A partire dall'esperienza associativa vissuta nelle ACLI e da quella amministrativa a Napoli e Castellammare di Stabia utilizzo questo spazio per affrontare i temi del dialogo tra le generazioni, del lavoro, della formazione, del welfare, della partecipazione e della loro necessaria innovazione.
mercoledì, novembre 23, 2011
martedì, febbraio 15, 2011
Piano nazionale contro la povertà.
| La povertà oltre la crisi |
Nell'ambito del convegno, le varie sessioni approfondiranno l'azione sociale delle Acli sul fronte "povertà". Il Piano è l'esito di un lavoro di ricerca elaborato dalle Acli in collaborazione con un gruppo di ricercatori coordinati da Cristiano Gori, docente di politiche sociali alla Cattolica di Milano. I primi risultati della ricerca furono anticipati in occasione della Conferenza organizzativa e programmatica, tenutasi a Milano nell'aprile del 2010. Nel corso del pomeriggio, saranno inoltre presentate le altre sperimentazioni delle Acli contro le nuove povertà. In particolare, verranno esposti obiettivi e risultati del progetto "Circolazione - Informazioni e reti per l’inclusione sociale degli immigrati". Il convegno è realizzato nell'ambito del "Programma nazionale per il 2010 - Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale" del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali - Direzione generale per l’Inclusione, i diritti sociali e la responsabilità sociale delle imprese.
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lunedì, maggio 10, 2010
lunedì, febbraio 01, 2010
2010, anno europeo della lotta alla povertà
giovedì, gennaio 28, 2010
lunedì, agosto 10, 2009
Rischio denuncia, l’ansia delle badanti
venerdì, luglio 24, 2009
"CARO BRUNETTA, IL NOSTRO WELFARE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI"
In un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano Europa il ministro Renato Brunetta (“Un welfare da fare invidia”) presenta una fotografia precisa della composizione degli occupati e dell’organizzazione del sistema di protezione sociale del lavoro. Nel testo si indugia con dovizia di percentuali sull’articolazione della forza lavoro per poi passare a spiegare il funzionamento dei diversi ammortizzatori sociali, senza però far menzione della concreta e non ideale o presunta capacità del sistema di welfare di far fronte all’urto di una crisi economica della quale ancora non si conoscono bene le proporzioni. Quanto il sistema di protezione è adeguato alla congiuntura economica attuale? A fronte di quella che sembra essere la più grande crisi occupazionale degli ultimi trent’anni, il governo con il pacchetto anti-crisi ha destinato la somma di 600 milioni di euro per i cosiddetti ammortizzatori sociali in deroga, ovvero le misure di sostegno per i lavoratori che operano al di fuori della grande impresa. Facendo le debite proporzioni i 600 milioni stanziati potrebbero coprire una crisi occupazionale che oscilla tra le 40mila e le 60mila unità. Prendendo in considerazione gli scenari occupazionali tratteggiati dal centro studi Confindustria, in cui si prevede nel 2009 una perdita complessiva di circa 600mila posti di lavoro, è facile prevedere che le azioni poste in essere dal governo siano del tutto insufficienti.
Insomma, i primi interventi del governo sul fronte della tutela dell’occupazione confermano alcuni dei problemi del sistema italiano: a sopportare il costo sociale ed economico della disoccupazione saranno sia i lavoratori a tempo determinato e indeterminato che prestano il loro servizio presso aziende non beneficiarie del trattamento di integrazione salariale sia gli artigiani, gli apprendisti, i cosiddetti liberi professionisti che lavorano per un solo committente e gli iscritti alla gestione separata, per gran parte dei quali non è prevista nessuna copertura o al massimo un mini indennizzo praticamente inutile.
Inoltre, ad aggravare la situazione già di per sé tutt’altro che rosea, nel decreto che autorizza la prima tranche di finanziamento (pari a 151 milioni di euro) vengono riammesse all’utilizzo degli ammortizzatori in deroga anche quelle imprese che hanno terminato l’uso degli ammortizzatori previsti dal regime generale nell’arco temporale dal primo gennaio ad oggi (cfr. ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, “Decreto per l’assegnazione delle risorse a regioni e province autonome” del 19 febbraio 2009).
Già qualche mese fa Tito Boeri e Pietro Garibaldi (“Una rete per tutti” in la voce.info del 11.11.2008) facevano notare che i fondi “in deroga” vengono spesso utilizzati “in proroga”, ovvero a favore dei disoccupati di serie A, quelli che già oggi accedono alla cassa integrazione.
Tirando le fila di questo breve ragionamento il sistema di ammortizzatori tanto osannato dal ministro sembra far acqua da tutte le parti: esso di fatto risulta piuttosto iniquo e anche economicamente sottodimensionato.
È nel solco di questa iniquità che, con buona pace del ministro Brunetta, va letta la proposta di Dario Franceschini, segretario del Partito democratico, secondo il quale occorre istituire un assegno mensile di disoccupazione, pari a circa il 60 per cento della retribuzione percepita nell’ultimo anno ogni mese. La proposta mira ad infrangere il muro di cristallo che divide i lavoratori protetti da quelli che obiettivamente non lo sono, proponendo un provvedimento in grado di tutelare tutti coloro che perderanno il lavoro a causa della imponente crisi economica che ha colpito il mondo, senza fare distinzioni di sorta.
Su questo punto, tuttavia, secondo il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, «è nell’intenzione del governo fare anche di più» di quanto proposto da Franceschini, ma purtroppo, date le condizioni in cui versano i conti italiani, un aggravio di spesa pari a 1,5 punti di pil (16 miliardi circa) non è sostenibile. In sostanza, secondo il premier, Dario Franceschini ha individuato una misura sicuramente utile ma non realizzabile.
Ma è veramente così? Sembra proprio di no. Intanto, i fondi da stanziare sono circa un terzo di quanto sostenuto dal premier e poi esisterebbero almeno quattro provvedimenti da adottare per poter raccogliere una quantità di denaro pari a 5-6 miliardi di euro. Innanzitutto, una parte di questa ingente somma potrebbe essere recuperata attraverso la lotta all’evasione fiscale, attività che sembra essere poco praticata dall’attuale governo. Secondo, si potrebbe risparmiare sulla spesa corrente, attraverso la centrale unica degli acquisti per le pubbliche amministrazioni. Infine, si potrebbero utilizzare le risorse non impegnate nell’erogazione dei trattamenti in deroga, previste dal protocollo tra governo, regioni e province del 12 febbraio 2009.
La strategia adottata dal governo e in particolar modo dal ministro Brunetta appare chiara: negare anche l’evidenza e temporeggiare aspettando che passi la bufera. Invece di intervenire seriamente in modo deciso, si preferisce attendere la ripresa del mercato. In tempi che richiedono interventi rapidi, la virtù dell’attesa è tutt’altro che meravigliosa.
LUIGI BOBBA
lunedì, luglio 13, 2009
LA SOLITUDINE DELLE FAMIGLIE ITALIANE.
I dati confermano che nel nostro paese il peso dell'assistenza alla popolazione che invecchia ricade quasi del tutto sulla famiglia. O meglio, sulle donne e in particolare sulle figlie adulte. Che sempre più ricorrono ai servizi delle immigrate. Ora le nuove norme sull'immigrazione sono un'ulteriore conferma che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie. Non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse Ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che, con difficoltà, tentano di darsi da sole. Per esempio, tramite le cosiddette "badanti". Più che altrove le famiglie italiane sono sole: sono meno aiutate dalle politiche sociali, e quindi più sovraccariche di responsabilità nei confronti dei propri membri più deboli, e spesso sono anche maggiormente indotte a fare un passo indietro rispetto a importanti scelte di vita. È, del resto, un dato di fatto ampiamente riconosciuto che siamo uno dei paesi avanzati con sistema di welfare più obsoleto, meno in grado cioè di proteggere dai rischi e di promuovere scelte virtuose nella popolazione. Non a caso ci troviamo con occupazione giovanile tra le più basse e una delle peggiori combinazioni nell’area Ocse tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro. LAVORO FEMMINILE COME RISPOSTA ALL’INVECCHIAMENTO La persistente denatalità dell’ultimo quarto di secolo ci ha fatti diventare uno dei paesi al mondo con maggior invecchiamento. Siamo però anche meno attrezzati a rispondere alle sfide che tale processo pone, proprio per la fragilità del nostro sistema di welfare e la bassa occupazione di giovani e donne. Svezia e Francia, ad esempio, hanno livelli di longevità simili ai nostri. Il cruciale rapporto tra anziani inattivi su occupati è però notevolmente peggiore nel nostro paese: uno su due, contro una media Unione Europea a 15 del 38 per cento. La causa è la nostra più bassa fecondità, che rende più pesante il numeratore, unita alla minor partecipazione femminile al mercato del lavoro, che rende meno corposo il denominatore. Questo significa che le famiglie italiane, già tradizionalmente sole, si trovano con un crescente aumento della domanda di cura e assistenza dei propri membri anziani non autosufficienti. E che la spesa per protezione sociale, già ora molto squilibrata, è destinata a essere ancor più sbilanciata verso pensioni e sanità. È ampiamente riconosciuto che una delle risposte principali all’invecchiamento della popolazione passa attraverso l’aumento dell’occupazione femminile, indispensabile per rendere più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche da un lato, e più solido il benessere economico delle famiglie, dall’altro. Ma proprio la combinazione tra accentuato invecchiamento e gravi carenze del sistema di welfare pubblico rischiano di comprimere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. (1) LE BADANTI COME RISPOSTA ALLE CARENZE DEL SISTEMA DI WELFARE L’indagine Galca, Gender Analyses and Long Term Care Assistance, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodoloni, ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. Nei primi due paesi, più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in “istituti” – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico. I dati confermano come nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricada quasi per intero sulla famiglia, o meglio sulle donne, e in particolare sulla generazione delle figlie adulte. Queste ultime si avvalgono sempre più dei servizi delle immigrate. In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati “servizi alle famiglie”: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti. Secondo stime prudenti, le sole badanti (escluse le colf) sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno. Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro paese, a causa dei vincoli della legge vigente, entra comunque in Italia in modo irregolare. La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti. Molte famiglie si trovano da un lato con un problema apparentemente risolto, ovvero con una persona che svolge l’attività di cura necessaria, ma dall’altro con un nuovo problema, ovvero la lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate. Ora, il Ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri. A perderci sarà la parte più virtuosa dell’immigrazione, le famiglie italiane con maggior necessità di assistenza, ma anche il sistema paese nel suo complesso. Supponiamo infatti che i cittadini italiani decidano di osservare rigorosamente la nuova legge. In tal caso, crollerebbe il sistema di welfare informale e precipiterebbe ulteriormente l’occupazione femminile. Un disastro, tanto più in una fase di recessione come l’attuale. Una delle tante conferme che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie: non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse e tarda a mettere in campo quelle riforme strutturali al sistema di welfare che consentirebbero al paese di crescere di più e ai singoli di vivere meglio, ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che le famiglie tentano, con difficoltà, di darsi da sole. (1)Per una analisi approfondita vedi Daniela del Boca e Alessandro Rosina Famiglie Sole Il Mulino 2009. |
domenica, luglio 05, 2009
CITTADINANZA SVILUPPO AUTOSVILUPPO. Le ACLI ne parlano a Catania con esempi concreti
- RIPENSARE IL RAPPORTO TRA MODELLI ECONOMICI E FORME DELLA CITTADINANZA, nel quadro del prossimo Incontro nazionale di Studi (Perugia 3/5 settembre 2009)
- RIMETTERE A FUOCO L’IDEA DI SVILUPPO ALLA LUCE DELLA CRISI ATTUALE
- LO SVILUPPO LOCALE E LA SOCIETÀ GLOBALE
- LE BUONE PRATICHE PER UN’ “ALTRA ECONOMIA”
- LA RESPONSABILITÀ DI DONNE E GIOVANI PER UNO VILUPPO SOSTENIBILE
sabato, marzo 07, 2009
IL TUO 5X1000 ALLE ACLI
Destinando il 5x1000 alle Acli ci aiuterai a realizzare progetti che contribuiscano veramente allo sviluppo del nostro Paese.
La scuola in Mozambico, il punto famiglia ad Agrigento, il percorso interculturale a Bergamo, l’intervento sul disagio sociale a Ferrara, sono solo alcuni esempi dei mille progetti che le Acli realizzano in tutta Italia e nel mondo anche con il tuo aiuto.
Il tuo 5 alle Acli vale 1000: anche un piccolo contributo ci aiuta a fare tanto.
Per destinare la tua quota del 5x1000, basta firmare e indicare il codice fiscale delle Acli (80053230589) nell’apposito riquadro dei modelli Cud 2009, 730/1 - bis redditi 2008, Unico persone fisiche 2009. Anche se non presenti la dichiarazione dei redditi puoi comunque chiedere la scheda integrativa e consegnarla in busta chiusa al tuo commercialista o al tuo Caf di fiducia.
venerdì, novembre 28, 2008
Relazione introduttiva di Enrico Letta all'incontro «Persona, famiglia, comunità»
Relazione introduttiva di Enrico Letta all'incontro
«Persona, famiglia, comunità»
verso la Conferenza Nazionale sul Welfare del Pd.
L'incontro di oggi è solo l'inizio di un percorso di discussione e ascolto lungo quattro mesi che ci condurrà, in primavera, alla Conferenza nazionale per un nuovo welfare del Partito Democratico. Oggi e domani presenteremo idee e proposte, chiederemo pareri agli esperti, ci confronteremo con operatori del settore e amministratori locali. Poi porteremo questa stessa formula direttamente sui territori, cercando di convogliare intorno ai temi del lavoro, del sostegno alle famiglie, dell'assistenza sociale e sanitaria un confronto il più possibile allargato e responsabile.
per leggere tutto il testo clicca il titolo.
venerdì, settembre 19, 2008
Dalla Regione Lazio un "bonus bebè" di 500 euro ( Circola welfare di tutti i tipi..... )
Cinquecento euro "una tantum" per ogni donna del Lazio che ha partorito o adottato un figlio nel 2008. E' quanto ha stabilito la giunta regionale in una delibera approvata nella seduta di oggi. Secondo il testo, le donne devono risiedere nel Lazio da almeno un anno dalla nascita o dall'adozione. Il valore Isee, l'indicatore della situazione economica equivalente delle donne che presenteranno domanda deve essere uguale o inferiore a 20.000 euro.
La delibera e' stata proposta dall'assessore alle politiche sociali della Regione Anna Salome Coppotelli. La Regione erogherà le risorse sulla base delle richieste presentate dai cittadini ai Comuni.
martedì, luglio 29, 2008
Manovra: niente assegno sociale per casalinghe e religiosi
L'allarme delle Acli per una modifica approvata dalla Camera che intendeva limitare l'accesso alla prestazione Inps da parte degli extracomunitari.
Dal 1° gennaio 2009, salvo interventi correttivi del Senato, casalinghe, frati, suore e molti altri cittadini italiani non riceveranno più l'assegno sociale che fino ad oggi gli veniva riconosciuto dall'Inps come assistenza in caso di redditi particolarmente bassi. E' il risultato di una modifica «maldestra oltre che ingiusta» introdotta dalla Camera in sede di conversione del decreto legge 112, quello recante 'disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria'. L'allarme è delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani che chiedono al Parlamento di ritornare sui propri passi.Al centro del contendere, il comma 10 dell'art. 20, riguardante appunto i requisiti per l'accesso all'assegno sociale. Una prestazione di tipo assistenziale riservata fino ad oggi per motivi di reddito agli ultrasessantacinquenni residenti in Italia: che siano cittadini italiani, europei o anche extracomunitari, purché in possesso di carta di soggiorno.Il Governo aveva proposto una prima modifica introducendo il requisito aggiuntivo del soggiorno legale, in via continuativa, per almeno cinque anni nel territorio nazionale. Serviva per evitare la concessione dell'assegno sociale agli extracomunitari ricongiunti alla famiglia. In questo caso, infatti, per la concessione della Carta di Soggiorno non occorrono i 5 anni di residenza in Italia normalmente previsti. Ma la Camera è andata oltre e ha stabilito che l'assegno potrà essere concesso in futuro solo a chi, oltre a far valere i requisiti di età e di reddito, dimostri di aver 'soggiornato legalmente e lavorato legalmente con un reddito almeno pari all'importo dell'assegno sociale, in via continuativa, per almeno dieci anni nel territorio nazionale'.Introducendo il requisito del lavoro - fanno notare le Acli, che chiedono al Senato di respingere la modifica approvata - viene stravolta l'idea di prestazione assistenziale così come tutelata dall'art. 38 della Costituzione. Ma soprattutto, la formulazione letterale, senza distinzioni di cittadinanza, è applicabile a tutti. E così, dal 1 gennaio 2009, se la norma verrà confermata dal Senato, l'assegno sociale non spetterà più a chi non abbia lavorato, continuativamente, per dieci anni in Italia. Si pensi alle casalinghe che hanno dedicato tutto il loro tempo alla famiglia, ai religiosi (suore e frati ad esempio) impegnati nelle realtà più difficili, agli emigranti italiani che tornano nel nostro Paese dopo una vita passata a lavorare all'estero.«E' la dimostrazione concreta - osservano le Acli - di come escludere qualcuno dal bene comune, in questo caso gli immigrati, porti inevitabilmente dei danni a tutti. Appunto perché, come insegna la dottrina sociale della Chiesa, il bene comune è tale in quanto bene di tutti e di ciascuno. Nessuno escluso».
lunedì, luglio 21, 2008
WELFARE - Manovra: i tagli che "cadranno" sul sociale
Manovra economica: il governo conferma i tagli agli enti locali che si ripercuoteranno sui servizi sociali.
- Card sociale. A disposizione 280 miliardi invece dei 500 annunciati.
- Non autosufficienza. In sospeso i 300 milioni stanziati per il 2008 dal governo Prodi (nel passaggio di consegne tra i due governi è saltato il provvedimento che rende disponibili le somme stanziate). Per il 2009 previsti 400 milioni, ma nella manovra non c'è nessun provvedimento che renda strutturale lo stanziamento, il 2010 è a rischio.
- 5 per mille. Aumentate le risorse stanziate e ampliata la platea dei possibili beneficiari con l'inclusione per la prima volta delle fondazioni.
- Sanità. Per i ticket copertura solo di 400 milioni sugli 800 necessari. I tagli alla sanità partiranno dal 2009 e non dal 2010. Non confermati neppure i livelli essenziali di assistenza. Mancano i 700 milioni previsti per le regioni che stanno operando il rientro dai bilanci in rosso della sanità.
sabato, giugno 14, 2008
costi e benefICI dal blog di Andrea Sarubbi, inviato in parlamento.
martedì, giugno 10, 2008
Il 16 giugno il terzo settore è costretto a sospendere i servizi sociali della città di Napoli
Il welfare non è un lusso
LUNEDI 16 GIUGNO
P.ZZA MUNICIPIO ORE 9.30
Il 16 giugno il terzo settore è costretto a sospendere
i servizi sociali della città di Napoli
I servizi sociali realizzati dal terzo settore a favore dei cittadini per conto del Comune di Napoli e della Asl Na 1 sono di nuovo a rischio perché, dopo le nostre proteste culminate nelle manifestazioni di aprile e novembre scorso, l’incertezza nel presente e nel futuro è ancora massima, visto che i vari Enti non hanno rispettato tutti gli accordi presi.
Diverse attività stanno per terminare e non si sa se riprenderanno.
Buona parte delle organizzazioni del terzo settore che lavorano per i servizi socio assistenziali e sanitari sono in seria difficoltà e non sono più in grado di sopportare i ritardi di pagamento che superano i dieci mesi, cofinanziando così i progetti e i servizi.
Inoltre non c’è trasparenza: come cittadini, come imprese e come terzo settore abbiamo diritto alla trasparenza e ad avere informazioni sulle scelte politiche e sui bilanci economici.
sui debiti, sulle prospettive reali di risanamento e
assicurare condizioni minime di condivisione
dei programmi rispetto delle regole e della legalità
Chiediamo:
- l’ immediato sblocco dei pagamenti arretrati;
- assicurazioni, assunte ai massimi vertici istituzionali, sul rispetto dei tempi di pagamento;
- di prevedere un incremento delle risorse per l’aggiornamento delle tariffe in modo da permettere alle organizzazioni del terzo settore la piena applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro;
- di conoscere tempi, modi e contenuti del rinnovo dei capitolati e delle forme di esternalizzazione dei servizi;
- di inserire i servizi sociali tra quelli “indispensabili” (elenco del decreto legislativo n. 504 del 1992), affinché non siano più sottoposti al meccanismo del cosiddetto cronologico, e sia garantita così una priorità nei pagamenti;
- la definizione di un quadro chiaro e trasparente sulle prospettive a breve e medio termine.
Per tutti questi motivi vi diamo appuntamento per
LUNEDI 16 GIUGNO
P.ZZA MUNICIPIO ALLE ORE 9.30.
Il Comitato il welfare non è un lusso
Forum del terzo settore Campania
mercoledì, maggio 14, 2008
E' in corso il tour dell'ascolto dell'assessore campano De Felice sul welfare
Il viaggio prevede incontri ad Avellino (12 maggio), Benevento (14 maggio), Capaccio (21 maggio), Caserta (22 maggio), Salerno (26 maggio), Napoli (28 maggio), Casalnuovo (29 maggio).
Gli Ambiti costituiscono uno degli elementi strutturali del sistema integrato di interventi e servizi sociali a rete, dove interagiscono capacità di analisi sociale e di pianificazione, risorse umane, finanziarie, professionali e organizzative degli enti partner, finalizzate all’eliminazione delle difficoltà sociali che ostacolano il pieno sviluppo della persona.
L’incontro avvia una nuova metodologia di consultazione, primo passo per il rilancio degli Ambiti e della loro strategia operativa nell’accoglimento dei bisogni del territorio e delle realtà locali, nell’ individuazione delle priorità di intervento, dello stato di attuazione dei programmi e di soddisfazione dell’utenza per una ridefinizione delle linee programmatiche e di indirizzo dell’Assessorato.
giovedì, gennaio 24, 2008
Le badanti in Italia: ripensare le forme di assistenza familiare
Le badanti in Italia: ripensare le forme di assistenza familiare
Cristiano Caltabiano - 21/01/2008
Il tema delle assistenti familiari è ritornato prepotentemente alla ribalta delle cronache all’inizio del 2008: ad Albano Laziale, una donna di 81 anni è morta a causa delle ferite che avrebbe riportato in un violento diverbio con la sua “badante”. La tragica vicenda è ancora al vaglio degli inquirenti, quindi si dovrà attendere la conclusione delle indagini per fare chiarezza su questo episodio drammatico.
Ad ogni buon conto, il rischio è che tale caso giudiziario possa essere strumentalizzato. La tentazione di fare di tutta l’erba un fascio è sempre presente, soprattutto fra i fautori di una politica di “tolleranza zero” nei confronti degli immigrati. Senza contare che la presunta colpevole dell’omicidio è una lavoratrice proveniente dalla Romania. Un gruppo nazionale che provoca spesso reazioni scomposte nell’opinione pubblica: da un velato senso di apprensione ad una ostilità aperta, ben esemplificata dallo stereotipo sulla “pericolosità dei rumeni”. In tal senso, è necessario ragionare con cautela, per evitare che l’onda montante della xenofobia dilaghi nella nostra società. Bisogna inquadrare in un contesto più ampio il fenomeno delle collaboratrici domestiche, riflettendo sulle cause che spingono molte famiglie italiane a pagare una persona di un’altra nazionalità per accudire gli anziani o, semplicemente, per tenere in ordine la propria casa.
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sabato, dicembre 29, 2007
Il welfare non è un lusso
Il welfare non è un lusso
di Sergio D´Angelo *
da Repubblica - Napoli del 28 dicembre 2007
Il confronto sul bilancio regionale annuncia un percorso molto complicato e non meno problematico di quello per la legge finanziaria appena licenziata e anche tanto criticata: le risorse sono poche e saranno tagliati importanti settori di attività.
A farne le spese saranno soprattutto il welfare, l´edilizia abitativa e le politiche attive del lavoro. Guardare al welfare con fastidio o rimuoverlo come se fosse, ormai, un peso del passato di fronte alle emergenze di nuovi, presunti, più importanti problemi è una tesi molto sciocca che alla lunga non porterà vantaggi per nessuno.
Tutti - imprenditori, sindacati e partiti - sanno di una situazione estremamente complessa e difficile da affrontare e avanzano suggerimenti di ogni genere, ma i risultati, bisogna dirlo, non sono per niente positivi: poco sviluppo, scarsa sicurezza, occupazione ferma, aumento del degrado e della disgregazione sociale. L´ulteriore deterioramento sociale è stato chiaramente causato anche dal minore apporto della spesa pubblica che ha penalizzato innanzitutto le regioni meridionali e i loro sistemi locali di welfare, peggiorando le condizioni di difficoltà materiale e di preesistente crisi sociale. Niente più del livello di arretratezza delle regioni meridionali può spiegare meglio l´esigenza di dover accompagnare la crescita con robuste dosi di politiche e interventi sociali. Perché per uno sviluppo reale e duraturo c´è bisogno di un forte investimento sociale e di un impegno di lungo periodo, che richiede scelte nazionali, ma anche uno sforzo serio e politiche nuove da parte di chi ha responsabilità di governo locale.
Purtroppo non si scorgono ancora elementi di novità nell´orizzonte della politica: il welfare dei servizi non è in alcuna agenda politica e non interessa più nessuno. La Regione Campania non trova nemmeno un euro in più di 33 milioni da investire per reddito di cittadinanza e legge sulla dignità sociale: meno della metà di quanto spendeva già 2 anni fa solo per il reddito di cittadinanza; meno di quanto richiede ai Comuni; molto meno di quel poco previsto dallo Stato; meglio solo della Calabria.
Il governo nazionale, nonostante il recente boom fiscale, non co-finanzia alcuna misura di contrasto alla povertà come pure aveva promesso, sostenendo che bisogna attendere il tempo necessario per far ritornare a posto i conti pubblici e rimettere in moto l´economia; un tempo, però, che in Campania e in tutto il Sud non verrà mai: non solo perché la crescita, così, avrebbe un costo sociale troppo elevato e non sarebbe né possibile né giusto chiedere alle persone più bisognose di aspettare ancora, ma soprattutto perché la ripresa economica non può realizzarsi in un contesto così deteriorato e disgregato.
In Campania è proprio il nesso tra sviluppo e welfare il punto debole attorno a cui deve ruotare la costruzione di una società che, da un lato, deve rendere concreta la possibilità che nuove esigenze dei cittadini possano trovare spazio e modi adeguati di risposta nell´ambito dei sistemi di interventi socio educativi e delle politiche del lavoro; dall´altro - anche in relazione alla domanda di sicurezza che giustamente viene dalle persone - deve prevenire forme di disagio e di devianza, che possono maggiormente svilupparsi in ambienti così deteriorati e socialmente degradati come lo sono molte realtà della regione.
Nel frattempo, invece, per continuare a parlare di sicurezza e legalità senza fare confusione, sarebbe assai utile diffondere l´idea - nelle istituzioni così come nella società - che il welfare non è un lusso, ma soprattutto un importante settore di attività per fornire risposte reali alle necessità della collettività e un sistema di diritti essenziali alle persone; cioè, quello che serve a rendere l´ambiente sociale non ostile all´attività economica e a dare più sicurezza ai territori.
* L´autore è portavoce del Forum regionale del terzo settore



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