Visualizzazione post con etichetta social card. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta social card. Mostra tutti i post

mercoledì, febbraio 06, 2013

LA SPERIMENTAZIONE DELLA NUOVA CARTA ACQUISTI




di Massimo Baldini e Luca Beltrametti*
Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha da pochi giorni emanato il decreto che disciplina l’avvio della sperimentazione di una Nuova carta acquisti (Nca) che  affianca la Vecchia carta acquisti (Vca), introdotta dal governo Berlusconi nel 2008 e potrebbe in futuro sostituirla.

La sperimentazione consiste in un trasferimento monetario riservato a famiglie in condizioni di povertà residenti nei 12 comuni con più di 250 mila abitanti. La sperimentazione dura un anno, la gestione sarà affidata ai comuni; il Governo ha stanziato €50 milioni che saranno ripartiti tra i Comuni in base all’incidenza della povertà assoluta rilevata dall’Istat nelle diverse aree del paese.

Il programma è rivolto a famiglie in difficoltà che soddisfino requisiti concernenti la condizione economica (Isee inferiore a €3.000, patrimonio mobiliare inferiore a €8.000…), le caratteristiche familiari (presenza nel nucleo di un minorenne, precedenza in caso di disagio abitativo o di presenza di un solo genitore…) e la condizione lavorativa (“disagio lavorativo”: possono ciò accedere anche famiglie in cui vi siano componenti che non sono totalmente disoccupati).

Un confronto tra Nca e la Vca

La Nca presenta molti passi avanti rispetto alla Vca:
  1. La Vca è riservata alle famiglie con anziani e a quelle con bambini di età inferiore ai 3 anni. La maggioranza delle carte è andata a famiglie di anziani, che già costituiscono la fascia di età su cui si concentra già gran parte della spesa italiana per l’assistenza.
    La Nca invece è destinata alle sole famiglie in cui sia presente almeno un minore. Si prevede anche che il numero e l’età dei figli siano requisiti preferenziali per l’accesso al beneficio. La scelta di concentrarsi sulle famiglie con minori è opportuna non solo perché costituisce un piccolo segnale della volontà di ribilanciare la spesa assistenziale a favore di gruppi sociali tradizionalmente più trascurati, ma anche perché sembra che la crisi stia colpendo, via la riduzione dei posti di lavoro, soprattutto le famiglie giovani.
  2. La Vca esclude qualsiasi coinvolgimento degli enti locali e si riduce ad un trasferimento monetario dall’Inps alle famiglie con un Isee basso; nel nuovo schema invece i Comuni diventano gli attori principali, sia nell’individuazione dei beneficiari che nella gestione dei servizi di accompagnamento e formazione.
  3. La Vca prevede un trasferimento di soli 40 euro mensili(assolutamente incapace di incidere davvero sulle condizioni di vita dei beneficiari) mentre la Nca prevede importi compresi tra €231 e €404 al mese.
  4. La Nca non è più riservata solo agli italiani come la Vca, ma è disponibile anche ai cittadini comunitari e ai non comunitari con permesso di soggiorno che risiedono nel Comune da almeno un anno. E’ un’estensione importante perché la povertà assoluta è molto diffusa tra gli immigrati.
  5. La Nca non si risolve più in un semplice trasferimento di denaro, ma prevede la presa in carico da parte dei servizi sociali degli enti locali e la predisposizione di un progetto personalizzato, con l’obiettivo di attivare un percorso di uscita dalla povertà attraverso, quando possibile, il reinserimento lavorativo e sociale. I beneficiari ricevono il denaro solo se si impegnano a svolgere specifiche attività (ricerca di lavoro, frequenza scolastica, partecipazione a progetti di formazione, ecc.).
Alcune valutazioni
Si tratta – forse per la prima volta in Italia – di una vera sperimentazione condotta con criteri scientifici: si dice espressamente che la “la valutazione … deve basarsi sull’adozione di approcci di tipo contro-fattuale che permettano di misurare l’efficacia dell’intervento … utilizzando…informazioni riferite a gruppi di controllo”.
In altri termini, si vuole misurare l’efficacia del programma confrontando i risultati raggiunti dal gruppo dei soggetti beneficiari rispetto alla situazione di un gruppo, statisticamente confrontabile, che non ha partecipato. Si tratta di una procedura ampiamente diffusa a livello internazionale nella valutazione dell’efficacia di politiche sociali.

Rispetto all’obiettivo di dotare anche l’Italia di un vero reddito minimo garantito sarà necessario, a regime, incrementare lo stanziamento: secondo le statistiche disponibili, per eliminare la povertà assoluta in Italia (con un'ipotesi minimale di spesa, cioè assumendo un targeting perfetto)servirebbero circa 3-4 miliardi all’anno1.
I 50 milioni della sperimentazione (per di più una tantum e rintracciati a fatica nel bilancio pubblico) sono quindi una “goccia nel mare”; essi rappresentano però un primo importantissimo passo soprattutto perché consentono di creare una infrastruttura di base che potrà poi essere sviluppata.

Inoltre, nella sperimentazione il trasferimento è erogato in cifra fissa indipendentemente dal reddito effettivo della famiglia; a regime, sarebbe forse più efficace commisurarlo a quest’ultimo.
La sperimentazione pone un onere amministrativo e gestionale molto forte sui comuni; ciò avviene in un momento in cui molti assessorati alle politiche sociali sono in grande affanno dopo anni di riduzioni del personale e di tagli alle risorse per il funzionamento.
Nel caso in cui si volesse estendere il programma a tutto il Paese le difficoltà operative (nella definizione ed implementazione dei “piani personalizzati di assistenza”) sarebbero certamente notevoli nei comuni di piccole e medie dimensioni.

Si passerà davvero dalla sperimentazione (posto che la valutazione dia risultati positivi) alla messa a regime di un trasferimento contro la povertà assoluta?
Molto dipenderà dal colore del prossimo governo e dalla dinamica dei conti pubblici. Tuttavia la lunga durata della crisi rende ogni giorno più grave il fatto che l’Italia non disponga ancora di uno strumento  universale di questo tipo.

1. La cifra di 3-4 miliardi si ottiene considerando che in Italia vi sono circa 1.3 milioni di famiglie in povertà assoluta e che il consumo medio dei poveri assoluti è di circa il 17% inferiore alla linea di povertà. 

martedì, febbraio 22, 2011

Acli, il progetto contro la povertà Inventando una nuova Social Card

LA PROPOSTA

Acli, il progetto contro la povertà
Inventando una nuova Social Card

Il Piano dall'organizzazione cristiana dei lavoratori prevede una radicale riforma della prima misura contro la povertà mai introdotta prima, pur riconoscendone il valore. Partendo da un'analisi minuziosa dello stato delle famiglie in condizioni di indigenza (sono oltre 1,2 milioni e non solo al Sud) si introduce il concetto di "universalismo" che estende i benefici a strati più ampi della popolazione

ROMA - Partire dalla Social Card, la prima misura nazionale anti-povertà, per migliorarne il funzionamento. Questo, in sintesi, il Piano proposto dalle Acli 1 che comincia con il constatare il fatto - che la politica italiana è tradizionalmente disattenta verso i poveri. Lo dice la vita concreta delle persone coinvolte e intere biblioteche di studi lo documentano. Oggi ce lo ricorda la crisi economica, che ha trovato queste famiglie senza i mezzi per proteggersi. Ce lo ricordano anche i confronti con i sistemi di welfare degli altri paesi, che rivelano il ritardo italiano nel fronteggiare le situazioni di disagio. Nel dicembre 2008 il Governo Berlusconi ha avviato la Carta Acquisti - meglio nota come Social Card - rivolta alle famiglie povere con anziani di almeno 65 anni e bambini entro i 3 anni. Pure limitata, si tratta della prima misura nazionale contro la povertà introdotta in Italia.

Tratti positivi e negativi. A differenza di molti altri, la Social Card è un intervento che guarda alla famiglia come soggetto, poiché la possibilità di ottenerla dipende dalle complessive risorse familiari. Per attivare la Carta è stata costruita un'infrastruttura istituzionale che permette oggi di raggiungere i poveri in tutto il paese. Due anni d'impiego - la Carta è in uso dal dicembre 2008 - hanno permesso di evidenziarne con chiarezza sia i tratti positivi sia le criticità (tra le quali la limitazione a due tipi di famiglie, il basso numero di utenti, l'esiguità dell'importo e l'assenza di servizi alla persona).

La proposta Acli. S'intende partire da quanto è stato realizzato grazie alla Social Card contro la povertà assoluta - cioè la povertà più dura, che tocca il 4.7% delle famiglie italiane nelle condizioni peggiori - con lo scopo di migliorare e ampliare lo sforzo pubblico. L'attuazione del piano permetterà, entro la fine del triennio, di erogare la Nuova Social Card (NSC) a tutte le famiglie che vivono questa difficile condizione. La NSC avrà un importo superiore alla Carta Acquisti, sarà un mix di soldi e servizi, e sarà fornita dal sistema di welfare locale.

Lo spirito pragmatico. Non s'intende - assicurano alle Acli - né rinunciare a modificare il welfare né proporre una riforma economicamente insostenibile in questa congiuntura, ma solo cercare un punto di equilibrio tra i nostri desideri e la sostenibilità di bilancio. Si vuole altresì prendere il meglio della Social Card, valorizzando i punti di forza e agendo su quelli di debolezza, attraverso un percorso di trasformazione graduale, attentamente monitorato e valutato, unica possibilità per radicare i mutamenti nel territorio.
Cambiamento possibile - si legge ancora nel documento dell'Associazione - non vuol dire darsi un obiettivo minimale: il Piano proposto costituirebbe la più grande riforma mai realizzata per i poveri in Italia.

Di chi stiamo parlando. La povertà assoluta è la più dura. La sperimenta, infatti, una famiglia che non dispone dei beni e dei servizi necessari a raggiungere un livello di vita "minimamente accettabile",
come definito dall'Istat. Livello di vita "minimamente accettabile" significa, in concreto, poter raggiungere livelli nutrizionali adeguati, vivere in un'abitazione con un minimo di acqua calda ed energia, potersi vestire decentemente e così via. Il concetto di povertà assoluta si basa sull'idea che sia possibile individuare un paniere di beni e servizi primari il cui consumo è considerato necessario per evitare di cadere in uno stato di privazione. Il paniere è poi esprimibile in termini monetari così da determinare un livello assoluto di spesa, il cui mancato raggiungimento segnala una condizione di povertà.

In povertà assoluta 1,2 milioni di famiglie. Fa riferimento alla spesa per consumi delle famiglie. Così calcolata, si trova in povertà assoluta il 4,7% delle famiglie italiane, pari a circa 1,2 milioni di nuclei e 3 milioni di persone. La proposta Acli utilizza la misura della povertà basata sul reddito disponibile delle famiglie, per motivi legati all'attuale disegno della Social Card e all'ipotesi di riforma. Se si prende come riferimento la povertà assoluta definita in base al reddito, questa ammonta al 5,1% della popolazione italiana; d'ora in avanti si farà riferimento a questa.

Si è poveri anche al Nord. Contrariamente ad un diffuso luogo comune, la povertà assoluta si presenta in misura significativa anche al di fuori del Mezzogiorno, cosicché le famiglie italiane in questa condizione si dividono in egual misura tra Centro-Nord e Sud. Nel 44% dei casi il capofamiglia è lavoratore, nel 41% è pensionato o in altra condizione non professionale (prevalentemente casalinghe) e nel 15% disoccupato. Rischi di povertà assoluta superiori alla media sono tipici delle famiglie molto numerose, ma anche di quelle composte da una sola persona.

Povertà relativa. Italia si definisce in povertà relativa una famiglia di due persone con una spesa media mensile inferiore alla spesa media individuale. La povertà relativa, quindi, è una forma estrema di disuguaglianza, mentre la povertà assoluta è l'assenza di un minimo di beni e servizi per vivere decentemente. Le famiglie povere assolute con capofamiglia occupato costituiscono un insieme molto eterogeneo: in genere è presente un solo lavoratore con un reddito decisamente basso, spesso il numero dei familiari a carico è elevato, infine in molti altri casi il capofamiglia si dichiara occupato (dipendente o autonomo), ma a ben guardare risulta aver lavorato solo in modo intermittente e per pochi mesi nel corso dell'ultimo anno. Un'altra caratteristica distintiva delle famiglie povere con persona di riferimento occupata consiste nel vivere spesso in affitto. In generale, la povertà assoluta, se valutata in termini di reddito può cogliere molte famiglie che si trovano in una fase di transizione tra un lavoro e l'altro.

A chi si rivolge la nostra proposta. Le famiglie italiane in povertà assoluta sono il 5,1% del totale. Il 49% di queste famiglie vive al Sud e il 51% nel Centro-Nord. Il capofamiglia è lavoratore nel 44% dei casi, pensionato o in condizione non professionale nel 41% e disoccupato nel 15%. La povertà assoluta è particolarmente presente nelle famiglie con 5 componenti o più (due genitori e tre figli o più) e in quelle con 1 solo componente. Il 66% dei capofamiglia ha la licenza elementare o media.

Gli interventi sugeriti. Si tratta di un Piano triennale 2011-2013 che migliori e sviluppi la Carta Acquisti attuale così da trasformarla nella Nuova Social Card (NSC), attraverso un percorso graduale. Ecco dunque gli interventi suggeriti e le caratteristiche che la riformata misura assumerebbe una volta completato il Piano triennale, mettendole a confronto con la situazione attuale.

Raggiungere l'universo dei poveri. La Carta ha avuto il pregio di guardare ai poveri assoluti e il limite di considerare solo alcuni tra loro. Oggi la possono ricevere le famiglie in povertà assoluta con persone di almeno 65 anni o con bambini entro i tre anni. Si prevede di ampliare l'utenza così da raggiungere l'intero universo delle famiglie in povertà assoluta, oltre un milione, pari - come detto - al 5,1% del totale. Si vuole un reale universalismo, per realizzare il quale vengono inserite tre indicazioni ulteriori per far sì che tutti i veri poveri ricevano effettivamente la Nuova Social Card, mentre chi non vive questa condizione non ne possa beneficiare.

Primo.
Mentre oggi la Carta è erogata esclusivamente ai cittadini italiani riteniamo che - coerentemente con il diritto comunitario e le disposizioni della Corte di Giustizia Europea - si debba estendere la misura universalmente a tutte le persone rientranti nei criteri di accesso per la NSC che abbiano una valida residenza in Italia, in quanto siano iscritte all'anagrafe della popolazione residente e dispongano di un domicilio, anche di elezione, in un Comune Italiano. Le stime si basano su dati dell'indagine It-Silc2riguardanti i redditi delle famiglie italiane al 2006, i più recenti disponibili al momento della preparazione del testo. È ragionevole supporre che le caratteristiche delle famiglie in povertà assoluta non siano cambiate in maniera rilevante da allora a oggi.

Secondo.
Si introduce una specifica strategia per raggiungere le persone senza dimora e in condizione di grave emarginazione, agendo sulla rimozione delle barriere effettive che hanno reso di difficile accesso la Social Card, anche per le poche persone senza dimora attualmente eleggibili (quelle oltre i 65 aani).

Terzo.
Si propone un'incisiva strategia di controlli, tesa a rafforzarli sensibilmente rispetto a oggi e articolata su più livelli: le risorse economiche da considerare, le fonti presso cui reperire i dati per le verifiche e le sanzioni.

Adeguatezza dell'aiuto. Il Piano Acli propone di elevare l'importo della Carta rispetto agli attuali 40 Euro mensili. Per farlo si è cercato un punto di equilibrio tra il desiderio di sostenere al meglio le famiglie povere e l'esigenza di costruire una proposta attuabile in tempi rapidi e a costi ragionevoli. Inoltre, mentre oggi l'importo è uguale per tutti, riteniamo sia giusto differenziarlo in base alle condizioni delle famiglie, così da dare di più a chi vive la povertà più dura. La NSC passa da 40 Euro mensili per tutti a 129 Euro mensili medi (circa 1.550 annui, che si differenziano in base alle condizioni di povertà; le famiglie in situazione di particolare disagio.

Equità territoriale. Attualmente la soglia di disponibilità economiche da non superare per ricevere la Card è la stessa in tutto il Paese, mentre il costo della vita risulta diverso: nel Nord è superiore rispetto al Sud, sino al 30% in più. In termini reali ciò penalizza l'area dove il costo della vita è più alto, cioè il Nord. Nella
proposta Acli le soglie di accesso variano a seconda del costo della vita nell'area geografica di residenza. Così facendo si riesce a considerare in modo uguale le condizioni di famiglie che vivono in territori differenti. Rispetto ad oggi, ciò significa incrementare la percentuale di utenti della NSC nel settentrione. Attualmente il 65% degli utenti risiede nel Mezzogiorno, con la proposta Acli diventerebbe il 49%.

Welfare locale. La proposta di riforma della Social Card prevede che alla prestazione monetaria - la Carta com'è adesso - venga aggiunta la fornitura di servizi alla persona. La necessità di combattere la povertà attraverso un mix di denaro e servizi è condivisa da tutti gli esperti, e si tratta della strada concretamente seguita negli altri paesi europei. Le famiglie necessitano sovente di azioni capaci non solo di tamponare lo stato di povertà (la mancanza di denaro) ma anche di agire sulle cause (i fattori responsabili delle difficoltà di vita): solo l'azione dei servizi può farlo. L'esigenza è particolarmente pressante nel caso della povertà assoluta, la più grave, proprio perché questa condizione vede il legame maggiore tra deficit di risorse economiche e difficoltà di vita. La proposta prevede il coinvolgimento dell'intera rete di servizi alla persona, secondo le modalità che potranno realizzarsi nei vari territori. Entro 60 giorni dal ricevimento della NSC, l'utente si presenta al Comune di riferimento, dove un operatore sociale lo incontra e svolge un
pre-screening del caso. Decide cioè, sulla base della necessità prevalente, a quale percorso indirizzarlo tra quelli possibili:

A) presa in carico sociale, quando la necessità prevalente è legata a disagio personale e sociale, al bisogno di cura di anziani, persone con disabilità e bambini, al superamento di situazioni di dipendenza;

B) presa in carico per l'occupabilità, quando la necessità prevalente riguarda l'inserimento
lavorativo, la formazione scolastica o quella professionale;

C) esclusivamente sostegno economico, in cui la necessità prevalente è solo di natura monetaria.

Nei casi A e B, l'utente e la sua famiglia ricevono una valutazione complessiva della propria condizione e ottengono la formulazione del Pia (Progetto d'inserimento individualizzato). Il Pia contiene l'indicazione dei servizi opportuni da ricevere e l'insieme di diritti e doveri del contraente. Nella prima situazione il Pia sarà responsabilità dei servizi sociali comunali e nella seconda dei centri per l'impiego; a questi ultimi vengono indirizzati i membri della famiglia abili al lavoro che siano in condizione di svolgere attività lavorativa o formativa. In ogni caso, il programma personalizzato dovrà poi essere seguito nei suoi esiti nel tempo, attraverso un lavoro di monitoraggio del caso.

Quanto costa il Piano. Per realizzare la riforma è necessario stanziare - in ognuno dei tre anni del Piano -
ogni anno 787 milioni di Euro addizionali rispetto al precedente (una cifra pari al 0,05% del Pil). La somma è suddivisa tra 667 milioni per il contributo monetario e 120 per i servizi. Il percorso di graduale incremento porta ad avere a regime - cioè a partire dal 2013 - una spesa annua di circa 2360 milioni superiore rispetto ad oggi, con 2000 milioni per il contributo monetario e 360 milioni per i servizi. Il contributo monetario è a carico dello Stato, la spesa per i servizi è suddivisa a metà tra Stato e Regioni.

venerdì, febbraio 18, 2011

Social Card: Un sistema paternalistico e datato non aiuta chi ha davvero bisogno


di CHIARA SARACENO


Nel decreto Milleproroghe ha trovato posto anche la conferma della social card, ovvero di una carta acquisti per un importo di 40 euro mensili, destinata a anziani ultrasessantacinquenni e bambini sotto i tre anni che si trovano al di sotto di una determinata soglia di reddito famigliare e sono cittadini italiani. Molti osservatori avevano a suo tempo segnalato che il doppio vincolo della età e della cittadinanza avrebbe escluso dal beneficio, per altro di importo troppo basso per fare davvero differenza, la grande maggioranza dei poveri, oltre ad esporre l'Italia (per l'esclusione degli stranieri legalmente residenti) al rischio di una procedura di infrazione da parte dell'Unione Europea. La povertà, in Italia, è infatti concentrata, oltre che tra gli anziani, nelle famiglie con tre o più figli minori, a prescindere dalla età di questi ultimi. Senza contare che un bambino non diventa meno povero per il fatto di compiere tre anni. Uno strumento, quindi, doppiamente limitato: nell'importo e nella platea dei potenziali beneficiari. Il risultato paradossale della seconda limitazione è che il fondo destinato alla social card è rimasto largamente non speso, nonostante l'incidenza della povertà continui ad essere consistente: 5% circa delle famiglie italiane se si parla di povertà assoluta, l'11% se si parla di povertà relativa.Nel riconfermare la social card ed il suo importo, utilizzando i fondi non spesi, il decreto milleproroghe introduce tuttavia due novità "sperimentali". La prima, più importante, è l'affidamento, nei comuni sopra i 250.000 abitanti, della sua erogazione agli "enti caritativi" (sic). E' escluso l'Inps. E i comuni sono solo chiamati ad individuare gli enti caritativi e ad integrarne le prestazioni, con un paradossale rovesciamento del rapporto tra pubblico e terzo settore. Una scelta sorprendente da parte di un governo che si dichiara federalista. Non solo, la definizione ottocentesca di "enti caritativi" chiaramente individua una fattispecie ristretta di soggetti, per lo più esclusivamente di matrice religiosa (cattolica). Il risultato è che viene così negata, anche nel linguaggio, ogni idea che dare sostegno ai poveri sia un obbligo civico di solidarietà e riceverlo un diritto. Diviene un atto discrezionale e paternalistico, che legittima l'ente erogatore (privato) mentre squalifica il beneficiario. La seconda novità, in astratto positiva, è che viene rimandata ad un futuro decreto l'individuazione delle caratteristiche, auspicabilmente meno restrittive in termini di età e cittadinanza, che devono avere i potenziali beneficiari. Non è chiaro tuttavia perché un eventuale allargamento della platea debba riguardare solo i comuni sopra i 250.000 abitanti e i beneficiari della social card erogata dagli "enti caritativi".

A fronte di questa scelta politica fortemente problematica, appare invece di grande interesse la proposta - idealmente "bipartisan" - delle ACLI, presentata in questi giorni, di sperimentazione di una "Carta acquisti" che copra, almeno in parte, la differenza tra soglia di povertà assoluta e reddito disponibile, tenendo conto del costo della vita nelle varie aree del paese. Titolare dell'erogazione sarebbe l'INPS. Come avvenne nella sperimentazione del RMI, questa misura dovrebbe essere accompagnata da servizi di accompagnamento e integrazione sociale, sotto la responsabilità dei comuni singoli o associati e con la collaborazione sia dei Centri per l'impiego che delle varie associazioni di terzo settore che operano nel capo della inclusione sociale. Si può discutere dell'immagine paternalistica sottostante lo strumento carta acquisti al posto dell'erogazione diretta di denaro. I poveri sono sempre soggetti al sospetto di essere incapaci di spendere bene il poco denaro che hanno. Tuttavia è apprezzabile un modello di politica di sostegno al reddito dei poveri a responsabilità pubblica, con criteri universalistici e non categoriali o discrezionali, che coinvolga tutti gli attori locali rilevanti, e che miri non ad erogare carità, ma a sviluppare competenze e diritti insieme a responsabilità.

giovedì, luglio 15, 2010

POVERTA': ACLI, RILANCIARE LA SOCIAL CARD



''Potenziare e rilanciare la social card come strumento di contrasto alla poverta' assoluta''. Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani commentano i dati diffusi oggi dall'Istat sull'andamento della poverta' in Italia nel corso del 2009 e rilanciano la proposta presentata nei mesi scorsi a Milano di una ''nuova social card'' di importo maggiorato ed estesa a tutti i cittadini poveri, senza limiti di eta' ne' preclusioni verso gli stranieri stabilmente residenti.

Per il presidente delle Acli Andrea Olivero ''il fatto che la poverta' assoluta rimanga stabile, su numeri alti, rende ancor piu' logico e necessario un intervento strutturale. La social card introdotta dal governo ha rappresentato, pur con tutti i suoi limiti, la prima misura nazionale contro la poverta' introdotta in Italia''. Le Acli hanno consegnato la loro proposta articolata di riforma della social card agli uffici del Ministero del Lavoro e delle politiche socali: ''Ora e' auspicabile - dice Olivero - che il Governo trovi il coraggio di investire di nuovo su questo strumento cercando un dialogo con le forze d'opposizione: su questo tema siamo convinti che una riforma bipartisan sia possibile e doverosa''.

''Se poi la poverta' assoluta non e' cresciuta come si temeva - ha concluso il presidente delle Acli - va riconosciuto il merito a istituzioni, organizzazioni sindacali e sociali che in questa crisi hanno avuto il coraggio di innovare, riformando nella pratica gli ammortizzatori e mettendo in campo forme concrete di solidarieta'. Proprio per questo ci aspettiamo che ora si stabilizzino le buone pratiche, dando finalmente al Paese gli strumenti necessari a contrastare stabilmente l'esclusione sociale''.


martedì, maggio 11, 2010

Dalle Acli un piano triennale per rilanciare la carta acquisti

L'associazionismo intende giocare da protagonista nella lotta alla povertà e, per farlo, è pronto ad affiancare i comuni nella gestione dei servizi, a cominciare dall'erogazione di una social card tutta nuova, con caratteristiche e potenzialità rafforzate. É questa l'idea di base su cui le Acli, Associazioni cristiane dei lavoratori, una delle organizzazioni no profit più radicate sul territorio, con quasi un milione di iscritti, hanno costruito la proposta di un piano triennale contro la povertà assoluta che, con un costo di 665 milioni di euro l'anno, dovrebbe consentire un incremento medio del 23% del reddito delle famiglie beneficiarie.
Il progetto, elaborato da un gruppo di esperti coordinati da Cristiano Gori, docente di politiche sociali all'università Cattolica di Milano, è stato anticipato in aprile in occasione della conferenza organizzativa dell'organizzazione e sarà presentato entro la fine del mese corrente alle autorità politiche e alle parti sociali.
«Ci eravamo assunti l'impegno di avanzare proposte concrete nell'anno europeo per la lotta alla povertà - spiega il presidente delle Acli, Andrea Olivero - e, con il lancio della nuova social card, ora proviamo a farlo, in una logica di welfare locale e sussidiario, perfettamente in linea con la riforma federalista dello Stato». «D'altra parte - aggiunge - sui poveri in Italia c'è un allarmante vuoto di rappresentanza; la politica è tradizionalmente disattenta e, al netto delle sperimentazioni e degli interventi di alcune Regioni, proprio la social card, pur con tutti i suoi limiti, è stata finora l'unica misura di contrasto a livello nazionale».
Le principali caratteristiche del piano Acli sono tre. La prima riguarda gli importi, che dovrebbero salire in media a 133 euro mensili contro i 40 attuali, con un costo progressivo di 665 milioni l'anno per tre anni, dal 2011 al 2013. La seconda riguarda l'abolizione del limite di età e di ogni preclusione verso i cittadini stranieri stabilmente residenti: il che farebbe crescere il numero dei potenziali destinatari fino a due milioni e 400mila. La terza novità, infine, riguarda l'integrazione della prestazione monetaria con i servizi alla persona gestiti dai comuni.
Altro elemento di rilievo è la previsione di soglie d'accesso e importi differenziati in base al costo della vita nelle diverse regioni. Come ricorda lo studio preparatorio, «il carovita al Nord è superiore in media del 30% rispetto al Sud e, contrariamente a un diffuso luogo comune, la povertà assoluta si presenta in misura significativa anche al di fuori del Mezzogiorno», anzi «le famiglie in questa condizione si dividono in egual misura tra Centro-Nord e Sud».
«La nuova social card – riassume Olivero – si configura come il primo tassello di un livello essenziale dei diritti sociali. Anche il futuro assetto federalista dello stato, infatti, avrà bisogno che siano assicurati diritti di base uguali per tutti». La card, così, potrebbe diventare lo strumento d'elezione per abbinare l'erogazione monetaria di integrazione al reddito con le prestazioni sociali del nuovo welfare.

di Elio Silva http://www.ilsole24ore.com/


sabato, aprile 10, 2010

Cop: le Acli lanciano la “nuova social card”




La proposta di un Piano bipartisan contro la povertà assoluta: 133 euro mensili per 2,4 milioni di poveri. 665 milioni di spesa per tre anni

133 euro mensili di media contro i 40 attuali. Nessun limite di età e nessuna preclusione verso i cittadini stranieri stabilmente residenti, per un totale di 2 milioni e 400 mila potenziali destinatari, quante sono le persone in condizione di “povertà assoluta” in Italia. Integrazione della prestazione monetaria con i servizi alla persona gestiti dai Comuni. Sono queste le caratteristiche principali della “nuova” social card, nella proposta che le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani hanno presentato questa mattina a Milano all’Università cattolica, nel corso della loro Conferenza organizzativa e programmatica. Nell’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, le Acli sollecitano un accordo bipartisantra le forze politiche per introdurre finalmente in Italia – unico Paese dell’Unione, con Ungheria e Grecia, ad esserne priva – una misura universale di contrasto alla povertà assoluta. Spesa prevista: 665 milioni di euro all’anno per tre anni, dal 2011 al 2013, secondo un percorso di progressiva estensione dei destinatari. Per il presidente delle Acli Andrea Olivero «si tratterebbe della più grande riforma mai realizzata per i poveri in Italia, a partire da uno strumento voluto dal governo, che noi proponiamo di potenziare correggendone contemporaneamente i limiti che si sono manifestati nel corso del suo primo anno di applicazione». «La politica italiana – ha proseguito Olivero - è tradizionalmente disattenta verso i poveri. Se si escludono le sperimentazioni, le prestazioni una tantum e gli interventi di alcune Regioni, la social card ha rappresentato, pur con tutti i suoi limiti, la prima misura nazionale contro la povertà introdotta in Italia. E’ stata attivata per questo un’infrastruttura istituzionale e una prima mappatura che consentirebbe oggi di raggiungere i poveri in tutto il paese. A questo punto chiediamo al Governo di credere fino in fondo nel suo strumento e all’opposizione di rendersi disponibile a lavorare al miglioramento della social card secondo un approccio pragmatico e costruttivo. E’ l’unico modo per fare le riforme. Non c’è tema migliore di questo per iniziare la stagione auspicata e promessa di riforme bipartisan». La proposta delle Acli per un “piano triennale contro la povertà assoluta” è stata elaborata da un gruppo di esperti coordinati da Cristiano Gori, docente di politiche sociali alla cattolica di Milano. L’aumento del contributo da 40 a 133 euro medi, 1600 annui, consentirebbe un incremento medio del 23% del reddito per le famiglie beneficiarie. Importo e soglie di accesso variano in base al reddito delle famiglie e al costo della vita nell’area geografica di residenza. La gestione dei servizi e l’integrazione con la Social Card sarebbero di responsabilità dei Comuni, con il coinvolgimento del terzo settore, secondo i principi di un welfare locale e sussidiario perfettamente in linea con la riforma “federalista” dello Stato. 665 milioni di euro per tre anni costituiscono “un volume di risorse contenuto rispetto agli abituali flussi di spesa pubblica. Una spesa agevolmente sostenibile se c’è una scelta politica in questa direzione”.

mercoledì, gennaio 20, 2010

Nuovi limiti di reddito per ottenere la Social card


Con l’inizio del nuovo anno l’Inps ha emanato due Messaggi in tema di Social card.
Con il Messaggio n.384 ha comunicato i limiti reddituali, validi per il 2010, necessari per ottenere la Social card, mentre con il Messaggio 470 si espongono le principali novità introdotte da un recente Decreto interministeriale.
Nel primo Messaggio, dopo aver rammentato che i limiti reddituali, e i limiti dell’Isee, sono sottoposti a rivalutazione annuale in base allo stesso indice di perequazione automatica delle pensioni, si espongono i nuovi limiti. Nella tabella di seguito esposta si riepilogano i limiti degli anni 2008, 2009 e 2010:

AnnoLimite Dichiarazione ISELimiti reddituali da pensioni + altri redditi
età 65-70età da 70
20086000,00 euro6000,00 euro8000,00 euro
20096192,00 euro6192,00 euro8256,00 euro
20106235,35 euro6235,35 euro8313,80 euro

Nel secondo Messaggio si segnalano alcune innovazioni: in particolare si afferma che il termine temporale entro il quale la somma accreditata sulla Social card può essere spesa, viene prorogato da due a sei bimestri successivi alla data dell’accredito, e che diviene operativo il beneficio aggiuntivo di 20 euro al bimestre, con effetto retroattivo dallo scorso mese di Novembre, che sarà accreditato sulla Carta dei beneficiari fruitori di gas naturale o GPL per uso domestico (riscaldamento, uso cucina, produzione di acqua calda).


domenica, novembre 15, 2009

Come è andato il primo anno della 'carta acquisti'? In molti non l'hanno neanche richiesta.




(di Giuseppe Argentino da Aesse 11/12 2009)

Sul finire dell’anno scorso erano state distribuite le prime social card. Ricordiamo ancora le persone anziane, in coda agli uffici postali, o presso i patronati e i caf, senza tralasciare coloro che andavano direttamente all’Inps nella speranza di ottenere direttamente qualcosa.
La social card, o meglio, la “carta acquisti”, per usare l’espressione della legge, è una tessera tipo bancomat, che viene data, a richiesta, ai cittadini ultrasessantacinquenni titolari di redditi particolarmente bassi, o alle famiglie, anch’esse con redditi bassi, all’interno delle quali vi siano bambini al di sotto dei 3 anni.
Ogni due mesi vengono accreditati 80 euro che possono essere spesi per fare acquisti nei negozi che espongono il marchio della “carta acquisti”: per lo più supermercati e grandi centri commerciali.
Era stata predisposta una macchina organizzativa che avrebbe dovuto portare, secondo il governo, a distribuire la card a 1.300.000 persone, per una spesa complessiva di 450 milioni di euro. Ma a un anno di distanza le card attive sono circa 570.000, e della somma stanziata ne è stata spesa poco più della metà. Erano sbagliati i conti del governo o gli italiani non sono poi così poveri ?
Secondo un’indagine Istat dello scorso 30 luglio, nell’anno 2008 potevano essere considerate in condizione di povertà relativa poco più di 8 milioni di persone, pari al 13,6% dell’intera popolazione.
La medesima indagine calcola che nello stesso anno 2008 quasi 3 milioni di persone (4,9% della popolazione), concentrate in poco più di 1 milione di famiglie, vivessero al di sotto della soglia definita di povertà assoluta, che rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire determinati beni e servizi considerati essenziali, sulla base di un calcolo che considera la dimensione della famiglia, la sua composizione per età, la ripartizione geografica e la dimensione del comune di residenza: secondo i dati Istat i poveri dunque ci sono, e costituiscono più del 18% della popolazione.
Resta da spiegare perché la scelta del governo, pur indirizzata a sostenere il reddito degli anziani e delle famiglie con bambini molto piccoli, non ha trovato la diffusione per la quale era stata programmata. Se appare difficile pensare che il governo non disponga di dati attendibili, si può solo concludere che da parte di chi ne avesse diritto non siano state attivate le procedure per ottenere la “carta”: e se questo è vero, è opportuno domandarsi il perché.
Secondo alcuni hanno avuto un effetto dissuasore le procedure complesse per accedere alla social card, mentre, secondo altri, è stata la vergogna di sentirsi additati come poveri nel momento in cui, alle casse dei supermercati, si doveva esibire pubblicamente una tessera che certificava la condizione di povertà.
«Nessuno abbia la puzza sotto il naso per 40 euro al mese»: ha detto recentemente il Ministro Sacconi, annunciando che è allo studio l’ampliamento del numero dei beneficiari. Forse più che di ampliamento, sarebbe bene che lo studio cercasse di capire almeno come raggiungere quel 1.300.000 persone che secondo il governo avrebbe dovuto utilizzare la “card”, e perché non sono stati spesi ancora tutti i denari che si erano messi in bilancio.
E tra i denari spesi occorre evidenziare i costi dell’operazione, che secondo un’interpellanza presentata da alcuni senatori (primo firmatario il sen. Giorgio Roilo), si aggirerebbero attorno ai 20 milioni. Se così fosse, sarebbe stato meno dispendioso destinare la somma stanziata per aumentare le pensioni di importo molto basso e gli assegni familiari per le famiglie con bambini piccoli.
Non è semplice attuare politiche di contrasto alla povertà che raggiungano chi effettivamente vive in condizioni di indigenza. Per favorire l’inclusione sociale non serve accrescere gli adempimenti burocratici, occorre invece coinvolgere attivamente chi è prossimo alle povertà e, in particolare, le associazioni di terzo settore, che lavorando sul territorio sono particolarmente idonee a interpretare la “domanda sociale”, anche inespressa, e a individuare gli strumenti più adatti perché chi ha bisogno possa ottenere senza dover subire l’umiliazione di chiedere.

Giuseppe Argentino

martedì, ottobre 27, 2009

L’ISEE va rinnovata in tempo per non perdere la Social card


Sul finire dello scorso anno numerosi pensionati, e genitori di bambini di età inferiore a 3 anni, avevano reso la dichiarazione ISEE per poter ottenere la “Carta acquisti”, altrimenti nota come “Social card”, sulla quale vengono accreditati 80 euro al bimestre.
La normativa vigente prevede che per poter ottenere la “Social card” debba essere presente, negli archivi dell’Inps, una dichiarazione ISEE in corso di validità in ciascun bimestre di accredito della somma stabilita dalla legge.

Com’è noto, la dichiarazione ISEE ha validità di durata pari a 12 mesi: se la dichiarazione non viene rinnovata l’Inps sospende l’accredito della Social card.
Occorre pertanto che i titolari di “Social card” si rechino presso il Patronato Acli o presso il Caf-Acli per aggiornare l’ISEE.
Attenzione: non è prevista retroattività ! Pertanto se un bimestre risulta “scoperto” della dichiarazione ISEE, non potrà essere effettuato l’accredito, anche se successivamente la persona interessata rende la dichiarazione ISEE che attesta il diritto alla “Carta acquisti”

mercoledì, marzo 11, 2009

Social card, la proroga al 30 aprile c'è. Novità allo studio per usarla anche in farmacia.

Social Card: proroga ad aprile per gli arretrati
Chiarimenti e novità nel decreto in gazzetta. Soddisfazione delle Acli: «Ora estendere la platea dei beneficiari»

Roma, 10 marzo 2009 - Soddisfazione da parte delle Acli per la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto del ministero dell' Economia che estende al 30 aprile la proroga per ottenere gli 'arretrati' della Social Card: chi presenterà la domanda entro quella data potrà vedere caricati sulla Carta anche i 120 euro di ottobre, novembre e dicembre 2008, più gli ulteriori 80 euro del bimestre gennaio-febbraio 2009. Le Acli per prime avevano avanzato una richiesta in tal senso al ministero ed erano tornate nei giorni scorsi a denunciare la mancata formalizzazione della proroga promessa, che impediva di fatto a circa 200mila persone di beneficiare dell'accredito.
Per la vicepresidente nazionale delle Acli e presidente del Caf Acli Paola Vacchina, il ministero, rinviando a fine aprile la scadenza per ottenere gli arretrati (due mesi in più rispetto alla proroga precedentemente annunciata) «ha mostrato sensibilità e disponibilità di fronte alle richieste avanzate e alle esigenze dei cittadini, che pur avendone potenzialmente diritto non hanno ancora fatto richiesta della Carta Acquisti. Speriamo in particolare che questa proroga possa dare tempo e modo di accedere alla domanda alle famiglie con figli sotto i 3 anni, che finora hanno usufruito meno di questo strumento».
Il decreto del ministero dell'Economia risolve positivamente le questioni relative agli 'incapienti' e ai tempi dell'accredito sulla carta - non più nel bimestre successivo alla presentazione della domanda, ma al momento della verifica dei requisiti da parte dell'Inps. Introduce il principio della rivalutazione annuale della soglia Isee di accesso, sulla base della percentuale di incremento delle pensioni per perequazione automatica. Estende la possibilità di spesa attraverso la Carta anche nelle farmacie. Consente agli enti locali di integrare le social card con i propri versamenti. Mira a coinvolgere, infine, i Centri di assistenza fiscale sia nella fase di promozione dell'iniziativa - il lavoro fatto finora di produzione della dichiarazione Isee e di supporto alla presentazione della domanda - sia nella fase di rilascio: trasmissione della domanda direttamente all'Inps, invio della Carta alla residenza del beneficiario.
«Questi interventi - sottolinea Paola Vacchina - vanno nella direzione di un potenziamento dello strumento e di una semplificazione delle procedure. I cittadini possessori della Carta diventano soggetti titolari di agevolazioni e diritti in base ad una situazione economica conosciuta e certificata dallo Stato come precaria. Proprio per questo, nell'ottica dello sviluppo di questo strumento a beneficio di una platea più ampia di destinatari, continuiamo a chiedere al Governo di modificare i requisiti di accesso, abolendo quelli anagrafici». La proposta delle Acli è quella di utilizzare come unico requisito il reddito Isee sotto i 6000 euro, come avviene per le domande presentate per i minori sotto i 3 anni (gli over 65 devono invece soddisfare anche la condizione del reddito individuale). E di concedere la carta indipendentemente dall'età anagrafica del richiedente. Doverosa, infine, per le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, l'inclusione anche dei cittadini e delle famiglie immigrate - oggi escluse - tra i possibili beneficiari della prestazione.

Social card, la proroga al 30 aprile c'è (pubblicata anche in Gazzetta ufficiale)

Via libera al decreto. Novità allo studio per usarla anche in farmacia. Bene per le Acli

Michela Rossetti
Buone notizie per la Social card, dopo che i paletti troppo alti ne hanno ristretto la platea a quasi un terzo dei potenziali beneficiari annunciati: 560.000 anziché 1.300.000. La tanto attesa proroga che doveva caricare i 120 euro di arretrati anche a chi presentava la domanda dopo il 31 dicembre è arrivata. Insieme ad altre, importanti, novità.
Il decreto dei ministeri dell’Economia e del Welfare, che introduce le nuove regole è infatti oggi stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Chi aveva perso le speranze per avere i 120 euro dei mesi di ottobre, novembre, dicembre 2008, può quindi tirare un sospiro di sollievo, perché se le vecchie regole stabilivano che ne aveva diritto solo chi presentava la richiesta entro il 31 dicembre, con il nuovo decreto potranno ricevere le tre mensilità tutti coloro che ne fanno richiesta entro il 30 aprile.

Le somme non più accreditate dopo 2 mesi

Altro aspetto che vale la pena di sottolineare è il più veloce arrivo dei soldi. Se una circolare dell’Inps di febbraio stabiliva infatti che l’accreditamento sulle Social card (per chi aveva fatto domanda dopo il 31 dicembre, quindi gennaio o febbraio 2009) doveva avvenire il bimestre successivo (a partire da marzo-aprile); con il decreto non sarà più così. E i soldi arriveranno prima.

Sconti anche in farmacie e parafarmacie

Altra novità è poi l’aumento delle possibilità di spesa per la Carta acquisti, allargando la platea ai farmaci. Non più sconti solo su bollette elettriche, gas e prodotti alimentari nelle catene convenzionate, ma anche medicine da acquistare con o senza ricetta.
Prima di correre nelle farmacie, però, si dovrà verificare che i gestori abbiano già firmato una convenzione ad hoc. E tra il dire e il fare è probabile che si dovrà aspettare ancora un po’.

Coinvolti Caf ed enti locali: subito a casa?

Stesso discorso per il rilascio della Social card anche da parte dei Caf e gli enti locali, che possono seguire ora l’utente durante tutta la procedura, sollevandolo dalle file alle Poste e sgravandolo dalle complesse pratiche. Il decreto prevede la possibilità di raccogliere le domande e trasmetterle all'Inps, per poi inviare la Carta acquisti direttamente alla residenza del beneficiario. Anche in questo caso, però, dovremmo aspettare che dalla teoria si passi alla pratica, individuando modalità operative adeguate.

Le Acli soddisfatte per la proroga

Le Acli, che da tempo avanzavano la richiesta della proroga, e pochi giorni fa denunciavano che la mancata formalizzazione del provvedimento impediva di fatto a circa 200mila persone di beneficiare dell'accredito, accolgono con soddisfazione la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto.
Per la vicepresidente nazionale delle Acli e presidente del Caf Acli Paola Vacchina, il ministero, rinviando a fine aprile la scadenza per ottenere gli arretrati (due mesi in più rispetto alla proroga precedentemente annunciata) "ha mostrato sensibilità e disponibilità di fronte alle richieste avanzate e alle esigenze dei cittadini, che pur avendone potenzialmente diritto non hanno ancora fatto richiesta della Carta Acquisti. Speriamo in particolare che questa proroga possa dare tempo e modo di accedere alla domanda alle famiglie con figli sotto i 3 anni, che finora hanno usufruito meno di questo strumento".

E bene le altre novità del decreto. Ora eliminare limite età

Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani commentano positivamente anche gli altri aspetti del decreto, come i tempi dell'accredito sulla carta - non più nel bimestre successivo alla presentazione della domanda, ma al momento della verifica dei requisiti da parte dell'Inps; la possibilità di spesa estesa anche nelle farmacie; e la possibilità concessa agli enti locali di integrare le social card con i propri versamenti. Bene anche il coinvolgimento dei Centri di assistenza fiscale sia nella fase di promozione dell'iniziativa che in quella del rilascio, ma le Acli chiedono ora di fare di più.

La proposta delle associazioni è infatti quella di utilizzare come unico requisito il reddito Isee sotto i 6000 euro, come avviene per le domande presentate per i minori sotto i 3 anni (gli over 65 devono invece soddisfare anche la condizione del reddito individuale). E di concedere la carta indipendentemente dall'età anagrafica del richiedente. Doverosa, infine, per le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, l'inclusione anche dei cittadini e delle famiglie immigrate - oggi escluse - tra i possibili beneficiari della prestazione.

giovedì, marzo 05, 2009

Social Card: che fine ha fatto la proroga?

200mila in attesa degli arretrati (120 euro). La proposta: «Abolire i criteri dell'età per l'accesso alla carta acquisti»

Roma, 5 marzo 2009 - 200mila persone attendono ancora di veder caricata la propria Carta acquisti con i 120 euro dei mesi di ottobre, novembre e dicembre. Tanti - si stima - coloro che hanno chiesto e ottenuto la social card a partire dal 1° gennaio 2009 e ai quali il Governo aveva garantito pubblicamente il riconoscimento degli 'arretrati'. «Ma ad oggi - denunciano le Acli - nessuno ha ottenuto i 120 euro, e della proroga promessa non v'è traccia».
Il Governo aveva fissato una prima scadenza al 31 dicembre 2008 per concedere, a chi avesse presentato la domanda entro quella data, la ricarica retroattiva dei mesi di ottobre, novembre e dicembre: 40 euro al mese, 120 euro in tutto. Di fronte al ritardo con cui era partita la macchina organizzativa e alla complessità oggettiva delle operazioni, le Acli avevano chiesto di spostare la scadenza al 28 febbraio. Il Governo aveva accolto la richiesta annunciando più volte pubblicamente la predisposizione di un decreto per la concessione di 2 mesi di proroga. «La data del 28 febbraio è passata è il decreto non c'è stato - spiegano le Acli - I 120 euro 'promessi' non sono stati mai caricati sulle carte di circa 200mila persone che restano senza soldi e senza risposte». «Che fine ha fatto la proroga?» si interrogano le Acli, che chiedono al Governo di mantenere la promessa fatta e insieme avanzano una proposta: «Abolire i requisiti anagrafici per l'accesso alla social card».
Il Governo, infatti, aveva ipotizzato inizialmente una platea di beneficiari della social card pari a 1 milione e 300mila cittadini. E aveva stabilito per questo - adottando un condivisibile criterio selettivo, riconoscono le Acli - una serie rigorosa di requisiti tra cui due principali: reddito Isee inferiore ai 6000 euro, età del richiedente inferiore ai 3 anni (bambini) o superiore ai 65 anni (pensionati). Ma le Carte acquisti finora distribuite sono state tuttavia 'solo' 560mila, meno della metà del previsto. E i dati a disposizione del Caf Acli dimostrano che il 40% di coloro che avrebbero diritto alla Carta secondo il requisito del reddito, ne rimangono esclusi per via dell'età. La proposta avanzata dal presidente delle Acli Andrea Olivero è conseguente: «Abolire i requisiti anagrafici per l'accesso alla social card». «Si può essere 'poveri' a 60 come a 65 anni, con figli di 3 anni piuttosto che di 5. Il requisito dell'età è quello meno comprensibile e giustificabile. Abolendolo rimarremmo comunque entro le previsioni di spesa ipotizzate dal Governo».

POLITICHE SOCIALI Bonus e card, famiglie in minoranza

Analisi
Un primo campione delle richieste presentate attraverso il Caf delle Acli conferma alcuni limiti già evidenziati: per il Bonus famiglia l’80% dei beneficiari sono singoli e coppie senza figli, per la Carta acquisti resta esclusa per limiti di età un’ampia fetta di popolazione povera.

primi dati sul flusso delle do­mande per il «Bonus famiglia» confermano le previsioni della vi­gilia: la grandissima parte dei bene­ficiari saranno pensionati singoli e coppie senza figli. Nonostante il no­me, infatti, le famiglie con prole a go­dere del beneficio saranno meno del 20%. Mentre, sul fronte della «Social card» dedicata ad anziani e famiglie con bambini di età inferiore ai 3 an­ni a bassissimo reddito, rimane un’ampia area di bisogno non co­perta dall’iniziativa di sostegno.

Il campione e i risultati. A elaborare le prime stime sulla distribuzione del «Bonus famiglia» è stato il Centro di assistenza fiscale delle Acli. Gli spor­telli sparsi in tutt’Italia hanno rac­colto (fino al 9 febbraio) oltre 110mi­la richieste. Un campione certo limi­tato, se si considera che la platea fi­nale stimata dal governo è di 8 mi­lioni di soggetti beneficiari (più pro­babilmente si arriverà tra i 6 e i 7 mi­lioni), ma non di meno significativo. Ebbene ben il 52,20% dei richiedenti (con requisiti validi) è costituito da pen­sionati soli. A questi si aggiunge un 26,96% di coppie senza figli o – ma si tratta di percentuali residuali – geni­tori soli con un solo figlio a carico. Decisamente limitate, invece, le fa­miglie con figli che riescono ad ave­re accesso al beneficio: il 19,12% per l’esattezza. La ripartizione vede la famiglia di 3 componenti a quota 7,36% e poi a scendere le coppie con 2 figli al 6,48%, con 3 figli solo il 2,15%, dai 4 figli in su è appena lo 0,78%. Completano il quadro i nuclei nei quali sono presenti disabili (escluso il richiedente): 2,34% delle domande. La situazione viene solo parzial­mente corretta se si guarda alle ri­sorse destinate. Essendo l’importo del singolo bonus variabile da 200 a 1.000 euro, singoli e coppie senza fi­gli ‘incassano’ il 62,81% dei fondi mentre alle famiglie con figli va il 29,25% e il 7,93% è riservato ai nuclei con disabili.

I perché dello squilibrio. Come Av­venire aveva già evidenziato con due inchieste (pubblicate il 5 dicembre 2008 e l’11 gennaio 2009) a determi­nare lo squilibrio nei soggetti bene­ficiari è l’anomala parametrazione dei requisiti di reddito annuo a se­conda dei componenti la famiglia, soprattutto se messa a confronto con la corrispondente soglia di povertà relativa. Il tetto massimo dei primi due scaglioni (uno e due componenti il nucleo) è stato infatti fissato ri­spettivamente a 15mila e a 17mila euro annui, pari circa al doppio del­la soglia di povertà corrispondente: 7mila euro per un singolo e 11mila per una coppia. Per contro, invece, il tetto di reddito annuo degli scaglio­ni successivi– quelli per le famiglie con 1, 2 bambini – sale di pochissi­mo e si posiziona appena al di sopra della soglia di povertà. Addirittura con 3 o 4 figli solo i nuclei con reddi­ti già al di sotto della soglia di povertà relativa possono richiedere il bonus. La sproporzione è dunque lampan­te, come avevano messo in evidenza anche il Forum delle famiglie e l’As­sociazione famiglie italiane: del bo­nus possono beneficiare singoli con redditi doppi rispetto ai limiti di po- vertà, mentre le famiglie con figli de­vono già essere in miseria per poter avere accesso al beneficio.

Carta acquisti non per tutti. Una va­lutazione simile si può fare anche per la cosidetta «Social card». Per otte­nere la carta acquisti ricaricabile con 40 euro al mese, è infatti necessario rispettare alcuni requisiti. Le fami­glie devono avere figli tra 0 e 3 anni e un reddito certificato Isee inferiore a 6mila euro di valore. Stessi parame­tri per gli anziani di almeno 65 anni, ai quali si applicano però come ulte­riori requisiti quelli di un reddito lor­do comunque inferiore a 6mila euro, comprensivi di voci accessorie (che normalmente non costituiscono red­dito) come rendite di invalidità o as­segni di accompagnamento. Come ha funzionato questa griglia nel fil­trare le richieste? Guardando al cam­pione del Caf delle Acli arriva qual­che prima risposta. Analizzando i da­ti ci si accorge che su oltre 65mila richiedenti una buona metà è stata scartata perché superava seppur di poco il requisito dei 6mila euro di reddito. «Spesso si trattava di persone invalide, e quin­di con un assegno di accompagna­mento o una piccola rendita dell’I­nail, oppure di anziani in possesso di un box o qualche altro piccolo be­ne », spiega Paolo Conti, direttore na­zionale del Caf Acli. All’interno delle residue 32.902 richieste – ‘valide’ quanto ai limiti di reddito – appena l’11% riguarda le famiglie con figli tra 0 e 3 anni mentre per il 52% si tratta di pensionati. C’è poi una fetta piut­tosto ampia, pari al 37% dei richie­denti, che non avrà diritto alla «So­cial card» pur avendo un reddito in­feriore ai limiti dei 6mila euro. Si trat­ta in sostanza di famiglie con figli ol­tre i 3 anni oppure persone che non hanno ancora compiuto i 65 anni. Sono poveri, anche poverissimi, ma non hanno l’età per godere dei be­nefici.

I difetti delle due operazioni. I primi dati forniscono una conferma all’e­mergere di alcuni limiti. Anzitutto, la mancata focalizzazione degli aiuti sulle famiglie con figli, nonostante queste siano più a rischio di povertà di altre categoria. Poi il vantaggio of­ferto alle convivenze rispetto alle coppie sposate, dato che le prime possono non sommare i redditi dei due genitori e comporre con i figli due nuclei come meglio credono, per ottenere due bonus. Sono decisa­mente penalizzati, inoltre, i disabili ‘capofamiglia’ che di fatto non ‘con­tano’ ai fini del bonus e gli invalidi con assegno esclusi dalla «Social card». Infine, resta una fetta di po­polazione povera – che appare piut­tosto ampia – non tutelata in alcun modo, spesso solo per motivi di età.

I limiti di reddito relativamente «alti» per i single e molto «bassi» per i nuclei con bambini a carico hanno finito per penalizzare i nuclei numerosi L’età invece discrimine per la «Social card»

FRANCESCO RICCARDI

giovedì, febbraio 19, 2009

Social card: il 3 febbraio sono stati accreditati altri 80 euro

Con Messaggio n.2881 del 4 febbraio 2009, l’Inps ha comunicato di avere accreditato 80 euro sulla Social card: si tratta dell’accredito relativo al primo bimestre del 2009. I prossimi accrediti verranno effettuati all’inizio dei mesi dispari. Con successivo Messaggio n.3639 del 13 febbraio 2009, l’Inps ha confermato che ai fini dei requisiti reddituali rilevano sia la cosiddetta “quattordicesima”, istituita dal DL 81/2007, sia le “maggiorazioni” di pensione di cui all’art.70 della Legge 388/2000.

lunedì, febbraio 16, 2009

Social Card: Una riflessione sull’efficacia e sulla natura della “concessione” del Governo per i meno abbienti




(da Aesse 1 2009)

“Al fine di soccorrere le fasce deboli di popolazione in stato di particolare bisogno, è concessa ai residenti di cittadinanza italiana che versano in condizione di maggior disagio economico una carta acquisti finalizzata all’acquisto di beni e servizi”. Così recita la norma istitutiva della “carta acquisti”, meglio nota come social card: concessione, dunque, e non diritto riconosciuto.
Poiché ogni parola ha un significato, va rammentato che la concessione era propria dei tempi in cui il sovrano, unica fonte di diritto, comandava sui sudditi; con l’avvento della democrazia si pensava che non vi sarebbero stati più sudditi, quindi niente più concessioni, ma solo cittadini, ai quali si riconoscono diritti.
La “carta” viene, invece, concessa. A beneficiarne sono i cittadini italiani di età superiore a 65 anni e le famiglie di bambini di età inferiore a 3 anni, in base a precisi requisiti. È dotata di 480 euro all’anno, accreditati in misura di 80 euro ogni due mesi: se la richiesta è stata effettuata entro il 31 dicembre 2008, il primo accredito è stato di 120 euro, comprensivo delle mensilità dell’ultimo trimestre 2008. Le Acli hanno chiesto al governo di prorogare il termine di richiesta al 28 febbraio 2009, per rimediare ai ritardi nell’emanazione dei provvedimenti attuativi, che hanno consentito l’avvio delle operazioni solo da dicembre. A oggi non si ha conferma ufficiale della proroga, anche se la notizia è data per certa da alcuni autorevoli organi di stampa.
Le somme accreditate possono essere spese presso esercizi commerciali convenzionati, per lo più corrispondenti alle grandi “catene” di distribuzione: dunque, niente spesa nella panetteria sotto casa, ma solo nei supermarket abilitati. Impossibile non domandarsi dove andranno gli anziani che vivono in località prive di grandi market, per loro non sarà neanche possibile farsi fare la spesa da un figlio, perché all’atto del pagamento la firma sullo scontrino deve corrispondere al titolare della “carta”.
Il governo ha stimato che il provvedimento possa interessare un milione di anziani e circa 300.000 famiglie con bimbi piccoli. A fine dicembre erano state presentate circa 520.000 domande: 130.000 sono state respinte, 360.000 accolte e le rimanenti in attesa di definizione. Appare prematuro esprimere valutazioni in proposito, sembra però opportuno domandarsi se si tratta di un provvedimento che va incontro alle esigenze di persone normalmente denominate povere.
Se si confrontano le stime del governo sul numero di persone potenzialmente interessate alla social card, con i “numeri” sulla povertà pubblicati dall’Istat solo nello scorso mese di novembre, parrebbe che si sarebbe potuto fare di più: secondo l’Istat vi sono, infatti, in Italia oltre 7 milioni e mezzo di poveri, distribuiti in oltre 2.500.000 famiglie, per lo più residenti al Sud.
Sorgono inoltre altre domande sui costi dell’operazione e sull’uso politico che potrebbe esserne fatto.
Il sistema bancomat, per esempio, genera dei costi per i servizi interbancari che si sarebbero evitati se la cifra “concessa” fosse stata accreditata direttamente sulle pensioni, o erogata come aggiunta agli assegni familiari per i bimbi; anzi, considerati i risparmi, si sarebbe potuto anche erogare una cifra di importo più elevato.
La legge non stabilisce inoltre la durata della “carta”, né definisce la cifra una volta per tutte. Anzi, “nel caso in cui risultino risorse disponibili”, l’importo potrà essere rimodulato, magari anche solo per un periodo limitato e, magari, nel corso di una campagna elettorale, visto che la social card è solo per gli italiani.
La dotazione del Fondo a regime è di circa 450 milioni di euro l’anno, e per alimentarlo è previsto che possano essere effettuate donazioni da parte di società ed enti, che in cambio riceveranno incentivi fiscali e pubbliche benemerenze da reclamizzare in occasione di campagne pubblicitarie. Ma il Signore non aveva detto: “Non sappia la mano sinistra ciò che fa la destra”?
Giuseppe Argentino

venerdì, gennaio 16, 2009

Il mistero della Social Card

Prima i numeri, quelli che per il governo fanno parlare di un veroe proprio successo. Nel giro di un paoio di mesi sarebbero già circolanti qualcosa come 423mila "social card", le tesserine messe a punto dal ministero del Tesoro per distribuire ai meno abbienti un aiuto da 40 euro al mese.

Secondo il Tesoro le richieste arrivate sono state oltre 500mila, di queste 157mila sono state quelle non accettate per cause che spaziano dalle anomalie nella richiesta fino alla mancanza dei requisiti richiesti in termini di reddito.

Secondo quanto riferito sarebbero invece 423mila le Social Card già caricate per un totale di 680mila transazioni effettuate per un importo medio di 33 euro, mentre l'Inps spiega che in Campania e Sicilia è concentrata quasi la metà delle ricariche effettuate.

Tutto bene? Mica tanto. Le associazioni dei consumatori prima, una serie di servizi giornalistici poi, hanno dimostrato che in parecchi casi le tesserine, una volta arrivate in mano a chi ne aveva diritto, hanno rivelato nel momento del loro uso di non essere state caricate.

Tradotto, il poveraccio di turno ha dovuto mollare alla cassa la parte di spesa fatta con la social card, con buona pace di dignità e privacy. "Si può polemizzare su tutto ma, per favore, non sulla povertà", ribatte il ministro Tremonti, che dimentica che la polemica non è sulla povertà ma su di lui e sul governo.

Secondo l'associazione Altroconsumo all'origine delle Social Card vuote a sorpresa c'è un meccanismo per cui, anche se la Social Card viene concessa, in seguito l’Amministrazione fa dei controlli sulle dichiarazioni rilasciate da chi fa richiesta. "Procedura che non fa che aumentare la confusione, il disagio e lo smarrimento dei cittadini. I controlli sull’esistenza dei requisiti per il rilascio della carta andrebbero fatti prima di consegnarla al richiedente", sottolinea Altroconsumo.

E Federconsumatori con Adusbef aggiungono: "Da più parti ci pervengono segnalazioni di disagi e difficoltà nell’uso della Social Card. Carte che non sono mai state ricaricate, mancata chiarezza riguardo ai prodotti sui quali è applicabile lo sconto, estrema difficoltà nel reperire i negozi abilitati, sono molti i cittadini che si pongono seri dubbi sulla reale fruibilità di questo strumento". Secondo le due associazioni "ben altre sarebbero le operazioni da adottare per aiutare veramente le famiglie in maggiore difficoltà, ad esempio attraverso l’aumento diretto delle pensioni sociali".

giovedì, gennaio 15, 2009

POVERTA' - Ancora "scariche" il 28% delle Social Card


Crescono gli attacchi dell’opposizione e delle associazioni di consumatori dopo la denuncia sulle Social card inutilizzabili perché senza copertura. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Vito, fornisce i dati del Tesoro: "Caricate 420 mila Social card sulle 580 mila richieste nel 2008" (72%). Il caricamento non viene fatto in caso di "irregolarità rilevate tra i dati forniti e quelli presenti nelle banche dati delle pubbliche Amministrazioni" e "accertamenti del mancato possesso dei requisiti per ottenere la Carta”. Finora “effettuate oltre 644mila transazioni per un importo medio pari a circa 33 euro". vai>>