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martedì, ottobre 13, 2009

L’invasione che non c’è

dal blog di Andrea Sarubbi

Domenica scorsa, nella mia parrocchia, si sono battezzati tre bambini: Marco, Simone e Jerusha. Jerusha è nata a Roma, dove probabilmente passerà il resto della sua vita, da due genitori indiani: indiani del Kerala, per la precisione, uno Stato del sud a maggioranza cristiana. L’invasione islamica minacciata da parte del Centrodestra, insomma, non è colpa sua, e nemmeno degli altri figli di immigrati iscritti al catechismo per la comunione o per la cresima: sono una decina abbondante su circa 200, ossia il 5% del totale, e la percentuale cresce di anno in anno. Gli immigrati residenti in Italia, lo ricordo, sono il 6%. Dove voglio arrivare mi pare abbastanza chiaro: per quanto le cifre di una parrocchia romana non rappresentino da sole un campione esaustivo, i dati dei bambini stranieri iscritti al catechismo (sarebbe interessante averli su scala nazionale: se qualcuno può, mi aiuti) mostrano da soli la strumentalità dell’insistenza sull’invasione islamica. La politica torna ad occuparsi di cittadinanza agli immigrati, con una proposta di legge che rischia di rompere gli schemi? La risposta più facile per mettere tutto a tacere è appunto quella dell’invasione islamica, possibilmente condita da una campagna anti-burqa che – leggo or ora sui siti dei principali quotidiani – anche il ministro delle Pari Opportunità ha deciso di fare propria. “Via il burqa dalle scuole”, ha annunciato Mara Carfagna, ed allora ho iniziato un rapido giro di telefonate per sapere dai miei amici di varie latitudini se qualcuno di loro ne abbia mai visto uno: niente da fare. Non che il mio sondaggio abbia valore statistico – come i dati parrocchiali del Santissimo Crocifisso, appunto – ma pure questo è un segnale: se la presenza dirompente del burqa fosse un problema serio per l’Italia, qualcuno se ne sarebbe accorto. Il che non esclude che magari, nel profondo Veneto, ci sia pure qualche donna che lo indossi, ma da qui ad annunciare una legge in tempi rapidi come se fosse un’emergenza nazionale ce ne passa: tra l’altro, gli intellettuali islamici ci hanno chiarito che la religione c’entra poco, ed il nostro ordinamento contiene già una norma che impone a tutti di essere riconoscibili. “Via il burqa dalle scuole”, insomma, è uno slogan con poco contenuto: è una manovra mediatica per dire alla pancia degli italiani che l’integrazione è una battaglia persa, per risvegliare in ognuno la paura di un’invasione che – stavolta lo dicono le statistiche serie, non i calcoli casarecci di Sarubbi – non trova riscontro nella nostra realtà. Il tutto, amici miei, mentre in Commissione Affari Costituzionali si sta cercando di addomesticare una partita molto importante sulla legge per la cittadinanza: il comitato ristretto che deve scegliere il testo base avrebbe dovuto riunirsi già due settimane fa, ma ogni volta – per un motivo o per un altro – si è deciso di rimandare. Sul tavolo, come spiegavo in altre occasioni, ci sono parecchie proposte di legge, tutte con la stessa caratteristica: quella di essere proposte di parte. Tutte, tranne una: la 2670, promossa da me insieme a Fabio Granata e sottoscritta da 50 deputati di diversi gruppi parlamentari (Pd, Pdl, Udc, Idv, delegazione radicale e gruppo misto). Rispetto ai canoni vigenti, il nostro testo ha l’imperdonabile difetto di non essere riconducibile in via esclusiva a nessun partito: il Pd ha le sue proposte ufficiali, il Pdl le sue, l’Udc e l’Idv ne avevano già presentate alcune prima della nostra iniziativa bipartisan. In un clima costruttivo, proprio questa potrebbe essere la sua forza: per quanto lo si possa migliorare, insomma, è un testo che parte già da un minimo comun denominatore, e non ci vuole uno scienziato per capire che potrebbe essere un ottimo testo base. Ma se si continua a rinviare il confronto, dirottando l’attenzione sul burqa, la vedo abbastanza brutta.

venerdì, maggio 15, 2009

"Le Acli colf per un nuovo welfare della cura oltre il fai da te",




Molto partecipata l'assemblea provinciale delle ACLI Colf di Napoli che ha messo al centro della discussione: "Le Acli colf per un nuovo welfare della cura oltre il fai da te".
All'assemblea ha preso parte la responsabile nazionale Pina Brustolin che ha illustrato i temi del congresso nazionale a partire dal contributo delle collaboratrici familiari ad un welfare della cura capace di tutelare i diritti delle lavoratrici e delle famiglie.
Al congresso di Napoli presieduto dal presidente delle ACLI Pasquale Orlando hanno partecipato oltre cento delegate provenienti dai diversi nuclei territoriali.
Preponderante la presenza di donne straniere (soprattutto ucraine che hanno espresso voglia di partecipazione associativa ed anche preoccupazione per la fase attuale in cui sembra emergere nel paese una diffidenza verso i lavoratori stranieri.
"proprio il lavoro precario e non tutelato provoca insicurezza anche sul lavoro- ha detto Orlando- bisogna quindi garantire diritti e tutela in un quadro di riconoscimento del lavoro di cura e di sostegno alle famiglie popolari bisognose di assistenza".
Il vice presidente delle ACLI Enzo Cirillo ha posto l'accento sulla opportunità di una più vasta opportunità di partecipazione consapevole alle ACLi non solo sul versante sindacale e di tutela ma anche a partire dal consapevole diritto alla qualità della vita e al protagonismo sociale delle tante lavoratrici straniere che si rivolgono all'associazione. Già disponibili numerosi circoli acli per ospitare le autonome attività delle lavoratrici domestiche oltre a incrementare le azioni formative linguistiche e professionali.
Presentato al congresso un report ragionato sulle attività svolte e una ricerca condotta dalle sociologhe Anna Cristofaro e Maria Laura Biscaglia che ha svelato numeri, provenienze, bisogni e aspettative delle colf a Napoli.
Eletti in conclusione il nuovo consiglio provinciale e il gruppo di delegate che parteciperanno al congresso nazionale previsto per la prossima settimana a Roma.
Giunti all'assemblea calorosi messaggi di apprezzamento e collaborazione dal console ucraino e dal console onorario della Polonia.
(nella foto la responsabile Brustolin con alcuni dirigenti delle ACLI E ACLI COLF DI NAPOLI)

lunedì, febbraio 02, 2009

Napoli: "Spazio e tempo per l’inclusione sociale”, ultimi giorni per le iscrizioni.

“Spazio e tempo per l’inclusione sociale”, ultimi giorni per le iscrizioni.
Prende il via il 9 febbraio il progetto “Spazio e tempo per l’inclusione sociale”, finanziato dal Ministero del Lavoro e realizzato dalle ACLI di Napoli.
Il progetto si pone come obiettivo quello di offrire opportunità di socializzazione e di inclusione socio-lavorativa a donne immigrate impiegate nel lavoro di cura attraverso corsi di italiano e informatica, visite guidate, seminari specialistici sui temi del lavoro e dell’assistenza, e nel contempo offrire opportunità di socializzazione ed aggregazione agli anziani assistiti e alle loro famiglie.
L’idea da cui nasce il progetto è quella di aprire “spazi di socializzazione” per gli anziani che consentano alle assistenti familiari di trovare il tempo di svolgere un percorso di formazione, aggiornamento e socializzazione che contribuirà alla loro crescita professionale, stimolando e favorendo il processo di inclusione sociale.
Il percorso avrà una durata complessiva di 18 mesi e prenderà il via il 9 febbraio con il corso di italiano. Il progetto verrà realizzato presso il Circolo Acli Orizzonti di via Mariano Semmola, mentre le attività formative si svolgeranno sempre a Napoli presso l’Istituto De Nicola, via E. A. Mario.

Per informazioni chiamare al 081 5464924, oppure al 334 8575840.