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venerdì, agosto 29, 2008

Preti in trincea il rischio della solitudine

RIFLESSIONI
Preti in trincea il rischio della solitudine




Fabrizio Valletti
Mentre tornavo dal carcere di Secondigliano con un gruppo di giovani volontari romani e napoletani, abbiamo appreso dai giornali dell'atto intimidatorio ai danni di don Ciro De Marco, parroco a Santa Maria del Suffragio di Boscoreale. Ancora una volta una minaccia - l’incendio dell’auto di un sacerdote di frontiera, avvenuta di notte - che echeggia altri cupi avvertimenti, come quello purtroppo fatale concluso con la morte di don Peppino Diana. Ancora una volta un’intimidazione a cui don Ciro risponde con decisione e con coraggio, facendo sapere che non si fermerà nella sua azione di denuncia delle attività malavitose. E questo fa sorgere in noi tante domande, non solo sul persistere della malavita sul nostro territorio ma anche sul ruolo dei vari soggetti sociali nei confronti di una cultura e di un’organizzazione criminale che continua a crescere ed a colpire. Più volte mi viene chiesto che posizione assumo di fronte a questo fenomeno, per confermare quella categoria che definisce noi, preti in servizio in zone di tradizione camorristica, come «di frontiera», cioé coraggiosi, intenti a sfidare i clan e altro ancora. A ben vedere, però, quella definizione finisce per alludere a una sorta di delega, a un ruolo di supplenza sociale. Ed è doloroso constatare come la società nel suo insieme accetti questa delega, che finisce per alleggerire di responsabilità chi avrebbe compiti di governo, di ordine pubblico, di promozione sociale.
A ben vedere, però, quella definizione finisce per alludere a una sorta di delega, a un ruolo di supplenza sociale. Ed è doloroso constatare come la società nel suo insieme accetti questa delega, che finisce per alleggerire di responsabilità chi avrebbe compiti di governo, di ordine pubblico, di promozione sociale. A noi preti spetta il compito di potenziare la cosienza critica, di difendere gli ultimi, i non garantiti, nello spirito della missione evangelica. Ci tocca portar pace, giustizia e riconciliazione, partendo dal cuore anche dei più colpevoli. Per questo motivo, i luoghi privilegiati sono la strada da una parte, il carcere dall'altra. Guardare in faccia chi è stato responsabile di reato vuol dire lasciare alla magistratura il compito di giudicare, ma insieme mettere in moto il percorso, previsto dalla Costituzione e dall'ispirazione evangelica, che possa racuperare chi ha sbagliato. L'incontro con i detenuti di ieri mattina dei giovani di Roma e dei volontari napoletani è nella linea di promuovere iniziative di formazione, favorite dalla direzione dell'Istituto penitenziario, spesso difficili da attuare. Compito essenziale sarà anche quello del tribunale di sorveglianza di rispettare i percorsi previsti dalla legge e di non rimanere condizionato da un’opinione pubblica oscurata dalla preoccupazione della sicurezza. Guardare negli occhi chi ha sbagliato è anche leggere nel suo cuore il desiderio di cambiare, di sentirsi capace di restituire ai propri cari un cammino sereno. Per questo non è possibile, almeno per me, colpire in faccia anche il più pericoloso camorrista. Anche dalla strada impariamo a inventare percorsi di legalità, partendo dalle famiglie di chi spaccia, dalle donne che non sanno reagire, dai bambini che convivono con il rischio e con l'aggressività. Se aiutiamo i figli di chi spaccia a studiare, a giocare con altri bambini, a imparare che non vale solo il motore e il vestito, se li portiamo al mare, se li invitiamo a conoscere la bellezza e la bontà del Vangelo, non vuol dire che approviamo il comportamento di chi va contro la legge. Ha fatto bene don Peppino Diana a denunciare e a non tacere, sfidando una violenza capace di atti estremi. Così don Ciro è coerente con la sua missione di servizio e di dedizione. Non ci vogliamo sottrarre a questa verità, ma non lasciate a noi preti questo compito, mentre per tanti altri aspetti nella nostra società permane la legittimazione dell'illegalità, coperta da interessi e da tante ipocrisie che oscurano il giudizio e confondono le intenzioni. In Italia in particolare si gode di una libertà che permette di operare anche in povertà e semplicità. È un'avventura che riempie i cuori, ma meglio è comunque cominciare da chi è andato fuori dal recinto.
Fabrizio Valletti

domenica, luglio 20, 2008

giornalismo e solidarietà per abbattere i muri di gomma: il caso Scampia

giornalismo e solidarietà per abbattere i muri di gomma

di Tania Passa


Padre Fabrizio Valletti è un prete gesuita che si occupa degli ultimi a Scampia, non lo fa’ solo per dovere morale, ma anche strategicamente, per migliorare il futuro di tutti e crede che la solidarietà sia il nodo per migliorare la società, napoletana ma non solo. Abbiamo parlato con lui di morti bianche e carcere.


A Scampia è morto un ragazzo 17enne, Un’altra delle troppe morti bianche, si incrociano così due drammatiche tensioni a Scampia?


Molte situazioni paradossali vivono a Scampia e questa è una delle tante che accadono ogni giorno.


Il dolore e l’ingiustizia convivono qui, in particolare insisto su due punti su cui non c’è chiarezza e prospettiva: la Cultura del lavoro e la Cultura al carcere.

Ci spieghi meglio…


Riguardo la prima non c’è convergenza di progetto né da parte dall’imprenditoria, né da parte della popolazione che preferisce vivere alla giornata e non si dà metodo e disciplina, tanto che le povertà di tradizioni e le carenze di disciplina e metodo nel lavoro, qui sono la regola.

L’imprenditoria ne approfitta e ci specula con un metodo infallibile, soprattutto nel campo dell’edilizia con il regime del subappalto. Le grandi aziende vincono gli appalti e poi subappaltano ad una miriade di piccole aziende composte a volte da non più di 2 / 3 operai compreso il proprietario, che distribuiscono salari bassissimi quasi sempre al nero senza mai un controllo, tralasciando le più elementari forme assicurative e di tutela.

Il sistema va comunque avanti perché si basa sulla genialità e grandezza dei grandi lavoratori artigiani napoletani.

E la cultura del carcere?


Qui molte famiglie sono interessate da fatti giudiziari, ma persiste una mancanza di protezione e tutela da parte dello Stato non solo del detenuto ma anche della famiglia. E questa protezione diventa monopolio quasi esclusivo della camorra.

Nella Costituzione Italiana è previsto che ogni detenuto possa riscattarsi e ciò è anche previsto dalla sfera religiosa. Qui non avviene mai, anzi molto spesso quando il detenuto esce, per aiutarlo a ricominciare viene affiancato dai camorristi e quasi mai dallo Stato.

Anche le famiglie vengono lasciate sole, sia dallo Stato che, spesso, dalla società civile.

Così si trovano così ancora più a rischio perché i clan sfruttano tale solitudine. Eppure noi abbiamo una delle leggi più belle sulla riabilitazione del detenuto la Zozzini che però non viene mai applicata completamente

Scampia è l’emblema della criminalità, qui il futuro dei giovani lo ha già cancellato la camorra. Secondo il messaggio evangelico, è un dovere garantire a ciascuno il raggiungimento di una riappropriazione della coscienza


Sì. Uno degli obiettivi che ci proponiamo è quali siano le situazioni che possono portare le persone a riscattarsi. Per un laico è la riconquista della fiducia nell’uomo, su quello religioso è il recupero del rapporto con Dio secondo l’etica che ci ha insegnato.

Carovana bianca è un’iniziativa contro le morti bianche che l’ex ministro Cesare Damiano e Articolo 21 intendono fare per sensibilizzare i mass media . Su questo tema tv e giornali possono avere un ruolo di prevenzione?


I giornalisti hanno una grande possibilità di monitorare il sistema e entrare nel vivo. Possono fare quello che non riescono a fare i controlli nei cantieri spesso le aziende vengono avvertite da una soffiata dell’arrivo delle forze di polizia. Dunque il giornalista può intervenire con i servizi di inchiesta. In Italia abbiamo una grande tradizione del giornalismo sociale che è riuscito, anche nel passato, ad intervenire là dove lo Stato è in difficoltà. Questo genere di giornalismo dovrebbe essere valorizzato.

Perché è giusto e strategico pensare agli ultimi?


C’è una grande separazione in questo sistema sociale tra chi è garantito e chi no, chi è raccomandato e chi no, chi è amico di, e chi non lo è. Sono i cosiddetti muri di gomma che impediscono il futuro ai più deboli. Allo stesso tempo all’etica economica non interessa dare risorse a chi ha meno ed anzi la società del benessere chiude i cancelli agli ultimi. Eppure la vera sicurezza sociale sta proprio nell’aiuto, nella solidarietà e nella giustizia verso i più deboli e non nella militarizzazione della società. La repressione non risolve le cause e a lungo andare esaspera le coscienze.