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sabato, gennaio 17, 2009

Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione




Giovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione. Non è in questa sede importante riprendere le polemiche e giudicare il plotone di esecuzione schierato in queste ore contro Michele Santoro e gli arcangeli e i serafini in fila a santificare Lucia Annunziata. Ma è importante fare un altro tipo di riflessione che concerne il medium.

di Gennaro Carotenuto

Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può performare, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può narrare, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può conversare, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.

L’imbarbarimento della vita televisiva è dato dal disequilibrio tra questi tre grandi filoni. La performance è di fatto scomparsa. Nell’impoverimento culturale della società i quiz sono diventati idioti perché è fastidioso e controproducente far vincere dei soldi a qualcuno solo perché sa. Per far ridere poi in genere bastano quattro parolacce e qualche allusione sessuale. Perfino nelle vecchie tribune politiche si performava, si sciorinavano dati, si mostrava un eloquio da retori oggi sostituito dalle torte in faccia.

Anche la narrazione in tivù è in crisi. I documentari sono confinati sul satellite e i reportage li fa solo quel comunista di Riccardo Iacona. D’altra parte anche le storie ce le siamo finite e non si può fare una nuova edizione di “Guerra e pace” o “I promessi sposi” ogni 10 anni. Del resto “il pubblico non capirebbe”. Le soap poi sono un surrogato di conversazione tanto che molti format e reality sono delle soap camuffate.

La conversazione quindi trionfa in tutte le sue forme. Chiacchiere più o meno vuote nelle isole dei famosi, chiacchiere rigorosamente vuote nei programmi di approfondimento giornalistico, Porta a porta, Ballarò eccetera. Oramai i politici vanno in tivù (probabilmente imbottiti di stupefacenti) aspettando solo il momento di alzare la voce e avventarsi sulla controparte perché è sul wrestling che ritengono che il popolo bue li giudichi.

In questo modo tutto può passare, si può far passare come esperto un fanatico destinato al girone degli iracondi come Edward Luttwak, oppure trattare come statisti personaggi con condanne gravi come Marcello dell’Utri. Basta far sparire i fatti, anche se si parla di argomenti serissimi. In questo modo una ragazza messa lì ad accavallare le gambe può essere chiamata a parlare (sic) di genetica o di Resistenza e il suo punto di vista essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che hanno dedicato ai rispettivi campi di studio tutta la vita.

Il meccanismo è perverso. Per poter far credere ai telespettatori che la guerra è bella, che la precarietà è un bene, che gli immigrati sono cattivi o che la mafia non esiste devono sparire i fatti, la narrazione dei fatti. Solo così possono essere contrapposte su un piano di parità tesi che pari non sono.

Cosa c’entra con tutto ciò Michele Santoro?

Michele Santoro, nella trasmissione di giovedì sera non fa bella figura e forse non ha nemmeno il pieno controllo sull’evoluzione della stessa. Fa un errore marchiano dicendo all’Annunziata “stai acquisendo dei meriti nei confronti di qualcuno”, ha ragione ma la fa passare da vittima, ma soprattutto commette (il secondo probabilmente in maniera preterintenzionale) due peccati capitali.

Il primo peccato capitale è che ha proposto dei frammenti di narrazione giornalistica in un contesto che è percepito come destinato solo alla conversazione. Ha mostrato le immagini. E le immagini parlano, non sono neutre. Se i fatti narrano, come ha dimostrato il reportage di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere”, o il successo del blog di Vittorio Arrigoni da Gaza, ipotecano il dibattito che non può più prescindere da esso. A quel punto non esistono più due realtà virtuali contrapposte per par condicio. Ci sono i fatti che pendono da un lato, piuttosto che dall’altro. Non puoi più cambiare argomento, alzare la voce, tergiversare. Devi commentare quello che vedi senza eluderlo. Questo per lo stato attuale dell’informazione in Italia è intollerabile.

Di cosa è accusato Santoro? Di strumentalizzazione. Di cosa? Dei fatti. Come se si potesse prescindere da essi. Come ha calcolato Elia Banelli su Agoravox gli ospiti di Santoro giovedì erano perfettamente in equilibrio tra pro-israeliani e filo-palestinesi. Nel paese della par condicio è indispensabile che così sia anche se si parla di calcio. Nello specifico, se si mostra come ha fatto Santoro il fatto che i morti in Medio oriente sono in una proporzione di cento palestinesi per ogni israeliano e che un terzo di tali morti sono bambini si viene accusati di fare un’operazione di propaganda filopalestinese o addirittura filo-Hamas (che non è lo stesso ma tutto serve per estremizzare i toni). In realtà i palestinesi in trasmissione, a partire da Rula Jebreal, erano contro Hamas o agnostici.

Il problema allora non era nel dibattito; era nei fatti con i quali i politici e (quel che è peggio) i giornalisti non sono più abituati a fare i conti. Se i fatti, la proporzione di 100 morti contro uno, pendono a favore di una parte, i fatti stessi sono considerati una intollerabile deviazione rispetto alla par condicio che serve a dire tutto e il contrario di tutto. Quando crollò l’Argentina neoliberale l’unica maniera di difendere le politiche del Fondo Monetario Internazionale era prescindere dai fatti: sul dilagare della povertà, sulle morti per fame, sulla disoccupazione strutturale in un paese abituato alla piena occupazione, su un paese deindustrializzato dal modello bisognava glissare. Anche allora i fatti infastidivano chi voleva negare l’evidenza. Oppure leggete le dichiarazioni degli avvocati difensori dei manager della Thyssen Krupp su cosa pensano del “clamore mediatico”, ovvero dei fatti?

Con i fatti, i bambini morti, diviene impresentabile un Andrea Nativi che magnifica la straordinaria efficacia delle bombe a frammentazione o al fosforo o che ci vuol convincere che è normale per chi guida un elicottero d’assalto far tante vittime civili. Chi ha visto la trasmissione ha osservato la stizza di Nativi stesso ogni volta che veniva mostrato un frammento di narrazione su quello che si vede che è successo a Gaza, i fatti.

Sembrava dire, Nativi, “ma se mostrate i fatti le mie chiacchiere perdono peso, nessuno crede più che le armi siano bellissime. Non è giusto, se narrate i fatti allora il dibattito non è più equilibrato”. Squilibrato dai fatti. Nessuno infatti ha messo in dubbio gli effetti nefasti e criminali dei razzi sul Neghev. Il problema è che i razzi su Sderot o Ashkelon restano intollerabili solo fino a che non vengono paragonati a quanto sta accadendo a Gaza, fino a quando una narrazione artificiosa dei fatti fa credere che i tre (3) morti causati dai razzi di Hamas in tre settimane siano equivalenti (o addirittura più gravi) agli oltre mille causati da Tsahal.

Il secondo peccato capitale di Michele Santoro è di aver sostituito per la conversazione i soliti navigati politici, giornalisti, docenti universitari, pronti a mettere in scena il solito teatrino stando alle regole del gioco, con dei ragazzi. Dei ragazzi italo-israeliani e dei ragazzi italo-palestinesi. Dei ragazzi, soprattutto le due ragazze, che hanno scatenato la reazione di Lucia Annunziata, che hanno usato i mezzi conversazionali del XXI secolo: hanno strillato come matte.

Entrambe presentabili, parlando un ottimo italiano, sufficientemente colte, carine, sicuramente entrambe in buona fede, hanno sbattuto l’una sulla faccia dell’altra gli argomenti di un conflitto irrisolvibile con le armi, dove non tutto è bianco né nero (come sostengono la Annunziata o Claudio Pagliara o in maniera speculare i fan italiani di Hamas, “intifada fino alla vittoria”).

A quel punto, con quelle due oneste ragazze, l’italo-israeliana e l’italo-palestinese, completamente fuori controllo a rinfacciarsi l’una all’altra 60 anni di conflitto e di pregiudizi il re era nudo. Il re della televisione. La tivù, quando sostituisce la narrazione con la conversazione, quando si mostra equidistante, in realtà sta solo prendendo le parti di chi è più distante dai fatti, per farsi strumento di dominio e di falsificazione della realtà stessa.

Il palesamento di questa realtà, per una ex-presidente della RAI come l’Annunziata, non era accettabile: “Michele, questo conflitto in mano a due ragazze non si può mettere”. L’unica conversazione possibile è un minuetto tra cicisbei che urlano, strepitano ma stanno al gioco. Se si sostituiscono con due ragazze in buona fede il castello di carte cade. E, di nuovo, restano i fatti.

Giornalismo partecipativo (clicca sul titolo)

lunedì, ottobre 27, 2008

Mariastella Gelmini come Barak Obama? leggiamo Gennaro Carotenuto.

Mariastella Gelmini come Barak Obama? Due appunti sull’ennesima grembiulata di Santa Ignoranza

Barak GelminiQui a sinistra potete leggere un frammento dell’intervista concessa dal Ministro Mariastella Gelmini al Corriere della Sera di oggi che può essere letta per intero qui.

La Ministra si paragona niente meno che a Barak Obama, in un evidente tentativo di provocare il campo della protesta, gli studenti, il mondo della scuola e dell’Università, l’opposizione e i manifestanti del Circo Massimo.

di Gennaro Carotenuto

Come prima cosa va detto che ci va bene che la Gelmini si paragoni con Obama; l’alternativa sarebbe stata Sarah Palin. Ma al di là delle battute è importante rispondere sul merito per sbugiardare l’ennesima offensiva mediatica del governo contro il mondo della scuola, dell’università e della ricerca.

La Gelmini, proprio paragonandosi ad Obama, mette per iscritto la sua inconsistenza e la sua malafede. Barak Obama, che non è ancora stato eletto, può star fermo sulla propaganda e alla politica degli annunci. Per la Gelmini invece non è più tempo di politica degli annunci e parlano chiaramente le Leggi dello Stato e i decreti legge che portano il suo nome.

INCENTIVI E MERITO

Si può tranquillamente sfidare la Ministra a trovare un solo provvedimento che permetta ad un solo insegnante o docente universitario meritevole di guadagnare un solo Euro in più. I tagli nelle prospettive di carriera sono uguali per tutti.

Sfidiamo la Gelmini a trovare una sola riga in un provvedimento legislativo a lei legato nella quale un ricercatore o un gruppo di ricerca meritevole possa ottenere un solo Euro in più, non per intascarlo ma per investirlo nella ricerca medesima. I tagli ci sono per tutti, indiscriminati.

Sfidiamo la Gelmini a trovare un solo provvedimento che differenzi tra insegnanti meritevoli e insegnanti scadenti, favorendo i primi rispetto ai secondi. L’unica differenza è fatta per età, penalizzando i giovani.

Al contrario, nonostante Santa Ignoranza si riempia la bocca di “merito”, “meritocrazia” e “incentivi”, tutti i provvedimenti vanno in direzione opposta: premiare chi è già lì, basta che non rompa le scatole.

Lo testimonia il non inserimento in graduatoria a scuola dei più giovani insegnanti abilitati nelle SSIS a favore della stabilizzazione dei precari storici senza alcuna procedura concorsuale che stabilisca chi merita e chi no. Semplicemente i vecchi staranno dentro e i giovani cambieranno mestiere. Non vi è nessun motivo plausibile per tenersi un insegnante scadente per 40 anni in una scuola a rovinare i ragazzi. Ma sfido chiunque a trovare una sola riga contro gli insegnanti scadenti in un provvedimento della Gelmini.

Lo stesso vale per l’Università. I fondi per i progetti di ricerca, i PRIN, vengono tagliati. I migliori giovani per il blocco del turn over non saranno immessi in ruolo; le progressioni di carriera sia dei meritevoli come degli immeritevoli sono tutte indistintamente bloccate.

RAZIONALIZZAZIONE E QUALITA’

Santa Ignoranza non sa, o ovviamente finge di non sapere, che non un Euro dei tagli da scuola e università saranno reinvestiti nella scuola e nell’università. TUTTI i tagli sono semplicemente soldi che Giulio Tremonti rivuole indietro per destinarli ad altri cespiti della fiscalità generale. E’ quindi una MENZOGNA dire che i tagli sono reinvestiti nella qualità dell’istruzione.

Allo stesso modo non vi è una sola lira investita nel diritto allo studio dei non abbienti ai quali la Gelmini si riferisce. Ovviamente la Gelmini non parla mai di “diritto allo studio”, sancito dalla nostra Costituzione, ma preferisce rifugiarsi in una labile “possibilità per tutti”. In Università con meno soldi a disposizione tale possibilità è piuttosto un’improbabilità.

La sostanza è che non c’è una lira in più destinata a borse di studio, collegi, oppure all’edilizia scolastica, in un contesto, ricordiamolo, dove un terzo delle aule sono a malapena adattate all’uopo. Secondo la Gelmini tali studenti non abbienti arriveranno in università non costose (esistono già e sono le università pubbliche) senza beneficiare di collegi o borse di studio e nonostante ciò otterrebbero un’istruzione di qualità? Balle! Balle che spingono l’Italia nel sottosviluppo.

Ovviamente carta canta, le leggi e i decreti legge da lei firmati, e la ministra mente, manipola, tergiversa. Come quando nasconde dietro il ripristino del grembiule il taglio di 87.000 insegnanti. Spieghiamolo, con fatica e con tenacia a tutti: non c’è alcun provvedimento che premia i meritevoli. Non c’è alcun provvedimento che reinveste nella scuola e nell’Università. Ci sono solo i tagli, le bugie della ministra e Barak Obama è innocente.

Giornalismo partecipativo

sabato, settembre 27, 2008

Giancarlo Siani ( da Giornalismo partecipativo di Gennaro Carotenuto)

siani

Il 23 settembre di 23 anni fa, era il 1985, la camorra assassinava un giovane cronista napoletano, Giancarlo Siani. Questo articolo, pubblicato su Il Mattino, è considerato la sua condanna a morte. I camorristi autori materiali dell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo, ma sulle indagini di Giancarlo che lambivano il potere democristiano e anticipavano di anni Tangentopoli è sceso il silenzio per sempre.

domenica, settembre 21, 2008

Afroitaliani: squilli di rivolta per la dignità. di Gennaro Carotenuto



Don’t you know they’re talking about a revolution

It sounds like a whisper
Tracy Chapman

Per due volte in pochi giorni, a Castelvolturno e a Milano, degli afroitaliani sono stati ammazzati da italiani. Non è la prima volta e a due passi da Castelvolturno, a Villa Literno, fu assassinato nel 1989 Jerry Esslan Masslo, il primo omicidio razzista in Italia. Ma la novità è che per due volte in poche ore i negri d’Italia sono scesi in piazza, hanno protestato e hanno causato incidenti.

Poca roba in realtà, qualche cassonetto bruciato e qualche auto sfasciata nel casertano, ancora meno a Milano. Ma per due volte in poche ore hanno gridato che in questa Italia oppressiva prima ancora di essere repressiva, che pretende di farli sentire diversi, inferiori, ospiti indesiderati in ogni secondo della loro vita, che pretende di sfruttarli sul lavoro e quando pagano l’affitto, ma poi li pretende invisibili, e che non smette di discriminarli e criminalizzarli neanche quando vengono ammazzati dagli italiani, loro vogliono solo essere cittadini e non vogliono più abbassare la testa.

A Castelvolturno la rabbia dei negri era dovuta ad un massacro di camorra, il più grave causato dalla criminalità organizzata italiana da anni, con quello di Duisburg nel 2007. Dopo la strage, oltre a dover piangere i loro morti, avevano dovuto prendere atto che tutti erano stati già condannati per direttissima dai media italiani: tutti delinquenti, tutti spacciatori. I negri, anche quel 99% che si spezza la schiena da sole a sole nei campi di pomodori per pochi spiccioli, sono tutti delinquenti.

Per i media (ma quando li processeremo davvero?) non c’è stato mai dubbio: è stato un regolamento di conti. Come se la camorra fosse un giudice infallibile, come se essere ammazzati dalla camorra equivalesse ad una sentenza definitiva di condanna, come se le raffiche di AK dei casalesi confermassero quello che gli italiani pensano da sempre: che tutti i negri sono delinquenti e che se ne devono andare.

Tutto indica invece che i casalesi hanno sparato nel mucchio, un negro vale l’altro per gli italiani e quindi un negro vale l’altro anche per i casalesi. Ci stupiamo? Ma se il clan camorristico dei casalesi ha davvero sparato nel mucchio, per dare una lezione ai negri, uccidendo il giusto per il peccatore, allora quella di Castelvorturno non è (solo) una strage di camorra: è la prima strage di razzismo in Italia. Sei negri ammazzati in quanto tali perché se ne vadano tutti, come quando i neonazisti tedeschi danno fuoco agli ostelli.

E il paradosso è che quei ragazzi neri di Castelvolturno che bruciano cassonetti per chiedere giustizia, per gridare l’innocenza dei loro amici, lo fanno anche per sostituirsi agli italiani che hanno rinunciato ad esigere rispetto e giustizia. Non vogliono i negri i cittadini di Castelvolturno ma abbassano la testa di fronte al camorrista. Come successe con gli ebrei, se la prendono con il negro, il male che ritengono esogeno, perché non hanno la forza di prendersela con quello endogeno, la camorra. E allora sono i negri, i delinquenti, i clandestini, a chiedere più Stato. Si fanno domande semplici, ma sono quelle che gli italiani non sanno più farsi: dov’è lo Stato a Castelvolturno? Perché lo Stato lascia il territorio nelle mani della camorra? Perchè non abbiamo diritti? Quale percorso di integrazione ci offre l’Italia? A chi conviene farci rimanere clandestini? Perché dobbiamo lavorare, vivere e morire così?

A Milano, per uno dei più efferati omicidi da decenni, un ragazzino afroitaliano con la pelle nera massacrato a sprangate da due commercianti, il processo è simile. Era un ladruncolo Abba, aveva rubato dei biscotti dicono gli assassini, come se fosse un’attenuante. Era un ladruncolo, aveva rubato dei biscotti, ripetono come pappagalli i giornali e i tigì senza professionalità, né etica, né decoro, né vergogna.

E devi perdere tempo a spiegare che quella è solo la versione degli assassini e devi perdere tempo a spiegare che i giornali sono falsi, tendenziosi, infamanti e pericolosi a dare la versione degli assassini come oro colato. E devi perdere tempo a spiegare che mentre dei biscotti rubati non vi è conferma ed è sempre più solo la versione degli assassini, le telecamere confermano la metodicità della barbarie: decine di metodiche sprangate fino a lasciare esanime quel ragazzino dalla pelle nera. Altro che rissa, altro che biscotti, altro che un solo colpo partito alla cieca, come hanno cercato di farci credere: quello di Abba è stato un metodico omicidio di bianchi accecati dall’odio razziale.

E deve proprio ribollirti il sangue a 18 anni se ti ammazzano un amico a sprangate e poi cercano pure di farlo passare per un delinquente. Delinquente come tutti i negri. Tornino a casa loro. E allora eccoli quei negri milanesi, italiani di seconda generazione, afroitaliani ovvero cittadini ma di serie B, come quelli della banlieu francese. “Bianchi bastardi” gridano per la prima volta, ma soprattutto gridano “italiani ignoranti” ed è un flash in faccia che ci fotografa come paese. E quel flash ci fotografa con gli occhi rossi; di odio. Italiani ignoranti, sempre più instupiditi dalla propaganda della paura e dell’odio, obbligati a cercarsi un nemico al quale dare la colpa di una vita e di un paese grigio e arretrato. “Italiani ignoranti”, lo gridano con l’accento milanese. Gridano che sono italiani come noi ma che sono esasperati di essere guardati male ogni volta che scendono in strada, ogni volta che vanno a fare la spesa e si vedono sospettati come ladri, ogni volta che vogliono andare a divertirsi e vengono trattati come abusivi.

Anche gli afroitaliani milanesi vogliono solo che vengano rispettati i loro diritti. Come gli immigrati di Castelvolturno vogliono solo essere trattati come cittadini. In quei cassonetti bruciati e in quel “italiani ignoranti”, in questo scendere in piazza che per la prima volta si fa aggressivo, c’è anche una presa di coscienza classica. Hanno capito che nulla gli sarà concesso, che tutto dovrà essere conquistato con la lotta, come nulla è stato concesso e tutto conquistato in 180 anni di storia del movimento operaio. Gli afroitaliani hanno capito che devono conquistarsi il loro posto di cittadini e sono disposti a lottare. Hanno capito che è la battaglia di civiltà più importante, e hanno capito quello che gli italiani hanno dimenticato: che solo in un paese che progredisce e che si apre e non in uno che regredisce e si chiude, c’è futuro.

Sono gli afroitaliani, e se fossero anche la parte sana di questo paese?

domenica, maggio 25, 2008

Chi è la gente di Chiaiano



  • dal blog di Gennaro Carotenuto

  • Chissà il resto d’Italia come se l’immagina uno che abita in Via Cupa del Cane, a Chiaiano, a pochi metri dalla discarica l’apertura della quale deve già salvare il governo Berlusconi. Questo si è infilato in un vicolo cieco per il quale o passa sopra i manifestanti, a qualunque prezzo, o ha già perso una fetta importante di credibilità.

    L’immaginario collettivo, orientato dai media, dipinge gli abitanti di Chiaiano e dell’hinterland napoletano come se fossero tutti dei trogloditi semianalfabeti che vivono di espedienti, spaccio, commercio illegale, ovviamente sempre e tutti manovrati dalla camorra.

    Questa suburra incivile non ha diritto di protestare, ristabilire la civiltà è indispensabile, a volte il manganello è necessario dicono a destra e pure le tre scimmiette a sinistra che non vedono, non sentono e non parlano.

    Come si è arrivati a questo punto non importa, e i rifiuti da qualche parte bisogna metterli, meglio che tocchi a loro, branco di trogloditi. Non importa che la Campania, con la complicità dei politici e degli industriali del Veneto, della Lombardia, dell’Emilia Romagna (buoni quelli…) sia da trent’anni lo sversatoio dei rifiuti d’Italia. Non importa che i politici e gli imprenditori veneti facciano affari con la camorra. Basta che a pagare non siano i cittadini veneti ma quelli campani.

    Non importa che la provincia di Napoli sia la penultima per dimensione d’Italia (un fazzoletto) e la terza per popolazione e quindi materialmente un posto dove mettere i rifiuti non c’è. Napoli deve fare la propria parte, le intimano. Ricordano del nimby (non nel mio giardino) per irridere alle ragioni di questa gente, e li descrivono come ignoranti ed egoisti che vogliono fermare la civiltà.

    Casualmente conosco una giovane coppia che abita nell’epicentro di una discarica. Entrambi impiegati (anche laureati se per qualcuno fosse importante), hanno due bambini piccoli. Hanno comprato un appartamento modesto contando sul fatto che il piano regolatore prevedeva (carta canta) che affacciasse su di un parco. Tra una permuta e il mutuo da 200.000 euro dovranno pagare per trent’anni lavorando duramente.

    I bambini dovevano giocare nel parco, ma da un giorno all’altro qualcuno ha deciso per loro che dovranno giocare in una discarica, E ha deciso per loro che centinaia di camion dovranno passare sotto la loro cameretta 365 giorni all’anno. La casa vale oggi un quarto di quello che valeva cinque anni fa (perchè anche a Chiaiano, o a Pianura un appartamento di 80 metri vale 400.000 Euro e non è colpa della camorra ma di questo modello di sviluppo) e loro non la possono né vendere, né lasciare il lavoro. Con la discarica perdono materialmente tutto, sono costretti a restare lì.

    Mala suerte, a chi tocca tocca, come uno scippo, o un terremoto o un tumore che prende a te e non a lui, e non sai perchè. Meglio a loro comunque, trogloditi nullafacenti. Come loro in piazza scendono migliaia di famiglie normali e vecchi contadini che salvaguardano il piccolo orto di una vita ormai lambito dalla metropoli in una terra modellata dal millenario lavoro contadino.

    Sono famiglie piccolo borghesi come ve ne sono in tutta Italia, che vogliono solo vivere in pace, e che non sono né manovrate dalla camorra, né dai verdi. Sono famiglie che stanno lottando per la loro vita. Tutti sanno che hanno già perso perchè il governo non può perdere e perchè non c’è opposizione. Ma loro non possono arrendersi e non si arrenderanno. E questa storia finirà molto male.

    sabato, febbraio 09, 2008

    Non sottovalutiamo la feccia antisemita; va scovata e colpita! (dal blog di Gennaro Carotenuto)

    Quando l’altro ieri mattina ho ricevuto la lista nera degli “sporchi ebrei” che infiltrerebbero l’università italiana sono sobbalzato. I baroni, le lobby manovrate dal sionismo, gli agenti al servizio di uno stato straniero e via farneticando con un linguaggio solo apparentemente vetero. La lista nera (black list in italiano corrente), oggi oscurata, era a questo link, ma sulla cache di google si leggono ancora delle delizie tratte dal blog ospitato da Il Cannocchiale.

    Nulla di nuovo sotto il sole che sorge libero e giocondo. Vi si legge l’invito a “leggere libri italiani” e non “ebrei” (sic!) o l’apologia del negazionista Faurisson, fatto ovviamente passare come vittima del complotto sionista mondiale.

    Oppure c’è la denuncia del Partito Democratico in quanto partito sionista (doppio sic!) perché (triplo sic!) colpevoli di avere tra i propri coordinatori un ragazzo di 24 anni reo di chiamarsi Tobia Zevi.

    Ovviamente il sito difende la “razza italiana”. “Prima gli italiani” è lo slogan. E’ lo stesso slogan di Gianfranco Fini di poche campagne elettorali fa, non c’è bisogno di rimembrare il ventennio. Ti assale una pigrizia terribile a dover ricordare a qualcuno che fa solo finta di non saperlo che anche gli “ebbbrei” siano italiani. Poi gli antisemiti sposano (e come ti sbagli) il boicottaggio della fiera del libro di Torino. Ovviamente i palestinesi sono solo un pretesto. Lo si capisce quando si fa l’apologia degli attentati kamikaze contro “gli zingari assas-sionisti”, pure spiritoso nel mettere zingari ed ebrei insieme; come ad Auschwitz.

    Si prosegue, se non si vomita prima, con un’apologia del razzismo presa pari pari da Telesio Interlenghi e poi con la più banale delle apologie dell’antigiudaismo storico: “possibile che tutti quelli che ce l’hanno avuta con gli ebrei fossero pazzi?”. Per giustificarlo -apologia di genocidio- c’è una lunga lista di massacri e stragi di ebrei nella storia. Se ci sono stati tanti pogrom -è la raffinata argomentazione- qualche motivo doveva pur esserci. Ed ecco che il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice.

    Segue l’immancabile lista degli “affaristi ebraici” suddivisi paese per paese (se è necessario viene specificato se da parte di padre o madre). La lobby ebraica nel cinema, nelle banche, nelle università.

    Quindi si legge un appello -questo nuovo mi sembra, a meno di non rifarsi al ‘38- ad escludere i candidati con cognomi ebraici dalle prossime elezioni del 13 aprile, ed altre amenità sullo stesso stile.

    Il caso del blog del Cannocchiale non è banale e non è lecito nascondersi dietro la tesi del gesto isolato o peggio della ragazzata in una capitale, Roma, la nostra, tappezzata in questi giorni dalle croci celtiche e dai manifesti di Forza Nuova. Si configurano una serie di reati gravissimi a partire dall’apologia del fascismo e del nazismo e l’istigazione all’odio razziale. Soprattutto la minacciosa creazione di liste nere ha un sapore antico ma è anche sinistramente nuova nella sua gravità e pericolosità sociale.

    Non semplicemente la polizia postale oscurando il sito, ma la magistratura deve scovare e colpire durissimamente le canaglie razziste nascoste dietro l’anonimato di un blog. Non si può giocare con le liste nere, con chi indica gli obbiettivi da colpire, ne fa il nome e i luoghi di lavoro e li rende oggettivamente un bersaglio in un paese dove a destra (ma anche in frammenti dell’estrema sinistra) l’antisemitismo sta tornando rampante e dove di manovalanza neonazi pronta a farsi “onore” ce n’è fin troppa.

    Vorrei essere anche io iscritto d’ufficio in quella lista nera, dovremmo volerci essere in milioni in quella lista e trasformarla nell’elenco telefonico. Noi siamo “razza umana”, i razzisti no.
    (non c'è altro da aggiungere. p.o. )

    sabato, dicembre 15, 2007

    Oscar Niemeyer, cento anni pensando il Sud. Un articolo di Gennaro Carotenuto nel compleanno del Genio dell' architettura.


    Voglio celebrare oggi, nel giorno del centesimo compleanno di Oscar Niemeyer, tutta l’architettura brasiliana del XX secolo.

    Oscar Niemeyer, è il genio dell’architettura, l’uomo delle curve e del cemento armato, che a cent’anni continua a lavorare e pensare che "l’architettura e il comunismo siano i due strumenti per costruire un mondo migliore". Oscar Niemeyer, il genio delle curve, le curve delle montagne, delle onde del mare, della donna, le curve che "se la retta è il tragitto pù breve tra due punti, allora la curva è la linea che cerca l’infinito". Oscar Niemeyer, il discepolo di Le Corbusier, dal quale apprende l’uso del cemento armato, ma che è il modernista che uccide il modernismo e lo rigenera in forme lontane dall’Europa. "L’architettura non deve essere funzionale, ma bella", afferma ed a meno di 40 anni è già un eretico. E’ Oscar Niemeyer, che prende per mano la Río de Janeiro barocca e la trasforma nel gioiello della modernità incastonata nel paesaggio naturale carioca più sconvolgente del mondo, restituendola così alla contemporaneità. Andate a Niteroi e vi sembrerà di salpare verso lo spazio ma restando pienamente tra la selva e l’Oceano.

    Negli ultimi anni, almeno nell’ultimo quarto di secolo, in quante espressione irriconducibile della nostra contemporaneità è stata suturata dal postmodernismo. In primo luogo il mondo occidentale, e statunitense in particolare, non ha mai smesso di considerare il Brasile e

    l’America latina tutta come subcultura e cultura subalterna (i due termini sono solo apparentemente sinonimi) alla quale guardare con paternalismo, ovvero proteggere, senza mai riconoscere caratteristiche di avanguardia, visionarietà, progresso.

    E’ che il progresso occidentale, anche nella migliore espressione di sé, ha condotto un percorso di accettazione e difesa di quelle che considera (sic!) minoranze, le donne, i gay, i negri, il pluralismo religioso, il sud del mondo, il pluralismo in genere, il multiculturalismo. Accettazione e difesa, non riconoscimento e dialogo. Sono "microcosmi panda", che visti da Occidente si reggono solo sotto il grande ombrello monopolista della cultura occidentale che non può riconoscere a culture altre, ibridate o meno al proprio interno, dei valori universali che sono sinonimi dei valori occidentali e sintetizzati da questi. Il valore occidentale per eccellenza, la tolleranza è la fotografia del considerare l’altro subalterno, non uguale, men che mai avanti.

    Dal luogo di questo localismo occidentale diventa inconcepibile riconoscere la centralità, l’universalità anche e forse soprattutto nell’architettura, del Brasile. Eppure è proprio Niemeyer e il suo intorno culturale, già nei primissimi anni ‘40 del XX secolo, a denunciare la fine del moderno, soffocato tanto dai totalitarismi come dalla commercializzazione capitalista della conversione dell’arte in industria.

    catedralbrasilia Di fronte alla radicalità di tale denuncia, il percorso postmoderno occidentalocentrico non può fare altro che ignorare. Non può fare altro che ignorare un’architettura nata e concepita come responsabilità politica e soprattutto ecologica del paesaggio urbano e degli spazi. Non può non ignorare l’espressione massima di questa cultura, l’invenzione di Brasilia, che era il progetto politico di Juscelino Kubitschek e urbanistico di Niemeyer e Lucio Costa. "Ordem e Progresso", come recita il motto impresso sulla bandiera brasiliana, una sorta di Pienza ciclopica nelle dimensioni e nell’incontro pacificato tra due forze, quella della civiltà industriale e quella del sertão selvaggio che si coniugano con un territorio senza frontiere. "Brasilia sorse come una magia -racconta ancora oggi Niemeyer- noi dicevamo, lì il Congresso, là un teatro, e quelli crescevano". Brasilia è il centro del mondo.
  • da Giornalismo Partecipativo un progetto di Gennaro Carotenuto.