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sabato, luglio 03, 2010

Adriano Giannola è il nuovo Presidente della Svimez.




La Fondazione Idis si congratula con il suo Consigliere di Amministrazione.

Mercoledì 30 giugno, presso la sede di Roma della Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, il Consiglio di Amministrazione ha indicato ed eletto Presidente all’unanimità, il Consigliere di Amministrazione della Fondazione Idis, Adriano Giannola.
Il Presidente Giannola già professore di Economia Bancaria presso l’Università Federico II di Napoli, Presidente dell’Istituto Banco di Napoli e membro della Commissione Cultura della sezione italiana dell’UNESCO, condivide da molti anni la vision e la mission della Fondazione Idis fino a divenirne Consigliere, affiancato da Adriana Buffardi, Pietro Greco, Mario Raffa e Vincenzo Lipardi, con la presidenza di Vittorio Silvestrini.
Il ruolo di Giannola all’interno del Board of Director della Fondazione Idis-Città della Scienza, ha generato fin dalle sue prime collaborazioni un grande slancio della Fondazione verso scelte strategiche tese ad inglobare nei progetti nazionali e internazionali le politiche di sviluppo del Mezzogiorno di Italia, azioni che ben si collegano al background professionale di Adriano Giannola.
Gli obiettivi dell’associazione Svimez che dal 1946, anno della sua costituzione, promuove lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia, elaborando concreti programmi di sviluppo per le attività industriali, ritroveranno nel nuovo Presidente, l’impegno, sempre vivo e concreto, ad assicurare e consolidare il ruolo della Svimez stessa, in un contesto economico e sociale così difficile, in funzione di un positivo reinserimento del Mezzogiorno come opportunità di sviluppo per l’intero sistema Italia.

lunedì, agosto 10, 2009

Le gabbie salariali per il Sud hanno avuto la loro ragione d’essere in un’altra epoca. Lepore (Svimez): il Mezzogiorno deve responsabilizzarsi

«I politici siano innovativi. Chi sbaglia si faccia da parte»


Lepore (Svimez): il Mezzogiorno deve responsabilizzarsi

(di Filippo Caleri da il Tempo)

«Le gabbie salariali per il Sud hanno avuto la loro ragione d’essere in un’altra epoca. La crisi economica oggi impone la ricerca di soluzioni per creare reddito aggiuntivo piuttosto che comprimere quello che c’è già». È una bocciatura senza appello quella che arriva da Amedeo Lepore, docente di storia economica a Bari e consigliere di amministrazione dello Svimez, sull’idea lanciata dal premier Berlusconi per una differenziazione dei salari tra le regioni d’Italia. Lepore ha ricoperto incarichi istituzionali nel comune di Napoli ed è uno dei più ascoltati consiglieri sulle tematiche del Sud dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Cosa propone al poste delle gabbie?

«Meglio dare premi alla produttività ovunque si maturi piuttosto che tenere bassi i salari. E poi incentivi automatici alle imprese del Sud come il credito d’imposta automatico sugli investimenti».
Berlusconi parla di un piano decennale per trasformare il Sud. Che giudizio ne dà?
«I contenuti ancora non precisamente delineati vanno agganciati a un metodo per evitare che si faccia solo un elenco di questioni che restano sulla carta».

Qual'è?

«Da un lato la piena applicazione dell’art. 119 della Costituzione che prevede lo sviluppo strategie nazionali per superare il divario tra Nord e Sud. Questo insieme a un coordinamento della spesa per concentrarla su obiettivi di carattere industriale. In più serve uno presa di coscienza da parte di tutto il Sud che deve fare un passo avanti e prendersi le sue responsabilità».

Uno dei tasti battuti dal premier è proprio quello della classe dirigente meridionale che non ha saputo approfittare delle risorse stanziate in questi anni?

«È uno dei punti chiave del processo di trasformazione. C’è da recuperare un divario che separa il Sud dal Nord da 60 anni. E oggi più che mai è necessaria una classe dirigente meridionale innovativa che abbia una visione nazionale e metta da parte la sola rivendicazione di risorse e gli intenti separatisti. I politici impegnati in questa sfida che non hanno o non raggiungono gli obiettivi devono mettersi da parte».

Può spiegare la «visione nazionale»?

«Far uscire il Sud Italia dall’arretratezza è un problema di tutto il Paese. Lo dice una ricerca dell’Università del Galles sulla competitività di 145 aree regionali di tutto il mondo. La Lombardia è la prima regione italiana della classifica e si piazza al 96esimo posto. Senza il Meridione l’Italia non va da nessuna parte».

Che direzione deve prendere il piano del governo?

«La parola è una sola: reti per lo sviluppo. Che sono sia quelle di trasporto ma anche quelle immateriali che connettano la formazione e il lavoro. E ancora le reti del credito».

Non basta la Banca del Mezzogiorno?

«Va bene il potenziamento della rete del Credito Cooperativo immaginata da Tremonti ma non bisogna dimenticare il rafforzamento di quello a favore dell’investimento di medio e lungo termine».

C’è un elemento che può far fare il salto di qualità al Sud?

«Le nuove tecnologie possono fare delle regioni meridionali una Silicon Valley di beni immateriali. Un sistema di innovazione aperte che metta in contatto i ricercatori, i tecnici e le università, con il sistema delle piccole e medie imprese che cercano soluzioni ai problemi. In questo modo un sistema frammentato può unirsi e diventare una massa critica. Tutto questo però che rappresenta sviluppo locale va sostenuto con un disegno nazionale».

lunedì, maggio 18, 2009

Open innovation e mezzogiorno: forse c'è un vantaggio!

La crisi economica non è alle nostre spalle, come con eccesso di superficialità si è sostenuto nelle ultime settimane. Infatti, nel suo bollettino di maggio, la Banca Centrale Europea ha messo in evidenza che l’economia globale, compresa quella dell’area dell’euro, si trova ancora in condizioni di “forte rallentamento” ed è connotata da una prospettiva di “continuo marcato ristagno” della domanda. Il quadro è complicato, secondo gli esperti della BCE, dal deterioramento delle aspettative di crescita per Eurolandia, da un ulteriore peggioramento del mercato del lavoro e dalla previsione di un incremento significativo del rapporto tra il debito e il PIL nei paesi europei, dovuto all’incidenza sui conti pubblici delle misure di sostengo ai settori in crisi. Di fronte a questo scenario, sicuramente poco confortante, l’interrogativo sul futuro dell’Italia e, in particolare, sul destino della sua macro-area più debole, il Mezzogiorno, si fa quanto mai insistente. Vedremo a luglio le valutazioni sulla crisi economica che la SVIMEZ farà scaturire dal “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno”, la sua opera fondamentale, che raccoglie, ogni anno, i principali indicatori e gli andamenti dell’economia meridionale in numerosi settori chiave. Il focus di questa indagine riguarderà proprio la capacità del Mezzogiorno di affrontare, in un quadro comparativo globale, questi eventi estremamente sfavorevoli dal punto di vista strutturale, che rischiano di aggravarne per molti anni le condizioni e di allontanare sempre più una prospettiva di convergenza verso stadi di sviluppo avanzati. Tuttavia, la crisi economica permette anche una considerazione di altro tipo. Infatti, proprio a causa del suo divario, ma anche di alcune sue caratteristiche peculiari, il Mezzogiorno può giocare una partita significativa nei settori dell’economia legata a Internet e all’innovazione. L’open innovation è un termine coniato da Henry Chesbrough, per indicare un nuovo paradigma dell’innovazione industriale, ma, più in generale, una visione aggiornata della diffusione e gestione della conoscenza a livello globale. In un mondo sempre più aperto, grazie alla generalizzazione delle reti e delle connessioni in tempo reale, diventa possibile non solo la fruizione senza limitazioni delle fonti universali della conoscenza, ma anche l’avvio di un processo di partecipazione alla costruzione del sapere, che veda coinvolti contemporaneamente gli utenti di Internet, gli esperti e gli interessati ad una determinata tematica. In sintesi, quello che viene definito come crowdsourcing - una parola che non ha ancora un corrispettivo nella lingua italiana e che sta a indicare un modello di attività, nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio o di un prodotto ad un insieme decentrato di persone, attraverso lo strumento del web - rappresenta la frontiera più avanzata e, allo stesso tempo, semplice dello sviluppo dei collegamenti telematici. I creatori e i realizzatori di un’idea, di un’innovazione o anche di uno scambio di conoscenze non sono più un numero molto ristretto di ricercatori, chiusi in un ufficio aziendale, magari denominato di “ricerca e sviluppo”, ma diviene la popolazione di Internet, ovvero le competenze e i cervelli diffusi su territori reali molto ampi, che nel sistema virtuale possono essere facilmente raccolti, connessi tra loro e messi in grado di interagire per la soluzione di problemi o, quanto meno, per la loro individuazione. Il Mezzogiorno, in questo nuovo e sempre più vasto contesto, può fare di alcuni punti strutturali di debolezza - come la mancanza di una capitalizzazione e di un sistema di imprese adeguati o la frammentazione del mercato - e di alcuni elementi caratterizzanti di vantaggio - come la presenza di creatività e talenti diffusi, soprattutto tra i giovani - le premesse essenziali per un cambio di passo. Infatti, in una situazione di crisi, che determinerà inevitabilmente una profonda trasformazione degli assetti economici, è possibile cogliere l’occasione, forse unica, per realizzare un’innovazione dal basso (bottom up, come si dice). Se, allo stato, vi è poco da sperare in nuove politiche di tipo macroeconomico, in grado di spingere le regioni meridionali verso una fase di ripresa e al graduale recupero del divario, tuttavia, la “nuova frontiera” del Sud potrebbe essere costituita proprio dal dispiegamento dell’economia della rete e della conoscenza. Il momento è quello attuale, sia perché vi sono condizioni favorevoli per l’avvio di iniziative di valorizzazione dei saperi e delle competenze meridionali, sia perché il progressivo superamento del mercato di massa e l’affermazione sempre più palpabile di un’economia della “coda lunga” - ovvero, la crescita di un sistema basato su un’insieme di mercati di piccole dimensioni - può permettere anche agli svantaggi delle aree meridionali di convertirsi in opportunità e benefici. Si tratta di puntare alla realizzazione di un’aggregazione delle capacità creative, degli ingegni e delle conoscenze del Mezzogiorno, che sia in grado di portare a sistema una delle caratteristiche peculiari e, finora, disperse di questa parte del paese. In questo modo, le esigenze di acquisizione del sapere, all’interno della produzione, nelle istituzioni e, perfino, a livello individuale, potrebbero trovare una potente connessione e un moltiplicatore di convenienze, smuovendo il Sud dal torpore e facendolo tornare protagonista del suo destino.

Amedeo Lepore, 18 maggio 2009

mercoledì, febbraio 13, 2008

Campania in retromarcia tra le regioni Ue: I numeri della graduatoria del divario



Sorpassati da sedici territori tra i quali Macedonia, Andalusia, Estremadura, Cornovaglia e Guadalupa

MARCO ESPOSITO La regione più ricca d’Europa è l’area di Londra. La più povera il Nordest della Romania. E la Campania è molto più vicina a quest’ultima che alla prima. Fatta cento la media di ricchezza di un cittadino europeo, Londra è a quota 303 e il Nordest romeno a 24. La Campania, tra le 271 aree messe in fila da Eurostat, occupa la parte bassa della classifica con 66,9 punti, con un preoccupante arretramento rispetto agli anni scorsi, quando era a pochi passi da quella quota 75 che segna il confine statistico tra aree economicamente in salute ed aree arretrate. Le aree povere sono in tutto 69, di cui cinque italiane: oltre alla Campania, sono sotto la soglia Puglia, Calabria, Sicilia e, a sorpresa, la Basilicata, che pure è uscita dal piano di aiuti europei del 2007-2013 perché sembrava ormai stabilmente sopra la soglia. E a preoccupare, oltre che la classifica in sé, è la tendenza. Se si confronta infatti la classifica del 2005, resa nota ieri, con quella del 2000, la nostra regione perde sedici posizioni e viene superata da tre territori della Repubblica Ceca, da cinque della Grecia (tra le quali la Macedonia centrale e la Tessaglia), due della Spagna (Estremadura e Andalusia), una francese (la Guadalupa, territorio d’oltremare), una polacca (la Centrale), una slovena (Vzhodna), una del Regno Unito (la Cornovaglia), una romena (Bucarest) e infine una italiana, la Calabria. Rispetto all’indice di ricchezza dell’Europa a 27 stati - che per definizione è sempre a quota 100 - la Campania è scivolata da 72,9 a 66,9 arretrando di sei punti in cinque anni. Nello stesso periodo (2000-2005) per esempio l’Andalusia è passata da 71,9 a 80,4 con un recupero di otto punti e mezzo rispetto allo standard comunitario. In Italia non c’è nessuna regione più povera della Campania, nonostante come certificano i dati sui fondi europei la regione abbia speso tutti gli incentivi di Agenda 2000 (2000-2006) realizzando il miglior risultato tra le sei regioni del cosiddetto Obiettivo 1 (ovvero del Mezzogiorno). Girando per l’Europa, è ormai difficilissimo trovare un’area più arretrata, almeno tra i paesi con lunga permanenza nell’Unione europea. Dopo esser stata sorpassata da Andalusia ed Estremadura, infatti, la Campania è più povera di tutte le regioni spagnole, così come di quelle irlandesi, britanniche, tedesche (compresa la Germania Est) e ovviamente austriache, belghe, olandesi, scandinave. Le uniche aree dell’Europa a quindici ancora con una ricchezza procapite inferiore a quella campana sono nel Nord del Portogallo e su qualche isola greca. Va rilevato però che se la Campania perde visibilmente colpi, è stata tutta l’Italia nel periodo considerato ad arretrare. Nella classifica 2005 non c’è nessun territorio italiano nella top-15, dove pure fa ingresso un’area dell’Est, Praga, che con una ricchezza pari a 160 si pone molto sopra la Lombardia (136,5) e la provincia autonoma di Bolzano (135,6). Eppure soltanto cinque anni fa Praga era a quota 137 mentre la Lombardia a 155,7 e Bolzano a 158,6. Infine una curiosità: l’Italia nel suo insieme non è stata ancora sorpassata dalla Spagna, anche se nel 2005 la distanza era ormai minima: 104,8 a contro 103.

Bianchi (Svimez): risorse statali mancate in anni cruciali della sfida
«Ma anche le Regioni cambino registro: puntare su grandi scelte»

FRANCESCO VASTARELLA «Ce lo aspettavamo. Il differenziale di crescita nelle regioni del Sud è stato elevatissimo rispetto alle altre aree europee dell’obiettivo convergenza, che sullo sviluppo hanno puntato tutto, non solo gli aiuti Ue». Luca Bianchi, vicedirettore Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che per statuto promuove lo studio delle condizioni economiche del Sud. Perché una crescita così bassa nonostante la valanga di fondi strutturali dell’Ue dal 2000 al 2006? «Altrove la crescita è arrivata a quota 6% annua con porzione inferiori di finanziamenti europei, al Sud siamo scesi negli ultmi tempi a 0,4-0,5%. Il sistema non ha funzionato». Perché? «Sono state sbagliate le politiche di coesione con i fondi strutturali, in un Paese che complessivamente è cresciuto poco e con effetti moltiplicati nelle aree deboli. Quando si dice aree deboli si intende regioni che rappresentano il 40% della popolazione. A questo bisogna aggiungere le scelte non coerenti, sia quelle dei livelli regionali che di quelle centrali». A quali scelte si riferisce? «Allo Stato che ha fatto un passo indietro rispetto al Sud, con un forte calo delle risorse impegnate dal livello nazionale. In altre parole le risorse Ue sono state viste come sostitutive e non aggiuntive per lo sviluppo, proprio nel momento in cui si doveva puntare su entrambe per dare slancio alla crescita. Insomma, un assurdo passo indietro dello Stato e delle principali aziende pubbliche: non si è creduto nella capacità di crescita». Di quali aziende parla? «Le Ferrovie impegnano al Sud solo il 14% della spesa, tutto il resto va al Centro e al Nord. La stessa cosa per l’Anas. Insomma, lo Stato avrebbe dovuto costringere i grandi investitori a puntare sul Mezzogiorno e soprattutto rispettare il vincolo del documento di programmazione economica e finanziaria del 45% di spesa in conto capitale al Sud. Un modo per spezzare anche la spirale dei reciproci alibi, dello Stato che non ha investito e delle Regioni che non hanno saputo programmare». Per il futuro c’è possibilità di tornare a crescere a sufficienza? «Io sono ottimista. Ma devono appunto cambiare registro le Regioni nella programmazione, puntando su grandi interventi e soprattutto su quelli sovraregionali e sulle grandi reti. Insomma, senza discontinuità continueremo a guardare le regioni europee più deboli che balzano in avanti e con le quali sarà sempre più difficile competere in futuro».


mercoledì, settembre 19, 2007

270.000 giovani meridionali sono andati al nord. Rapporto Svimez 2007 sull'economia del Mezzogiorno.

Anche se, stando ai dati Istat del 2006, il numero delle persone occupate è aumentato dell’1,6%, c’è stata una ripresa delle emigrazioni stabili e temporanee verso il Nord e la sensibile contrazione della ricerca di lavoro. Sono due fenomeni alimentati dalla persistenza al Sud di un sistema produttivo ed economico di dimensioni tali da non soddisfare la domanda di lavoro. Per quanto riguarda le migrazioni, va sottolineato come a pertire dalla seconda metà degli anni ‘90 si sia assistito ad una ripresa della mobilità residenziale di apprezzabile intensità ma con caratteristiche decisamente diverse dal passato. Infatti, nella fase più recente, è prevalente il coinvolgimento della componente giovanile più scolarizzata. A ciò si aggiunge che i giovani migranti meridionali fanno spostamenti temporanei che non comportano cambiamenti di residenza anagrafica. Nel Rapporto si fornisce una prima stima del numero degli abitanti delle regioni del Mezzogiorno che si trasfriscono a vario titolo nelle regioni del Centro - Nord. Nell’ultimo anno, i meridionali che hanno trasferito la loro residenza nel Centro - Nord sono oltre 120mila. Gli spostamenti temporanei si possono stimare in circa 150mila unità. Nel complesso, quindi, si sono spostate dal Sud verso Nord circa 270mila persone. Altro elemento da sottolineare è quello della progressiva riduzione delle persone in cerca di occupazione del Mezzogiorno, anche se i disoccupati sono diminuiti nel 2006. Ma le cose non sono così semplici. Infatti, il numero dei disoccupati è sceso perchè quelli che non risultano più in cerca di occupazione hanno smesso di dichiararsi in cerca di lavoro. La fuoriuscita dei disoccupati verso la “non attività” è un elemento di forte criticità del mercato del lavoro meridionale e richiederebbe maggiori approfondimenti.


Per saperne di più, visita il sito www.svimez.it

lunedì, giugno 04, 2007

Boom di domande per il Premio Sele d'Oro 2007

E’ un vero boom di domande quello che si sta registrando per il bando del Premio Sele d'Oro (www.seledoro.it), uno dei più importanti eventi culturali del Sud Italia supportato dal Consiglio Provinciale di Salerno presieduto da Carmine Pignata. E sarà il 30 giugno l’ultimo giorno utile per l'invio alla giuria del Premio Sele d'Oro di saggi e servizi giornalistici incentrati sui problemi e sulle prospettive di crescita delle regioni meridionali, dell’Europa e dell’area del Mediterraneo, nonché dei progetti di sviluppo e iniziative imprenditoriali che appaiono dotati di elementi di originalità e replicabilità.

Giunta alla ventitreesima edizione, quest'anno il Premio Sele d'oro, patrocinato dalla Presidenza della Repubblica e in collaborazione con la SVIMEZ e con le Fondazioni Banco di Napoli, Mezzogiorno Europa e Sichelgaita, si articola in cinque sezioni.

La Sezione Saggi, riservata agli elaborati incentrati sui problemi istituzionale ed economici, la Sezione Euromed, dedicata a scritti inediti economici e sociali dell’Europa e dell’area del Mediterraneo, il Premio giornalistico “Michele Tito”, indirizzato ad un servizio giornalistico o radiotelevisivo, incentrato sulla realtà istituzionale, economica, sociale o culturale del Mezzogiorno, dell’Europa e dell’area del Mediterraneo. Nata, invece, per espressa volontà del Coordinamento dei Presidenti dei Consigli provinciali del Mezzogiorno, la sezione dedicata al Premio Bona Praxis, premia la migliore iniziativa, finalizzata allo sviluppo economico, sociale o culturale avviata nelle regioni del sud Italia. Ed infine la quinta ed ultima sezione rivolta all’ Imprenditoria Giovanile, alla quale partecipano le migliore idee innovatrici in campo imprenditoriale, provenienti dall’Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia o Sardegna.

Accanto alle due Sezioni, non mancheranno i premi speciali, assegnati dalla giuria di qualità, a persone o enti che nel corso dell’anno si sono distinti per idee e progetti d’avanguardia in ambito culturale.

Nato con l’intento di divenire centro di diffusione per una nuova idea di Meridionalismo, il concorso si prefigge lo scopo di valorizzare quelle che possono essere le potenzialità dei territori del Mezzogiorno, in campo sociale, economico e culturale. Naturalmente a far da cornice al concorso, ancora una volta, lo splendido paesaggio di Oliveto Citra, cittadina di circa quattromila abitanti, che sin dall’VIII è la culla della cultura letteraria del Sele.

Per ulteriori informazioni: Ente Premio Sele d’Oro, P.zza Garibaldi, 1 - 84020 Oliveto Citra (Salerno), tel. 0828 793632.