io ti rispondo che la prossima invenzione saranno i diritti umani a punti, tutti e due andiamo sui giornali ma chi ci legge non capirà nulla della questione. Poi arrivano Crespi o Pagnoncelli, chiedono alla gente che cosa pensa del permesso di soggiorno a punti e l’elettore medio – che di suo non è un esperto di flussi migratori, né di politiche del lavoro – finisce per votare lo slogan che gli è piaciuto di più. Meno male che ogni tanto c’è qualcuno che ragiona e che – soprattutto – tenta di far ragionare gli altri: ancora una volta è la professoressa Giovanna Zincone, docente all’Università di Torino e consulente del presidente Napolitano per i problemi della coesione sociale. Leggete la sua riflessione sulla Stampa di oggi (“I super doveri degli immigrati”) e soprattutto fatela girare, mi raccomando.

La cittadinanza dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata. Vediamo perché. L’Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.

La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.

L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato.

Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali.

sabato, gennaio 23, 2010

IMMIGRAZIONE, INTEGRAZIONE FIN DALLA NASCITA


Una proposta di legge per i minori nati in Italia. L’obiettivo è quello di favorire l’integrazione e la socializzazione fin dai primi momenti di vita e far si che i bambini nati in Italia da un nucleo familiare stabile acquisisca pari diritti dei coetanei con i quali affronta il percorso di crescita e il ciclo scolastico. Questo il centro del dibattito voluto dal presidente del dal titolo “Immigrazione, integrazione e cittadinanza” svoltosi ieri nell’Antisala dei Baroni al . All’incontro erano presenti tra gli altri l’onorevole Andrea Sarubbi, primo firmatario di una legge sulla cittadinanza, attualmente all’esame della commissione affari costituzionali della camera e la dirigente nazionale e napoletana di Acli Colf Anna Cristofaro che ha presentato la realtà dell'immigrazione soprattutto femminile a napoli.

lunedì, gennaio 18, 2010

Napoli: confronto tra le forze sociali e l'on. Sarubbi presentatore della legge sulla cittadinanza

TAVOLA ROTONDA SU IMMIGRAZIONE, INTEGRAZIONE E CITTADINANZA

Introduce

Leonardo Impegno Presidente Consiglio comunale di Napoli

Partecipano

Francesco Dandolo Comunità di Sant’Egidio

Anna Cristofaro Acli-Colf

Giancamillo Trani Caritas

Mohamed Saady Cisl-Anolf

Gianluca Daniele Camera del Lavoro di Napoli

Luciana Del Fico Uil

Testimonianza

Maria Ilena Rocha Giovani di seconda generazione

Conclude

Andrea Sarubbi Deputato

Modera

Donatella Trotta Presidente Ucsi Campania

venerdì 22 gennaio 2010 ore 17.30

antisala dei baroni

maschio angioino

piazza municipio napoli

martedì, ottobre 13, 2009

L’invasione che non c’è

dal blog di Andrea Sarubbi

Domenica scorsa, nella mia parrocchia, si sono battezzati tre bambini: Marco, Simone e Jerusha. Jerusha è nata a Roma, dove probabilmente passerà il resto della sua vita, da due genitori indiani: indiani del Kerala, per la precisione, uno Stato del sud a maggioranza cristiana. L’invasione islamica minacciata da parte del Centrodestra, insomma, non è colpa sua, e nemmeno degli altri figli di immigrati iscritti al catechismo per la comunione o per la cresima: sono una decina abbondante su circa 200, ossia il 5% del totale, e la percentuale cresce di anno in anno. Gli immigrati residenti in Italia, lo ricordo, sono il 6%. Dove voglio arrivare mi pare abbastanza chiaro: per quanto le cifre di una parrocchia romana non rappresentino da sole un campione esaustivo, i dati dei bambini stranieri iscritti al catechismo (sarebbe interessante averli su scala nazionale: se qualcuno può, mi aiuti) mostrano da soli la strumentalità dell’insistenza sull’invasione islamica. La politica torna ad occuparsi di cittadinanza agli immigrati, con una proposta di legge che rischia di rompere gli schemi? La risposta più facile per mettere tutto a tacere è appunto quella dell’invasione islamica, possibilmente condita da una campagna anti-burqa che – leggo or ora sui siti dei principali quotidiani – anche il ministro delle Pari Opportunità ha deciso di fare propria. “Via il burqa dalle scuole”, ha annunciato Mara Carfagna, ed allora ho iniziato un rapido giro di telefonate per sapere dai miei amici di varie latitudini se qualcuno di loro ne abbia mai visto uno: niente da fare. Non che il mio sondaggio abbia valore statistico – come i dati parrocchiali del Santissimo Crocifisso, appunto – ma pure questo è un segnale: se la presenza dirompente del burqa fosse un problema serio per l’Italia, qualcuno se ne sarebbe accorto. Il che non esclude che magari, nel profondo Veneto, ci sia pure qualche donna che lo indossi, ma da qui ad annunciare una legge in tempi rapidi come se fosse un’emergenza nazionale ce ne passa: tra l’altro, gli intellettuali islamici ci hanno chiarito che la religione c’entra poco, ed il nostro ordinamento contiene già una norma che impone a tutti di essere riconoscibili. “Via il burqa dalle scuole”, insomma, è uno slogan con poco contenuto: è una manovra mediatica per dire alla pancia degli italiani che l’integrazione è una battaglia persa, per risvegliare in ognuno la paura di un’invasione che – stavolta lo dicono le statistiche serie, non i calcoli casarecci di Sarubbi – non trova riscontro nella nostra realtà. Il tutto, amici miei, mentre in Commissione Affari Costituzionali si sta cercando di addomesticare una partita molto importante sulla legge per la cittadinanza: il comitato ristretto che deve scegliere il testo base avrebbe dovuto riunirsi già due settimane fa, ma ogni volta – per un motivo o per un altro – si è deciso di rimandare. Sul tavolo, come spiegavo in altre occasioni, ci sono parecchie proposte di legge, tutte con la stessa caratteristica: quella di essere proposte di parte. Tutte, tranne una: la 2670, promossa da me insieme a Fabio Granata e sottoscritta da 50 deputati di diversi gruppi parlamentari (Pd, Pdl, Udc, Idv, delegazione radicale e gruppo misto). Rispetto ai canoni vigenti, il nostro testo ha l’imperdonabile difetto di non essere riconducibile in via esclusiva a nessun partito: il Pd ha le sue proposte ufficiali, il Pdl le sue, l’Udc e l’Idv ne avevano già presentate alcune prima della nostra iniziativa bipartisan. In un clima costruttivo, proprio questa potrebbe essere la sua forza: per quanto lo si possa migliorare, insomma, è un testo che parte già da un minimo comun denominatore, e non ci vuole uno scienziato per capire che potrebbe essere un ottimo testo base. Ma se si continua a rinviare il confronto, dirottando l’attenzione sul burqa, la vedo abbastanza brutta.

domenica, settembre 27, 2009

La battaglia dei peones. (Andrea Sarubbi e Fabio Granata)




Se fossi in malafede, in queste ore stapperei bottiglie di champagne: una mia proposta di legge, infatti, sta spaccando come un cocomero i miei avversari politici. Ma siccome ho scelto di fare politica per motivi più nobili, preferirei di gran lunga che il Pdl fosse compatto e che la mia legge sulla cittadinanza passasse all’unanimità e senza l’ombra di una polemica. Invece no, sarà durissima, e ieri – quando Fini ha ribadito di non accettare scomuniche preventive, chiedendo che si aprisse un dibattito reale – ho avuto un assaggio di quello che sarà: i contenuti della legge stanno già passando in secondo piano, a partire dalle cronache di molti giornali, di fronte alla manovra politica. E siccome è questa a spaventare il Pdl, le reazioni non sono quasi mai ragionate, ma spesso scomposte, se non addirittura violente: come quella di Ignazio La Russa, che ha tentato di liquidare il tutto come “un’iniziativa di peones“, letteralmente “pedoni degli scacchi”, in gergo politico ”parlamentari di seconda o terza fila, magari nuovi o poco conosciuti, eletti per schiacciare i bottoni in Aula e stare zitti”. Ho deciso di rispondere con l’ironia, scrivendo in un comunicato stampa che dal ministro della Difesa non mi aspettavo un nonnismo da caserma, ed ho chiesto a La Russa se siano da considerarsi peones pure Fini e Franceschini (ma avrei potuto aggiungere Casini e Di Pietro, e mi dispiace non averlo fatto), visto che sulla proposta di legge sono d’accordo anche loro. Ironica pure Alessandra Mussolini, anche lei tra i firmatari (”Non siamo peones, ma leones“), ma siccome anche i peones nel loro piccolo s’incazzano, il buon Fabio Granata (letteralmente massacrato dal fuoco amico, per aver osato promuovere una proposta di legge con un deputato dell’opposizione) c’è andato giù pesante, rispondendo che – in quanto peón vicepresidente della Commissione antimafia – avrebbe dovuto essere almeno consultato sul capitolo dello scudo fiscale relativo al riciclaggio di denaro, che lo preoccupa molto. Volano stracci, insomma, e se fossi ancora un giornalista mi divertirei parecchio. Invece, essendo il primo firmatario della proposta di legge, vivo il tutto con una certa apprensione, tendendo l’orecchio ai segnali che arrivano. Quelli che giungono dal Senato, come prevedibile, sono pessimi: il duo Gasparri-Quagliarello, infatti, mescola l’astio verso Fini con la paura di far arrabbiare la Lega. Dalla conferenza nazionale sull’immigrazione, conclusa stamattina alla Cattolica di Milano, ne arrivano invece di buoni: ieri si sono espressi pubblicamente a favore di questa pdl (e per giunta davanti al ministro Maroni) il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, il presidente delle Acli, Andrea Olivero, ed il prefetto Mario Morcone, che ad un certo punto si è spogliato delle vesti istituzionali (è capogabinetto immigrazione del ministero dell’Interno) ed ha invitato il Parlamento a votare questa legge subito, prima delle Regionali. Per essere un’iniziativa di peones, non c’è male.
Andrea Sarubbi

mercoledì, settembre 23, 2009

IMMIGRATI: ACLI, BENE LEGGE BIPARTISAN PER LA CITTADINANZA

venerdì, settembre 11, 2009

Il vento del nord. Dal blog di Andrea SARUBBI.



di Andrea Sarubbi

Gli allergici alle statistiche si turino il naso, perché oggi vi rimbambisco di numeri: quelli su povertà e disagio in Italia, che ho ascoltato stamattina in un convegno a Napoli. C’era D’Alema, è vero, ma siccome non ha parlato di gossip politico non credo che i tg nazionali se ne occuperanno: tranne una battuta su Berlusconi (“Essendo cattolico, può confessarsi e quindi si concede parecchi peccati”) ed una su Bassolino (“Non lo esaltavo prima, non lo demonizzo ora”), i giornalisti alla ricerca di schermaglie dialettiche non hanno avuto molto da portare a casa. Peccato, perché il tema merita una riflessione seria. E la meritano soprattutto le cifre dell’Istat, a cominciare da quel 13,6% di famiglie sotto la soglia di povertà che significa – più o meno – mille euro al mese per un nucleo di due persone. Pochi i bisognosi al nord, qualcuno di più al centro, tantissimi al sud: in Europa, cari amici leghisti, l’Italia detiene infatti il tristissimo primato della disparità territoriale, spaziando dal 7,3% di poveri in Lombardia al 47% in Sicilia. Si risponderà che regioni ricche e regioni povere esistono dappertutto, ma anche qui i numeri parlano da soli: in Spagna si va dal 6,7% di bisognosi in Catalogna al 27% in Andalusia; in Belgio si oscilla tra l’8% dei fiamminghi poveri al 18% dei valloni. Eppure – ha notato Gianni La Bella, della Comunità di Sant’Egidio – da noi si sta facendo strada una “nouvelle vague negazionista della questione meridionale”. Invece, cifre alla mano, si scopre che nel nord nascono più figli e si vive più a lungo, oppure che il centro-nord riceve il 72% della previdenza, che tra l’altro occupa quasi tutto il budget della nostra spesa sociale. Proprio sulla spesa sociale, D’Alema ha ricordato che siamo un punto sotto la media europea (27,5% del Pil), tre punti sotto la Francia, tre e mezzo sotto la Svezia. Al capitolo “famiglia più infanzia” destiniamo appena l’1,2% del Pil, ai disabili l’1,5%, al reinserimento dei disoccupati lo 0,5%, alle politiche abitative addirittura lo 0,1%: la decima parte della media Ue. Il governo attuale ha definanziato tutte le leggi di spesa per la lotta alla povertà (compresi l’assegno per il terzo figlio, il prestito d’onore ed il credito d’imposta, nonché la 328 per il terzo settore) e le ha sostituite con la social card, che sarà certamente un atto caritatevole ma che risolve ben poco. Il Pd – ha annunciato D’Alema – presenterà quindi un disegno di legge a prima firma Livia Turco, perché venga avviato un piano nazionale di lotta alla povertà: servono 3 miliardi di euro e non sono pochissimi, ma al bilancio statale l’abolizione dell’Ici è costata di più. Chiudo con un dato ed una riflessione, entrambi sulla Campania. Il dato – fornito dal prefetto Alessandro Pansa – è quello sui lavoratori in nero o sui disoccupati, che a Napoli rappresentano il 60,5% del totale: l’economia sommersa sembra inarrestabile ed i suoi effetti perversi, perché le imprese che non dichiarano il proprio fatturato non riescono ad accedere ai finanziamenti bancari, finendo per rivolgersi all’usura. La riflessione, invece, è ancora di Gianni La Bella, che ha elencato alcuni episodi di cronaca dell’ultimo periodo: gli incendi ai campi rom di Ponticelli, la strage contro i nigeriani a Castel Volturno, l’aggressione agli srilankesi a Mergellina, le due ragazze rom annegate a Torregaveta e lasciate sulla sabbia nell’indifferenza dei bagnanti. E poi ha chiuso con una domanda, che vi rigiro:“È arrivato il vento del nord?”.

martedì, aprile 14, 2009

La guerra tra poveri. Il 5 per mille?


Mi spiace ricominciare con una polemica, soprattutto se di mezzo c’è il terremoto. Cercherò, allora, di andarci delicato: l’idea del 5 per mille all’Abruzzo è una cagata pazzesca. Otto righe di riassunto: dal 2006 si può destinare mezzo centesimo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, indipendentemente da quello che si decide di fare con il proprio 8 per mille. I fondi raccolti (per un tetto massimo di 380 milioni di euro) possono servire: al sostegno del volontariato, delle onlus, delle associazioni di promozione sociale, delle fondazioni, di altre associazioni riconosciute; al finanziamento della ricerca scientifica e delle università; al finanziamento della ricerca sanitaria; dal 2008, anche ai Comuni di residenza, per sostenerne le attività sociali, ed alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. In una parola, attraverso questi soldi scorre il sangue del terzo settore, che senza quei fondi sarebbe ancora di più nei guai: io stesso, per dire, destino il mio ad una onlus, il Vides, che senza il 5 per mille non potrebbe realizzare parecchi progetti di solidarietà. L’idea geniale di Tremonti è quella di canalizzare il 5 per mille verso l’Abruzzo, per aiutare i terremotati. Che hanno bisogno di aiuto, ci mancherebbe, e che certamente sull’onda emotiva della tragedia riceverebbero (fra tre anni, visti i tempi tecnici di questo meccanismo) parecchie donazioni: tutte quelle che verrebbero tolte alla ricerca sul cancro, alle associazioni di famiglie con disabili, alle strutture di accoglienza di minori in difficoltà eccetera eccetera. È un concetto di solidarietà un po’ strano, quello di Tremonti: come se, per sfamare il mendicante che chiede i soldi sotto alla Rinascente, andassi a rapinare il venditore di fiori al semaforo. Se fate un giro sulla rete, trovate le comprensibili reazioni del terzo settore, che parla di “guerra tra poveri” e che giudica l’iniziativa del governo “inquietante e demagogica”. Anche perché un canale privilegiato per i terremotati esiste già, ed è proprio l’8 per mille: la quota destinata allo Stato, spiega il decreto del 1998 che lo istituì, deve essere ripartita tra “gli interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In particolare, ”gli interventi per calamità naturali sono diretti all’attività di realizzazione di opere, di lavori o di interventi concernenti la pubblica incolumità o al ripristino di quelli danneggiati o distrutti a seguito di avversità della natura, di incendi o di movimenti del suolo. Tra detti interventi rientrano quelli di ricerca finalizzata, monitoraggio, ricognizione, sistemazione e consolidamento del territorio”. Possibile che Tremonti non lo sappia? Lo sa, lo sa. Ma il problema è che, in questi anni, l’8 per mille è diventato un bancomat milleusi: dalle falle di bilancio alle missioni militari in Afghanistan, quando serve è lì che si pesca. Con buona pace del terzo settore, che pure qualche credito lo vanterebbe: progetti non finanziati per 20-25 miliardi di euro, sostiene un’inchiesta del settimanale Vita, confermata dai calcoli del Sole 24 ore. No profit? No party.
dal blog di Andrea Sarubbi
http://andreasarubbi.wordpress.com/2009/04/14/5-per-mille-terremoto-abruzzo-tremonti/

domenica, gennaio 11, 2009

La Tarantella. una riflessione di Andrea Sarubbi sul caso Napoli.

Quando Rosetta Iervolino mi ha dato appuntamento per stamattina, nel suo ufficio, pensavo che mi avrebbe concesso sì e no un quarto d’ora. Invece abbiamo parlato a lungo, almeno un’oretta, e me ne sono andato - strano a dirsi, ma è così - con una sensazione positiva, nonostante tutto. Intendiamoci: le vicende dell’ultimo periodo mi hanno toccato profondamente, e credo in particolare che l’episodio della registrazione del colloquio con Gino Nicolais e Tino Iannuzzi sia stato umiliante per tutti. L’ho detto anche al sindaco, che mi ha spiegato le sue ragioni e mi è sembrata, sinceramente, lontana dall’immagine cinica e grottesca che viene tratteggiata sui giornali. Non le ho lesinato critiche, su alcuni episodi specifici, e Rosetta non le ha schivate: in parte mi ha dato ragione, in parte mi ha spiegato nei dettagli l’evolversi della vicenda. Vista da fuori, con l’obiettività di una persona che stima tutte le parti coinvolte, mi sembra una storia che nel giro di pochi giorni avrebbe potuto chiudersi felicemente (e sottolineo l’avverbio) e che invece, per una serie di motivi, si è tramutata in una farsa finita male. Si era partiti bene: il segretario provinciale aveva chiesto l’azzeramento della giunta, il sindaco aveva detto di sì, tranne un paio di nomi su cui c’era comunque l’accordo. Ma la politica non è fatta solo di buone intenzioni e così, quando dalla lista dei nomi si è passati alla trattativa con le varie forze in campo, si è visto che da alcune parti c’era resistenza a cambiare. E non mi riferisco, qui, solo al Pd, ma anche ai suoi alleati, che non hanno dato il via libera alla sostituzione dei propri assessori con facce nuove. Leva questo e leva quello, si è arrivati alla sera di venerdì scorso, 2 gennaio, con una proposta che pareva definitiva. A questo punto - e per correttezza non mi addentro nei dettagli - è iniziata la tarantella, per dirla con le parole del sindaco: si è rotta, cioè, la fiducia tra le parti, con tutte le conseguenze del caso, fino all’epilogo che conosciamo e che ha procurato un danno enorme al Pd. La cosa che più mi addolora - e concordo pienamente con le ultime dichiarazioni di Francesco Boccia - è che tutto ciò sia avvenuto fra due persone integerrime, che stimo grandemente e che, dall’inizio della campagna elettorale ad oggi, ho avuto modo di conoscere e di apprezzare per le proprie doti umane. Sia Rosetta Iervolino che Gino Nicolais - lo posso testimoniare - hanno una concezione della politica come servizio, non come esercizio di potere, ed un senso delle istituzioni più forte di ogni legittima ambizione personale. Ecco perché, dopo aver parlato ieri con Gino, sono andato stamattina da Rosetta: per dire loro tutto questo, nella speranza che il 2009 prosegua meglio di come è iniziato.
Andrea Sarubbi

lunedì, giugno 16, 2008

dichiarare reato la prostituzione di strada?

Il diritto non è una mia specialità - nel curriculum ho all’attivo 4 o 5 esami universitari e qualcosa nel master, poca roba - ma ho preso carta e penna (suona meglio di mail e tastiera) ed ho scritto a Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera. Avevo letto, in un pezzo su Repubblica, della sua intenzione di dichiarare reato la prostituzione di strada, perché - cito, più o meno testualmente - provoca parecchi incidenti e mette tanti genitori in imbarazzo, di fronte alle domande dei figli. Premesso che anch’io ho più volte rischiato il tamponamento sulla Salaria e che non ho ancora una scusa pronta per Mattia, quando fra 3 anni mi chiederà notizie delle signore seminude che incroceremo in macchina, ho fatto notare all’avvocato Bongiorno che il problema è un po’ più profondo: le ragazze sulla Salaria, infatti, non appartengono al giro delle escort di lusso, né a quello delle casalinghe annoiate (la definizione non è un granché, mi sa un po’ di film porno, ma insomma ci siamo capiti) e neppure alle massaggiatrici completissime di molti sedicenti centri estetici. Chi batte in strada ci è stato portato con la violenza, a volte preceduta dall’inganno. Che poi una giovane donna si rassegni, perché non ha la forza di denunciare né di scappare, non significa che sia colpevole di un reato. Sono d’accordo con la Bongiorno, invece, sulla responsabilità dei clienti: ma anche qui non serve creare una nuova fattispecie di reato, se ci sono i margini per estendere il campo del già esistente “sfruttamento della prostituzione”. Avevo appena finito di mandare la mail, quando mi è squillato il telefono: era l’associazione Papa Giovanni XXIII, fondata da don Benzi, che mi ringraziava per un mio recente comunicato stampa sullo stesso tema. Sentendoli, mi è venuta un’idea: perché non andiamo insieme ad incontrare Giulia Bongiorno? Ho chiamato il suo studio legale, ho chiesto un appuntamento, attendo risposta.
Andrea Sarubbi

sabato, giugno 14, 2008

costi e benefICI dal blog di Andrea Sarubbi, inviato in parlamento.


Qualche giorno fa, conti alla mano, ho cercato di spiegare nel blog come i 300 milioni di euro destinati ad Alitalia non siano stati trovati sotto un cavolo, ma tolti alle piccole e medie imprese ed al ministero del Welfare. Avevo chiamato il post “La coperta corta“. Oggi ho sottomano le tabelle delle coperture del nuovo decreto legge, intitolato “Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere d’acquisto delle famiglie”: per capirci, la detassazione degli straordinari e l’abolizione dell’Ici. O meglio, del restante 60 per cento, visto che il governo Prodi ne aveva già stabilito l’esenzione per le famiglie meno abbienti. Per una volta, cercherò di non dare giudizi e mi limiterò ad esporre i numeri: chiedo a voi, nei commenti, di esprimere un parere sincero, al di là delle vostre simpatie politiche e delle personali convenienze di portafoglio. Cominciamo dai costi: 1 miliardo e 700 milioni all’anno per l’abolizione dell’Ici, 1 miliardo e 50 milioni fra 2008 e 2009 per la detassazione degli straordinari. Minori entrate significano, naturalmente, minori possibilità di spendere… e la lista dei tagli è così lunga che citerò solo i principali (tra parentesi, la cifra non erogata dallo Stato nei prossimi tre anni). Chi ci rimette di più sono i trasporti: viabilità secondaria in Sicilia e Calabria (1 miliardo di euro tolti alla statale Ionica, alla metropolitana leggera di Palermo, alla ferrovia Circumetnea, alla superstrada Agrigento-Caltanissetta etc…); E78 Grosseto-Fano (3 mln); collegamenti ferroviari Pescara-Roma (168 mln); autostrade del mare (241 mln); fondo per il trasporto pubblico locale (353 mln); sistemi di sicurezza delle ferrovie (35 mln); sicurezza stradale (72,5 mln); porto di Gioia Tauro (1,4 mln). Il sud è penalizzato anche su altri fronti: banda larga (50 mln); ristrutturazione rete idrica (70 mln); riforestazione (150 mln); fondo di solidarietà per gli agricoltori siciliani danneggiati da peronospera (50 mln); fondo sviluppo isole minori (60 mln). Un altro capitolo ridimensionato è quello culturale: i tagli riguardano, fra le altre cose, il credito d’imposta per gli investimenti nel cinema (151,3 mln), gli istituti di alta formazione (27 mln), il personale dei licei linguistici (15 mln), il fondo per le università (48 mln), lo sport di base (95 mln), il comitato paralimpico (4 mln). Infine, la solidarietà: fondo e progetti di inclusione sociale immigrati (144,9 mln); violenza contro le donne (20 mln) e, dulcis in fundo, un milione e mezzo di euro tolti al Telefono azzurro. “Aboliremo l’odioso balzello”, disse Berlusconi in campagna elettorale. Ma non spiegò come.

venerdì, maggio 23, 2008

Il dilemma del sindaco

dal blog di Andrea Sarubbi
Venerdì napoletano, come al solito, e oggi Napoli è bellissima: ripulita a dovere per il primo Consiglio dei ministri, non si è ancora risporcata del tutto. Purtroppo, me la sto godendo poco, perché - come ogni settimana - sono in moto perpetuo tra un incontro e l’altro. Voglio raccontarvi il primo di stamattina: tanto per cambiare, sulla monnezza. Riunione alle 10, nella nuova sede del Pd, con Ermete Realacci, i parlamentari campani e parecchi amministratori locali. Uno che mi piace molto è Sandro De Franciscis, presidente della provincia di Caserta: trasuda passione per le cose che fa, per il popolo che cerca di servire. Oggi raccontava delle scelte impopolari che ha dovuto fare, in materia di rifiuti, indicando tre discariche ed aprendone una: se avesse pensato alla ricerca del consenso, si sarebbe fatto contagiare anche lui dalla sindrome Nimby che, da queste parti, continua a coinvolgere sindaci di destra e di sinistra. Quello di Giffoni (Pd) ha detto che farà ricorso al Tar contro i termovalorizzatori, quello di Aversa (Pdl) ha annunciato che non accetterà neanche un chilo di monnezza da Napoli. La politica nazionale e la politica locale viaggiano su binari diversi, e nei momenti difficili come questo la distanza si sente: le coalizioni che guidano i Comuni non rispecchiano sempre le alleanze in Parlamento, il fiato degli elettori pesa come un macigno sul collo dei sindaci, le linee fissate dai partiti si perdono un po’ per strada. Così va a finire che tu, dopo aver perso giorni interi a discutere sulla necessità di avere una discarica in ogni provincia e dopo aver firmato un documento che ribadisce il concetto, ti trovi di fronte ad un sindaco che - poniamo - è alleato con la sinistra radicale, dura e pura come tre mesi fa: appena nomini un sito per una possibile discarica, minacciano di far cadere la giunta. In quei casi cosa fai? Stracci il documento, perdi il Comune o speri che Berlusconi mandi l’esercito?

venerdì, maggio 09, 2008

La politica dal basso. Andrea Sarubbi al congresso delle acli.

dal blog di Andrea Sarubbi.
Niente cravatta, dagli amici si va sportivi. Pensavo questo quando, stamattina, mi preparavo per il congresso delle Acli. E mi tornava in mente Fiuggi, due mesi fa: il mio primo appuntamento pubblico, da candidato ancora senza collegio, era stato proprio con le Acli del Lazio, per parlare di welfare. Sempre le Acli, poi, mi avevano accolto a Napoli con grande disponibilità, fin dal primo giorno. Mi ricordo ancora lo stupore, misto a paura, di fronte ad un’enorme cartina nell’ufficio di Pasquale Orlando: era la provincia di Napoli, ovvero il mio collegio elettorale, con tutti i suoi comuni. Un territorio immenso, in cui le Acli hanno una presenza capillare. E proprio di questo ho parlato, nel mio breve intervento di oggi: del fatto che, di fronte ad una politica sempre più distante dai cittadini, non si possa fare a meno di imparare dai corpi intermedi. Nella sua relazione, il presidente Andrea Olivero ribadiva come le Acli abbiano bisogno della politica, per non restare la casa delle buone intenzioni; io ho capovolto il discorso, dicendo che è la politica ad avere bisogno delle Acli, perché non c’è politica vera senza un legame stretto con il territorio, senza l’aiuto di gente motivata e disposta ad impegnarsi per la comunità in cui vive. Guardavo lo stemma delle Acli, con la croce in bella vista: gente che non si vergogna della propria fede, ma che - in oltre 60 anni di storia - è riuscita a tenerla separata dalle ideologie.
( Buon lavoro Andrea! p.o.)

lunedì, aprile 07, 2008

da Pozzuoli: bel reportage del giornalista candidato alla Camera Andrea Sarubbi


bel reportage del giornalista candidato alla Camera Andrea Sarubbi

Mi ero dimenticato quanto fosse bella Pozzuoli. L’ultima volta c’ero stato, con “A sua immagine”, per una trasmissione sull’apostolato del mare. Mi ero dimenticato quanto fosse bello il tempio di Serapide, soprattutto, e mi sono chiesto come mai i turisti non siano obbligati a farvi tappa. Ma siccome sono un candidato al Parlamento e non una guida del Touring, per una volta metto da parte le emozioni personali e vi racconto quello che è successo ieri sera, in un pub di Baia. Oreste lo chiamerebbe “aperitivo elettorale”, ma è stata una discussione così appassionante che, alla fine, mi ha fatto pure perdere la cena. Eravamo una trentina, credo: giovani e meno giovani, tutti orbitanti nell’area del Pd. Un’autoconvocazione nata in fretta, quando è arrivata anche nella zona flegrea la notizia della mia candidatura: desiderio di conoscermi, probabilmente, ma anche voglia di sottopormi i problemi locali, a cominciare da quello di un turismo che – non a caso parlavo prima del tempio di Serapide – non riesce a decollare come potrebbe. Ci siamo confrontati, abbiamo discusso (anche sull’idea del porto di Torregaveta, che ad alcuni non piace) e ci siamo politicamente annusati, fino ad un certo punto. Fino al momento in cui, credendo di dire la cosa più naturale del mondo, ho spiegato loro che – qualora venissi eletto – avrei un ufficio a Napoli e tornerei nel collegio almeno un giorno a settimana. Ci mancava poco che mi portassero in trionfo: Marco, il ragazzo che mi ha riaccompagnato a Napoli, mi ha addirittura chiesto – nel segreto dell’automobile – se stessi dicendo sul serio. Più ancora del turismo, infatti, il loro problema è che non si sentono rappresentati, non hanno nessuno che in questi anni li abbia ascoltati periodicamente, per capire le loro esigenze. E così, quando gliel’ho promesso, mi hanno preso per un marziano: se avessi detto, alla fine dell’aperitivo, che non mi aveva candidato il Pd ma il Partito del barattolo, forse mi avrebbero dato ugualmente fiducia. Non so se per simpatia o per disperazione.

venerdì, marzo 28, 2008

Follini: «Aiuti alle famiglie e riduzione del peso fiscale»

Sostegno alla famiglia attraverso una politica fiscale che faccia leva soprattutto sulla riduzione e la detrazione. È la ricetta presentata ieri da Marco Follini e Andrea Sarubbi in un incontro del Pd con le associazioni presieduto dal presidente delle Acli Pasquale Orlando. Follini, capolista al Senato, ribadisce la centralità della famiglia e lo fa da chi, nel Pd, vuol tenere viva la presenza cattolico-democratica che, dice, «secondo me e Sarubbi ha un’ampia cittadinanza». «Naturalmente - avverte Follini - avendo cura di non ideologizzare l’argomento. Non mi convince l’uso strumentale che il Pdl fa di un tema così delicato». Follini mette in guardia dal rischio di trascinare un argomento come la famiglia nel tritacarne della polemica elettorale. «Il tema non è il bipolarismo etico. Bisogna evitare - sostiene - di contrapporre, come il Pdl tenta di fare, il polo delle virtù al polo delle licenze. Per un partito come il nostro che ha a cuore i corpi intermedi della società la famiglia è uno dei luoghi cruciali. Le famiglie sono state il grande ammortizzatore sociale degli anni della crisi economica, oggi la domanda da porsi è come lo Stato può andare incontro a queste comunità». Quanto al merito delle cose da fare a favore della famiglia, Follini insiste sulla leva fiscale. «Non basta - dice - una riduzione generalizzata dell’Irpef se non è accompagnata da azioni mirate a sostegno della maternità, della natalità. In quest’ambito rientra il tema dell’occupazione femminile: le donne devono essere messe in condizioni di non dover scegliere tra il lavoro e la maternità. Molte cose, su questi temi, il governo Prodi ha già fatto, ora bisogna incrementare l’azione». Su questo fronte è impegnato in prima linea anche Sarubbi. «Ogni famiglia deve essere messa in condizione di poter avere i figli che desidera, aiutando in particolare le donne a non dover scegliere una volta per tutte tra famiglia e lavoro», dice il giornalista, candidato alla Camera in Campania 1. Sarubbi, pur non essendo napoletano (è romano), si è calato nella realtà cittadina, sta girando le periferia, sta incontrando i giovani, sta conoscendo la dura realtà. «Ho conosciuto - racconta sarubbi - due giovani che vogliono sposarsi. Sono fidanzati da nove anni. Lui guadagna 400 euro, lei 1.100 ma deve darne 500 indietro all’azienda. A Fuorigrotta il fitto di una casa costa 750 euro al mese. Con cinque euro al giorno come farebbero a vivere? È difficile dire a due giovani di sposarsi se poi non li si aiuta». Sarubbi pone anche il tema delle deducibilità delle spese per i figli. «Non è possibile - dice - che se compro un computer posso detrarre le spese e se compro i pannolini nonn posso detrarre nulla». p.mai.