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giovedì, aprile 23, 2020

Bonus, centri estivi e Family Act: col Terzo settore al centro.


Bonus, centri estivi e Family Act: col Terzo settore al centro. La Fase 2 secondo la ministra Bonetti

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia indica le priorità per una “nuova conciliazione”, con le scuole ancora chiuse e la ripresa di molte attività lavorative. “Dal volontariato e il Terzo settore, una poderosa rete dell'educazione che può supportare le famiglie in questa fase. Bandi in arrivo a maggio. Poi serviranno bonus per le famiglie. E presto il Family Act”
Bonus, centri estivi e Family Act: col Terzo settore al centro. La Fase 2 secondo la ministra Bonetti
La “Fase 2” è alle porte, le attività produttive, in un modo o nell'altro, con più o meno gradualità, riprenderanno. Il Paese e il mondo hanno bisogno di ripartire . E' una buona notizia, che apre però scenari preoccupanti, non solo per le possibili “ricadute” in termini sanitari, ma anche per le problematiche sociali che si apriranno: prima fra tutte, la gestione familiare. Con le scuole che – ormai è chiaro – resteranno chiuse (almeno) fino a settembre, la prospettiva della “ripartenza” mette in allarme le famiglie, che in questi giorni manifestano le loro preoccupazioni attraverso petizioni e lettere aperte, chiedendo attenzione e risposte concrete. A raccogliere l'appello, c'è la ministra Bonetti, che nei giorni scorsi ha anticipato alcune ipotesi di sostegno: dai bonus economici ai centri estivi gestiti da volontariato e Terzo settore. Redattore Sociale l'ha intervistata, per esplorare più da vicino queste idee.
La "ripartenza" di alcune attività produttive, con le scuole chiuse già da tempo e i nonni "protetti" in casa, imporrà alle famiglie di inventare nuova forme di "conciliazione". Quali soggetti e strutture potranno essere attivati?
Centri e campi estivi, oratori, università, associazioni, enti del terzo settore. C'è una poderosa rete dell'educazione che può supportare le famiglie in questa fase e abbiamo bisogno di mettere in campo tutte le risorse di cui disponiamo. Risorse non solo economiche, ma di creatività, di competenza e di servizio.
Nel rivolgere attenzione a questo problema, specialmente in vista del periodo estivo, Lei ha chiamato in causa il volontariato e il terzo settore: in che modo crede che potranno rispondere a questo nuovo bisogno?
Insieme a molti sindaci e a tanti amministratori locali, che hanno risposto all’appello che ho lanciato nei giorni scorsi, stiamo studiando i modi per costruire occasioni educative e ricreative, per poter far vivere ai bambini e ai ragazzi i mesi estivi, ma anche per sostenere i genitori che presto dovranno tornare al lavoro. Per questo ho pensato a quella rete straordinaria del terzo settore, del volontariato e del mondo delle associazioni, che tanto fa e ha fatto in questa emergenza, perché anche nella fase 2 possa dare, insieme ai comuni, il suo contributo decisivo per riorganizzare la vita sociale e consentire alle nostre comunità di ripartire. Sperimentando tempi e modi nuovi di vita, con spazi pubblici attrezzati, ingressi contingentati per i nuclei familiari, per permettere percorsi di gioco e mantenendo il distanziamento sociale, con il supporto di educatrici ed educatori, con volontari e personale comunale del sociale.
Lei ha dichiarato che sono in preparazione bandi volti proprio all'allestimento di strutture e attività destinate all'estate dei bambini e dei ragazzi. Può dirci qualcosa di più sui progetti che potranno essere presentati?
Si tratta di 35 milioni di euro che saranno erogati attraverso i bandi “Educhiamo e Giochiamo”, in partenza per la metà di maggio. Avevamo già annunciato nei mesi scorsi questi bandi per il sostegno della rete educativa e ludico-sportiva. Li stiamo ora destinando specificamente al sostegno delle spese che associazioni, enti del terzo settore, comuni, sosterranno per realizzare attività per la custodia e l'educazione non formale dei bambini e dei ragazzi: attività che dovranno essere progettate in sicurezza, insegnando modalità di gioco diverse e il rispetto del distanziamento sociale. Questo significherà, ad esempio, una maggiore presenza di personale per poter lavorare in piccoli gruppi. L’obiettivo è sostenere le famiglie nella ripartenza e, contemporaneamente, tutelare lo sviluppo e la salute integrale dei nostri bambini.
Come immagina si possa conciliare la formula "tradizionale" del centro estivo (peraltro spesso ospitato all'interno delle scuole) con le nuove accortezze che la situazione imporrà?
Immagino, per esempio, l’utilizzo di spazi aperti, parchi e giardini, vicino casa, riadattati e attrezzati per l’emergenza, con uno sforzo ulteriore non solo da parte degli amministratori ma anche di tutto il personale del volontariato e degli studiosi e dei professionisti dell'educazione, perché attraverso attività educative e ricreative all'aperto riusciamo ad essere al fianco di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, custodendoli e dando loro luoghi e occasioni fondamentali per una crescita sana. Non dimentichiamolo: bambini e ragazzi hanno dato prova di grande maturità in questi giorni.
Oltre ai centri estivi, quali altre attività pensa che potranno essere finanziate, per offrire un sostegno alle famiglie con figli durante il periodo estivo?
I centri e i campi estivi, larga parte dell'associazionismo, gli oratori, si inseriscono in un tema cruciale, che è l'educazione. E’ innegabile come in questi giorni siano emerse diseguaglianze sociali anche negli strumenti per l'apprendimento. Per questo ho chiesto di rafforzare, nel Fondo delle politiche familiari, la voce di spesa per il contrasto alla povertà educativa. Occorre dotare le famiglie degli strumenti tecnologici di cui hanno bisogno e bisogna aiutarle anche nella gestione della didattica a distanza. Anche in questo il mondo del volontariato può dare il suo contributo, così come l'Università. E con il ministro Manfredi siamo al lavoro.
In merito alle altre forme di sostegno alle famiglie (bonus ecc.) può indicarci quali sarebbero, per Lei, le priorità?
Innanzitutto bisogna riconoscere alle famiglie gli sforzi compiuti in queste settimane complesse e, quindi, è necessario un sostegno economico che deve necessariamente accompagnarsi ad una progettualità chiara. In tale direzione va la proposta che ho presentato nelle scorse settimane e che prevede l’inserimento nel dl di aprile di un assegno universale per ciascun figlio, almeno fino ai 14 anni, da aprile a dicembre, secondo il reddito Isee: 160 euro per redditi inferiori ai 7000 euro, 120 euro per redditi tra i 7 e i 40 mila euro, 80 euro per redditi superiori. Questo, nell’attesa che la misura dell’assegno universale, che mette al centro bambini e minori, diventi strutturale come previsto dal Family Act. Perché è di stabilità e garanzie che le famiglie hanno bisogno.
C'è grande attesa da parte delle famiglie, che invocano provvedimenti immediati, specialmente se le prime attività produttive riprenderanno già dalle prossime settimane. Quali pensa che saranno le tempistiche della risposta?
Dobbiamo fare prontamente e bene. Per questo ho posto già settimane fa il tema della programmazione del "come" ripartire. Bisogna riconoscere subito altri congedi parentali per sanare i giorni di permesso dal lavoro già utilizzati. Erogare liquidità alle famiglie con l'assegno, e soprattutto sostenerle nella custodia e nell'educazione dei figli. In queste ore i genitori - più spesso le madri - si ritrovano a scegliere se mettere a rischio il proprio posto di lavoro oppure abbandonare il proprio figlio minore a casa incustodito. È una situazione inaccettabile, che con i congedi in piccola misura e con le attività del terzo settore in misura preponderante, siamo chiamati a sanare subito.
In generale e in conclusione, ritiene che, nella gestione di questa difficile emergenza, si stia prestando la giusta attenzione alle famiglie? In che modo si può offrire loro un maggiore sostegno, perché non si dica che questa crisi è pesata soprattutto sulle loro spalle?
Sin dall'inizio dell'emergenza tutto il mio ministero ha lavorato senza sosta per dare il massimo sostegno alle famiglie. Abbiamo vissuto un’emergenza straordinaria che ha richiesto di mettere in campo risorse e strumenti straordinari. Abbiamo compiuto dei primi passi, è evidente che non bastano, ma stiamo lavorando molto anche per le tante situazioni di fragilità che potrebbero non emergere con evidenza in questi frangenti, perché nessuno sia lasciato indietro. Penso in particolare al contrasto della violenza domestica sulle donne e sui bambini. Oltre l'emergenza c'è la stabilità di un progetto di politiche familiari per il Paese, che proprio questi giorni hanno dimostrato essere non più rimandabile. Prima dell'epidemia ci accingevamo ad approvare il Family Act. Dovremo ritornarci, per dare finalmente al Paese un progetto integrato e organico che investe sulle famiglie e porta loro la stabilità che serve per riattivare speranza e fiducia.

giovedì, febbraio 07, 2013

Il non profit all'assalto della politica


http://www.vita.it/politica/partiti/il-non-profit-all-assalto-della-politica.html


Domani il magazine in edicola con dieci pagine speciali sul voto. I volti e gli impegni dei candidati che arrivano dal non profit. Un'inchiesta si come cambia la governance delle associazioni "decapitate". La prima intervista del neo portavoce del Forum Pietro Barbieri e un commento di Lorenza Violini


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Fonte: Archivio Vita
Mai come durante questa campagna elettorale i massimi dirigenti del non profit hanno “occupato” le liste dei partiti in lizza per il voto del 24/25 febbraio.

Sono otto i presidenti o ex presidenti candidati: Paolo Beni (Arci),  Andrea Olivero (Acli), Stefano Leoni (WWF), Filippo Fossati (Uisp), Mario Sberna (Associazione famiglie numerose), Edoardo Patriarca (Istituto italiano della donazione), Ilaria Borletti (Fai)  e Bruno Molea (Aics). A cui vanno aggiunti Luigi Marino di Confcooperative e Giorgio Guerrini di Confartigiananto, e altre figure storiche del nostro Terzo settore come Flavio Lotti (Tavola della pace), Laura Boldrini (portavoce Unhcr in Italia), Mario Marazziti (portavoce della comunità di Sant’Egidio), Fabio Pipiato (Unimondo), Pasquale Pugliese (Movimento non violento), Katia Stancato (Forum Terzo settore Calabria) e Gabriella Stramaccioni (Libera). Un piccolo esercito. Tutti con ottime probabilità di conquistare uno scranno in Parlamento.
A tutti loro Vita ha sottoposto il suo Manifesto “Cambiare l’Italia”.

I loro impegni li trovare messi nero su bianco sul numero del mensile in edicola da venerdì 8 febbraio. Non solo.

Nelle dieci pagine speciali dedicate alle elezioni, Sara De Carli è andata ad indagare su come le associazioni più grandi stanno cambiando la governance in seguito al ricambio generazionale forzato,mentre Pietro Barbieri, neo portavoce del Forum del Terzo settore nella sua prima intervista nella nuova veste promette: «Non voglio neanche lontanamente sentire il retrogusto del collateralismo fra noi e i “nostri politici”, l’autonomia sarà la nostra forza».

Infine il richiamo della costituzionalista Lorenza Violini, che nel suo esordio come commentatrice su Vita ai candidati non profit dice: «Valorizzate il Parlamento, non i partiti».

mercoledì, febbraio 06, 2013

LA SPERIMENTAZIONE DELLA NUOVA CARTA ACQUISTI




di Massimo Baldini e Luca Beltrametti*
Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha da pochi giorni emanato il decreto che disciplina l’avvio della sperimentazione di una Nuova carta acquisti (Nca) che  affianca la Vecchia carta acquisti (Vca), introdotta dal governo Berlusconi nel 2008 e potrebbe in futuro sostituirla.

La sperimentazione consiste in un trasferimento monetario riservato a famiglie in condizioni di povertà residenti nei 12 comuni con più di 250 mila abitanti. La sperimentazione dura un anno, la gestione sarà affidata ai comuni; il Governo ha stanziato €50 milioni che saranno ripartiti tra i Comuni in base all’incidenza della povertà assoluta rilevata dall’Istat nelle diverse aree del paese.

Il programma è rivolto a famiglie in difficoltà che soddisfino requisiti concernenti la condizione economica (Isee inferiore a €3.000, patrimonio mobiliare inferiore a €8.000…), le caratteristiche familiari (presenza nel nucleo di un minorenne, precedenza in caso di disagio abitativo o di presenza di un solo genitore…) e la condizione lavorativa (“disagio lavorativo”: possono ciò accedere anche famiglie in cui vi siano componenti che non sono totalmente disoccupati).

Un confronto tra Nca e la Vca

La Nca presenta molti passi avanti rispetto alla Vca:
  1. La Vca è riservata alle famiglie con anziani e a quelle con bambini di età inferiore ai 3 anni. La maggioranza delle carte è andata a famiglie di anziani, che già costituiscono la fascia di età su cui si concentra già gran parte della spesa italiana per l’assistenza.
    La Nca invece è destinata alle sole famiglie in cui sia presente almeno un minore. Si prevede anche che il numero e l’età dei figli siano requisiti preferenziali per l’accesso al beneficio. La scelta di concentrarsi sulle famiglie con minori è opportuna non solo perché costituisce un piccolo segnale della volontà di ribilanciare la spesa assistenziale a favore di gruppi sociali tradizionalmente più trascurati, ma anche perché sembra che la crisi stia colpendo, via la riduzione dei posti di lavoro, soprattutto le famiglie giovani.
  2. La Vca esclude qualsiasi coinvolgimento degli enti locali e si riduce ad un trasferimento monetario dall’Inps alle famiglie con un Isee basso; nel nuovo schema invece i Comuni diventano gli attori principali, sia nell’individuazione dei beneficiari che nella gestione dei servizi di accompagnamento e formazione.
  3. La Vca prevede un trasferimento di soli 40 euro mensili(assolutamente incapace di incidere davvero sulle condizioni di vita dei beneficiari) mentre la Nca prevede importi compresi tra €231 e €404 al mese.
  4. La Nca non è più riservata solo agli italiani come la Vca, ma è disponibile anche ai cittadini comunitari e ai non comunitari con permesso di soggiorno che risiedono nel Comune da almeno un anno. E’ un’estensione importante perché la povertà assoluta è molto diffusa tra gli immigrati.
  5. La Nca non si risolve più in un semplice trasferimento di denaro, ma prevede la presa in carico da parte dei servizi sociali degli enti locali e la predisposizione di un progetto personalizzato, con l’obiettivo di attivare un percorso di uscita dalla povertà attraverso, quando possibile, il reinserimento lavorativo e sociale. I beneficiari ricevono il denaro solo se si impegnano a svolgere specifiche attività (ricerca di lavoro, frequenza scolastica, partecipazione a progetti di formazione, ecc.).
Alcune valutazioni
Si tratta – forse per la prima volta in Italia – di una vera sperimentazione condotta con criteri scientifici: si dice espressamente che la “la valutazione … deve basarsi sull’adozione di approcci di tipo contro-fattuale che permettano di misurare l’efficacia dell’intervento … utilizzando…informazioni riferite a gruppi di controllo”.
In altri termini, si vuole misurare l’efficacia del programma confrontando i risultati raggiunti dal gruppo dei soggetti beneficiari rispetto alla situazione di un gruppo, statisticamente confrontabile, che non ha partecipato. Si tratta di una procedura ampiamente diffusa a livello internazionale nella valutazione dell’efficacia di politiche sociali.

Rispetto all’obiettivo di dotare anche l’Italia di un vero reddito minimo garantito sarà necessario, a regime, incrementare lo stanziamento: secondo le statistiche disponibili, per eliminare la povertà assoluta in Italia (con un'ipotesi minimale di spesa, cioè assumendo un targeting perfetto)servirebbero circa 3-4 miliardi all’anno1.
I 50 milioni della sperimentazione (per di più una tantum e rintracciati a fatica nel bilancio pubblico) sono quindi una “goccia nel mare”; essi rappresentano però un primo importantissimo passo soprattutto perché consentono di creare una infrastruttura di base che potrà poi essere sviluppata.

Inoltre, nella sperimentazione il trasferimento è erogato in cifra fissa indipendentemente dal reddito effettivo della famiglia; a regime, sarebbe forse più efficace commisurarlo a quest’ultimo.
La sperimentazione pone un onere amministrativo e gestionale molto forte sui comuni; ciò avviene in un momento in cui molti assessorati alle politiche sociali sono in grande affanno dopo anni di riduzioni del personale e di tagli alle risorse per il funzionamento.
Nel caso in cui si volesse estendere il programma a tutto il Paese le difficoltà operative (nella definizione ed implementazione dei “piani personalizzati di assistenza”) sarebbero certamente notevoli nei comuni di piccole e medie dimensioni.

Si passerà davvero dalla sperimentazione (posto che la valutazione dia risultati positivi) alla messa a regime di un trasferimento contro la povertà assoluta?
Molto dipenderà dal colore del prossimo governo e dalla dinamica dei conti pubblici. Tuttavia la lunga durata della crisi rende ogni giorno più grave il fatto che l’Italia non disponga ancora di uno strumento  universale di questo tipo.

1. La cifra di 3-4 miliardi si ottiene considerando che in Italia vi sono circa 1.3 milioni di famiglie in povertà assoluta e che il consumo medio dei poveri assoluti è di circa il 17% inferiore alla linea di povertà. 

sabato, luglio 25, 2009

Sardegna: “TURISMO SOCIALE E SVILUPPO TERRITORIALE SOSTENIBILE”. Inziativa del Consorzio Solaris.




“TURISMO SOCIALE E SVILUPPO TERRITORIALE SOSTENIBILE”

Il 16 e 17 luglio scorsi l’Hostel dell’Argentiera, in provincia di Sassari, ha ospitato il seminario nazionale su Turismo sociale e sviluppo territoriale sostenibile organizzato dal Consorzio Solaris, con il contributo del Banco di Sardegna e la collaborazione delle Acli regionali.

Nel seminario di carattere in-formativo si è parlato e dibattuto dell’attuale situazione del turismo sociale e della possibilità per le imprese sociali di divenire attori non marginali della filiera. Un settore che, per appartenenza e vocazione, si caratterizza per la forte presenza del non profit, ma anche come terreno di un possibile nuovo sviluppo territoriale sostenibile.

Coerentemente con gli obiettivi prefissati, nelle due giornate, oltre a fornire una maggiore conoscenza della filiera del turismo, si è dibattuto sulla possibilità di creare nuove sinergie tra pubblico e privato sociale per promuovere attività economiche e produttive di qualità, rispettose dell’ambiente in cui si radicano e capaci di promuovere il bene comune.

Dopo una breve introduzione fatta dal Direttore del Consorzio, sul palco si sono alternati esponenti e tecnici del settore (Benito Perli Presidente della FITuS, , Marta Rossato dell’ISNART- Unioncamere, Pino Vitale Presidente del CTA e Mauro Corricelli General Manager di Vieste in tour), imprenditori sociali operanti nella filiera (Renate Goergen, Presidente di “Le Mat”, Giuseppe Madeddu Presidente della coop. sociale “San Lorenzo”) e operatori sociali che hanno presentato progetti sperimentati sul campo (Gaetano Di Pietro di Confesercenti naz.le e Angelo Mariano del Consorzio di coop sociali “Rete.Sol”).

A rappresentare le Istituzioni, sono intervenuti Costantino Ligas, Assessore al Turismo del Comune di Porto Torres e Valeria Serra, Assessore Regionale al Lavoro e Cooperazione della Sardegna.

Nel suo intervento a conclusione del seminario, l’assessore Serra si è impegnata ad assumere i contenuti emersi dall’incontro per riproporli nell’ambito della programmazione di competenza del proprio assessorato.

L’incontro - concluso dall’intervento del Presidente del Consorzio Solaris, nonché Presidente delle Acli Sardegna, Ottavio Sanna - ha registrato una consistente partecipazione di cooperatori e di operatori sociali e del settore provenienti sia dall’isola che dal resto d’Italia.

I presenti hanno espresso notevole soddisfazione per l’organizzazione del seminario, per la modalità e i contenuti dei temi trattati.

A riprova che il sociale può realizzare un turismo di qualità, è stata molto apprezzata l’accoglienza offerta dalla cooperativa sociale che gestisce l’hostel Argentiera.

L’incontro è il primo di un ciclo di seminari, formativi/informativi, organizzati

dal Consorzio sul tema: il sociale come leva dello sviluppo locale.

sabato, marzo 07, 2009

IL TUO 5X1000 ALLE ACLI


Anche quest’anno, la legge finanziaria consente di destinare il 5x1000 dell’imposta Irpef a favore delle associazioni di promozione sociale. Il 5x1000 non comporta alcun costo aggiuntivo rispetto alle tasse che si devono pagare e non è alternativo all’8x1000 in favore della Chiesa cattolica.
Destinando il 5x1000 alle Acli ci aiuterai a realizzare progetti che contribuiscano veramente allo sviluppo del nostro Paese.
La scuola in Mozambico, il punto famiglia ad Agrigento, il percorso interculturale a Bergamo, l’intervento sul disagio sociale a Ferrara, sono solo alcuni esempi dei mille progetti che le Acli realizzano in tutta Italia e nel mondo anche con il tuo aiuto.
Il tuo 5 alle Acli vale 1000: anche un piccolo contributo ci aiuta a fare tanto.
Per destinare la tua quota del 5x1000, basta firmare e indicare il codice fiscale delle Acli (80053230589) nell’apposito riquadro dei modelli Cud 2009, 730/1 - bis redditi 2008, Unico persone fisiche 2009. Anche se non presenti la dichiarazione dei redditi puoi comunque chiedere la scheda integrativa e consegnarla in busta chiusa al tuo commercialista o al tuo Caf di fiducia.

giovedì, dicembre 11, 2008

Andrea Olivero è Portavoce Unico del Forum del Terzo Settore.




Lo ha eletto oggi l’Assemblea nazionale del Forum del Terzo Settore riunita oggi a Roma.

Olivero sostituisce Vilma Mazzocco e Maria Guidotti che erano state elette poco più di due anni fa (il 16 maggio 2006). Andrea Olivero è stato Membro del Coordinamento nazionale del Forum del terzo Settore dal 2006, lo stesso anno in cui divenne Presidente nazionale delle Acli.


Con la scelta del Portavoce Unico il Forum del Terzo Settore vuol dare un forte segnale di coesione, proprio nel momento in cui la società appare sempre più frammentata e fragile. Si apre una nuova ed originale fase del suo progetto, iniziato undici anni fa per esprimere la soggettività politica e l’autonomia di un terzo settore che si proponeva come parte integrante del “sistema Paese”. Da subito il Forum del Terzo Settore si pose posto come soggetto unitario di rappresentanza: ha avuto una crescita costante nel numero di adesioni e nell’insediamento territoriale e si è accreditato come parte sociale e come interlocutore di Governo, sindacati, Enti Locali. Ma in questi undici anni molto è mutato: l’attuale crisi - senza precedenti – e le aumentate difficoltà nel rapporto tra cittadini e istituzioni hanno reso necessaria la ridefinizione della mission e del modello organizzativo del Forum stesso.

Si è avviato così un percorso partecipato che ha portato ad una riorganizzazione profonda della struttura ad ogni suo livello, con una migliore attribuzione di competenze ed impegni nell’ottica di una più veloce ed adeguata risposta alle nuove sfide poste in essere dalla mutata situazione sociale, culturale ed economica del nostro Paese. “Oggi – afferma Olivero – possiamo con orgoglio rileggere il percorso fatto, per affrontare le nuove sfide con la passione di sempre e un rinnovato slancio. Siamo in una nuova fase, evolutiva, della nostra iniziativa unitaria, che nasce anche grazie prezioso lavoro delle portavoce che mi hanno preceduto. Il Forum del Terzo Settore è parte sociale riconosciuta: un ruolo che rivendichiamo con forza, in virtù del quale intendiamo dare voce a chi non ce l’ha, a quella parte del Paese che il Ministro Sacconi ha definito “povertà assoluta, nemmeno individuata perché nascosta dalla mancanza di rappresentanza”.


CHI E' ANDREA OLIVERO

Eletto Portavoce Unico del Forum del Terzo Settore l’11 dicembre 2008.Membro del Coordinamento del Forum del Terzo Settore dal 2006, è Presidente nazionale delle ACLI dal Marzo dallo stesso anno.Nato a Cuneo nel 197 0, laureato in Lettere classiche è docente.Dopo un significativo percorso nell’ambito del volontariato e dell’associazionismo cattolico, a partire dagli anni ’90 è entrato nel mondo delle ACLI inizialmente presso le ACLI provinciali di Cuneo, dove è stato Presidente provinciale e successivamente Presidente di Enaip Piemonte, principale ente formativo della Regione. Dal 2004 ha rivestito la carica di Vicepresidente nazionale delle ACLI, con delega al welfare e alle politiche sociali.Attualmente è anche Presidente della FAI (Federazione ACLI internazionali), è componente del CdA della Fondazione per il Sud, fa parte dell’Osservatorio nazionale sull’Associazionismo promosso dal Ministero della Solidarietà sociale ed è membro del Forum del Progetto culturale della CEI.


COS'E' IL FORUM

Il Forum del Terzo Settore è parte sociale riconosciuta.Si è ufficialmente costituito il 19 giugno 1997. Rappresenta circa 100 organizzazioni nazionali di secondo e terzo livello – per un totale di oltre 50.000 sedi territoriali - che operano negli ambiti del Volontariato, dell'Associazionismo, della Cooperazione Sociale, della Solidarietà Internazionale, dell’Impresa Sociale, della Finanza Etica e del Commercio Equo e Solidale del nostro Paese. Il Forum del Terzo Settore ha quale obiettivo principale la valorizzazione delle attività e delle esperienze che le cittadine e i cittadini autonomamente organizzati attuano sui diversi territori - attraverso percorsi, anche innovativi, basati su equità, giustizia sociale, sussidiarietà e sviluppo sostenibile – per migliorare la qualità della vita delle comunità. I suoi principali compiti sono:la Rappresentanza sociale e politica nei confronti di Governo ed Istituzioni; il Coordinamento e il Sostegno agli organismi sul territorio; la Promozione e lo Sviluppo delle reti interassociative; la Comunicazione per dar voce a valori, progetti e istanze delle realtà organizzate del Terzo Settore. Sulla base di un patto associativo coerente con quello nazionale si sono costituiti 18 Forum regionali e innumerevoli Forum provinciali e locali cui aderiscono le realtà della società civile che operano a livello territoriale.

mercoledì, maggio 28, 2008

"Hanno fatto bene a bruciare i campi rom". Temi choc a Ponticelli (napoli)


Rom, nuovi incendi nei campi. Temi choc a Ponticelli
Di nuovo fiamme in uno dei campi Rom ormai vuoti. Frasi terribili nei temi dei bambini tra i 9 e gli 11 anni dell´istituto comprensivo San Giovanni Bosco: «La gente ha fatto bene a bruciare i campi»
Un incendio è stato appiccato in uno dei campi Rom ormai vuoti del quartiere di Ponticelli, a Napoli. Sul posto, in via Virginia Woolf, stanno intervenendo i vigili del fuoco, all'opera con due squadre e due autobotti.

Ponticelli è il rione popolare della periferia est di Napoli, in cui nei giorni scorsi la popolazione aveva attaccato i campi dei nomadi, armandosi di molotov spranghe e sassi, dopo il tentato rapimento di una bimba di pochi mesi da parte di una ragazzina Rom, poi arrestata. Proprio in seguito a queste manifestazioni di intolleranza, i campi dell'area sono stati sgomberati e i nomadi si sono dispersi sul territorio.

martedì, febbraio 26, 2008

Sanremo: il sociale e l'antisociale

Un movimento contro la canzone d'autore

di Simona Orlando
SANREMO (26 febbraio) - Al Festival di Sanremo c’è chi boccia le canzoni perché troppo disimpegnate, chi è insoddisfatto di quelle impegnate, chi tratta temi sociali per missione, chi per convenienza. Tra i bizzarri individui che si aggirano nella città dei fiori, ce ne è uno che è a capo del movimento popolare in favore della C.A.C.C.A., ovvero canzone d’amore contro canzone d’autore, volto alla valorizzazione della musica orecchiabile e spensierata. E’ uno di quelli che non trova offensiva la scosciata di turno, che torna a casa stanco dal lavoro e ha solo voglia di togliersi le scarpe e far riposare i neuroni. Non lo infastidisce la rima cuore/amore né il solito giro di do. I luoghi comuni? Lo rendono orgoglioso perché la troppa intelligenza è cosa da intellettuali. Non ne può più di brani che parlano di omosessualità e guerra e hanno la presunzione di insegnare a vivere e ha solo voglia di ascoltare una bella canzone.

Avvocato trentenne che viene dalla provincia veneta ha le idee chiare e riscuote consensi per la strada: «I cantanti sono ineleganti. Non hanno il coraggio di essere frivoli e indossano una maschera aurorale. In questo Sanremo è la notizia che crea il fatto. Della guerra ci parlano tutti in televisione, dell’amore nessuno. Ci manca la colonna sonora per le “limonate”, e questa sarebbe la vera funzione sociale». Si erge dunque a salvaguardia della “minoranza ignorante italiota”, e attraversa Sanremo con un cartello indosso, raccoglie firme per la lotta per la canzonetta, che fa capo a Porfirio Rubirosa (cantante italo argentino e noto playboy anni ’50), e cerca di arruolare più gente possibile nell’Esercito del Surf che aspira a liberalizzare le feste in spiaggia, a canticchiare motivi semplici sotto la doccia. Staziona davanti all’Ariston nella speranza di redimere anche Pippo.

Un’edizione che vanta tra i migliori testi degli ultimi anni

Sanremo, 25 febbraio 2008. Stasera riparte la kermesse sanremese con la sua 58° edizione, condotta dall’immancabile Pippo Baudo in tandem col vigoroso Chiambretti. Buone notizie sul fronte delle canzoni, almeno per i testi. Nonostante il tema sentimentale sia ancora il più gettonato, quest’anno verranno affrontati temi importanti sul fronte sociale, come il lavoro nero, la corruzione, la guerra, in linea con i gusti del pubblico che lo scorso anno premiò proprio le due canzoni più "impegnate". Diverse anche le strofe che si propongono di esplorare il lato esistenziale, anche con testi autobiografici.

Tra i big, spiccano i contenuti di Anna Tatangelo (scritti dal compagno Gigi D’Alessio) e di Frankie Hi-NRG, l'ermetismo spirituale di Loredana Berté, il pepato Max Gazzé che ha come tema il sesso telefonico.
Anche i testi delle cosiddette canzoni d’amore sono particolarmente efficaci ed originali, grazie ai talenti di Mario Venuti, Gianna Nannini (presente solo come autrice), Fabrizio Moro, Sergio Cammariere.

La canzone più solare e ottimista è di Francesco Tricarico, con tanto di licenza poetica.

sabato, dicembre 29, 2007

Il welfare non è un lusso

Sergio D'Angelo, portavoce del forum campano del Terzo Settore, ritorna opportunamente sulla questione welfare e sviluppo in relazione al caso campano e alla finanziaria regionale.

Il welfare non è un lusso
di Sergio D´Angelo *
da Repubblica - Napoli del 28 dicembre 2007

Il confronto sul bilancio regionale annuncia un percorso molto complicato e non meno problematico di quello per la legge finanziaria appena licenziata e anche tanto criticata: le risorse sono poche e saranno tagliati importanti settori di attività.
A farne le spese saranno soprattutto il welfare, l´edilizia abitativa e le politiche attive del lavoro. Guardare al welfare con fastidio o rimuoverlo come se fosse, ormai, un peso del passato di fronte alle emergenze di nuovi, presunti, più importanti problemi è una tesi molto sciocca che alla lunga non porterà vantaggi per nessuno.
Tutti - imprenditori, sindacati e partiti - sanno di una situazione estremamente complessa e difficile da affrontare e avanzano suggerimenti di ogni genere, ma i risultati, bisogna dirlo, non sono per niente positivi: poco sviluppo, scarsa sicurezza, occupazione ferma, aumento del degrado e della disgregazione sociale. L´ulteriore deterioramento sociale è stato chiaramente causato anche dal minore apporto della spesa pubblica che ha penalizzato innanzitutto le regioni meridionali e i loro sistemi locali di welfare, peggiorando le condizioni di difficoltà materiale e di preesistente crisi sociale. Niente più del livello di arretratezza delle regioni meridionali può spiegare meglio l´esigenza di dover accompagnare la crescita con robuste dosi di politiche e interventi sociali. Perché per uno sviluppo reale e duraturo c´è bisogno di un forte investimento sociale e di un impegno di lungo periodo, che richiede scelte nazionali, ma anche uno sforzo serio e politiche nuove da parte di chi ha responsabilità di governo locale.
Purtroppo non si scorgono ancora elementi di novità nell´orizzonte della politica: il welfare dei servizi non è in alcuna agenda politica e non interessa più nessuno. La Regione Campania non trova nemmeno un euro in più di 33 milioni da investire per reddito di cittadinanza e legge sulla dignità sociale: meno della metà di quanto spendeva già 2 anni fa solo per il reddito di cittadinanza; meno di quanto richiede ai Comuni; molto meno di quel poco previsto dallo Stato; meglio solo della Calabria.
Il governo nazionale, nonostante il recente boom fiscale, non co-finanzia alcuna misura di contrasto alla povertà come pure aveva promesso, sostenendo che bisogna attendere il tempo necessario per far ritornare a posto i conti pubblici e rimettere in moto l´economia; un tempo, però, che in Campania e in tutto il Sud non verrà mai: non solo perché la crescita, così, avrebbe un costo sociale troppo elevato e non sarebbe né possibile né giusto chiedere alle persone più bisognose di aspettare ancora, ma soprattutto perché la ripresa economica non può realizzarsi in un contesto così deteriorato e disgregato.
In Campania è proprio il nesso tra sviluppo e welfare il punto debole attorno a cui deve ruotare la costruzione di una società che, da un lato, deve rendere concreta la possibilità che nuove esigenze dei cittadini possano trovare spazio e modi adeguati di risposta nell´ambito dei sistemi di interventi socio educativi e delle politiche del lavoro; dall´altro - anche in relazione alla domanda di sicurezza che giustamente viene dalle persone - deve prevenire forme di disagio e di devianza, che possono maggiormente svilupparsi in ambienti così deteriorati e socialmente degradati come lo sono molte realtà della regione.
Nel frattempo, invece, per continuare a parlare di sicurezza e legalità senza fare confusione, sarebbe assai utile diffondere l´idea - nelle istituzioni così come nella società - che il welfare non è un lusso, ma soprattutto un importante settore di attività per fornire risposte reali alle necessità della collettività e un sistema di diritti essenziali alle persone; cioè, quello che serve a rendere l´ambiente sociale non ostile all´attività economica e a dare più sicurezza ai territori.
* L´autore è portavoce del Forum regionale del terzo settore

venerdì, dicembre 07, 2007

MILANO: CARD. TETTAMANZI LANCIA SUA 'ENCICLICA' SOCIALE PER SANT'AMBROGIO


Milano, 6 dic. (Adnkronos) - Salari, lavoro nero, consumismo, tasse, giustizia, immigrazione, droga, alcol: sono questi alcuni dei temi, tutti a sfondo sociale, contenuti nel tradizionale discorso tenuto nel pomeriggio di oggi in occasione della festivita' di Sant'Ambrogio nell'omonima basilica dall'arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi. Il cardinale ha tracciato una sorta di personale enciclica sociale attraverso una disamina critica dei molti capitoli inevasi dell'agenda politica nazionale e internazionale e ha preso come riferimento il documento del Concilio Vaticano II ''Gaudium et spes''. In quel testo, ha spiegato il porporato, ''il Concilio parla di 'sacralita'' degli obblighi sociali: dunque 'sacro' non ha un valore solo religioso, ma anche un profondo valore civile''.
''Anche l'uomo moderno, cosi' allergico all'idea di 'sacro' nel contesto di una societa' desacralizzata e, come si dice, secolarizzata o, addirittura, post-secolarizzata - ha spiegato il cardinale - non puo' non porsi, e con serieta', la domanda su quali scelte e su quali comportamenti orientare la propria vita, perche' si possa assicurare la coesione sociale e costruire una societa' veramente civile''.
L'arcivescovo di Milano ha richiamato il concetto di ''responsabilita' sociale'' quale stella polare della coscienza in questo tempo. ''Mai come in questi ultimi tempi - ha spiegato Tettamanzi - i comportamenti umani segnati da profondo individualismo ''feriscono'' la vita sociale: non pagare le tasse, farsene un vanto, frodare nel commercio e nella produzione manifatturiera, guidare ubriachi o drogati, non rispettare gli elementari diritti dei lavoratori per ottenere profitti sempre maggiori, non sono solo comportamenti di singoli da censurare, sono dei veri e propri attentati alla societa' nel suo insieme''. (segue)
(Fpe/Pe/Adnkronos)

mercoledì, giugno 20, 2007

Il welfare fatto in casa

Indagine Acli sul mondo delle collaborazioni domestiche

Giovedì 21 giugno, a Roma, alle ore 12,00, presso la sede nazionale dell'Associazione (Via Marcora 18/20 - zona V.le Trastevere/P.zza Ippolito Nievo) le Acli presentano la ricerca "Il welfare fatto in casa", indagine nazionale sui collaboratori domestici stranieri che lavorano a sostegno delle famiglie italiane. Interverrà il ministro delle Politiche per la famiglia Rosy Bindi e il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero.

La ricerca è stata realizzata dall'Iref, l'istituto di ricerca delle Acli, che ha interrogato nei mesi di marzo e aprile un campione statistico di 1000 collaboratrici familiari straniere (66 nazionalità diverse), attraverso un questionario somministrato 'faccia a faccia'. L'indagine descrive e quantifica i principali aspetti della collaborazione domestica, restituendo la complessità del vissuto dei lavoratori immigrati e saggiando gli esiti dell'incontro di questi collaboratori con le famiglie italiane. Tra i temi affrontati, oltre al profilo socio-demografico degli intervistati, il progetto migratorio e le traiettorie d'ingresso, le condizioni di lavoro (mansioni, carichi, salari, accordi contrattuali, ecc.) e il legame sviluppato con le famiglie italiane.

mercoledì, giugno 13, 2007

PER NON ESSERE UTILI IDIOTI

IV Festa nazionale Comunità di Capodarco
Roma, 21 giugno 2007 – Capodarco di Fermo, 22-23-24 giugno 2007
PER NON ESSERE UTILI IDIOTI
Tra “gabbie assistenziali” e porte chiuse
Confronto tra il terzo settore e la politica
Roma, 21 giugno 2007
Comunità di Capodarco – Roma, via Lungro n.3

Anche se lungo, pubblichiamo il documento integrale prodotto dalla Comunità di Capodarco sui rapporti tra terzo settore e politica. Un testo utile alla riflessione di tutti.

Per non essere “utili idioti”

L’espressione forte che utilizziamo vuole esprimere il disagio che stiamo vivendo: nei confronti del mondo della marginalità che, nonostante tutto, non vede luce di soluzione; nei confronti di noi stessi, diventati ingranaggi di un welfare strutturalmente ingiusto; nei confronti della politica che ci utilizza sfacciatamente.


Un quadro desolante

Da oltre trent’anni siamo coinvolti nella politica sociale in Italia; da quando, nel 1971, con la legge 118, si parlò per la prima volta di handicappati riconosciuti persone, invece che semplici numeri o individui da nascondere. Gli anni ’70 sono stati l’inizio di una grande tensione sociale. La chiusura dei manicomi, il riconoscimento dei diritti alla salute con la riforma sanitaria, hanno costituito la pietra miliare di una concezione di popolo ugualitaria, solare, protesa verso il futuro, più giusta.
Sono di quegli anni le “prime invenzioni” alternative agli istituti, alle segregazioni, alle vergogne.
L’Italia, come del resto l’Europa, ha sperimentato, nel prosieguo del tempo, altre emergenze: la tossicodipendenza, la marginalità metropolitana, la devianza, l’immigrazione, l’invecchiamento della popolazione, il malessere psicologico e “immateriale”.
Abbiamo continuato a inventare risposte: comunità per ragazzi tossicodipendenti, comunità per ragazzi stranieri non accompagnati, comunità di vita, inserimenti lavorativi, integrazioni sociali. Sempre in salita: dovendo, ogni volta, spiegare, chiedere, aspettare che gli addetti comprendessero.
Lo stato sociale in trent’anni si è raffinato, con accelerazioni e decelerazioni: non in modo omogeneo nel tempo, né nei territori. Tensioni di riforma sono state accompagnate da periodi di riflusso: non si è arrivati, come per la sanità, l’istruzione, la comunicazione, l’energia, a un assetto stabile di risposta sociale.
Dal versante del privato sociale ci hanno accompagnato due fenomeni: il crescere, non sempre lineare e disinteressato, di associazioni, onlus, fondazioni, cooperative e, contemporaneamente, il sorgere delle scienze sociali: sociologi, psicologi, assistenti sociali, pedagogisti, educatori, laureati in scienze sociali sono diventati numerosi e invadenti.
Eravamo coscienti che ai problemi sociali non si poteva più rispondere con il buon cuore.
A questo punto abbiamo commesso un gravissimo errore, di cui oggi sentiamo le conseguenze negative. Siamo diventati gestori di servizi, senza riuscire ad ottenere un quadro di riferimento uguale in Italia, caratterizzato da risposte certe, diffuse nel territorio, di livello minimo garantito. Siamo stati succubi, superbamente orgogliosi, della nostra risposta precaria, con quattro grandi limiti: abbiamo perduto la nostra dimensione di coscienza critica e di inventiva; abbiano subìto “gabbie assistenziali” imposte da altri; abbiamo creato “aziende sociali” imbarcando specialisti di ogni genere; siamo stati promotori di un mercato straccione.
Con un sguardo distaccato, ma sufficientemente lucido, non è difficile capire che il mondo assistenziale odierno conserva tutte le caratteristiche di debolezza e instabilità.

Non abbiamo più coscienza critica. L’approccio caratteristico della gestione dei servizi non ha portato a leggere i fenomeni di sofferenza sociale con occhio alle cause e alla loro rimozione. L’istinto oramai era quello di creare risposte sociali. Come agenzie abbiamo proposto la soluzione dei problemi: chiavi in mano, come a volte ci veniva chiesto. Che cosa accade su un territorio, quali risorse “naturali” utilizzare, quali forme alternative di risposte sono diventate non quesiti. La preoccupazione è stata quella di cercare la nicchia entro cui attestarsi, nello sforzo di dare un servizio decente.
Questo trend ha fatto lievitare le agenzie sociali: ce ne sono di tutte le razze. Fondazioni non fondazioni; onlus padronali; cooperative imprese, mercato privato. Il mondo del volontariato, così esaltato e così nobile e diffuso è inquinato: anche da malaffare e da cattiva coscienza. Né occorre fare nomi, perché tutti conoscono, in un territorio, chi agisce per che cosa. Si è creata una situazione paradossale. Non siamo stati capaci di far crescere la coscienza civile per avere risposte che non dipendessero, di volta in volta, dalla disponibilità delle risorse o di qualche amministratore illuminato. Moltissime leggi, nel frattempo, sono state scritte e pubblicate. In nessun territorio si sa con certezza qual è lo zoccolo duro della risposta sociale e quali gli attori preposti alla realizzazione: appalti, convenzioni, pubblico, semipubblico sono diventate modalità senza logica e senza costrutto.

Nel mercato che evolveva, la parte pubblica si è organizzata in modo schizofrenico. Impostando standard di qualità altissimi: dettagli che nulla lasciassero al caso. Con una puntigliosità patologica, confondendo piccole comunità con hotel; mense dei poveri con ristoranti. Il fatidico accreditamento è un esame da cui nessuno sfugge e dal quale nessuno ha più sconti. Le abbiamo chiamate “gabbie assistenziali”: luoghi preconfezionati dove possono accedere coloro che hanno determinate morbilità, con qualità strutturali regolate nei dettagli, affidate a professionalità accademiche, senza prevedere, alla fin fine, la qualità della vita. Mai nessuna parola che esprimesse valori irrinunciabili per un anziano, per un disabile, per un malato psichiatrico: mondi umani ai quali si risponde con l’accademia, dimenticando che ogni ambiente riabilitativo deve essere umano prima che perfetto.
E’ sembrato che lo schema medico abbia prevalso su quello assistenziale: la cura degli organi, dimenticando che chi è in difficoltà sociale non ha organi malati, ma ha la vita difficile.

In queste circostanze era logico dover creare vere e proprie aziende. Con patrimoni, fatturati, gestione delle risorse umane improvvisati e claudicanti. Solo recentemente si è formata una classe di manager esperti di sociale: costoro non sono di casa presso il non profit, ma nel mercato. Offrono professionalità anaffettive: luoghi belli, invece che persone belle. Ambienti lucenti invece che relazioni. Il dubbio è che le “gabbie assistenziali” siano state inventate per collocare i professionisti. Non si spiegherebbero altrimenti impostazioni dai dettagli utili per la clientela in transito, ma niente affatto logici per chi nella struttura deve trascorrere la vita. Noi siamo rimasti al palo, costretti a fare un mestiere al quale non eravamo né preparati, né affezionati, rischiando di tradire ciò che avevamo di caratteristico.

Infine il mercato “pubblico” ha mostrato il suo antico cinismo. In nome dell’equità ha messo ogni cosa a concorso, esigendo un pranzo di nozze al prezzo di una pizza; scatenando rivalità; non preoccupandosi delle vittime della guerra degli appalti, lasciando che il mercato si muovesse autonomamente. Ogni fantasia è stata attivata per risparmiare: il ricorso alle figure dei lavoratori-soci, forme di contratto improprie, volontari-operatori: il precariato è abbondantissimo. Ma se, nel servizio pubblico, un giorno forse, un precario sarà stabilizzato, nelle imprese non profit nel futuro ci sarà il licenziamento: è sufficiente non conseguire l’appalto dell’ anno successivo.

Di fronte a questo quadro prende sconforto e smarrimento: né è possibile chiudere bottega. Sono state coinvolte famiglie, lavoratori, il buon nome, gli anni dedicati.


Il welfare che non interessa più nessuno

Al di là dei propri errori è però indispensabile chiedersi a che punto è la politica sociale in Italia.
La sensazione che abbiamo è che stiamo regredendo e anche velocemente. Alcuni fenomeni antichi e nuovi fanno da indicatori.
Per quel che abbiamo capito, nel precedente governo le politiche sociali non ci sono state. I problemi sono stati affrontati per slogan legislativi: tossicodipendenza, immigrazione, prostituzione, carceri. Importante era rassicurare la popolazione: tolleranza zero, sicurezza sociale etc. etc. Magari, nemmeno quella. Leggi carta straccia, perché non accompagnate da nessuna reale politica. Tagli alle amministrazioni locali; piccoli spot pubblicitari: mille euro a bambino nato, 700 mila dentiere (promesse) ai vecchi e vai.
Il governo odierno ci ha detto che bisognava riordinare i conti. E’ venuto fuori “il tesoretto”. Sappiamo già che fine farà: ben che vada sarà spalmato perché milioni di famelici diranno che stanno sul lastrico. Chi veramente ci sta, ci rimane.
E veniamo al dettaglio: povertà, famiglie, anziani, carceri, tossicodipendenze, non autosufficienza, immigrazione.

E’ già da qualche lustro che doverosamente l’ISTAT ci racconta delle famiglie povere in Italia: due milioni e mezzo circa, composte sempre dalle stesse persone: famiglie numerose, persone sole, al sud.
C’era stato un tentativo di reddito minimo di inserimento. Scomparso nel nulla. I non autosufficienti: come sopra. Le carceri, disumane, come sempre. I Sert vecchi di vent’anni. La nuova legge sull’immigrazione: più furba di quanto sia generosa. Corsie preferenziali per infermieri, badanti, colf, tecnici specializzati, manager, artisti. Quanti ci servono (eccetto gli artisti).
Le famiglie: quattro mesi impegnati sul riconoscimento dei diritti delle famiglie di fatto. Scarsa natalità; invecchiamento della popolazione; ricorso abbondante alle colf; affitti delle case in crescita libera; assenza di ogni politica “giovanile”: sono rimasti dove erano.
Resta il dubbio di sapere se ancora esiste una progetto di welfare. Forse nelle carte e negli organismi che rapidamente si attivano: tavoli di raccordo, uffici, inchieste, affitti, linee telefoniche, segreterie, programmazioni che hanno solo il merito di sistemare giovani disoccupati e amici dell’entourage, dimenticando i destinatari. Un motore che brucia il 75% delle risorse per stare acceso.
In genere si rimandano alle amministrazioni locali le incombenze di politica sociale. E’ una specie di elastico: dal governo ai territori, dai territori al governo.
Non possiamo più tacere. Abbiamo la sensazione di essere diventati i gestori dell’ultimo spicchio della società: poveri tra poveri, marginali tra marginali.


Il non futuro

Forse è arrivato il momento di sapere esattamente dove siamo collocati: per chi e a quali condizioni. Non vediamo né prospettive, né tanto meno progettazioni.
Eravamo arrivati al nuovo assetto della 328. Aveva buone intenzioni: programmare il territorio e sviluppare una rete sociale congrua. L’unico risultato è stata la moltiplicazione di leggi regionali, di strutture intermedie, di allocazioni di personale, rimasuglio della politica.
Nessuno sa quali siano i diritti sociali riconosciuti, quali le garanzie minime di aiuto e assistenza. Non siamo così ingenui da non capire che il sociale, strutturalmente, è debole e marginale. Un congruo sviluppo della ricchezza del paese non può però, nella prassi democratica, non far procedere, di pari passo, una politica sociale adeguata.
Siamo ancora nello schema della pelle di leopardo: in alcuni luoghi servizi abbondanti, in altri inesistenti; in alcuni di eccellenza, in altri di impostazione antica.
In questa dislessia diffusa occorre rimettere ordine. Magari con fatica e scelte difficili: non è più possibile navigare a vista.
Una prima grande scelta è decidere se la politica sociale è a capo della famiglia o a una rete di servizi. Al di là delle parole, l’orientamento è in atto: minori, anziani, disagio giovanile, devianza sembrano essere affidati alle famiglie. Esse reagiscono come possono: chi ha strumenti affronta i problemi; chi non ne ha subisce il peso della inadeguatezza. I servizi a volte sembrano offrire soluzioni, a volte respingono la domanda dichiarando di non avere strumenti; a volte si affiancano, a volte invadono, a volte si allontanano.
Un secondo tratto da definire è stabilire che cosa il territorio nazionale offre, sottraendo il sociale da tutte le intemperie che si abbatte su di esso (la finanziaria, gli appalti, le precarietà, le amministrazioni). Non è possibile continuare a vivere precariamente. I grandi temi sociali sono diventati per le amministrazioni e per noi stessi ricerca affannosa di risorse, spulciando tra i residui finanziamenti. Alla disoccupazione giovanile non si può rispondere con risorse di qualche mese, raccattate da stanziamenti dell’Unione europea; né si può trattare il sociale con il ricorso massiccio alle badanti, ancora a basso costo.
Alla fin fine: è possibile riprendere il filo delle politiche sociali in Italia, facendone il punto e indicandone i successivi passaggi? Il dubbio fondato è che in realtà le attenzioni siano altrove: per la mente dei più (governanti e governati), nello schema del grande sviluppo economico non sono previsti, se non come fastidiose postille, i problemi delle irregolarità (disabili, immigrati, malati, irregolari, anziani). Non è vittimismo scoprire che sono anni che nessuno ci ascolta. Semplicemente perché i problemi nei quali siamo immersi non fanno parte di nessuna agenda.
La conclusione amara è che la società dei regolari si stia organizzando per il futuro, non prevedendo e quindi non affrontando il livello di vivibilità dei deboli. In questa prospettiva la politica è madre e figlia del disinteresse. Non abbiamo nessun alleato: non nella popolazione “regolare” che pensa a sé; non nella agenzie della solidarietà (sindacati) pressate dagli interessi dei propri iscritti, nemmeno tra noi stessi, incapaci di fare fronte comune e offrire indicazioni di ampio respiro. Anche i più esigenti pensano ai propri militanti in cerca di lavoro e di casa. Il vecchio non autosufficiente è veramente solo e abbandonato: sopravvive se ha una famiglia che lo ama; fosse per lo coscienza collettiva sarebbe ricollocabile nei casermoni dall’acre odore di orina. La stessa Chiesa cattolica è rifluita nella logica dell’assistenzialismo, capace di offrire pasti caldi e biancheria pulita usata. Anch’essa ha altri temi prioritari: gli ultimi sono proprio ultimi.


A chi serviamo?

La sintesi dei disagi che viviamo è rappresentata dalla nostra relazione con la politica. Una relazione che ha due debolezze: di dover essere filo-governativi per sopravvivere; di non essere interlocutrice di nessuno.
Sembra che l’assetto della società italiana si sia stabilizzato intorno agli interessi del cosiddetto “centro”. Una espressione che non è solo rivelatrice delle politiche da adottare, ma che vede nel nucleo “regolare” della popolazione l’epicentro degli interessi, dei dibattiti, delle risposte. Al di là delle differenziazioni lessicali, l’interesse per il “centro” coinvolge tutto l’arco della politica. In questo quadro siamo considerati e ci sentiamo periferici. Per questo non ci entusiasmano i processi di rinnovamento dei partiti e delle loro alleanze. Comunque gli assetti saranno, abbiamo certezza di non essere interlocutori. Non per chi siamo; ma per gli ambiti che rappresentiamo. Insomma la politica si sta occupando del core-business dell’Italia, che non siamo noi.
Tre esempi. La discussione sui DICO è rivelatrice dell’attenzione ai benestanti, con la richiesta di riconoscimento di diritti per persone che hanno carte in regola in termini culturali, economici, sociali, ai quali manca un piccolo pezzo che è il riconoscimento di veri o presunti diritti. Come si fa a parlare di famiglia in Italia non partendo dei suoi problemi strutturali: la casa, le lrisorse, la povertà; la denatalità, i giovani, l’invecchiamento, la non autosufficienza?
Altro esempio è quello dell’indulto. L’unica discussione parlamentare e sociale è stata quella di sapere quale impatto avrebbe avuto sulla popolazione regolare. A nessuno ha interessato la finalità dell’indulto e cioè i soggetti che ne erano coinvolti. In fondo in fondo la cultura prevalente è quella di chiudere la porta e “buttare la chiave”. Per questo motivo l’indulto non è stato accompagnato da nessuna politica di integrazione.
Infine la prostituzione: le uniche discussioni sono sulla pulitura delle strade. Un governo che garantisse tale pulizia sarebbe il migliore del mondo. Che cosa avviene all’interno di quel mondo di violenti e profittatori, di vittime e di bavosi clienti, non interessa proprio nulla.
Si comprende la solitudine profonda ad operare per persone deboli che non hanno solidarietà.
La nostra storia ci impedisce di essere operatori ecologici che mantengono pulita la città. Ce lo vieta la nostra coscienza e la dignità delle persone con le quali viviamo e alle quali ci sforziamo di offrire futuro.


Capodarco, maggio 2007


  • Il programma completo della IV Festa delle Comunità di Capodarco
  • venerdì, marzo 30, 2007

    Napoli: MOBILITAZIONE TERZO SETTORE

    Gesco, agenzia di promozione e sviluppo sociale, ha indetto una grande mobilitazione per denunciare lo stato di precarietà in cui si trova ad operare il terzo settore a Napoli e in Campania, sia in riferimento alle politiche sociali che alla sanità. In particolare la protesta riguarda i ritardi nei tempi di pagamento da parte del Comune di Napoli e della Asl Napoli 1; la discontinuità e disomogeneità della programmazione pubblica; l’inadeguatezza delle condizioni economiche destinate ai servizi sociali e socio-sanitari.
    Il terzo settore ricopre un ruolo rilevante nel welfare locale, nell’ambito dei servizi socio-sanitari ed educativi e nelle politiche di inclusione lavorativa delle persone svantaggiate, ma occorre rivedere le forme e le modalità con cui il welfare deve portare avanti le funzioni di tutela e promozione sociale, in una situazione dove sono cresciute le esigenze ma sono destinati a crescere fattori ed elementi di rischio e di incertezza.
    I tagli della finanza locale stanno comportando già da qualche tempo la tendenza a scaricare sul sistema locale di protezione sociale la riduzione delle risorse, con la compressione dei costi e l’ulteriore allungamento dei tempi dei pagamenti.
    Il risultato è stato quello di abbassare la qualità dei servizi per i cittadini, di peggiorare le condizioni professionali e retributive delle persone che vi lavorano, di riaprire - specie nel nostro territorio - una stagione di incertezza sia sul piano della programmazione dei servizi che sulle condizioni generali del settore.
    La riduzione delle risorse ha già comportato la sospensione, da parte del Comune di Napoli, di alcuni servizi importanti di sostegno all’infanzia e alla genitorialità, e il rischio reale che nell’ambito della programmazione 2006/2007 possano essere tagliati altri servizi fondamentali. A questi, c’è da aggiungere un altro dato quanto mai preoccupante: il ritardo nei pagamenti per le prestazioni socio-assistenziali svolte dal terzo settore per conto del Comune di Napoli e della Asl Napoli 1 hanno superato i 12 mesi. Nel caso dell’Asl Napoli 1, poi, alla notevole crescita della domanda dei servizi e delle prestazioni socio-assistenziali, non è corrisposto alcun adeguamento nella programmazione, ferma ad oltre dieci anni fa, né si prevede, con essa, di adeguare i contenuti economici delle convenzioni.
    Il mancato investimento nel privato sociale ha comportato una situazione paradossale: da un lato il terzo settore ha provveduto non solo a coprire vecchi bisogni ma anche a soddisfarne di nuovi nei settori delle dipendenze, della salute mentale e della riabilitazione, con notevoli benefici di risparmio economico per le Asl; dall’altro, il mancato sostegno allo sviluppo del terzo settore costringe le Asl o a dirottare una parte di questa domanda verso i privati convenzionati, con il risultato di raddoppiare mediamente la spesa dei trattamenti, o a lasciare migliaia di cittadini abbandonati a se stessi, privi di un’adeguata assistenza.
    Il terzo settore non intende prestarsi ad un ruolo di mero fornitore di manodopera a basso costo, e non intende consentire una ridefinizione al ribasso del sistema di welfare, ma vuole invece rilanciare la sua disponibilità a mettere in campo tutte le energie, le risorse e le competenze che dispone per contribuire - come ha fatto sempre in forte relazione con le istituzioni - alla concreta soluzione di tanti problemi delle persone e delle famiglie, e ricercare strade innovative sul terreno del welfare e dell’azione di inclusione sociale e lavorativa.
    È necessario che il sistema pubblico assicuri un quadro normativo adeguato, a partire dall’approvazione delle leggi regionali sulla cooperazione, sulla dignità sociale e sulla promozione sociale: leggi che devono garantire innanzitutto la dignità dei cittadini e la qualità dei servizi, le risorse economiche da impegnare e le competenze da attivare, come anche la dignità dei lavoratori e la qualità del lavoro.

    In conclusione Gesco e la rete del terzo settore che aderisce alla mobilitazione chiedono di assumere come fondamentali e prioritari alcuni obiettivi:
    • dare centralità politica, culturale, finanziaria e programmatica alle politiche sociali
    • incrementare servizi e risorse economiche per il welfare locale
    • assicurare certezza nei tempi e nelle modalità di pagamento
    • aggiornare le condizioni economiche degli affidamenti

    È per questi motivi che è stata organizzata per venerdì 13 aprile 2007 a Napoli una prima, grande manifestazione di piazza, alla quale invitiamo tutte le organizzazioni sociali della regione ad aderire e a partecipare.

    Per informazioni e adesioni: Pina Vanacore 081 7877516 interno 206
    info@gescosociale.it

    mercoledì, marzo 07, 2007

    Le priorità politiche per il 2007 della Solidarietà sociale

    E' stato pubblicato sul nuovo sito del Ministero per la solidarietà sociale il documento di programmazione contenente le priorità politiche e per l'anno 2007.
    Il rafforzamento di tutte le possibili sinergie a livello Istituzionale e la riattivazione degli Osservatori e delle Consulte inerenti le tematiche di competenza dell'Amministrazione, costituiscono la premessa essenziale alle linee di programma, individuate nei seguenti punti:
    - Sviluppo degli interventi diretti a migliorare la qualità della vita delle persone e a garantire la piena esigibilità dei diritti di cittadinanza, con particolare attenzione alla definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale
    - Revisione della disciplina riguardante l'immigrazione e realizzazione di misure dirette a favorire la piena integrazione delle persone provenienti dai paesi extracomunitari.
    - Potenziamento delle azioni dirette alla valorizzazione degli organismi compresi nel Terzo Settore, anche attraverso il consolidamento dei rapporti con le istituzioni pubbliche.
    - Attuazione di misure per la lotta alle dipendenze, anche mediante interventi di informazione, prevenzione e cura e riduzione del danno.
    - Sviluppo delle politiche intersettoriali.


    per saperne di più
    Il documento programmatico

    lunedì, marzo 05, 2007

    Sanremo, hanno vinto i temi sociali

    Al Festival si impongono il “disagio mentale” di Cristicchi e l’ “antimafia” di Moro. In gara tanti brani impegnati. di Concita De Simone
    Un vero e proprio plebiscito per i vincitori del Festival di Sanremo, rispettivamente per i Campioni Simone Cristicchi e per i Giovani Fabrizio Moro. Entrambi hanno vinto la rispettiva categoria, e ricevuto sia il Premio della Critica “Mia Martini” assegnato dai giornalisti della Sala Stampa che quello delle Radio-tv. Ma il dato è ancora più interessante se si pensa che “Ti regalerò una rosa” di Cristicchi e “Pensa” di Moro, sono canzoni a sfondo sociale. Canzoni impegnate che, insieme ad altre, segnano la svolta dell’edizione di quest’anno.

    Ma il nuovo corso della musica italiana avrebbe potuto non essere avallato dal voto popolare abituato alle canzonette d’amore. E invece no. La rosa che il povero Antonio vuole regalare al suo amore impossibile Margherita e il rap antimafia, hanno colpito al cuore gli italiani. «Il cantautore ha un grande privilegio – ha commentato subito dopo la vittoria Cristicchi – osservare il mondo intorno a lui e raccontarlo. Questa canzone è esplosa in maniera prorompente dentro di me dopo il mio viaggio nei manicomi italiani; non avrei saputo parlare d’altro perché è stata una cosa che mi ha segnato molto dentro. Sono felice che la canzone sia arrivata a tutti. La cosa che più mi ha stupito è stata l’emozione delle persone che mi fermavano per testimoniare la commozione, soprattutto per il finale che nonostante sia tragico sembra dare una forza, un recupero di dignità».

    Anche Fabrizio Moro ha rinforzato il significato della sua canzone asserendo: «Una canzone non può cambiare il mondo ma può smuovere le coscienze». Il giovane cantautore romano, nato a San Basilio e cresciuto a Guidonia, con la sua “Pensa”, un accorato rap contro la mafia, ha riscosso da subito consensi e standing ovation in platea. Apprezzato anche il video clip di Marco Risi, dedicato a Falcone e Borsellino, con le immagini, tra le altre, anche di Madre Teresa di Calcutta. Moro ha 31 anni, il padre camionista dell’Acea – una delle persone che più ammira, come ammette alla conferenza stampa subito dopo la premiazione – la mamma casalinga. Lui ha un impiego come facchino all’Hotel Parco dei Principi di Roma, e per venire a Saremo si è messo in aspettativa. È uno che è arrivato al Festival senza raccomandazioni, insomma. E ci è arrivato cantando: «Gli uomini passano e passa una canzone/ /Ma nessuno potrà fermare mai la convinzione/ Che la giustizia no... non è solo un'illusione/Pensa prima di sparare/Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare…».

    «Il mio non è un attacco ai mafiosi, è solo un invito alla riflessione – spiega Fabrizio –. Lo dico non per paura, anzi; ho tanta rabbia dentro di me quando osservo certi meccanismi. Questa è una canzone che vuole esprimere coraggio, speranza e amore per il prossimo. È dedicata a tutte le vittime della mafia, come Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici. Io li ho scoperti grazie alla tv, ma poi ho letto libri, fatto ricerche». Il giovane vincitore aggiunge anche un invito per i suoi coetanei: «Credo che ogni ragazzo che come me vive in un borgo di periferia, debba ad un certo punto scegliere da che parte stare. Amore per il prossimo significa riflettere prima di compiere un gesto criminale, ricordando quante persone sono cadute e combattono tuttora per la pace e la giustizia nel mondo».

    Ma quelle di Cristicchi e Moro non sono state le uniche canzone impegnate di questo Festival. C’è stata una sorta di “svolta sociale” che ha abbracciato i drammi della società. Così, ad esempio, Fabio Concato, con la sua “Oltre il giardino”, ha interpretato il disagio di un cinquatenne licenziato e ormai fuori dal mercato, parlando anche dei guasti della nuova economia. «Da molto nella vita punto all’essenzialità – dichiara – . Non voglio passare come uno che fa esistenza monastica, ma i valori che perseguo sono lontani dalle cose inutili, che ci invadono grazie allo stillicidio delle pubblicità e che nella seconda parte del pezzo invito a lasciare da parte. Perché anche un’esperienza dolorosa può dare più senso alla vita». La stessa Milva, con “The show must go on”, testo scritto da Giorgio Faletti, descrive il fallimento di una star.

    Antonella Ruggiero con “Canzone fra le guerre” ha cantato il dramma della guerra e la preghiera di una madre che vuole preservare il figlio dal dolore, in questo brano di grande tensione, scritto dalla stessa insieme a Cristian Carrara, giovane compositore e dirigente delle Acli. «C’è una dimensione di estremo terrore e allarme – spiega la cantante – che supera quello che vediamo nei telegiornali e che va oltre il disagio delle madri del nostro mondo». La Ruggiero comunque non è nuova ad affrontare temi difficili nelle sue canzoni: «Mi sembra normale, basta volerlo e si può davvero comunicare. Non credo che il pubblico che guarda Sanremo sia ottuso. Può comprendere anche messaggi forti». La guerra è protagonista anche di “La ballata di Gino”, dei giovani Khorakhanè, dove si racconta la storia di un disertore pacifista che scappa dal fronte. Una ballata stile De Andrè che risulta un apologo civilissimo, epico e popolaresco insieme. «Una storia vera – spiegano – cioè quella del genero di un nostro amico che durante la seconda guerra mondiale fu messo di forza su un treno ma lui era un pacifista, come cantiamo nella canzone, e allora in piena notte scese dal treno e scappò».

    E così, nel primo Festival di Sanremo dove la parola più citata non è più “amore”, bensì “vita”, altri due testi significativi dai giovani: “Il senso della vita”, della giovane albanese Elsa Lila, trasferitasi in Italia nel 1997 per scampare alla guerra civile e “La vita subito” interpretata da Jasmine e firmata, tra gli altri, da Renato Zero, che canta «dare al futuro un nome noi per questo siamo qua». Che il futuro della canzone italiana sia nato a questo Sanremo?

    martedì, febbraio 27, 2007

    Sanremo: parolacce e sociale nei testi

    Parte Sanremo.....
    Un evento che coinvolge in molti. Guardando ai testi emergono luci ed ombre. Per un primo excursus utilizzo un articolo della Stampa che si può raggiungere cliccando il titolo.


    In un servizio realizzato dal settimanale «Tv Sorrisi e Canzoni» (che pubblica in esclusiva tutti i testi delle 34 canzoni di Sanremo, Campioni e Giovani), lo studio dei versi dei brani ha evidenziato, mai come quest’anno, la presenza di parolacce. Così, in «Oltre il giardino» di Fabio Concato, si può leggere il verso «dovrei dare quel che resta del mio culo per campare!». Il solitamente «politically correct» Daniele Silvestri, invece, attacca la sua «La paranza» con «Mi sono innamorato di una stronza», vocabolo che reitera ben due volte nel corso della canzone. Più diretto, tra i Giovani, Pietro Baù che in «Peccati di gola» qualifica la sua bella con un «che figlia di puttana!». Non è da meno Simone Cristicchi nella sua «Ti regalerò una rosa», dove inserisce il verso «puzzo di piscio e segatura», aggiungendo che «me la faccio sotto». Tema ribadito dal giovane Pier Cortese che declama «non ho neanche tempo per pisciare». Infine, arriva una signora come Milva e pronuncia un bell’«affanculo».

    D’altro canto, più che nelle scorse edizioni, si evidenziano tematiche sociali. Concato parla dei guasti della nuova economia, cantando di un cinquantenne licenziato e ormai fuori dal mercato.
    Cristicchi, in uno dei testi più intensi, scritto a forma di lettera, descrive l’orrore della vita di un malato mentale in un manicomio. Antonella Ruggiero dà voce al dolore di una madre e del suo bambino sotto i bombardamenti della guerra. Paolo Rossi, nel brano scritto da Rino Gateano, ironizza sulle «dolcezze» del vivere in Italia. E la stessa Milva, nel testo scritto da Giorgio Faletti, descrive il fallimento di una star. Ma anche nella sezione Giovani non mancano riferimenti sociali. Come in «La ballata di Gino» dei Khorakhanè, dove si racconta la storia di un disertore pacifista che scappa dal fronte, o il grido di Fabrizio Moro in «Pensa» che esorta i «picciotti» della mafia a ribellarsi e a deporre le armi.

    martedì, febbraio 06, 2007

    ACLI Caserta: Serve un movimento popolare contro la criminalità


    “Solidarietà e sicurezza… Tutt’insieme, contro la criminalità!!!”, il progetto promosso dalla Provincia di Caserta finalizzato alla creazione di una rete territoriale di interventi integrati ed alla promozione di strategie efficaci volte all’abbattimento delle condizioni di isolamento in cui vengono a trovarsi le vittime di reati ed, in generale, di contrasto alla criminalità, si è spostato da Maddaloni a Mondragone, a S. Maria Capua Vetere, a San Felice a Cancello, a Casal di Principe.
    Un vero e proprio seminario itinerante, parte di una serie di iniziative organizzate dall’Assessorato Provinciale all’Università e Ricerca Scientifica, Trasparenza e legalità, avvalendosi del partenariato di soggetti particolarmente qualificati del mondo economico e sociale della Provincia di Caserta, quali la Camera di Commercio, l’Unione Industriali, la Confartigianato, le Associazioni delle Piccole industrie, la Confcommercio, le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, la Confesercenti.
    Tra i contributi più incisivi sicuramente quello delle ACLI di Caserta, rappresentato dal loro Presidente provinciale prof. Michele Zannini in occasione del Seminario di Maddaloni e, recentemente, di Casal di Principe, presso l’Università per la Legalità e lo Sviluppo.
    Per il Presidente delle ACLI Zannini servono prevenzione, solidarietà ed educazione alla legalità, coltivate da una sinergia di azioni che diano effettiva dimensione civile alle forme giuridiche di assistenza, di sostegno e di tutela di tutte le vittime di reato.
    Lo Stato ha il dovere di garantire sempre, come fondamentale strumento di contrasto alle forme di criminalità che minacciano la sicurezza delle persone, i diritti di cittadinanza che qualificano la dimensione civile e democratica delle comunità locali.
    Se molto poco ancora vengono denunciati i reati è perché ancora non sono adeguatamente garantite condizioni sociali di sicurezza come una piena efficacia della giustizia ed il controllo democratico del territorio.
    La paura diffusa non è un sentimento astratto; è l’effetto di un disagio profondo e radicato nel silenzio di vittime impaurite, terrorizzate dalle minacce e quindi sostanzialmente sole.
    Per Zannini, ben oltre le azioni che svolgono le Associazioni “riconosciute” e le Fondazioni, servono l’impegno, la partecipazione, la solidarietà di un complesso molto più vasto e articolato di presenze che fa riferimento alla cultura e alla pratica di soggetti, i più diversi, che sul territorio svolgono iniziative di associazionismo, di lavoro cooperativo e comunitario, di progettazione culturale, di assistenza, di tutela, di accoglienza, di promozione: dalle parrocchie al volontariato, alle associazioni di promozione sociale, ai gruppi dell’animazione culturale e sportiva, alle scuole, che hanno la capacità di mettere in campo una rete di informazioni, di esperienze di solidarietà, di aiuto morale e psicologico, che manifesta in maniera forte e visibile una alleanza irrinunciabile tra Istituzioni e società civile.
    Contro una criminalità che ha molto raffinato le sue forme di intervento serve un movimento popolare di contrasto dentro un percorso insieme culturale e civile che mette in campo la volontà e le azioni delle Istituzioni ad ogni livello, ma anche quelle delle grandi imprese, del sistema creditizio, della scuola e di un ampio spettro di soggetti in grado di promuovere nelle coscienza una reazione di libertà, di trasparenza, di solidarietà.
    Serve per Zannini una risposta sociale e di massa, insieme politica e civile, educativa e propositiva.

    lunedì, dicembre 04, 2006

    don Vinicio Albanesi: Addetti non profit: utili idioti?


    Con una certa preoccupazione, ma sicuro di non essere distante dalla verità, constato che il cosiddetto mondo non profit sia oramai marginale rispetto alle politiche sociali.
    Grandi e piccole organizzazioni del cosiddetto mondo non profit (associazioni e organizzazioni di volontariato, enti gestori) sono ininfluenti nelle scelte di politica sociale.
    Vengono esaltati i numeri della loro crescita. L’ultima stima del volontariato in Italia indicava in 3 milioni e trecentomila (Studio Ipsos 2006) coloro che abitualmente fanno volontariato. 21mila le associazioni con 100 mila religiosi che si impegnano in 292 mila piccole sezioni, triplicate rispetto al 1991. Il mondo del volontariato è anche, in qualche modo, profit, essendo stimato il suo fatturato in 38 miliardi di euro.
    Nelle imprese sociali a vario titolo lavorano oltre 630 mila dipendenti, che nel 70% dei casi ha un titolo di scuola media superiore.
    La loro distribuzione nel territorio nazionale non è omogenea: il 60% opera al nord, il 19,3% al centro e il 20,7% al sud.
    La domanda è che cosa oggi dica, in termini politici, questo mondo. La risposta secca è che contano poco, molto poco. Provo a dimostrare la tesi.
    Politica generale
    Le politiche sociali del nostro paese, negli ultimi dieci anni, hanno focalizzato la loro attenzione sul grosso della popolazione: la preoccupazione maggiore è che cosa offrire al mondo degli impiegati, degli insegnanti, dei piccoli commercianti, degli artigiani. La leva fiscale è tutta concentrata su di loro. Con stanca litania le statistiche, ogni anno, dicono che i poveri in Italia sono dieci milioni, che le famiglie povere sono quelle a un solo componente o famiglie numerose, che esistono bambini poveri al sud etc... Un piano di riduzione della povertà non è stato mai pensato.
    Lo Stato dice che occorre riequilibrare i conti pubblici; le Regioni e i Comuni rispondono che non hanno risorse. I poveri sono affidati alle organizzazioni “caritative” che dovrebbero risolvere problemi al di fuori della loro portata, quali il lavoro, la casa, il sostentamento di intere famiglie. Con due grandi questioni: gli immigrati e i non autosufficienti.
    Non ci sono più domande da porsi. Il problema della marginalità non è argomento di attenzione politica: figurarsi di soluzione.
    Le politiche sociali
    Anche a proposito delle politiche sociali in atto (risposte, servizi, prestazioni) i mondi del non profit non contano più nulla. Fino agli anni ’90 erano gli interlocutori della politica. Oggi non lo sono più perché ogni Ufficio statale, centrale o periferico, ha la pletora (pagata) dei propri consulenti. Cifre enormi per gli addetti che studiano, propongono, suggeriscono, consigliano. Scoprendo il coperchio della pentola non è difficile intravedere quale minestra si stia preparando. La disoccupazione intellettuale che preme e trova collocazione; la compensazione per amici (fidati) che aiutano nella gestione della politica. Questi addetti consiglieri sono bravi quanto inutili: tendono a inventare fino all’inverosimile tavoli, piani, programmazioni con il solo merito di moltiplicare addetti; parlano di dipendenze senza aver mai incontrato un tossicodipendente, di malati psichiatrici senza averne mai conosciuto uno; hanno il potere di indicare specialità, percorsi, modalità solo nella loro mente.
    La congruità delle strutture e del personale è diventata parossistica, apparentemente orientata ad una migliore qualità dei servizi, in realtà pensata a dare risposte ai disoccupati intellettuali e non.
    Insomma il sociale è divenuto un ambito di risorse i cui maggiori vantaggi sono intercettati dai mediatori e non dai destinatari.
    Un elemento nuovo si aggiunge allo scenario. Il discredito del mondo del non profit. Una vasta corrente di pensiero oramai lotta contro i mondi del non profit in quanto sarebbero inattendibili, imbroglioni, cialtroni. Campagne orchestrate ad arte, coinvolgendo il buono e il marcio, l’attendibile e l’inattendibile.
    La campagna è alimentata da destra e da sinistra: da destra a vantaggio del privato profit, da sinistra per una sistemazione pubblica, rassicurante e stabile degli addetti.
    Autocoscienza
    Nello scenario oramai definito i mondi del non profit hanno grandi responsabilità. Essersi lasciati coinvolgere nella gestione senza criteri di trasparenza, stabilità, programmazione.
    La trappola della gestione ha tarpato le ali ad ogni invenzione, riflessione critica, proposta innovativa. Gli enti non profit sono diventati strutture a funzionamento privato, alla mercè del pubblico. Appalti precari, a prezzi ridotti, affidati comunque con l’occhio di benevolenza doveroso per gli amici degli amici.
    Il secondo demerito è di non essersi distinti da chi, approfittando del sociale, agiva senza etica e senza mission, nemmeno rispettando le regole fondamentali della convivenza.
    Il sociale è diventato la cartina di tornasole, drammatica perché si occupa di sofferenza, del potere che si esercita comunque. I deboli sono ritornati ad essere oggetti e non soggetti. Oggetti ininfluenti nella grande politica e per quel poco che esistono, occasione di sopravvivenza per i loro addetti.
    don Vinicio Albanesi
    Comunità di Capodarco, 1 dicembre 2006
    (testo letto in apertura della XIII edizione del seminario per giornalisti "Redattore Sociale")

    Immigrazione, Bobba: “Censis conferma niente rischi per coesione sociale”

    “La fotografia sull’immigrazione realizzata dal Censis chiarisce la reale dimensione di una fenomeno troppo spesso cannibalizzato”. Lo afferma il senatore dell’Ulivo Luigi Bobba, componente della Commissione Lavoro, che aggiunge :”I dati a livello nazionale, regionale e territoriale testimoniano che l’Italia non è minacciata nella sua coesione sociale. Lo dimostrano elementi quali l’eterogeneità delle zone di provenienza, il basso tasso di disoccupazione degli stranieri e il raffronto con capitali europee del calibro di Londra e Parigi. Il vero rischio risiede invece nello squilibrio dell’offerta lavorativa tra il Nord e il Sud d’Italia e nel disagio abitativo. Ma – precisa Bobba - anche i numeri dell’Iref (Istituto di ricerche educative e formative) tracciano un altro segno positivo sulla realtà della dimensione familiare legata al fenomeno della stabilizzazione, quando chiariscono che i due terzi delle famiglie scommettono sulla permanenza in Italia nel lungo-medio periodo”.
    “I dati del Censis – conclude Bobba - sostengono la scelta del governo di approvare proprio oggi in Consiglio dei Ministri le norme che semplificano il ricongiungimento familiare e il permesso di lungo periodo, a conferma che la direzione dell’Unione a favore di una politica vera di integrazione e inclusione degli immigrati è percorribile e coerente con la situazione reale del Paese”.