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venerdì, ottobre 14, 2011

Cesvob: presentazione della ricerca su "I giovani e il volontariato"

Lunedì 17 ottobre 2011, alle ore 17.30, nell'Aula Magna del Centro Servizi del Volontariato, al viale Mellusi 68 in Benevento, si terrà la presentazione della ricerca 'Giovani e Volontariato', un'interessante ricerca sulla condizione giovanile nella Provincia di Benevento. Interverranno rappresentanti della società civile e delle Istituzioni.

Scarica la locandina [800KB pdf] dell'evento.

mercoledì, ottobre 12, 2011

Cesvob: presentazione della ricerca su "I giovani e il volontariato"


I dati saranno resi noti dal redattore Fabrizio Farina di Mediastat

E’ in programma lunedì 17 ottobre alle 17,30 presso l’Aula Magna del Centro Servizi al Volontariato di Benevento, un convegno dal titolo “Giovani e volontariato – Ricerca sulla condizione giovanile nella Provincia di Benevento”. Previsti i saluti del presidente del Cesvob, Giuseppe Di Nardo, del sindaco di Benevento, Fausto Pepe e del vice presidente del Centro, Antonio Meola. Tra gli interventi, che saranno moderati dal giornalista Billy Nuzzolillo, è previsto quello del vicario generale della Curia Arcivescovile di Benevento, Mons. Pompilio Cristino, del deputato del PD Costantino Boffa, della deputata del PDL Nunzia De Girolamo, del segretario Nazionale Fap, Pasquale Orlando e dell’assessore provinciale alle politiche sociali, Annachiara Palmieri. Inoltre, nel corso dell’incontro, sarà presentata la ricerca redatta da Fabrizio Farina di Mediastat, Società di Consulenza Statistica.

martedì, agosto 10, 2010

Ecco gli italiani dai piedi leggeri. di Franco La Cecla

leggo questa riflessione sul sito del Sole24ore che da una lettura della condizione dei giovani e della difficoltà a costruire nuova classe dirigente in Italia.

http://www.ilsole24ore.com/

C'è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent'anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell'esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l'Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell'Erasmus dalla scoperta che la vita all'estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all'estero in Europa «come se fossero in Italia».


Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d'arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un'agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po' più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell'università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un'ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.
Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un'apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l'unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l'Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant'anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all'Europa e al mondo.
La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l'incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!

È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all'estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un'italianità che gli "altri", gli "stranieri" riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l'Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.

Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l'efficienza, la convenienza - qui la vita costa quattro volte meno che in Italia - e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l'incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano - paese in cui va spesso - né thailandese, paese in cui gira i suoi film.
Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l'Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell'Appennino e sangiovese.

Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l'impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d'Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l'Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell'Europa non hanno mai capito: che l'euro e l'Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un'appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d'apertura e trasformazione.
Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama "luftmenschafte", uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un'espulsione: per l'Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.
Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c'è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.

mercoledì, marzo 10, 2010

Non rinunciate alla bellezza dei vostri sogni . Lettera ai giovani per la Quaresima del cardinale Sepe.

Lettera ai Giovani

Non rinunciate alla bellezza dei vostri sogni

Quaresima 2010


Miei cari Giovani,

il tempo della Quaresima ci vede impegnati nella preparazione all’evento che definiamo “il centro” della fede cristiana: la passione, morte e resurrezione di Gesù, nostro Signore e nostro Fratello.

In tale significativa circostanza, desidero fare alcune riflessioni con voi ed esprimervi non solo la mia vicinanza e il mio affetto, ma suggerirvi anche degli itinerari per vivere meglio la Quaresima, nelle complesse situazioni che ogni giorno bussano alla porta della vostra vita.

In questi anni, nelle visite alle comunità della Diocesi, ho sempre incontrato tanti di voi, giovani entusiasti e appassionati di Cristo e della nostra terra partenopea e meridionale, e ho cercato sempre di immedesimarmi nei vostri problemi, pregando ogni giorno per tutti voi e, soprattutto, per quanti di voi mi manifestano situazioni e disagi particolari.

Mi fermo a pregare davanti al Crocifisso e, in quel Volto sofferente e icona del riscatto, rivedo i vostri sorrisi, la vostra gioia di vivere, i vostri sogni e le vostre aspirazioni, ma intravedo anche sguardi tristi, pensierosi e delusi di tanti.

Spesso sono volti e occhi vuoti di speranza e senza orizzonti; occhi spenti che sembrano chiudersi alla vita e ai sogni, come se il tempo e la vita avessero tradito ogni aspettativa e non avessero più la forza di accenderli e di illuminarli; occhi colmi ora di lacrime, ora di sofferenza. Sono occhi di giovani mesti, che hanno smarrito o rischiano di smarrire il senso vero della vita e la loro stessa identità. Per loro la mia preghiera a Cristo si fa particolare e diventa più intensa, mentre invoco per tutti voi, cari giovani, la protezione e l’intercessione della Vergine Maria, la nostra Mamma celeste.

In questa Santa Quaresima voglio parlare a tutti: a quelli che credono e a quanti non hanno il dono della fede, offrendo a tutti l’annuncio del Vangelo, che è la “Buona notizia” e ci parla di un uomo, Gesù di Nazareth, che ha sacrificato la sua vita per salvare quella di tutti gli altri uomini, facendosi inchiodare sulla Croce, come un comune mortale, come un perdente, uno sconfitto, che però risorge poi a vita nuova ed eterna, quella vita che Lui ha promesso a tutti noi.

Una storia stupenda ed esaltante, un messaggio di amore in cui, alla luce del Vangelo, mi piace leggere la storia dell’umanità, la storia di ogni uomo che si affaccia alla meravigliosa avventura della vita.

Sappiamo che ognuno di noi incontra il dolore, la sofferenza e la morte. Nessuno può sfuggire a questa esperienza, che segna la complessità della nostra vita e il confine della nostra esistenza. Ma non dobbiamo avvilirci, non dobbiamo arrenderci, dobbiamo sperare nel cambiamento, resistere e vincere, ad imitazione di Cristo, il Figlio di Dio, che si è fatto crocifiggere ed ha portato con sé sulla Croce tutti noi, l’umanità intera, mostrandosi umiliato e sconfitto ma celebrando poi e facendoci vivere la bellezza e la gioia della Pasqua, della resurrezione a vita nuova.

Come poteva esprimere il suo amore per noi Dio, se non assumendo e vivendo in prima persona quello che è il limite della nostra vita, cioè la morte mediante crocifissione? Da allora, da quel momento nessuna croce sarà mai sola e definitiva: se e quando ci tocca salire sulla croce della vita, dobbiamo sapere che non verremo abbandonati a noi stessi e incontreremo Cristo, perché, nel momento del dolore e della paura, saremo con Lui, che ha vissuto la sofferenza della Croce, ma l’ha vinta ed è risorto.

Un amore senza fine quello di Cristo, che ha scelto di stare con tutti i crocifissi della storia, quella storia che, nella sua diversità, si ripete e, come duemila anni fa, continua a vedere inchiodati sui vari golgota della terra, fuori dalle mura di Gerusalemme, tante vittime dell’ingiustizia, della prepotenza, della malattia e della povertà. La Quaresima ci insegna che non possiamo celebrare la Pasqua senza tenere ben presenti il significato, il valore e la forza del Calvario e della Croce, senza rivolgere il nostro cuore e le nostre braccia ai “crocifissi” di oggi, ai più deboli, agli emarginati, ai sofferenti, agli ultimi.

Per questo vorrei proporvi un itinerario che possa creare spazi di riflessione, di preghiera e di impegno. Innanzitutto, dobbiamo saper :

riconoscere i nuovi “crocifissi”, i giovani immigrati che, con speranza e fiducia nell’umanità, attraversano i nostri mari e le nostre terre in cerca di futuro e spesso, invece, incontrano indifferenza, insensibilità e intolleranza, se non violenza e morte; i precari, i senza- lavoro; i giovani dai sogni infranti, soli e senza affetti; i giovani disoccupati.

Di fronte a tanta miseria, in nome della carità cristiana dobbiamo dire la verità, anche denunciando coloro che, ancora oggi, per egoismo, per arrivismo, per ingordigia, per arroganza o per inefficienza inchiodano sulla croce gli innocenti, i più deboli, i giovani.

E’ nostro dovere cristiano, comunque, liberare della croce, schiodare gli indifesi dalle loro croci e rimuovere situazioni di sofferenza, per costruire l’alternativa alle croci della vita, quella propria e quella degli altri, con lo slancio, la passione, la generosità e la forza che solo voi giovani possedete e sapete donare.

Mi piace richiamare qui, aprendomi pienamente a voi, l’immagine del Crocifisso che più mi è familiare e che certamente è tanto cara a molti di voi, cioè quella di San Damiano, che parlò a San Francesco d’Assisi. Sulla croce, gli occhi non sono chiusi perché Lui ha vinto la morte per sempre, ha dato la vita per ciascuno di noi e ci invita a donarci agli altri. Gli occhi aperti sono segno di una vittoria, di una mentalità nuova e di uno stile di vita autenticamente cristiano. Avere gli occhi aperti è dire a tutti la provvisorietà della croce e testimoniare che quella croce è fonte di speranza.

Nello sguardo vivo, sereno e luminoso di Cristo si intravede la storia di ognuno di noi, il percorso di coloro che vogliono dare un senso alla vita, che non si fermano alle apparenze e alle ingiustizie, ma vedono e affrontano tutto con speranza certa. Quello sguardo è un invito pressante e forte a diventare ogni giorno dispensatori di speranza, a guardare al futuro senza paure nè angosce, stando pure sulla croce, ma ad occhi aperti!

Cari giovani,

vi auguro, con affetto e sincerità, una vita senza croci, ma soprattutto vi auguro di imparare a riconoscere i crocifissi di oggi, ad avere sempre la forza e l’entusiasmo di pensare e costruire alternative alle vostre croci e a quelle degli altri. Vi assicuro che mi sento fortemente legato a voi, come padre e come amico, e che vi tengo costantemente presenti nelle mie preghiere e nel mio impegno pastorale, mentre vi auguro di sopportare con coraggio il peso delle inevitabili croci della vita, vivendo la bellezza dei vostri sogni per realizzare i vostri progetti e le vostre aspirazioni, perché siete la speranza che è certezza, perché siete il futuro dell’umanità.

Che questa Pasqua porti nei vostri cuori la certezza che non siete soli, che la sofferenza è umanamente possibile ma transitoria e che la forza dell’Amore e della Speranza vincerà così come Cristo ha vinto la morte!

Su tutti voi e sulle vostre famiglie scenda la benedizione del Signore e ‘A Maronna v’accumpagne!

Il vostro vescovo Crescenzio

venerdì, gennaio 15, 2010

Napoli: Contributi affitto per i giovani

Il Comune di Napoli, attraverso la sinergia degli Assessorati alle Politiche Giovanili e al Patrimonio e con il finanziamento del Ministero per la Gioventù, promuove un progetto finalizzato a favorire l'autonomia abitativa dei giovani in città.

L'iniziativa si rivolge a giovani che intendono avviare un processo di emancipazione dalla famiglia di origine in età compresa tra i 18 ed i 35 anni, anche cittadini comunitari o extra-comunitari in possesso di regolare permesso di soggiorno.

Per essere ammessi al finanziamento occorre essere titolari di un contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato, oppure stipulare, entro 60 giorni dalla comunicazione di ammissione al contributo, un contratto di locazione per un alloggio sito nel territorio del Comune di Napoli. I richiedenti dovranno avere un reddito complessivo non superiore ai dodicimila euro e non possedere immobili di proprietà nel Comune di Napoli ad eccezione, eventualmente, di quello occupato dai genitori.
Il contributo previsto è di duemila euro annui e comunque non potrà superare l'ammontare del canone di locazione. Il bando e la graduatoria prevedono l'assegnazione del punteggio in base ad una serie di indicatori "freddi" e la partecipazione on-line. Sarà infatti possibile accedere al bando collegandosi al sito www.pmm.napoli.it e seguire le istruzioni dal 25 gennaio al 25 febbraio 2010.
Sono stati stanziati complessivamente 1.150.000 euro, dei quali 750.000 destinati al bando per il 2010, e 400.000 ad un successivo intervento, finanziati con i fondi del Ministero per la Gioventù per progetti in favore dell'autonomia abitativa nelle città metropolitane.

E' la prima volta che viene promosso a Napoli un intervento per la casa specificamente indirizzato al pubblico dei giovani e questo strumento assume particolare rilevanza nella fase attuale di crisi economica in cui la precarietà del lavoro e la perdita di potere d'acquisto dei redditi hanno dato al disagio abitativo connotazioni molto diverse rispetto al passato. L'Amministrazione ha inteso quindi fornire una risposta innovativa e congrua allenecessità crescenti dei giovani ai quali viene dato oggi un contributo concreto per poter accedere al mercato degli alloggi.


Nel frattempo è stato liquidato il finanziamento di 14 milioni di euro stanziato dalla Regione Campania per il sostegno al fitto delle famiglie disagiate.

liquidazione contributi sostegno al fitto

L'Assessore alle Risorse Strategiche Michele Saggese ha dichiarato:
"Il Comune di Napoli ha liquidato in tempi minimi il finanziamento di 14 milioni di euro stanziato dalla Regione Campania per il sostegno al fitto delle famiglie disagiate. Già nei prossimi giorni verranno erogati i pagamenti agli aventi diritto.
La celerità e l'efficienza con cui il Comune ha agito per consentire alle famiglie delle fasce sociali più deboli della nostra città di usufruire, nel più breve tempo possibile, di questo fondamentale sostegno, dimostra quanto questa Amministrazione sia attenta alle politiche di inclusione sociale.
Abbiamo il dovere di stare vicini a quelle famiglie che, anche a causa dell'aumento dei canoni di locazione, incontrano difficoltà abitative.
All'emergenza casa stiamo rispondendo e continueremo a rispondere in maniera concreta attivandoci per realizzare il massimo per impedire, per quanto di nostra competenza, che le persone perdano un diritto fondamentale, cioè quello di avere un tetto sotto cui vivere.
Ora chiediamo risposte concrete dal Governo, invitandolo a rivedere la propria decisione di non prorogare gli sfratti. "

venerdì, gennaio 08, 2010

L’economia del 2009: i due fatti principali. di Leonardo Becchetti

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Leonardo Becchetti - da Benecomune.net

Due sono le fotografie essenziali dell’economia italiana che ci portiamo dietro dall’ultimo degli anni zero (il 2009). Quella positiva ci dice che da fanalino di coda del debito pubblico e del mondo bancario siamo stati, e di gran lunga, superati in peggio dai campioni anglosassoni e oggi possiamo vantare uno dei sistemi migliori in virtù della nostra prudenza e capacità di risparmio. Quella negativa ci ricorda che l’impatto della crisi sull’economia reale ha esasperato i limiti tradizionali del nostro mercato del lavoro e della distribuzione del reddito tra nuove e vecchie generazioni creando una fascia di precariato e di marginalità nei trentenni che non ha eguali in Europa.

Entrambe queste novità dipendono dalla gravissima crisi finanziaria mondiale che abbiamo affrontato. Per capire, relativamente al primo punto, come essa abbia trasformato il panorama bancario e finanziario basti ricordare che prima del cataclisma tutto veniva visto attraverso la lente del debito pubblico (trascurando il problema dei debiti delle famiglie e delle imprese) e della capacità del sistema bancario di creare valore per gli azionisti. Sulla base di questi criteri di giudizio eravamo gli ultimi della classe con un debito oltre il 100 percento del PIL (solo Grecia e Giappone peggio di noi) e con l’anomalia della presenza rilevante delle banche popolari, cooperative ed etiche che con la regola “una persona un voto” violavano il dogma capitalista che le persone contano in proporzione ai soldi che hanno e non per se stesse. Se prima della crisi la principale preoccupazione a livello europeo sembrava quella di sanare quest’anomalia, la crisi ha messo a nudo gli elementi perversi e ben più pericolosi del cortocircuito di avidità del modello anglosassone capovolgendo classifiche e giudizi di valore. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti la cattura dei regolatori, gli incentivi mal costruiti, l’eccesso di prestiti senza attenzione alle capacità di restituzione dei clienti e l’allontanamento del prestatario dal rischio di fallimento del debitore hanno portato al tracollo centinaia di banche e fatto schizzare i debiti pubblici (gonfiati dagli interventi di salvataggio dei governi) ben oltre il livello italiano, con tendenza ad ulteriore peggioramento per via di deficit molto superiori ai nostri (come avevamo già previsto in un articolo di quasi un anno fa su Bene Comune). Al contrario il nostro sistema ha retto, nessuna banca è fallita grazie alla qualità dei regolatori, agli anticorpi solidali e all’approccio non unicamente orientato alla creazione di valore per gli azionisti delle banche.

Se questa è la buona notizia dobbiamo purtroppo constatare che la crisi, con le sue conseguenze reali sull’export , sul sistema delle piccole e medie imprese e sul mercato del lavoro, ha acuito alcuni difetti tipici della nostra economia. Da sempre il nostro sistema ha premiato gli insiders (chi già lavora) rispetto agli outsider (chi è disoccupato o è un giovane in cerca di prima occupazione), ha fatto affidamento per quanto riguarda il welfare sui trasferimenti interni alla famiglia e ha spostato una quota eccessiva delle risorse disponibili sulle pensioni, aumentando il divario tra nuove e vecchie generazioni. Con la crisi finanziaria e le difficoltà dell’economia reale, le condizioni degli outsiders o dei quasi-outsiders (i lavoratori precari) si sono aggravate. Chi ha avuto la peggio sono coloro che, trovandosi in condizioni di difficoltà, non hanno potuto godere né degli ammortizzatori tipici delle grandi imprese, né della solidarietà interna alla famiglia con la sua capacità di assicurare i singoli membri dagli shock subiti. Non è un caso che una quota elevata di nuovi poveri è rappresentata da coniugi separati che hanno perso il lavoro o hanno un’occupazione temporanea o precaria che non consente di far fronte a tutte le necessità economiche per una vita dignitosa.

Quali sono le vie d’uscita e come utilizzare i nostri punti di forza per combattere le debolezze? La prima ricetta è quella di incentivare e promuovere la capacità delle banche di erogare credito alle piccole e medie imprese e la costruzione di regole discriminanti che favoriscano la creazione di una serie di istituzioni finanziarie solidali (la cui offerta potenziale è già presente ed articolata sul territorio) in grado di soddisfare le esigenze di chi è a rischio povertà evitando la caduta nei circuiti dell’usura o delle “finanziarie facili”. Nel campo del lavoro è necessario creare un sistema di ammortizzatori equo che non privilegi soltanto chi perde il lavoro nelle grandi imprese. Ci vogliono poi misure in grado di correggere lo squilibrio tra nuove e vecchie generazioni creando opportunità affinché i giovani possano costruire gradualmente percorsi di stabilità professionale fondamentali anche per le scelte di vita affettive.

Il discorso complessivo sul welfare e sul rapporto con la famiglia e la società civile è più complesso. La riflessione più recente dimostra che il modo migliore di utilizzare risorse finanziarie è quello di favorire la costruzione di relazioni e di reti di solidarietà all’interno delle quali circolino doni, gratuità, fiducia e responsabilità. Usare risorse senza tener conto di questo, o addirittura peggiorando il quadro delle relazioni e reti di solidarietà, è sia inefficiente dal punto di vista economico che dannoso per la soddisfazione di vita personale e il bene comune. La famiglia, le comunità, la vitalità delle associazioni della società civile non sono ferri vecchi ma esattamente quello che ci vuole per rendere vivo il principio di sussidiarietà e costruire una società solidale nella quale la vivacità e la partecipazione di tutti riducono il fabbisogno di risorse monetarie pubbliche necessarie per erogare un certo servizio sociale.

E’ dall’approfondimento di questa intuizione fondamentale che dipenderà il successo nel perseguimento nel bene comune in società nelle quali le risorse pubbliche saranno sempre più scarse e preziose, perché necessariamente orientate a servire il debito e a curare gli errori finanziari del passato.


giovedì, ottobre 22, 2009

Avellino: I giovani e le Acli si ritrovano al ‘Della Porta’



Avellino - Nel quadro di un articolato programma di sviluppo associativo le Acli Irpine promuovono presso il centro Sociale Samantha della Porta per domani alle ore 16:00 un incontro con i giovani. Le finalità dell’incontro tendono a valorizzare la creatività giovanile collegata agli ambiti di solidarietà, volontariato e impegno civile. I lavori saranno introdotti da Giovanni Perito, responsabile dello sviluppo associativo delle Acli provinciali. Sono inoltre previsti gli interventi di Francesca Silvestri, presidente provinciale e di Giuseppe Failla, responsabile nazionale dei giovani delle Acli. Il mondo istituzionale irpino sarà rappresentato da Antonia Ruggiero, assessore alle politiche giovanili della Provincia, da Pellegrino Guerriero, coordinatore provinciale del Forum dei giovani, e da Sergio Trezza, assessore alle Politiche Sociali e Giovanili del Comune di Avellino. Prima della conclusione verrà promosso un dibattito sulle tematiche dell’incontro, che vedrà impegnati i giovani aclisti dirigenti e responsabili del sistema acli-servizi del Movimento irpino dei lavoratori cristiani. Infine i giovani delle Acli promuoveranno ulteriori diversi incontri territoriali per “contribuire concretamente alla costruzione di un tessuto di base condiviso e fatto di riflessioni e di confronti e di continuo dialogo – spiegano - affinché si creino energie migliori e speranze nel futuro, desiderosi di trasformare le spade in aratri”.

mercoledì, aprile 29, 2009

Quarto: MUSICA, SPORT E TANTA ALLEGRIA, PER DIRE BASTA ALLE DROGHE E SI ALLA GIOIA DI VIVERE


Quarto, 29 APRILE 2009

SECONDA EDIZIONE DELLA “GIORNATA DEI GIOVANI FLEGREI”




Ragazzi, adulti ed Istituzioni, tutti uniti in una lunga catena umana che da Piazzale Europa del Comune di Quarto, si è sviluppata fino a circondare tutta la Casa Comunale e che ha visto partecipe anche il Primo Cittadino, a simboleggiare il patto di fiducia che lega le giovani generazioni con i rappresentanti delle Istituzioni, per dire basta all’uso di droghe ed alle nuove dipendenze. << È stato emozionante – sostiene il Sindaco di Quarto, Dr. Sauro Secone - essere circondato da centinaia di giovani a cui bisogna dare risposte concrete per alimentare l’entusiasmo ad una partecipazione attiva alla vita del loro paese, crescendo da protagonisti e no da soggetti passivi>>.

Si è conclusa con un grande successo la seconda edizione della “GIORNATA DEI GIOVANI FLEGREI”, promossa dal direttore del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL NA2 Nord, Dr. Giorgio Di Lauro e dalle ACLI “Campi Flegrei”, in collaborazione con il Comune di Quarto ed il Terzo Settore locale. Oltre 1000 ragazzi provenienti dai Comuni Flegrei e non solo, sono stati animati dalla musica di gruppi emergenti e dalla partecipazione gratuita di artisti come Luca Sepe, Massimo Burgada, Alberto Selli e Frank Tellina.

<< È stato possibile organizzare un tale evento, senza avere alcuna forma di contributo economico, grazie alla collaborazione del Terzo Settore locale ed al volontariato di tanti cittadini, sensibili all’iniziativa - dichiara il portavoce delle ACLI flegree Pino Di Maio - Stiamo già programmando l’evento del prossimo anno, che, assicuro, sarà di grande impatto sociale e che inizierà a vedere come sede della manifestazione un quartiere di periferia dove spesso le grida di aiuto restano inascoltate>>.

Segreteria organizzativa:

ACLI CAMPI FLEGREI

TEL/FAX 081.8543644

CELL. 339.87.80.519

E-MAIL aclicampiflegrei@libero.it

sabato, maggio 24, 2008

Prestazioni occasionali: parte la sperimentazione dei “buoni lavoro”

In occasione della vendemmia 2008, sarà avviata la sperimentazione delle prestazioni occasionali di lavoro di tipo accessorio per pensionati e studenti, attraverso la sottoscrizione di apposite convenzioni da stipulare tra Inps, Inail e Regioni.

L’iniziativa, che si inserisce nella campagna di emersione dal sommerso, offre concreti vantaggi per datori di lavoro e lavoratori. I primi potranno utilizzare le prestazioni lavorative senza bisogno di dover stipulare contratti e usufruendo della copertura assicurativa offerta dall’Inail; i secondi, invece, avranno la garanzia di una copertura assicurativa e contributiva. Il funzionamento è molto semplice: i lavoratori dovranno iscriversi in apposite liste di disponibilità, dalle quali i datori di lavoro attingeranno il personale necessario, comunicando all’Inail i nominativi dei lavoratori che intendono impiegare e acquistando una certa quantità di buoni con i quali avverrà il pagamento delle prestazioni lavorative. I buoni, il cui valore è stato determinato in relazione alla media delle retribuzioni contrattuali rilevate dall’Istat per il settore agricolo nel 2007, costeranno al datore di lavoro 10 euro ciascuno, e saranno versati al lavoratore in relazione alla quantità di lavoro prestata. Per ciascun buono, l’Inps pagherà al lavoratore 7,50 euro: la differenza di 2,50 euro servirà a coprire le quote contributive per Inps e Inail. Alla fine della sperimentazione, che durerà fino al 31 dicembre 2008, l’Inps procederà a un monitoraggio dei risultati che saranno poi valutati dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.
(Fonte: Inps)

giovedì, aprile 03, 2008

Perché i ragazzi non amano la scienza

Perché i ragazzi non amano la scienza

Alessandro Giuliani - 02/04/2008

Uno dei luoghi comuni più pervicaci, che troviamo ripetuto in varie salse e forme nei mezzi di comunicazione e nei proclami delle agenzie internazionali, è quello della crescente disaffezione di giovani dei paesi occidentali per le materie scientifiche.

In Italia questo fenomeno è accompagnato da sconfortanti statistiche sullo scarsissimo punteggio ottenuto dai giovani delle scuole superiori nei test che saggiano la loro preparazione in ‘materie scientifiche’.

Questo fenomeno di progressiva disaffezione per le scienze si accompagna alla crescente occupazione dei posti di ricercatore nelle università americane di giovani provenienti da paesi emergenti come l’ India, la Cina e soprattutto Singapore che tra l’altro risulta sempre al primo posto per l’abilità matematica dei suoi studenti. Le risposte che si cercano di dare a questo problema (che comunque come vedremo è difficilmente considerabile come un fenomeno unitario) sono le più varie e vanno da una piuttosto vacua spettacolarizzazione della scienza (festival della matematica e delle scienze, musei della scienza..) all’ abbattimento delle tasse universitarie nelle facoltà scientifiche, alla costruzione di comitati ad hoc della Unione Europea per ricucire il rapporto tra scienza e società e per migliorare l’immagine della scienza (e degli scienziati) nella popolazione.

Credo che l’unico modo onesto di parlare di questo problema sia quello di rifuggire da banalità del tipo ‘l’ Italia non ha mai avuto una solida tradizione scientifica a causa della sua cultura idealista di stampo Crociano’ o ancora peggio ‘per colpa della tradizione Cattolica’. Si tratta di cose assolutamente false per vari ed evidenti motivi, primo fra tutti il semplice fatto che questa disaffezione è fenomeno di questi ultimi dieci anni, e quindi difficilmente ascrivibile a tradizioni di lunga storia, per non parlare poi del fatto che gli scienziati italiani sono unanimemente stimati e rispettati in tutto il mondo e che la tradizione Cattolica (in special modo con le scuole dei gesuiti) ha sempre dato alla formazione scientifica un posto preminente (molto maggiore di quello a lei assegnato nella scuola laica). Il problema comunque esiste e non è di poco conto, vale per questo sicuramente la pena di affrontarlo con serietà. Intanto iniziamo dalle definizioni, siamo sicuri di sapere di cosa stiamo parlando quando parliamo di ‘materie scientifiche’ ? E’ lecito accomunarle sotto un'unica denominazione e quindi implicitamente considerare che le abilità utili ad un giovane che si iscrive al corso di laurea in matematica siano assimilabili a quelle che spingono un altro a voler intraprendere lo studio della biologia oppure ad iscriversi ad ingegneria ?

La mia risposta è ‘sicuramente no’, si tratta di studi differenti, che implicano abilità e sensibilità molto diverse fra di loro, anzi (parlo per esperienza personale) chi nutrisse (come accadde a me) delle velleità transdisciplinari deve lottare molto e scegliere dei sentieri eterodossi di solito osteggiati dal mondo accademico per costruirsi un curriculum scientifico ‘generalista’ rinunciando alla specializzazione estrema a favore di uno sguardo più ampio. A quasi cinquanta anni devo dire che la scelta ‘generalista’ mi ha molto favorito nel lavoro ma a venti anni la cosa non era altrettanto chiara e questa via mi è stata resa possibile paradossalmente dalla grande confusione che regnava nel remoto 1977 nell’ Università ‘La Sapienza’ e non senza opposizioni da parte della maggioranza del corpo docente.

Non è facile cercare un denominatore comune che renda plausibile la categorizzazione ‘materia scientifica’ : immaginare che le facoltà scientifiche siano quelle ‘dove si studia molta matematica’ è una palese assurdità, il grado di sofisticazione matematica del 90% dei biologi è sicuramente inferiore a quello di un buon liceo scientifico, a medicina (ma medicina è una facoltà scientifica ? Alcuni direbbero di sì, altri di no) la matematica proprio non si studia, laddove un economista ha nel suo curriculum dosi di matematica sicuramente maggiori di quelle di un biologo e paragonabili a quelle di un laureato in chimica (anche se di una matematica di tipo molto diverso). D’altro canto la matematica ‘pura’ (aldilà dei proclami scritti sui manifesti dei festival) non è una scienza ma un insieme di metodiche ed una forma mentis che in molti problemi scientifici risulta di grande aiuto, ma il suo stesso carattere deduttivo (date certe premesse un ragionamento corretto porta a delle conseguenze uniche e necessarie, l’intero processo avviene all’interno di un universo di simboli con nessuna relazione obbligatoria con il mondo esterno) la rende molto diversa dallo schema base della scienza che è essenzialmente induttivo (una serie di osservazioni sul mondo esterno, apparentemente eterogenee , vengono riunite in un modello approssimato che le riassume in maniera plausibile, fermo restando che il modello resta per definizione falsificabile e superabile da ulteriori osservazioni). Ma allora di che cosa stiamo parlando ?

In realtà rimane assolutamente lecito parlare in modo unitario di scienza se consideriamo tre dimensioni fondamentali, comuni a tutte le discipline, del ‘mestiere di scienziato’:

a) La dimensione ‘ludica’ ed anarchica.

b) Lo sforzo collettivo.

c) Il primato della cultura materiale sulla cultura togata.

leggi tutto su:
www.benecomune.net

sabato, marzo 22, 2008

Don Mazzi: «I giovani? Per loro c'è solo la politica dei cerotti»

Don Mazzi: «I giovani? Per loro c'è solo la politica dei cerotti»

di Daniele Biella (d.biella@vita.it)

20/03/2008
Giovani
«Occorre cambiare passo». Le proposte del fondatore di Exodus e di
altre sette associazioni



Lettera aperta ai Candidati Premier alle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008: scarica il pdf




Inoltre su Vita.it:

Verso il 13 aprile: la politica incontra il non profit, segui le elezioni passo passo!

Una lettera aperta per denunciare la scomparsa dei temi legati ai giovani dai programmi dei gruppi candidati alle prossime elezioni del 13 aprile. Questa la scelta di don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, Andrea Olivero, presidente delle Acli, e altri operatori del non profit italiano, tra cui Agesci, Csi (centro sportivo italiano), Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche).




Una lettera in cui i mittenti elencano le priorità per una politica che guardi al mondo giovanile come una risorsa e non un problema, nei vari campi d'azione: in famiglia, a scuola, sul lavoro, nel tempo libero. “Questo il messaggio: signori politici, non ci siamo proprio”, dice a Vita don Antonio Mazzi nello spiegare il significato della missiva, “in entrambe le ultime due legislature non abbiamo visto nessun grosso sforzo per cambiare le cose. Per questo ora prendiamo carta e penna”.



Vita: Quali sono gli obiettivi della lettera?

Don Antonio Mazzi: Partiamo da una considerazione di estrema attualità. Si fa tanto parlare di problemi strutturali come la benzina, le beghe di Alitalia, e ci si dimentica di dare alle persone l'importanza che meritano. Ancor più se sono giovani, alle loro speranze non si accenna in nessuno dei programmi elettorali! Noi non siamo d'accordo che essi ricevano sempre le briciole, che siano quasi sempre rappresentati come disagiati e come un problema dalla difficile risoluzione. Vogliamo politiche giovanili a 360 gradi, sulla famiglia, sulla scuola e su tutti gli ambiti in cui vi siano presenti i giovani. Finora, però, non c'è stato alcuno sforzo culturale o finanziario in tal senso, se non per situazioni puntuali, in corrispondenza di fatti di cronaca. E' ora di smetterla con questa che io chiamo “la politica del cerotto”.




Vita: Che passi dovrà fare il nuovo Governo?

Don Mazzi: Una cosa molto concreta: creare un Dipartimento delle politiche giovanili, direttamente sotto la Presidenza del Consiglio, come già avvenuto da tempo in molti altri paesi. Solo con uno strumento del genere i politici potranno dimostrare una vera attenzione verso il mondo dei giovani. Oggi invece sono miopi, lontani da loro. Basta vedere quanto la classe politica si perda in battibecchi, non lasciando spazio a più concreti e utili dibattiti.



Vita: Come si propongono le associazioni del non profit?

Don Mazzi: Come un gruppo compatto che sia un autorevole interlocutore per il Governo che verrà. Per fare questo siamo coscienti che dobbiamo lavorare meglio, evitando i campanilismi degli ultimi tempi e, di conseguenza, recuperando il tempo perso. Dobbiamo riuscire a passare dalle azioni riparatorie a una efficace prevenzione. Questa lettera aperta è un buon esempio di collaborazione per una giusta causa educativa, che tutti sentiamo come prioritaria per il nostro paese.


giovedì, dicembre 06, 2007

Ecco Ice, la droga dei ragazzi: può uccidere


Le indagini sul giovane morto alla festa di Halloween: sequestrato stupefacente sintetico. Un arresto

LEANDRO DEL GAUDIO È la droga dei rave e degli sballi in discoteca o nelle feste private. Si diluisce nell’acqua, si succhia tra lingua e palato, in alcuni casi viene squagliata sul fuoco e inalata. Non costa molto - non più di 25 euro per un quarto di grammo, la dose base - e, con ogni probabilità, a Napoli ha già ucciso una volta. Ne sono convinti gli uomini della Narcotici, che ieri hanno disposto il primo grande sequestro in Italia del cosiddetto «shaboo», l’ultimo ritrovato in materia di sostanze da sballo. La chiamano la droga dei Filippini (è originaria di Manila), ma anche «Ice» o semplicemente «chicco», perché simile a un cristallo di sale grosso: da ieri mattina ha anche un preciso canale di rifornimento locale. L’altra mattina, l’arresto di Ferdinando Fasano, 38 anni, accusato di detenzione e spaccio di sostanza stupefacente. Residente nella zona dei Camaldoli, custodiva in casa oltre settantamila pasticche di ecstasi, oltre a una notevole quantità di «shaboo», roba che se messa sul mercato avrebbe garantito guadagni a cinque zeri. Non un insospettabile, dal momento che gli uomini della Narcotici lo tenevano da tempo sotto controllo, Fasano non è neppure il classico pusher della mala Napoli. Nulla a che vedere con le Vele di Scampia o con le dosi calate dal balcone tra i vicoli di Forcella o dei Quartieri Spagnoli: la vita di Fasano - secondo le prime indagini - iniziava dopo mezzanotte: e ruotava attorno ai circuiti del divertimento, discoteche e party a Napoli e in provincia. L’arresto scatta nel bel mezzo dell’inchiesta sulla morte di Pasquale Russo, il 23enne deceduto dopo aver preso parte a una festa alla Mostra d’Oltremare, durante la notte di Halloween, siamo tra il 31 ottobre e il primo novembre. Un’inchiesta ancora aperta (alla quale risulta estranea la posizione di Fasano) che attende l’esito di una perizia tossicologica sul corpo del ragazzo. Eppure gli inquirenti della Mobile non escludono che Pasquale Russo possa essere stato stroncato proprio dai famigerati «chicchi». Magari miscelati con medicine che in genere «accompagnano» alcool e sostanze stupefacenti. Ma il boom cittadino dello «shaboo» tiene in allerta gli investigatori. Si tratta infatti di droga troppo nuova per il mercato napoletano, che rischia di colpire chi non ne controlla il dosaggio, chi è semplicemente alle prime armi in materia di sballo festaiolo. Il concentrato di metanfetamina si sta imponendo sul mercato. Ha un suo canale di approvvigionamento, sbarcando in Europa via Paesi Bassi, per raggiungere Milano, Roma e Napoli. Magari utilizzando anche i canali (sperimentati) sulle rotte della Spagna. Dopo la morte di Pasquale Russo, dunque, le indagini (condotte anche dai carabinieri) hanno cercato di individuare gli spacciatori che forniscono giovani frequentatori dei locali notturni. Il primo a finire in cella è stato Fasano. Oltre alle 70mila pasticche di ecstasy, l’uomo custodiva nella propria abitazione anche 500 grammi di hashish, un chilo e mezzo di «shaboo». Ora, per dare una risposta certa alla morte del 23enne, occorre stabilire la causa del decesso, al termine della perizia tossicologica, nel corso delle indagini coordinate dal pm Vincenzo Piscitelli.

sabato, novembre 10, 2007

Archeosannio, la cooperativa sociale delle Acli di Portici su Rai Tre

Un esempio di autoimprenditorialità di valore

Durante la trasmissione Racconti di vita, in onda su Rai3 domenica 11 novembre 2007 alle ore 12.45, verrà trasmesso un servizio sulla Cooperativa sociale Archeosannio, nata nell’ambito del circolo Acli di Portici Don Lorenzo Milani. Archeosanno è un opera nel settore educativo ed è impegnata nell'ambito del turismo scolastico attraverso una variegata offerta di servizi per scuole di ogni ordine e grado. Archeosannio è titolare del marchio "Città delle scuole" ed opera attraverso i siti internet
www.cittadellescuole.it

www.laboratoriarcheologici.it


Nel corso della trasmissione verrà raccontata la genesi del progetto, e illustrato come vengono realizzate le attività.

sabato, ottobre 06, 2007

Tipologia del bamboccione

Viaggio nel mondo dei giovani-vecchi:Padoa-Schioppa? Ci ha fatto indignare


Dunque, generazione bambocciona. Ma cosa c’è poi dentro? Perché non sono tutti precari, i bamboccioni, è ovvio; ma molti sì. Di certo il bamboccione è (anche) uno che usa Internet, un blog della «Stampa» in una mattinata ha disegnato un’intera fenomenologia del genere. Perché in realtà bamboccione è tutto, in Italia, c’è chi (la maggioranza) si è offeso con Tps e gliene dice di ogni, ma chi rivendica l’epiteto, chi ha un buon motivo e quelli i cui motivi non sono belli da verificare, chi vorrebbe ma non può e chi serenamente non vorrebbe, chi dice vaffa alla sola idea del rischio e chi è stato troppo bastonato per crederci ancora. E forse mai - questo è un merito di Padoa Schioppa - epiteto del teatrino politico ha scaldato così tanto il cuore di un pezzo di società vera.

Bamboccione superprecario
Una figura dominante è lui, quello che non se ne va perché «sono laureato da 10 anni, ho cambiato una decina di lavori, dal 1° ottobre 2005 lavoro da co.co.co. per un Comune». Figura che trova il completamento nel sottopagato e arrabbiato, «raddoppiateci lo stipendio e vedrete che fuori casa ci andiamo subito, io ho 35 anni e guadagno 1300 euro al mese da oltre sette, come si fa quando gli affitti non sono inferiori a 500 euro?». Ma c’è anche altro, poi.

Bamboccione sentimentale
Si è bamboccioni per sentimento, per esempio, o per necessità di autoingannarsi. «Ho 33 anni, guadagno 2 mila euro al mese e vivo con mammà». Che ignavia, direte. «Le do 300 euro al mese, e le ho prestato 80 mila euro perché acquisisse in modo completo una proprietà di famiglia, che altrimenti si sarebbe preso mio padre, con la seconda moglie rumena e ora una russa. Alla prima aveva comprato una villa, alla seconda paga gli alimenti». Gli olandesi se ne vanno fuori casa, sì, ma non si immolano così per la mamma. Volevate la famiglia, no?

Bamboccione consumatore
Siamo così, bene o male che sia. E a volte il bamboccione tutto sommato serve. «Conosco giovani - dice Ilaria V. - che preferiscono buttare i soldi in serate, cellulari, vestiti, cene, bevute, giovani che preferiscono rimanere nel limbo dell’eterna adolescenza. Sono una categoria coltivata dai pubblicitari, il principale business sono i bamboccioni». Ed è stanca di stare con gente che «deve fare l’amore in auto a 35 anni».

Bamboccione con alibi
E tuttavia i miei alibi e le tue ragioni si mescolano, e un trentottenne con 1200 euro al mese può restare a casa perché, dice, ultimo di sei figli, con due genitori anziani. Oppure una non-bambocciona può invidiare, altro che prendere in giro, il bamboccione. «Sono una ragazza di 36 anni, fuori casa da quando ne ho 22. Non ho fatto l’università, ho iniziato subito a lavorare nell’informatica. Dal 96 ad oggi ho avuto solo contratti co.co.co e adesso co.co.pro di un anno cambiando aziende e città, non ho mai abitato da sola ma sempre condividendo appartamenti. Lo stipendio (a giornata, quindi ad agosto e dicembre prendo poco) non supera i 1200 euro, non ho più la macchina perché non riesco a mantenerla, non ho nessun aiuto dalla mia famiglia». E sapete che suggerisce? «Bamboccioni, restate in famiglia finché potete».

Bamboccione con dilemma
Se emigri puoi esser vincitore come Massimo Troisi, perché non crederci? Però il mondo è fatto anche di Lello Arena. Giudi S. ha studiato un anno in Germania, dove «gli studenti ricevono dei soldi per mantenersi da soli. È facile non essere bamboccioni così. Peccato che in Italia tutto questo sia fantascienza». O a volte si resta bamboccioni come in un deserto dei tartari, aspettando: un marito, un colpo di fortuna, un po’ di coraggio.

Bambocciona cerca famiglia
Ale, per dire, è laureata con il massimo dei voti, «vivo con 700 euro al mese, lavoro in stage da quasi un anno, vorrei solo un po’ di stabilità economica per mettere su famiglia». Ma bisogna anche ascoltare le mamme, o le fidanzate. Madri sfinite per figli «sempre a piagnucolare per le magliette non stirate e non lavate, sempre serviti e riveriti, sesso gratis e a go go... almeno ai miei tempi uno il rapporto umano e anche fisico se lo sospirava un po’», e magari veniva voglia di andarsene. O forse non sono tantissime le ragazze come Stefania, «ho 33 anni, lavoro da quando ne ho 19, mi sono sacrificata quando è stato il momento, i ragazzi non possono pensare di cercare il lavoro fisso per sistemarsi, dov’è l’inventiva, il rischio, l’avventura che dovrebbero esser tipici dei giovani?». Perché c’è stato un giorno in cui bamboccioni siamo stati tutti; almeno, in quel secondo prima di andarcene; e forse è una donna quella che ci ha salvato.
www.lastampa.it/iacoboni

giovedì, ottobre 04, 2007

"Siete bamboccioni" e i giovani non ci stanno .

Il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa li chiama "bamboccioni", ma per il portavoce del Forum nazionale dei Giovani, Cristian Carrara, i ragazzi che restano a casa di mamma e papà oltre i trent'anni sono solo "costretti a farlo".

La Finanziaria prevede detrazioni fiscali sugli affitti per i giovani residenti in una casa diversa dall'abitazione principale dei genitori. Il ministro parla di "una misura interessante e importante", perché "serve a mandare, quelli che io chiamo i bamboccioni, fuori di casa. Un'incentivazione a farli uscire visto che restano a casa fino a età inverosimili, non diventano autonomi, non si sposano mai". Ma la realtà dei fatti, secondo Carrara, è ben diversa: "I problemi sono strutturali di un Paese che non dà posti di lavoro stabili, non permette ai ragazzi di accedere a un mutuo e non li aiuta di più negli affitti".

"Certo - continua Carrara - tutte le misure che vengono prese sono positive, ma non è un bonus di mille euro che risolve il problema. Lo stare in famiglia è spesso una necessità. Ci saranno anche i bamboccioni, come li chiama Padoa-Schioppa, ed è vero anche che i giovani italiani amano poco il rischio, ma a questo punto le questioni sono due: una strutturale, per cui servirebbero misure che aiuterebbero il giovane ad essere imprenditore di se stesso e una che è legata alla responsabilità dei genitori". "Sono i padri e le madri - conclude Carrara - che li fanno rimanere in casa".

mercoledì, settembre 19, 2007

270.000 giovani meridionali sono andati al nord. Rapporto Svimez 2007 sull'economia del Mezzogiorno.

Anche se, stando ai dati Istat del 2006, il numero delle persone occupate è aumentato dell’1,6%, c’è stata una ripresa delle emigrazioni stabili e temporanee verso il Nord e la sensibile contrazione della ricerca di lavoro. Sono due fenomeni alimentati dalla persistenza al Sud di un sistema produttivo ed economico di dimensioni tali da non soddisfare la domanda di lavoro. Per quanto riguarda le migrazioni, va sottolineato come a pertire dalla seconda metà degli anni ‘90 si sia assistito ad una ripresa della mobilità residenziale di apprezzabile intensità ma con caratteristiche decisamente diverse dal passato. Infatti, nella fase più recente, è prevalente il coinvolgimento della componente giovanile più scolarizzata. A ciò si aggiunge che i giovani migranti meridionali fanno spostamenti temporanei che non comportano cambiamenti di residenza anagrafica. Nel Rapporto si fornisce una prima stima del numero degli abitanti delle regioni del Mezzogiorno che si trasfriscono a vario titolo nelle regioni del Centro - Nord. Nell’ultimo anno, i meridionali che hanno trasferito la loro residenza nel Centro - Nord sono oltre 120mila. Gli spostamenti temporanei si possono stimare in circa 150mila unità. Nel complesso, quindi, si sono spostate dal Sud verso Nord circa 270mila persone. Altro elemento da sottolineare è quello della progressiva riduzione delle persone in cerca di occupazione del Mezzogiorno, anche se i disoccupati sono diminuiti nel 2006. Ma le cose non sono così semplici. Infatti, il numero dei disoccupati è sceso perchè quelli che non risultano più in cerca di occupazione hanno smesso di dichiararsi in cerca di lavoro. La fuoriuscita dei disoccupati verso la “non attività” è un elemento di forte criticità del mercato del lavoro meridionale e richiederebbe maggiori approfondimenti.


Per saperne di più, visita il sito www.svimez.it

venerdì, agosto 31, 2007

Al sud laurearsi non basta. Lavoro «per conoscenze»

Spesso al Sud la laurea non basta per trovare lavoro. Un quarto dei laureati meridionali che a tre anni dal titolo di studio è occupato nel Mezzogiorno ha trovato l'impiego attraverso conoscenze. Lo sottolinea lo Svimez in uno studio dal quale emerge che la percentuale si dimezza per quei laureati meridionali che studiano al Nord e decidono di non tornare nella regione di appartenenza.

Al Sud le segnalazioni e le conoscenze quindi rappresentano il canale più seguito nella ricerca del lavoro sia tra coloro che studiano nel Mezzogiorno (vale per il 24,6% dei casi), sia per coloro che studiano al Nord ma decidono di tornare dopo la laurea (il 22,9% di chi lavora trova l'impiego tramite conoscenze). Tra coloro che studiano al Nord e decidono di non tornare solo il 12,3% trova lavoro tramite conoscenze, una percentuale simile a coloro che pur studiando al Sud emigrano al Nord per cercare occupazione (il 13,8%).

I laureati del Sud che sono riusciti a trovare lavoro nelle regioni di appartenenza (a tre anni dalla laurea erano 20.700 su 34.500 occupati complessivi tra i 55.000 laureati meridionali nel 2001) hanno fatto ricorso alle conoscenze nel 9,3% dei casi, alla segnalazione nell'11,7% dei casi e alla collaborazione a una attività familiare nel 3,6% dei casi. Le percentuali si riducono di molto tra i laureati meridionali che hanno studiato al Nord e hanno deciso di non tornare nel territorio d'origine (3,4% hanno trovato lavoro tramite conoscenze, l'8,6% tramite segnalazione e lo 0,3% collaborando a una attività familiare).

Tra coloro che risultano occupati avendo iniziato una attività autonoma ci sono il 13,7% di coloro che hanno studiato al Sud e lì sono rimasti, ma anche il 18,6% di coloro che hanno studiato al Nord ma poi sono tornati nel Mezzogiorno. Hanno iniziato una attività autonoma invece solo il 6,2% di coloro che hanno studiato al Centro Nord e non sono tornati e il 7,9% di coloro che si sono trasferiti solo dopo la laurea.

L'invio del curriculum è risultato un canale utile per trovare lavoro nel 22,2% dei laureati «immobili» e nel 25% dei casi dei «mobili tornati». Per i mobili non tornati il curriculum è servito per il 24,9% dei casi mentre per coloro che si sono trasferiti dopo la laurea è servito nel 23,7% dei casi. Il collocamento pubblico è servito solo nell'1,7% dei laureati del Sud mentre l'agenzia privata di mediazione tra domanda e offerta di lavoro è stata utile nel 2,3% dei casi.

Il 15,3% di coloro che si sono trasferiti dopo la laurea hanno trovato impiego tramite inserzione su un giornale, il doppio dei casi rispetto a coloro che sono rimasti a studiare e a lavorare al Sud (7,8%). Infine il concorso pubblico mantiene tra i laureati meridionali un grande appeal con il 15,1% di coloro che lavora che ha trovato impiego come travet.

Quasi la metà dei laureati meridionali che a tre anni dal conseguimento del titolo di studio lavora è stata costretta per trovare un impiego a emigrare al Nord: è quanto emerge da una ricerca dello Svimez secondo la quale su 55.000 laureati residenti al Sud al momento dell'iscrizione all'Università ne lavoravano dopo tre anni 34.500. Ma se 20.700 ha trovato impiego nelle regioni di appartenenza sono circa 13.800 quelli che invece lavorano nelle regioni del Nord.

«La percentuale tra i laureati meridionali che lavorano - spiega il vice direttore dello Svimez Luca Bianchi - è del 40% ma sale al 50% se si considerano le lauree scientifiche».

La tendenza alla mobilità territoriale dei laureati del Mezzogiorno si è intensificata - si legge nello studio Svimez - a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Tra il 1994 e il 2000 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro Nord circa 850.000 persone ma anche nei primi anni del decennio attuale si sono trasferite oltre 100.000 lavoratori all'anno. La differenza rispetto alle ondate migratorie degli anni Cinquanta e Sessanta è nelle quantità ma anche nella tipologia dei lavoratori che si spostano. Nel 2003 il 49% di coloro che si sono spostati avevano un diploma superiore o una laurea contro il 41% del 1999.

La laurea, soprattutto per i ceti sociali più bassi, riduce il rischio di disoccupazione ma non quello di trovare un'occupazione mal retribuita. I laureati del Sud che trovano un impiego al Nord spesso hanno contratti con condizioni peggiori dei loro colleghi che riescono a restare nel Mezzogiorno. Il 60,3% dei laureati meridionali che lavorano nel Centro-Nord a tre anni dalla laurea lavora con un contratto a tempo determinato contro il 41,7% di coloro che hanno studiato e trovato impiego nel Mezzogiorno.