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mercoledì, agosto 18, 2010

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.


Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

giovedì, ottobre 09, 2008

Elettori, non sudditi


La finanza senza regole e la crisi delle famiglie chiedono più politica. Ma non deleghe in bianco

(da Aesse 10 2008)

In tempi di crisi economica, di fronte all’impoverimento di tante famiglie – in difficoltà ad arrivare a fine mese, a pagare i mutui per l’acquisto della casa o gli affitti e le bollette salite alle stelle – sembra un po’ strano parlare di legge elettorale.

Si rischia di essere percepiti lontani dai problemi, appassionati di “politichese” piuttosto che attenti alla realtà che ci circonda. Lo sanno bene i partiti politici, che approfittando con realismo di questo disinteresse generale, stanno pensando di completare il memorabile “porcellum” di tre anni or sono con la riforma anche della legge elettorale per le Europee. E di apporre qualche modifica solo formale alla attuale legge elettorale, per evitare il referendum che, rinviato lo scorso anno, rimane una scadenza ineludibile per il mondo politico italiano.

Eppure il tema non può essere passato sotto silenzio, perché da esso dipende in misura non secondaria il futuro del nostro Paese. Non è indifferente poter scegliere il proprio rappresentante in Parlamento tra due o più candidati, vagliandone la biografia, le capacità, le idee. Come potrebbe un cittadino diversamente sentirsi protagonista e non suddito?

Il sistema delle liste bloccate che abbiamo conosciuto nelle ultime due tornate elettorali cancella la democrazia intesa come partecipazione, dando tutto il potere a una casta – le segreterie dei partiti o i leader, più o meno carismatici, di questa stagione – e sottraendolo al popolo. Qualcuno ricorda che analogo sistema esiste in molte altre democrazie, ma si dimentica delle differenze: si può accettare la lista chiusa solo dove vi siano vere primarie – regolamentate e sicure – oppure collegi uninominali piuttosto piccoli, tali da consentire ai cittadini di conoscere i candidati.

«La democrazia è rimasta un sostantivo, non è diventata verbo: democratizzare», ci ha ricordato nelle scorse settimane il professor Belderrain, dell’Università argentina di La Plata. Via via negli anni abbiamo costruito un sistema efficiente per governare la complessità del mondo contemporaneo – adottando sistemi quasi sempre rigorosamente democratici nella forma – ma poco ci siamo preoccupati, in Italia come in gran parte degli Stati occidentali, di ampliare gli spazi dell’esercizio del potere da parte del popolo.

Il sistema della delega, sicuramente necessario per semplificare le dinamiche dell’esercizio del potere, non può essere assolutizzato: al contrario, a ogni delega deve corrispondere un più convinto impegno verso la partecipazione, dal basso, di tutti i cittadini. Se questo non avviene, se ci si arrende alla logica del presunto efficientismo dei partiti, la politica si allontanerà ancor più dal cuore delle persone e, cosa più grave, non saprà rispondere alle attese di servizio al bene comune.

La finanza senza regole, la speculazione dei monopolisti, la crisi dei sistemi di welfare richiedono più politica, intesa come democrazia, partecipazione e trasparenza. Non una delega in bianco.

Andrea Olivero