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martedì, settembre 16, 2008

Cosa sono oggi la Destra e Sinistra in Italia? Hanno un progetto per il futuro del Paese?

Per l’Italia, da che parte?


Cosa sono oggi la Destra e Sinistra in Italia? Hanno un progetto per il futuro del Paese?

La sinistra politica in Italia, oggi, non esiste più. Senza una drastica correzione di rotta, non è prevedibile che torni ad esistere nel prossimo futuro. Una parte, nient’affatto impeccabile, di quella sinistra fattasi cartello elettorale con la dicitura “Sinistra Arcobaleno”, è stata sonoramente bocciata alle urne. L’altra parte ha commesso un riprovevole suicidio nel tentativo non riuscito di fare breccia, non si è capito dove, andando alla fusione con alcuni eredi della Democrazia Cristiana, non necessariamente di quella cultura politica. Se c’era un progetto, non facilmente definibile come di “sinistra”, quel progetto si è esaurito nella formazione del Partito democratico, forse vi si è arenato. Nulla di tutto questo era inevitabile. Anche se, avendo i comunisti sempre disprezzato le esperienze socialdemocratiche, e non potendosi chiedere agli ex-democristiani di non essere alternativi a quelle esperienze, l’unica sinistra possibile di governo in Europa, proprio quella socialdemocratica, sembra non essere più un’opzione politica perseguibile in Italia. Il vago aggettivo “riformista”, con il quale il Pd un suo eventuale percorso futuro, al momento inespresso e indefinito, non segnala in nessun modo quali contenuti e quale cultura politica lo sosterranno. Quello che sorprende ancora di più è che, mentre, da un lato, la sinistra antagonista si rifugia nell’opposizione identitaria per preservare la sua piccola casta di politici di professione e salvaguardare le loro carriere facendo leva sulla protesta, il Pd si limita a contare i voti ottenuti e a esaltarli come primo passo di un partito a vocazione maggioritaria. Questo conteggio non dovrebbe però nascondere il limitato radicamento del partito in alcune zone ricche e avanzate del paese, come Lombardia e Veneto, come in altre zone, vedi la Sicilia, dove un partito di sinistra saprebbe guidare un’opera di riscatto e rilancio. Il richiamo alla pluralità di pensieri riformista, cattolico-sociale, ambientalista, ex-comunista, non riesce a cancellare due elementi cruciali. Il primo è che nessuna di quelle correnti è rappresentata al meglio nel Pd né può dirsi interprete di quanto di nuovo si è venuto affermando in Europa. Il secondo elemento è che è stato escluso a priori il pensiero socialista al quale, pure, si deve buona parte del riformismo realmente praticato in Italia, in particolare con il centrosinistra. Altrove, da Blair a Zapatero abbiamo visto esperimenti che hanno trasformato in meglio le rispettive società. In Italia, oggi, e domani, la sinistra non ha un progetto che coniughi crescita economica sostenibile, investimenti sociali in special modo nell’istruzione e nella formazione professionale, premio ai meriti. Manca, infine, una riflessione sul ruolo e sui compiti della politica e dello Stato. Nessuna società da sola sprigiona un riformismo di alto livello. La spinta, le regole, gli obiettivi debbono, come lo sono stati nel passato, essere definiti dalla politica e essere attuati da apparati statali e amministrativi efficienti al servizio non della casta dei politici di mestiere, ma della cittadinanza. Questo è il compito della sinistra in politica.Dal canto suo, la destra sta al governo sicuramente perché è molto più rappresentativa della società italiana che è particolaristica, insofferente della politica (di qui il ricorrente successo di un non-politico) e ostile allo Stato, relativamente poco sensibile alle modiche dosi di corruzione che collegano economia, società e politica. Neppure la destra, composita e diversificata, ha un progetto di trasformazione del sistema politico e economico italiano. I due grandi esperimenti di riferimento delle destre sono stati effettuati da Reagan (1980-1988) e dalla Thatcher (1979-1990). Nessuno dei due sembra costituire un modello da imitare con gli opportuni aggiustamenti e aggiornamenti. L’impasto culturale della destra italiana non è mai liberale. Non è neppure liberista. Sembra piuttosto costituire una combinazione, altrove del tutto improbabile, fra elementi forti di populismo con venature di euro indifferenza e di no-globalismo e interventi di capitalismo regolato in maniera dirigista, in alcuni settori ai limiti del controllo quasi monopolista, il tutto accompagnato da tensioni secessioniste. D’altronde, quand’anche il Popolo delle Libertà diventasse un partito strutturato non soltanto non avrebbe nessun riscontro sulla scena europea, ma sarebbe molto difficile scorgervi una cultura politica omogenea e propulsiva. Quale Italia può, infatti, emergere dalle vecchie, e a loro tempo sconfitte, culture politiche del pentapartito che si incontrano con il populismo di Berlusconi e con il secessionismo (pardon, federalismo) di Bossi? Neppure il ricorrente colbertismo di Tremonti può mettere ordine in questo magma e dare una prospettiva di respiro. In questa situazione complessiva, rimane che la destra potrà continuare a governare anche senza darsi una cultura politica, proprio grazie alla sua maggiore aderenza alla società che chiede di essere liberata da lacci e laccioli; mentre, se la sinistra non offre una prospettiva di reale cambiamento affidata a donne e uomini credibili, la sua “traversata del deserto” sarà sicuramente molto lunga (non un problema, comunque, per coloro che perdono le elezioni, ma mantengono il posto in Parlamento). Dove la sinistra non esiste più e la destra esprime posizioni confuse e schiacciate su preferenze particolaristiche di una società frammentata, né il buon governo né il riformismo hanno possibilità di affermazione. Non è un caso che l’Italia stia visibilmente declinando.
Gianfranco Pasquino

giovedì, settembre 13, 2007

Se gli stipendi non bastano astensione dalla pastasciutta

Istat: pasta aumenta più dell'inflazione

Scendono in piazza le associazioni dei consumatori per protestare contro il carovita. Lo sciopero della pasta, elemento principe della tavola degli italiani, diventa così il momento per riportare l'attenzione del governo sui prezzi senza controllo. Tra le iniziative, da segnalare la distribuzione gratuita di pasta, pane e latte messa in atto da Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, a piazza Montecitorio a Roma proprio sotto il Parlamento.

Alla giornata di protesta, che ha coinvolto centinaia di piazze italiane, hanno aderito anche Coldiretti e Cia, le principali associazioni degli agricoltori.

«Oggi è una giornata straordinaria», ha detto il presidente dell'Adusbef Elio Lannutti spiegando che oggi molti consumatori rinunceranno alla pasta, ci saranno manifestazioni in un centinaio di piazze in Italia e si distribuiranno volantini davanti a supermercati e scuole. «La situazione delle famiglie non è più sostenibile - ha aggiunto - e questo governo deve intervenire con i fatti, sorvegliando, ma anche prevedendo forme di risarcimento sociale già dalla prossima finanziaria». «Le famiglie non ce la fanno più - gli fa eco Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori - in questi giorni incontreremo i ministri Bersani e De Castro per aprire la discussione anche sui rincari in altri settori».

«L'obiettivo della partecipazione degli agricoltori - precisa la Coldiretti - è quello di promuovere maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e nell'informazione sull'origine dei prodotti per combattere le speculazioni in agguato. In Italia i prezzi aumentano in media di 5 volte dal campo alla tavola, perché ci sono troppi passaggi intermedi. Se - sottolinea la Coldiretti - dal grano (0,22 euro/kg) al pane (2,7 euro/kg) l'aumento del prezzo è del 1100%, dal grano (0,22 euro/Kg) alla pasta fresca (4,5 Euro/Kg) la crescita è del 1900%, dal latte fresco alla stalla (0,35 euro/litro) a quello nella tazza (1,4 euro/litro) l'incremento è del 300%».

Mentre la protesta dei prezzi va in piazza, l'Istat ha reso noto l'andamento ufficiale del costo della vita. Secondo l'Istituto di statistica, rispetto a un anno fa il tasso di inflazione ad agosto, si è attestato a +1,6%. Ma l'Istat conferma l'aumento sostenuto dei generi alimentari con l'accelerazione della crescita dei prezzi di pane e cereali, passata dal 2,5% di luglio al 2,9% di agosto. In particolare, negli ultimi 12 mesi il prezzo del pane risulta aumentato del 4,2%; riso e pasta hanno invece registrato un aumento tendenziale pari al 3%, così come cereali e farine. Una lieve accelerazione a livello tendenziale si registra anche per i prezzi della carne il cui ritmo di crescita su base annua è salito al 2,4% dal 2,3% di luglio, mentre permane «elevato» il tasso tendenziale di crescita dei prezzi per la frutta (+6,1%).

mercoledì, giugno 13, 2007

PER NON ESSERE UTILI IDIOTI

IV Festa nazionale Comunità di Capodarco
Roma, 21 giugno 2007 – Capodarco di Fermo, 22-23-24 giugno 2007
PER NON ESSERE UTILI IDIOTI
Tra “gabbie assistenziali” e porte chiuse
Confronto tra il terzo settore e la politica
Roma, 21 giugno 2007
Comunità di Capodarco – Roma, via Lungro n.3

Anche se lungo, pubblichiamo il documento integrale prodotto dalla Comunità di Capodarco sui rapporti tra terzo settore e politica. Un testo utile alla riflessione di tutti.

Per non essere “utili idioti”

L’espressione forte che utilizziamo vuole esprimere il disagio che stiamo vivendo: nei confronti del mondo della marginalità che, nonostante tutto, non vede luce di soluzione; nei confronti di noi stessi, diventati ingranaggi di un welfare strutturalmente ingiusto; nei confronti della politica che ci utilizza sfacciatamente.


Un quadro desolante

Da oltre trent’anni siamo coinvolti nella politica sociale in Italia; da quando, nel 1971, con la legge 118, si parlò per la prima volta di handicappati riconosciuti persone, invece che semplici numeri o individui da nascondere. Gli anni ’70 sono stati l’inizio di una grande tensione sociale. La chiusura dei manicomi, il riconoscimento dei diritti alla salute con la riforma sanitaria, hanno costituito la pietra miliare di una concezione di popolo ugualitaria, solare, protesa verso il futuro, più giusta.
Sono di quegli anni le “prime invenzioni” alternative agli istituti, alle segregazioni, alle vergogne.
L’Italia, come del resto l’Europa, ha sperimentato, nel prosieguo del tempo, altre emergenze: la tossicodipendenza, la marginalità metropolitana, la devianza, l’immigrazione, l’invecchiamento della popolazione, il malessere psicologico e “immateriale”.
Abbiamo continuato a inventare risposte: comunità per ragazzi tossicodipendenti, comunità per ragazzi stranieri non accompagnati, comunità di vita, inserimenti lavorativi, integrazioni sociali. Sempre in salita: dovendo, ogni volta, spiegare, chiedere, aspettare che gli addetti comprendessero.
Lo stato sociale in trent’anni si è raffinato, con accelerazioni e decelerazioni: non in modo omogeneo nel tempo, né nei territori. Tensioni di riforma sono state accompagnate da periodi di riflusso: non si è arrivati, come per la sanità, l’istruzione, la comunicazione, l’energia, a un assetto stabile di risposta sociale.
Dal versante del privato sociale ci hanno accompagnato due fenomeni: il crescere, non sempre lineare e disinteressato, di associazioni, onlus, fondazioni, cooperative e, contemporaneamente, il sorgere delle scienze sociali: sociologi, psicologi, assistenti sociali, pedagogisti, educatori, laureati in scienze sociali sono diventati numerosi e invadenti.
Eravamo coscienti che ai problemi sociali non si poteva più rispondere con il buon cuore.
A questo punto abbiamo commesso un gravissimo errore, di cui oggi sentiamo le conseguenze negative. Siamo diventati gestori di servizi, senza riuscire ad ottenere un quadro di riferimento uguale in Italia, caratterizzato da risposte certe, diffuse nel territorio, di livello minimo garantito. Siamo stati succubi, superbamente orgogliosi, della nostra risposta precaria, con quattro grandi limiti: abbiamo perduto la nostra dimensione di coscienza critica e di inventiva; abbiano subìto “gabbie assistenziali” imposte da altri; abbiamo creato “aziende sociali” imbarcando specialisti di ogni genere; siamo stati promotori di un mercato straccione.
Con un sguardo distaccato, ma sufficientemente lucido, non è difficile capire che il mondo assistenziale odierno conserva tutte le caratteristiche di debolezza e instabilità.

Non abbiamo più coscienza critica. L’approccio caratteristico della gestione dei servizi non ha portato a leggere i fenomeni di sofferenza sociale con occhio alle cause e alla loro rimozione. L’istinto oramai era quello di creare risposte sociali. Come agenzie abbiamo proposto la soluzione dei problemi: chiavi in mano, come a volte ci veniva chiesto. Che cosa accade su un territorio, quali risorse “naturali” utilizzare, quali forme alternative di risposte sono diventate non quesiti. La preoccupazione è stata quella di cercare la nicchia entro cui attestarsi, nello sforzo di dare un servizio decente.
Questo trend ha fatto lievitare le agenzie sociali: ce ne sono di tutte le razze. Fondazioni non fondazioni; onlus padronali; cooperative imprese, mercato privato. Il mondo del volontariato, così esaltato e così nobile e diffuso è inquinato: anche da malaffare e da cattiva coscienza. Né occorre fare nomi, perché tutti conoscono, in un territorio, chi agisce per che cosa. Si è creata una situazione paradossale. Non siamo stati capaci di far crescere la coscienza civile per avere risposte che non dipendessero, di volta in volta, dalla disponibilità delle risorse o di qualche amministratore illuminato. Moltissime leggi, nel frattempo, sono state scritte e pubblicate. In nessun territorio si sa con certezza qual è lo zoccolo duro della risposta sociale e quali gli attori preposti alla realizzazione: appalti, convenzioni, pubblico, semipubblico sono diventate modalità senza logica e senza costrutto.

Nel mercato che evolveva, la parte pubblica si è organizzata in modo schizofrenico. Impostando standard di qualità altissimi: dettagli che nulla lasciassero al caso. Con una puntigliosità patologica, confondendo piccole comunità con hotel; mense dei poveri con ristoranti. Il fatidico accreditamento è un esame da cui nessuno sfugge e dal quale nessuno ha più sconti. Le abbiamo chiamate “gabbie assistenziali”: luoghi preconfezionati dove possono accedere coloro che hanno determinate morbilità, con qualità strutturali regolate nei dettagli, affidate a professionalità accademiche, senza prevedere, alla fin fine, la qualità della vita. Mai nessuna parola che esprimesse valori irrinunciabili per un anziano, per un disabile, per un malato psichiatrico: mondi umani ai quali si risponde con l’accademia, dimenticando che ogni ambiente riabilitativo deve essere umano prima che perfetto.
E’ sembrato che lo schema medico abbia prevalso su quello assistenziale: la cura degli organi, dimenticando che chi è in difficoltà sociale non ha organi malati, ma ha la vita difficile.

In queste circostanze era logico dover creare vere e proprie aziende. Con patrimoni, fatturati, gestione delle risorse umane improvvisati e claudicanti. Solo recentemente si è formata una classe di manager esperti di sociale: costoro non sono di casa presso il non profit, ma nel mercato. Offrono professionalità anaffettive: luoghi belli, invece che persone belle. Ambienti lucenti invece che relazioni. Il dubbio è che le “gabbie assistenziali” siano state inventate per collocare i professionisti. Non si spiegherebbero altrimenti impostazioni dai dettagli utili per la clientela in transito, ma niente affatto logici per chi nella struttura deve trascorrere la vita. Noi siamo rimasti al palo, costretti a fare un mestiere al quale non eravamo né preparati, né affezionati, rischiando di tradire ciò che avevamo di caratteristico.

Infine il mercato “pubblico” ha mostrato il suo antico cinismo. In nome dell’equità ha messo ogni cosa a concorso, esigendo un pranzo di nozze al prezzo di una pizza; scatenando rivalità; non preoccupandosi delle vittime della guerra degli appalti, lasciando che il mercato si muovesse autonomamente. Ogni fantasia è stata attivata per risparmiare: il ricorso alle figure dei lavoratori-soci, forme di contratto improprie, volontari-operatori: il precariato è abbondantissimo. Ma se, nel servizio pubblico, un giorno forse, un precario sarà stabilizzato, nelle imprese non profit nel futuro ci sarà il licenziamento: è sufficiente non conseguire l’appalto dell’ anno successivo.

Di fronte a questo quadro prende sconforto e smarrimento: né è possibile chiudere bottega. Sono state coinvolte famiglie, lavoratori, il buon nome, gli anni dedicati.


Il welfare che non interessa più nessuno

Al di là dei propri errori è però indispensabile chiedersi a che punto è la politica sociale in Italia.
La sensazione che abbiamo è che stiamo regredendo e anche velocemente. Alcuni fenomeni antichi e nuovi fanno da indicatori.
Per quel che abbiamo capito, nel precedente governo le politiche sociali non ci sono state. I problemi sono stati affrontati per slogan legislativi: tossicodipendenza, immigrazione, prostituzione, carceri. Importante era rassicurare la popolazione: tolleranza zero, sicurezza sociale etc. etc. Magari, nemmeno quella. Leggi carta straccia, perché non accompagnate da nessuna reale politica. Tagli alle amministrazioni locali; piccoli spot pubblicitari: mille euro a bambino nato, 700 mila dentiere (promesse) ai vecchi e vai.
Il governo odierno ci ha detto che bisognava riordinare i conti. E’ venuto fuori “il tesoretto”. Sappiamo già che fine farà: ben che vada sarà spalmato perché milioni di famelici diranno che stanno sul lastrico. Chi veramente ci sta, ci rimane.
E veniamo al dettaglio: povertà, famiglie, anziani, carceri, tossicodipendenze, non autosufficienza, immigrazione.

E’ già da qualche lustro che doverosamente l’ISTAT ci racconta delle famiglie povere in Italia: due milioni e mezzo circa, composte sempre dalle stesse persone: famiglie numerose, persone sole, al sud.
C’era stato un tentativo di reddito minimo di inserimento. Scomparso nel nulla. I non autosufficienti: come sopra. Le carceri, disumane, come sempre. I Sert vecchi di vent’anni. La nuova legge sull’immigrazione: più furba di quanto sia generosa. Corsie preferenziali per infermieri, badanti, colf, tecnici specializzati, manager, artisti. Quanti ci servono (eccetto gli artisti).
Le famiglie: quattro mesi impegnati sul riconoscimento dei diritti delle famiglie di fatto. Scarsa natalità; invecchiamento della popolazione; ricorso abbondante alle colf; affitti delle case in crescita libera; assenza di ogni politica “giovanile”: sono rimasti dove erano.
Resta il dubbio di sapere se ancora esiste una progetto di welfare. Forse nelle carte e negli organismi che rapidamente si attivano: tavoli di raccordo, uffici, inchieste, affitti, linee telefoniche, segreterie, programmazioni che hanno solo il merito di sistemare giovani disoccupati e amici dell’entourage, dimenticando i destinatari. Un motore che brucia il 75% delle risorse per stare acceso.
In genere si rimandano alle amministrazioni locali le incombenze di politica sociale. E’ una specie di elastico: dal governo ai territori, dai territori al governo.
Non possiamo più tacere. Abbiamo la sensazione di essere diventati i gestori dell’ultimo spicchio della società: poveri tra poveri, marginali tra marginali.


Il non futuro

Forse è arrivato il momento di sapere esattamente dove siamo collocati: per chi e a quali condizioni. Non vediamo né prospettive, né tanto meno progettazioni.
Eravamo arrivati al nuovo assetto della 328. Aveva buone intenzioni: programmare il territorio e sviluppare una rete sociale congrua. L’unico risultato è stata la moltiplicazione di leggi regionali, di strutture intermedie, di allocazioni di personale, rimasuglio della politica.
Nessuno sa quali siano i diritti sociali riconosciuti, quali le garanzie minime di aiuto e assistenza. Non siamo così ingenui da non capire che il sociale, strutturalmente, è debole e marginale. Un congruo sviluppo della ricchezza del paese non può però, nella prassi democratica, non far procedere, di pari passo, una politica sociale adeguata.
Siamo ancora nello schema della pelle di leopardo: in alcuni luoghi servizi abbondanti, in altri inesistenti; in alcuni di eccellenza, in altri di impostazione antica.
In questa dislessia diffusa occorre rimettere ordine. Magari con fatica e scelte difficili: non è più possibile navigare a vista.
Una prima grande scelta è decidere se la politica sociale è a capo della famiglia o a una rete di servizi. Al di là delle parole, l’orientamento è in atto: minori, anziani, disagio giovanile, devianza sembrano essere affidati alle famiglie. Esse reagiscono come possono: chi ha strumenti affronta i problemi; chi non ne ha subisce il peso della inadeguatezza. I servizi a volte sembrano offrire soluzioni, a volte respingono la domanda dichiarando di non avere strumenti; a volte si affiancano, a volte invadono, a volte si allontanano.
Un secondo tratto da definire è stabilire che cosa il territorio nazionale offre, sottraendo il sociale da tutte le intemperie che si abbatte su di esso (la finanziaria, gli appalti, le precarietà, le amministrazioni). Non è possibile continuare a vivere precariamente. I grandi temi sociali sono diventati per le amministrazioni e per noi stessi ricerca affannosa di risorse, spulciando tra i residui finanziamenti. Alla disoccupazione giovanile non si può rispondere con risorse di qualche mese, raccattate da stanziamenti dell’Unione europea; né si può trattare il sociale con il ricorso massiccio alle badanti, ancora a basso costo.
Alla fin fine: è possibile riprendere il filo delle politiche sociali in Italia, facendone il punto e indicandone i successivi passaggi? Il dubbio fondato è che in realtà le attenzioni siano altrove: per la mente dei più (governanti e governati), nello schema del grande sviluppo economico non sono previsti, se non come fastidiose postille, i problemi delle irregolarità (disabili, immigrati, malati, irregolari, anziani). Non è vittimismo scoprire che sono anni che nessuno ci ascolta. Semplicemente perché i problemi nei quali siamo immersi non fanno parte di nessuna agenda.
La conclusione amara è che la società dei regolari si stia organizzando per il futuro, non prevedendo e quindi non affrontando il livello di vivibilità dei deboli. In questa prospettiva la politica è madre e figlia del disinteresse. Non abbiamo nessun alleato: non nella popolazione “regolare” che pensa a sé; non nella agenzie della solidarietà (sindacati) pressate dagli interessi dei propri iscritti, nemmeno tra noi stessi, incapaci di fare fronte comune e offrire indicazioni di ampio respiro. Anche i più esigenti pensano ai propri militanti in cerca di lavoro e di casa. Il vecchio non autosufficiente è veramente solo e abbandonato: sopravvive se ha una famiglia che lo ama; fosse per lo coscienza collettiva sarebbe ricollocabile nei casermoni dall’acre odore di orina. La stessa Chiesa cattolica è rifluita nella logica dell’assistenzialismo, capace di offrire pasti caldi e biancheria pulita usata. Anch’essa ha altri temi prioritari: gli ultimi sono proprio ultimi.


A chi serviamo?

La sintesi dei disagi che viviamo è rappresentata dalla nostra relazione con la politica. Una relazione che ha due debolezze: di dover essere filo-governativi per sopravvivere; di non essere interlocutrice di nessuno.
Sembra che l’assetto della società italiana si sia stabilizzato intorno agli interessi del cosiddetto “centro”. Una espressione che non è solo rivelatrice delle politiche da adottare, ma che vede nel nucleo “regolare” della popolazione l’epicentro degli interessi, dei dibattiti, delle risposte. Al di là delle differenziazioni lessicali, l’interesse per il “centro” coinvolge tutto l’arco della politica. In questo quadro siamo considerati e ci sentiamo periferici. Per questo non ci entusiasmano i processi di rinnovamento dei partiti e delle loro alleanze. Comunque gli assetti saranno, abbiamo certezza di non essere interlocutori. Non per chi siamo; ma per gli ambiti che rappresentiamo. Insomma la politica si sta occupando del core-business dell’Italia, che non siamo noi.
Tre esempi. La discussione sui DICO è rivelatrice dell’attenzione ai benestanti, con la richiesta di riconoscimento di diritti per persone che hanno carte in regola in termini culturali, economici, sociali, ai quali manca un piccolo pezzo che è il riconoscimento di veri o presunti diritti. Come si fa a parlare di famiglia in Italia non partendo dei suoi problemi strutturali: la casa, le lrisorse, la povertà; la denatalità, i giovani, l’invecchiamento, la non autosufficienza?
Altro esempio è quello dell’indulto. L’unica discussione parlamentare e sociale è stata quella di sapere quale impatto avrebbe avuto sulla popolazione regolare. A nessuno ha interessato la finalità dell’indulto e cioè i soggetti che ne erano coinvolti. In fondo in fondo la cultura prevalente è quella di chiudere la porta e “buttare la chiave”. Per questo motivo l’indulto non è stato accompagnato da nessuna politica di integrazione.
Infine la prostituzione: le uniche discussioni sono sulla pulitura delle strade. Un governo che garantisse tale pulizia sarebbe il migliore del mondo. Che cosa avviene all’interno di quel mondo di violenti e profittatori, di vittime e di bavosi clienti, non interessa proprio nulla.
Si comprende la solitudine profonda ad operare per persone deboli che non hanno solidarietà.
La nostra storia ci impedisce di essere operatori ecologici che mantengono pulita la città. Ce lo vieta la nostra coscienza e la dignità delle persone con le quali viviamo e alle quali ci sforziamo di offrire futuro.


Capodarco, maggio 2007


  • Il programma completo della IV Festa delle Comunità di Capodarco
  • lunedì, maggio 07, 2007

    La credibilità dell'impolitico. Se Beppe Grillo e Gino Strada si sostituiscono alla politica.

    Beppe Grillo è stato uno dei comici di maggior successo della scuderia di Pippo Baudo ed Antonio Ricci, con grandi successi televisivi negli anni Settanta e Ottanta fino all’incidente della famosa battuta sul Craxi “cinese”. Da lì iniziò la sua seconda vita, quella di un geniale autodidatta della scienza, della politica e dell’economia, di un provocatore globale il cui blog su internet è diventato uno dei più visitati sugli argomenti di maggiore attualità, fino alla clamorosa performance alla assemblea dei soci Telecom dell’aprile scorso, in cui ha messo sotto accusa le strategie manageriali di Tronchetti Provera e soci. Prescindendo dal merito delle questioni, un successo straordinario, che ne fa un opinion-maker di primaria importanza.

    Gino Strada, cui mi legano una vecchia amicizia e le comuni origini sestesi, ha preso una rincorsa che dall’Oratorio San Luigi di Sesto San Giovanni lo ha portato non solo a lidi politici ed ideologici più lontani, ma anche a girare il mondo come medico umanitario, al punto che lui e la sua Emergency sono diventati a loro volta un punto di riferimento per una diplomazia informale, come quella che ha salvato la vita a Daniele Mastrogiacomo (ma purtroppo non ai suoi collaboratori).

    Né Grillo né Strada sono politici in senso stretto, ed anzi credo che se venisse loro offerta una candidatura al Parlamento o a qualsiasi altro organismo istituzionale la declinerebbero, consci come sono del fatto che la loro vera forza, la loro capacità di impattare ed entro certi limiti orientare la pubblica opinione deriva da quello che fanno, ed un seggio parlamentare per loro sarebbe un impaccio e forse una causa di perdita della credibilità acquisita.

    La domanda che si pone a questo punto è se esista veramente uno spazio della politica per i non politici, o più esattamente se vi sia ormai un livello di discredito tale della politique politicienne (ma anche del management affaristico tradizionale) per cui può apparire credibile e giusto che un attore comico che ha studiato da autodidatta si occupi di alta finanza ed un medico chirurgo di diplomazia umanitaria, ambedue assumendo il punto di vista del cittadino comune.

    Certo, è sempre in agguato il rischio del qualunquismo, per quanto negli anni scorsi questa categoria sia stata usata impropriamente per mettere a tacere i critici della classe politica: per quel che ne capisco, sono convinto che né Grillo né Strada siano due qualunquisti, e che anzi il loro ruolo di supplenza “politica” loro lo interpretino malvolentieri, e che esso nasca essenzialmente dalla percepita incapacità della politica istituzionale di rispondere a molti problemi sentiti diffusamente da parte dei cittadini.

    In effetti, che nel corso di questi anni la politica abbia costruito separatezza ed autoreferenzialità nei confronti dei commoners è abbastanza evidente, quasi che il percorso perverso che portò alla crisi terminale della cosiddetta Prima Repubblica tenda a replicarsi autisticamente in assenza di modelli alternativi.

    La legge elettorale fortemente voluta dalla destra nell’autunno del 2005, ma adottata senza troppi problemi anche dal centrosinistra, è stata in questo senso il tassello terminale, poiché ha prodotto un Parlamento completamente nominato dalle segreterie di Partito in cui ai cittadini è stato chiesto unicamente di ratificare decisioni prese altrove, con una recisione del legame fra eletto ed elettore che non ha pari nel resto d’Europa.

    La credibilità dell’impolitico è quindi il perfetto pendant della mancanza di credibilità del politico, e la difficoltà a recuperare tale credibilità deriva essenzialmente da quelli che sono i vizi percepiti della classe dirigente a tutti i livelli: la mancanza di corrispondenza fra fatti e parole, l’esplosione delle consulenze e di altre forme di cattivo uso del pubblico denaro, la non linearità di determinate scelte…

    È difficile pensare che tale fossato possa colmarsi solo con nuove riforme di sistema, ed anche un fatto a lungo atteso e potenzialmente di grande rilievo come la nascita del Partito democratico rischia di essere inutile se non viene percepito come un atto di discontinuità non solo nei volti (anche se poi le istanze di tipo generazionale non possono essere liquidate con disinvoltura in un Paese che invecchia a vista d’occhio) ma anche nei comportamenti, nei costumi, nell’atteggiamento.

    Se dovessi descrivere lo spirito che credo necessario in questa fase, le categorie che mi vengono in mente sono quelle della “amicizia” e della “simpatia”, prendendole nel significato etimologico latino e greco. Una politica che si faccia carico delle persone, soprattutto dei loro bisogni dei loro dolori, delle loro “passioni” nel significato ampio di tale parola.

    Probabilmente è un sogno, un’aspirazione che rischia di andare delusa: nello stesso tempo, il rischio vero è che la disaffezione alla politica generi non solo fenomeni tutto sommato positivi come quelli offerti da Grillo e Strada – i quali in definitiva non chiedono niente a nessuno, in termini di consenso politico – ma anche elementi ben più preoccupanti e potenzialmente minacciosi per l’avvenire della democrazia.

    Giovanni Bianchi

    da Aesse 4 2005 http://www.acli.it)

    domenica, marzo 18, 2007

    W l'Italia - Pane e politica. terza puntata.


    Nell’ultimo episodio Riccardo Iacona ci porta dentro la politica romana, nelle aule di Camera e Senato, a cominciare dal primo “giorno di scuola”, quando i deputati della XV legislatura vengono, per così dire, “assunti”: 21.517 euro lordi, costa allo Stato ogni singolo deputato. Ma quanto vale nel mondo vero, fuori dal Palazzo questa somma?
    Gli eletti della XV legislatura, per la prima volta nella storia della Repubblica, non sono stati votati da nessuno, nessuno ha messo il segno sulla loro faccia: chi devono ringraziare se sono lì e a chi dovranno rendere conto del loro operato? Per rispondere a questa domanda Iacona ci porta dentro i collegi elettorali per capire che uso i partiti hanno fatto dell’enorme potere che la legge elettorale ha consegnato nelle loro mani: chi sono i deputati che sono stati eletti ?
    Poi Iacona ci porterà dentro il governo Prodi, per cercare di capire come è stato possibile che proprio il centrosinistra desse vita al governo più “grosso” nella storia della nostra Repubblica, il governo dei 102, tra ministri, viceministri e sottosegretari.
    E infine Pane e Politica 3 ci racconterà l’incredibile battaglia sulla finanziaria che ha impegnato il Senato della Repubblica per quasi due mesi: come si fa a governare con soli due voti di differenza dall’opposizione? E perchè è caduto il Governo Prodi?
    PANE E POLITICA 3
    E' un viaggio in tre puntate che comincia in Calabria, a Catanzaro, quando la città sta per scegliere il proprio sindaco, prosegue e si allarga a tutta la Regione Calabria per indagare su sprechi e costi della politica e finisce a Roma, alla Camera, al Senato, a Palazzo Chigi, quando il governo Prodi sta per affrontare forse la prova più dura per la tenuta della maggioranza: la Finanziaria.
    Riccardo Iacona ci racconta come si sono formate le coalizioni a Catanzaro, quali sono le strategie adottate dalle coalizioni per conquistare il sindaco della città , quali i patti con i tanti capielettori incaricati di spostare pacchetti di voti su quello o su quell’altro candidato.
    Pane e politica racconta la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali e il venire avanti dei cosiddetti partiti-persona, vere e proprie macchine elettorali incardinate tutte su persone che per la loro posizione al Comune, alla Provincia o alla Regione sono in grado di poter coltivare il proprio elettorato: proprietari dei pacchetti di voti, i partiti-persona sono in grado di giocarsi il loro capitale sociale in maniera autonoma sul mercato della politica, spostandosi al centro, a destra o a sinistra. Del resto la posta in gioco negli ultimi anni è diventata alta: dal Consiglio circoscrizionale, al Comune, alla Provincia, alla Regione un eletto percepisce un vero e proprio stipendio.
    Per molti la politica è l’unico vero lavoro e quando arrivi alla Regione è pagato talmente bene da falsare la gara: oggi un consigliere regionale della Calabria arriva a pretendere fino a quindici volte di più di un operaio, un professore, un ricercatore.
    Ma si mangia Pane e Politica non solo nelle assemblee elettive: Iacona ci fa vedere come a partire dalle società miste e dai consigli di amministrazione, la politica occupi tutti gli spazi possibili e immaginabili. E infine Iacona ci porterà dentro la coalizione di Prodi per cercare di capire come è stato possibile che proprio il centro sinistra desse vita al governo più “grosso” nella storia della nostra Repubblica, il governo dei 102 tra ministri, viceministri e sottosegretari e quali conseguenze sulla selezione della classe dirigente ha avuto l’ultima legge elettorale.
    Siamo proprio sicuri che questo è il modo migliore di selezionare la classe dirigente di un Comune, di una Regione, di un Paese?