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lunedì, gennaio 10, 2011

Reggio Calabria: Le promesse non mantenute di Rosarno


immigrati410 gennaio 2011 - A un anno dalla rivolta degli immigrati di Rosarno “le promesse istituzionali sono rimaste inattuate”.

Lo denunciano le Acli di Reggio Calabria ricordando che già nel 2010, le Associazioni cristiane lavoratori italiani "avevano evidenziato la colpevole e dolosa latitanza delle istituzioni nazionali, regionali e locali nel prevenire con interventi appropriati di natura igienica, sanitaria e sociale, prevedibili rivolte popolari e scontri sanguinosi tra poveri in un territorio palesemente controllato da forze oscure e criminali”.

L’anno scorso, dopo la rivolta, le istituzioni “affermarono che l’utilizzazione della mano d’opera extracomunitaria sarebbe avvenuta nel rispetto minimo della trasparenza contrattuale, di una condizione abitativa degna di tal nome e di servizi sanitari e sociali propri di un paese civile”.

Quelle parole sono rimaste lettera morta mentre “la società e il volontariato hanno continuato a fare azione sistematica di supplenza”.

Contro questa situazione, le Acli di Reggio Calabra chiedono “di dare forza alla richiesta pacifica degli immigrati per il mantenimento delle promesse minime per una vita sociale, individuale e familiare degna di un paese che si dice civile”.

venerdì, gennaio 15, 2010

Campania: ACLI Terra alla marcia antirazzista di Caserta.

Le ACLI Terra Regionali della Campania hanno aderito alla giornata di mobilitazione promossa dall’assemblea del Movimento dei migranti e dei rifugiati dopo gli avvenimenti di Rosarno. Martedi’ 19 gennaio, alle ore 10, una rappresentanza guidata dal Presidente Pasquale Orlando prenderà parte alla marcia antirazzista che, dalla Piazza Vanvitelli di Caserta, manifesterà contro lo sfruttamento dei migranti impegnati in agricoltura.

giovedì, gennaio 14, 2010

L’altra faccia di Rosarno


Leonardo Becchetti - 14/01/2010

Etica e solidarietà originano dal riconoscimento dei legami che uniscono le persone in virtù della loro comune natura. E il principio dell’amore del prossimo (il più vicino) è l’occhiale per correggere la nostra miopia. Spesso, anche per chi ha buona volontà, è più facile “adottare a distanza” che scambiare due parole con il condomino. Più facile che incontrare lo straniero che cammina nelle nostre stesse strade ma vive in città satellite e diventa invisibile ai nostri occhi perché lontano dal nostro ceto sociale e condizione di vita.

Un modo concreto ed incarnato di riconoscere i legami è quello di renderli visibili nel quotidiano ordito delle nostre relazioni economiche e professionali. E’ quello che a distanza si è proposto di fare il mondo del consumo e del risparmio solidale, citato ampiamente nell’ultima enciclica,[1] rendendo visibile il legame tra il prodotto acquistato e tutti gli attori che hanno contribuito a portarlo sulla nostra tavola. Consentendo al consumatore di scegliere percorsi che tutelano la dignità e promuovono l’inclusione e lo sviluppo degli anelli più deboli della filiera.

In questi ultimi tempi però, anche se non possiamo produrre banane, cacao, tè e caffè sottocasa, l’equosolidale viene talvolta erroneamente contrapposto al chilometro zero, ovvero al valore di acquistare prodotti genuini più prossimi.

A Rosarno gli immigrati lavoratori stagionali che raccolgono le arance sono pagati dai produttori pochi centesimi al chilo perché a loro volta i produttori ricevono soltanto in media 27 centesimi al chilo. Il prezzo finale del prodotto per i consumatori, come sottolinea la Coldiretti, è di circa 1,55 euro al chilo con un ricarico del 447 percento. Insomma i produttori di base sono pagati quel poco che consente loro di mantenere a coltivazione i terreni e a loro volta compensano i raccoglitori stagionali con salari da fame.

La vicenda di Rosarno ha reso chiaro a tutti che può esistere un “commercio equosolidale quasi a chilometro zero”, che le vicende dell’anello più debole (lavoratori stagionali) della filiera dei pomodori, fagiolini, arance, mandarini e olive prodotte in Italia che finiscono sulla nostra tavola non sono affatto dissimili da quelle dei lavoratori delle piantagioni di banane o dei produttori agricoli di base in paesi lontani.

Il ministro Zaia a accennato alla possibilità per questi prodotti di un marchio “etico” che contraddistingue una filiera diversa e un prodotto che contiene il valore intangibile, ma reso visibile dal marchio, di una maggiore responsabilità sociale nei confronti di tutti gli attori della filiera. Se esistono le arance rosse di Sicilia possono esistere anche le arance responsabili di Rosarno (o dei luoghi in cui potranno essere prodotte sotto queste nuove condizioni).

La tracciabilità sociale della filiera è una grande opportunità di ricostruzione di legami invisibili e spezzati nel rispetto della libertà di scelta dei cittadini consumatori. Dove i pionieri che realizzano quest’innovazione sociale di prodotto sono di stimolo all’aumento della responsabilità e degli altri produttori.[2] Ho partecipato di recente ad un vertice FAO che radunava tutti i protagonisti della filiera delle banane nel quale le grandi imprese transnazionali (Dole, Ciquita) e alcuni grandi distributori (Sainsbury, Tesco) riconoscevano ai certificatori e importatori equosolidali il merito di aver creato un nuovo modello di filiera di “successo” che ha indotto anche loro ad avviare in via sperimentale iniziative simili. E’ per questo che oggi una banana su quattro nel Regno Unito proviene dalla filiera equosolidale.

Ora che abbiamo toccato con mano, che l’autointeresse miope che ci spinge ad ignorare i legami quando acquistiamo i prodotti diventa un boomerang ? Che non potremo mai avere sicurezza garantita in presenza di disperati che vivono in condizioni incivili ? Siam nelle condizioni di farlo partendo da obiettivi realistici e non utopici come quelli di un prodotto che garantisce che agli stagionali qualcosa di più di 20 euro al mese e abitazioni decenti o altre iniziative in grado di promuovere la loro dignità.

Basta con gli esercizi di indignazione, rabbia, commozione fini a se stessi. Proponiamo strade possibili realizzabili nella realtà economica del nostro quotidiano, in grado di attivare le “energie rinnovabili” della solidarietà di quella grandissima parte dei cittadini che possono e sono disposti a votare con il proprio portafoglio per una filiera diversa. Non si tratta solo di solidarietà ma anche un modello economico sostenibile che porta i valori dentro la piazza del mercato e crea quelle virtù di cui l’economia e la società hanno bisogno per sopravvivere.



[1]E` necessario un effettivo cambiamento di mentalita` che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, ‘‘nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti’’ Caritas in Veritate

[2]“Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. E` dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si puo` attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia.” Caritas in Veritate

martedì, gennaio 12, 2010

IMMIGRATI: OLIVERO (ACLI), VITTIME DI MALAVITA E ILLEGALITA

Roma, 12 gen - ''Il problema dell'Italia non sono gli immigrati ma i mali antichi del nostro Paese: l'illegalita', il lavoro nero, la malavita organizzata, l'assenza dello Stato in ampi territori della Penisola''. Lo afferma il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero intervenendo sui fatti dei giorni scorsi, in Calabria. ''Dove non c'e' legalita' - spiega Olivero - e' impossibile la convivenza civile. Quanto accaduto a Rosarno ha posto in evidenza una questione risaputa e irrisolta: la situazione di sfruttamento e illegalita' diffusa in ampie zone d'Italia e in molti settori lavorativi, quello agricolo in particolare, che non riguarda solo i lavoratori immigrati. E ancora la presenza radicata della criminalita' organizzata, l'assenza dello Stato non solo come presidio di ordine pubblico ma come presidio sociale. Il problema allora non e' ''rimandare a casa gli immigrati'', come si ostina a dire qualcuno, ma favorire la presenza regolare degli stranieri (molti di quelli presenti a Rosarno erano rifugiati o richiedenti asilo), ristabilire finalmente la legalita' in quei territori e nel mondo del lavoro. Bene ha fatto oggi il ministro del lavoro Sacconi annunciando tolleranza zero contro il lavoro irregolare in agricoltura. Si poteva fare prima, ora speriamo che alle parole seguano i fatti''.

Per quanto riguarda l'immigrazione, il presidente Olivero punta il dito contro chi ''diffonde odio e fomenta paure, stravolgendo la realta' di un fenomeno che gia' oggi rappresenta per l'Italia una grande risorsa economica, sociale e culturale''. ''Per questo motivo - conclude il presidente delle Acli - abbiamo voluto dare la nostra adesione alle iniziative che si vanno organizzando a marzo per sottolineare il valore prezioso e insostituibile della presenza degli immigrati nel nostro Paese''.

lunedì, gennaio 11, 2010

Il Papa: Rispettare gli immigrati.

Il monito di Benedetto XVI: «Sono persone come tutti, basta violenze»

CITTA' DEL VATICANO
Gli immigrati vanno rispettati e la violenza «non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà», tanto meno «in nome di Dio». All’Angelus Benedetto XVI parla di «due fatti» che «hanno attirato in modo particolare» la sua attenzione negli ultimi giorni, e si capisce subito che parla della guerriglia di Rosarno e dell’Egitto.

I suoi appelli rinforzano ulteriormente le denunce anticipate ieri dal segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, contro le «gravi condizioni di lavoro a cui sono sottoposti gli immigrati», immediatamente recepite anche dai vescovi italiani che dal quotidiano Avvenire puntano il dito da giorni sul fuoco che da tempo covava sotto la cenere nella provincia di Reggio Calabria.

I «due fatti» che preoccupano Benedetto XVI sono - spiega - «il caso della condizione dei migranti, che cercano una vita migliore in Paesi che hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza, e le situazioni conflittuali, in varie parti del mondo, in cui i cristiani sono oggetto di attacchi, anche violenti». E i due appelli che ne fa derivare, pronunciati a sorpresa dopo la preghiera domenicale in piazza San Pietro, sono in realtà uno solo: «Ripartire dal significato della persona», e imparare a rispettare chi è diverso, non importa se per provenienza o religione.

«Bisogna ripartire dal cuore del problema - ha esclamato il Papa dopo l’Angelus a piazza San Pietro -. Bisogna ripartire dal significato della persona. Un immigrato - ha affermato con forza - è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita». «La violenza - ha detto ancora - non deve essere mai, per nessuno, la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano. Invito - ha concluso - a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me».