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domenica, maggio 03, 2009

Federalismo: i lati oscuri....

Il testo sul federalismo fiscale è stato approvato definitivamente dal Senato e diventa legge. Tuttavia, i suoi effetti sono stati differiti lungo un arco di sette anni, per realizzare una graduale applicazione dei principi contenuti nel provvedimento, fino alla sua piena entrata a regime, e per evitare di dover subito assumere decisioni impopolari, a cominciare da quelle legate al rispetto della clausola di salvaguardia, secondo cui, dalle norme sul federalismo fiscale non possono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Ovvero, i problemi di copertura finanziaria da parte degli Enti territoriali, così come la nuova organizzazione dell’imposizione e della spesa, possono comportare, alternativamente, un aumento dei tributi o una riduzione delle uscite o una soppressione di servizi a livello locale. Il “federalismo fiscale”, nell’interpretazione che è prevalsa, appare come un modo per operare una redistribuzione di risorse finanziarie a favore delle Regioni settentrionali, nonostante le petizioni di principio sul nuovo assetto dello Stato. Vedremo se e come il governo metterà mano anche alla Carta delle autonomie e alle riforme costituzionali, che dovrebbero accompagnare la legge-delega. Intanto, va considerato che, soprattutto grazie alla tenace azione della SVIMEZ e del suo presidente, Nino Novacco, vi sono stati cambiamenti sostanziali nel provvedimento approvato - rispetto al modello proposto dalla Regione Lombardia e al testo iniziale presentato in Parlamento -, che ne hanno attenuato alcuni elementi iniqui per il Mezzogiorno e distorsivi per il funzionamento dello Stato. Restano, tuttavia, gli interrogativi riguardanti l’effettiva capacità della legge di realizzare piena autonomia di entrata e spesa degli Enti locali, riuscendo a sostituire, gradualmente, il parametro della spesa storica con quello dei costi standard per l’erogazione dei servizi essenziali, che dovrebbero essere forniti uniformemente in tutto il Paese. E persistono anche gli interrogativi relativi al grado di responsabilità che, attraverso questo provvedimento, si vorrebbe indurre nell’amministrazione della cosa pubblica, specie dopo le rovinose prove offerte da diverse Regioni meridionali. Infatti, si è visto che la fine dell’intervento straordinario e la diminuzione dei trasferimenti nazionali alle aree del Sud non ha comportato la diffusione di comportamenti virtuosi. Anzi, è stato proprio negli ultimi anni che si è registrato un peggioramento della capacità amministrativa locale e una caduta della cosiddetta “etica pubblica”, negli Enti territoriali del Mezzogiorno. Questo fenomeno è stato determinato, più che dalla quantità di risorse erogate, da cattive politiche e da strategie di sviluppo esiziali: il tentativo maldestro di rifugiarsi nei “tradimenti” subiti dal Sud non può nascondere il fallimento delle scelte localistiche, della dispersione assistenziale e della distribuzione a pioggia dei finanziamenti europei. Per questo motivo, appare del tutto infondata l’idea secondo cui a minori risorse pubbliche potrebbe corrispondere un maggiore sviluppo del Mezzogiorno. Il limite più grave del provvedimento sul federalismo fiscale è proprio quello di lasciare inattuata o, addirittura, di contraddire la seconda parte dell’art. 119 della Costituzione, che impegna lo Stato a destinare risorse aggiuntive, attraverso interventi speciali, per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, con l’obiettivo di rimuovere gli squilibri economici e sociali delle aree più arretrate del Paese. Questa scelta, specie di fronte all’incedere della crisi, avrebbe dovuto rappresentare un punto cardinale dell’azione di governo e, in ogni caso, l’elemento qualificante di una legge che si propone di realizzare il dettato costituzionale. Invece, si diluisce ulteriormente la finalità del riequilibrio, fino a far scomparire ogni riferimento a interventi di carattere macroeconomico per il Mezzogiorno e a permettere interventi di tipo compensativo, indifferentemente al Sud come al Nord, con il risultato di favorire le aree più avanzate. Infine, non è dato di sapere come verrà applicata questa nuova normativa, visto il suo carattere di delega, ma, soprattutto, vista la mancanza di qualsiasi conteggio sull’impatto della riforma e considerati i tempi di due anni per l’emanazione dei decreti attuativi da parte del governo, che portano ad aumentare fino ad altri cinque anni i termini per il passaggio dalla spesa storica al costo standard. In questo periodo non breve, che potrebbe far riaprire perfino la discussione sulle scelte che si stanno effettuando ora, il Mezzogiorno non può rimanere alla finestra. Le Regioni del Sud, anche attraverso la costituzione di un organo permanente di monitoraggio sulla realizzazione del “federalismo fiscale”, dovrebbero tentare di avviare una nuova fase di coordinamento delle proprie strategie in una dimensione di macro-area. Le forze sociali meridionali, perlomeno quelle più avvertite, dovrebbero impegnarsi a fondo per creare nuovi obiettivi alla loro azione, interpretando la crisi come una possibilità di cambiamento e di assunzione di responsabilità. Il Mezzogiorno, da solo, non ce la potrà mai fare, ma di una nuova consapevolezza dei compiti di crescita culturale e competitiva, come pre-condizione per l’affermazione di nuove classi dirigenti, si avverte fortemente la necessità. Solo così, il talento e le competenze dei cittadini del Sud potranno evitare di disperdersi o di emigrare, mettendosi in sintonia con un progetto di risanamento e di riscatto di questa terra.

Amedeo Lepore, da Repubblica 3 maggio 2009.

mercoledì, aprile 29, 2009

Il federalismo è legge

Via libera definitivo del Senato. Anche Di Pietro vota sì: il Paese va rinnovato
ROMA
Più autonomia per Regioni, Province e Comuni, un tetto alla pressione fiscale; "bicameralina" per il parere sui decreti attuativi, maggiore trasparenza nei meccanismi finanziari; istituzione di 10 città metropolitane. Questi i punti cardine del provvedimento sul federalismo fiscale che oggi ha ottenuto il via libera definitivo dall’assemblea di palazzo Madama.

Il ddl è stato approvato con 154 voti favorevoli, 6 contrari, e 87 astensioni. A favore hanno votato il Pdl, la Lega e l’Idv. Astenuto il Pd. Contraria l’Udc e i senatori del Pd Marco Follini e Franco Bruno. La Lega non ha perso tempo e ha dato subito il via ai festeggiamenti. Negli uffici senatoriali al terzo piano di Palazzo Madama della vicepresidente leghista Rosi Mauro, Bossi Zaia, Maroni, Calderoli, il poker di ministri del Carroccio, più Tremonti, e i sottosegretari lumbard ed in blocco i senatori, si è brindato con spumante per una «giornata storica». In tribuna per il grande evento c'era Renzo Bossi, figlio del Senatur.

Non appena il presidente del Senato Schifani ha letto i risultati della votazione i senatori del Carroccio si sono alzati in piedi tutti insieme e hanno sventolato i fazzolettoni verdi con il simbolo della Lega. I senatori si sono rivolti verso la tribuna della stampa sfoggiando sorrisi per la gioia dei fotografi presenti in modo massiccio per immortalare il momento del voto. Tra i banchi del governo ci sono stati abbracci e strette di mano verso il leader del Carroccio Umberto Bossi e gli altri ministri leghisti. Strette di mano anche con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e gli altri ministri della maggioranza: Matteoli, Sacconi, Fitto, Vito che sono arrivati durante le dichiarazioni di voto.

Secondo le nuove norme, le autonomie locali per finanziare i servizi erogati potranno avvalersi di un fondo perequativo e della compartecipazione a tributi erariali e a tributi propri. Per i Comuni è previsto un sistema misto di compartecipazione a Iva e Irpef. Con questa riforma si punta a dare autonomia tributaria agli enti territoriali evitando di aumentare la pressione fiscale. Fissati criteri di quantificazione dei fondi perequativi nella fase transitoria che garantiscono agli enti locali di ricevere, nel complesso, lo stesso ammontare di risorse di cui dispongono attualmente. Attraverso i decreti attuativi, quindi, dovrà essere garantita l’individuazione di un tetto limite massimo della pressione fiscale e del suo riparto tra i vari livelli di governo.

In arrivo norme specifiche per la Capitale: il Consiglio comunale di Roma infatti sarà chiamato «assemblea capitolina» e il suo status sarà regolato da una apposita legge dello Stato. Per il via libera definitivo di Roma città metropolitana, a differenza di quanto accade per le altre, servirà l’accordo tra il Comune e la Provincia. Oltre a quelle attualmente spettanti al comune di Roma, sono attribuite alla Capitale nuove funzioni amministrative: concorso alla valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali, previo accordo con il ministero per i Beni e le attività culturali; sviluppo economico e sociale di Roma capitale con particolare riferimento al settore produttivo e turistico; sviluppo urbano e pianificazione territoriale; edilizia pubblica e privata; organizzazione e funzionamento dei servizi urbani, con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilità; protezione civile, in collaborazione con la presidenza del Consiglio dei ministri e la regione Lazio.

Con la riforma viene definito il percorso per l’istituzione di 10 città metropolitane: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. L’iter, che prevede anche un referendum consultivo della popolazione, potrebbe anche portare alla cancellazione delle corrispondenti Province. Con la riforma viene istituita una Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Sarà composta da trenta membri tra deputati e senatori e sarà affiancata da un Comitato delle autonomie locali. Il Comitato è composto da dodici membri dei quali sei in rappresentanza delle regioni, due in rappresentanza delle province e quattro in rappresentanza dei comuni. Al via anche una commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, con il compito di acquisire ed elaborare elementi conoscitivi per consentire all’esecutivo di predisporre gli schemi dei decreti legislativi di attuazione. Ne fanno parte 30 componenti, dei quali 15 rappresentanti tecnici dello Stato e 15 rappresentanti tecnici degli enti territoriali.

Partecipano inoltre alle riunioni un rappresentante tecnico della Camera e uno del Senato e un rappresentante tecnico delle Assemblee legislative regionali e delle Province autonome. Con la nuova legge Viene cancellata la riserva di aliquota Irpef tra le fonti che le Regioni utilizzano per finanziare le spese essenziali, sostituita da compartecipazioni ai tributi erariali e, in via prioritaria, al gettito Iva. Sì al Patto di stabilità in sostituzione del precedente Patto di convergenza e via libera all’ istituzione di un tavolo confronto nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni tra Governo e singole Regioni a Statuto speciale. Entro due anni saranno emanati i decreti legislativi attuativi. La fase transitoria durerà 5 anni.

domenica, gennaio 25, 2009

Federalismo fiscale e mezzogiorno. Il testo approvato al Senato non risolve tutti i problemi.

Il provvedimento sul “federalismo fiscale” approvato dal Senato contiene alcune novità, frutto del confronto tra maggioranza e opposizione in commissione e in aula. Tuttavia, vi sono ancora questioni fondamentali irrisolte e scelte estremamente rischiose per il futuro del Mezzogiorno, che dovranno essere affrontate nel corso della discussione nell’altro ramo del Parlamento. Infatti, la posizione espressa da Tremonti – secondo cui è “impossibile dare i numeri” e, quindi, indicare concretamente le modalità di copertura finanziaria del disegno di legge, vanificando la necessità di scongiurare aumenti di tasse a danno dei cittadini – manifesta una grave nebulosità su un aspetto costitutivo del provvedimento. Infatti, l’art. 119 della Costituzione prevede, tra l’altro, che la somma delle risorse derivanti dai tributi nazionali e locali, nonché dal fondo perequativo, debba consentire “ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite”. Inoltre, la mancanza di qualsiasi collegamento ad un progetto di riforma delle istituzioni – che non può essere surrogato dalla Carta delle autonomie locali, la cui presentazione è stata solo annunciata da Calderoli – rende meno plausibile il percorso di una normativa, che rischia di scaricare sui livelli territoriali dello Stato la recessione del paese e i costi della riduzione inevitabile della spesa pubblica. Si dice che, in ogni caso, la crisi economica può rappresentare un’occasione per modificare nel profondo i meccanismi di impiego delle risorse pubbliche, che in questi anni hanno prodotto sperperi, malversazioni e inefficienze, soprattutto al Sud. Questo aspetto dell’assunzione piena di responsabilità da parte di chi ha il compito di governare l’amministrazione pubblica e di erogare servizi efficienti ai cittadini è di fondamentale importanza anche per avviare una nuova fase del meridionalismo, ma, alla luce dell’esperienza della fine dell’intervento straordinario, non sembra affatto scontato che il semplice taglio delle risorse finanziarie produca una riduzione del divario. Sorge il dubbio, allora, che per riformare profondamente il Mezzogiorno occorrano provvedimenti seri contro ogni forma di assistenzialismo e di spreco, accompagnati, però, da una politica in grado di rendere efficace l’azione delle istituzioni centrali e periferiche, visibile l’assunzione di responsabilità e credibile una prospettiva di superamento del dualismo. Questo è quanto prevede anche l’art. 119 della Costituzione, che recita testualmente: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni”. Non sembra che questa parte del dettato costituzionale abbia ricevuto ancora una risposta adeguata dal testo sul “federalismo fiscale”, che pure avrebbe il compito di attuarlo. Le novità del disegno di legge riguardano aspetti di un certo rilievo, come, ad esempio: il “patto di convergenza” su costi e fabbisogni standard, che, presentato con il DPEF, servirà a consentire il conseguimento degli obiettivi previsti attraverso azioni correttive; il sistema dei premi per le Regioni e gli enti territoriali che, a fronte di un elevato livello dei servizi, garantiscano una pressione fiscale inferiore alla media, nonché il sistema delle sanzioni, fino al commissariamento, per gli enti non virtuosi. Tra le altre innovazioni, poi, va considerata l’attuazione delle città metropolitane, che possono essere istituite nelle aree in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli, con tre funzioni principali: la pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali; l’organizzazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici; la promozione e il coordinamento dello sviluppo economico e sociale. Tuttavia, non sono ancora risolti i problemi sostanziali che sorgono dalla scelta di questo tipo di “federalismo” e cioè: la necessità di una perequazione verticale effettiva e non la riproposizione di un meccanismo che conduce ad una carità pelosa da parte delle Regioni più ricche verso quelle più povere; il finanziamento delle funzioni “non essenziali” (come industria, commercio e agricoltura), che non può essere affidato alla sola perequazione della capacità fiscale; la possibilità di manovrare l’IRPEF da parte delle Regioni, attraverso la riserva di aliquota; la valutazione della rilevanza di alcuni servizi primari, come quelli di trasporto. Considerando che manca ancora del tutto qualsiasi criterio di definizione dei costi standard e dei parametri per la realizzazione di una modalità uniforme di erogazione dei servizi su tutto il territorio nazionale e, inoltre, che l’istituzione di una commissione bicamerale non cambia la natura della delega, che permetterà al governo, del tutto autonomamente, di approvare i contenuti dei decreti attuativi, è ancora molto arduo - e privo di scorciatoie - il lavoro da compiere alla Camera e, poi, di nuovo al Senato per ottenere un provvedimento che non penalizzi il Mezzogiorno e permetta un cambiamento profondo di questa parte del paese.

Amedeo Lepore

mercoledì, novembre 19, 2008

Federalismo a ogni costo?



La legge delega sul federalismo fiscale mette sulle spalle del cittadino gli oneri della riforma

(da Aesse 11 2008)

Per lungo tempo il dibattito sul federalismo fiscale si è concentrato sull’opportunità della sua introduzione nel nostro Paese.

Oggi, chiusa questa fase, la discussione si concentra sulle modalità di costruzione del futuro sistema fiscale italiano su base federale.

Lo schema di Legge delega varato dal Governo costituisce un momento rilevante, ma la sua importanza va attualmente ricondotta più al suo ruolo di pietra conclusiva della prima fase del dibattito “federalismo fiscale sì – federalismo fiscale no”, che non al suo ruolo di prima pietra della nuova fase di dibattito “federalismo fiscale come”.

Se, infatti, una legge delega fissa soltanto i principi direttivi di riforme che devono essere attuate con successivi decreti legislativi, nel presente caso siamo di fronte a un’indeterminatezza superiore alla media.

La logica del provvedimento appare la seguente: diamo un segnale che il processo sul federalismo fiscale procede spedito, anche se sui contenuti concreti non siamo ancora d’accordo su nulla o quasi.

Il timore che un’altra riforma all’italiana, ossia pensata più come segnale politico di breve periodo che non come reale cambiamento strutturale di medio-lungo periodo, comporti un aggravio di oneri per il cittadino è tutt’altro che infondata.

Fanno sorridere gli interventi di ministri ed esponenti politici sui giornali che evidenziano come con il federalismo fiscale ci guadagnerà il Nord, ma non ci perderà il Sud; ci guadagneranno le Regioni, ma non ci perderà lo Stato; ci guadagneranno i singoli Enti locali, ma non ci perderà la perequazione e la solidarietà tra i medesimi.

Posto che in economia nulla si crea e nulla si distrugge, se i vari organismi in cui si articola la struttura del nostro Paese (Stato, Regioni, Province, Enti locali) si divideranno tra chi ci guadagna e chi non ci perde, bisogna supporre che il surplus generato da una simile riforma federale dovrà essere messo dai cittadini.

Sui cittadini, per altro, rischiano di scaricarsi non solo ulteriori tasse, ma anche maggiori difficoltà a interagire con un sistema fiscale che credevamo già all’apice della sua ottusa complessità, ma che nei futuri scenari “federali” potrebbe riservare nuove sorprese.

Lo schema di legge delega tratteggia, infatti, la possibilità che, a fianco delle imposte “nazionali”, si abbiano, oltre alle già note addizionali, anche imposte regionali e comunali, talune fissate a livello centrale, altre di ispirazione regionale e altre ancora istituite dai singoli comuni.

Il rischio della “Babele fiscale” è concreto, con quel che ne consegue in termini di ingovernabilità del prelievo fiscale complessivo che alla fine va a gravare sul cittadino, nonché di complessità per chi possiede beni o interessi economici che insistono su più comuni o su più regioni.

Una riforma del sistema fiscale in senso davvero federale non dovrebbe essere improntata prevalentemente sul decentramento della potestà impositiva (ossia del potere di introdurre e regolamentare tributi), mai sul decentramento dell’incasso di imposte che possono essere nazionali (cosa che le renderebbe di più agevole gestione nell’ottica del contribuente).

Il vero federalismo fiscale sta nell’inversione dei flussi di cassa e, sotto questo punto di vista, è innegabile che presenta profili assai più incisivi e condivisibili la proposta avanzata dal così detto “movimento dei Sindaci” (i quali invocano una percentuale di gettito Irpef) che non la quadratura del cerchio benedetta dal Governo.

I timori del Sud vanno affrontati in modo serio: non promettendo l’impossibile risultato di una riforma dove vincono tutti (possibile solo a prezzo di una crescita della pressione fiscale complessiva), ma prevedendo un lungo e rassicurante periodo transitorio che traghetti in modo lento e graduale verso il nuovo sistema, dando a tutti il tempo di organizzarsi e, dove serve, cambiare mentalità, senza improvvisi contraccolpi oggettivamente non gestibili.

Tra risultati marginali o ininfluenti oggi e risultati veri e incisivi domani, credo non vi sia dubbio quale debba essere la scelta di chi si avvicina alla questione con spirito riformatore: il politico preferirà sempre l’uovo oggi, ma il Paese ha bisogno della gallina domani.

Enrico Zanetti

sabato, ottobre 04, 2008

Il federalismo fiscale in 22 articoli

Tasse di scopo, fondo perequativo, Commissione paritetica che sovrintende Tuitte le novità del nuovo sistema fiscale. Ma il ddl è ancora solo un involucro.
passa anche Roma Capitale.
Numeri, cifre e tabelle entro i prossimi due anni, quando ci saranno i decreti delegati. Non più eleggibile il sindaco o il governatore che porta i conti in rosso.



ROMA - Ventidue articoli, due anni di tempo, un obiettivo: legare il più possibile le tasse al territorio in modo che sia alimentato e nutrito dalla tasse versate da chi vive e lavora. Al tempo stesso, poichè ci sono regioni più ricche e altre più povere, creare un sistema di compensazione per garantire comunque una media distribuzione di ricchezza. Evitando, così, anche un mare di sprechi. La riforma del federalismo fiscale (oggi il via al ddl) punta infatti a "responsabilizzare i centri di spesa" (gli enti locali), alla trasparenza dei meccanismi finanziari e al controllo dei cittadini sugli eletti e sui propri amministratori pubblici. 24 mesi di tempo. Il governo s'impegna nei prossimi 24 mesi a definire l'autonomia finanziaria di Comuni, Province, città metropolitane e Regioni come previsto dall'articolo 119 della Costituzione. Per questo il ministro Tremonti parla di riforma "obbligata" relativamente al dettato costituzionale. Commissione paritetica. Cabina di regia del federalismo fiscale è la Commissione paritetica. L'organismo avrà il compito di riordinare l'ordinamento finanziario di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni attraverso ricerche e ed elaborazione di dati su finanze e tributi. Un'analisi di come si forma il bilancio dell'ente locale, delle spese, dei costi e delle entrate e di come deve cambiare. Conferenza permanente. E' il coordinamento della finanza pubblica per "monitorare eventuali scostamenti dagli obiettivi di finanza pubblica, verificarne attuazione ed efficacia" e "proporre criteri per il corretto utilizzo del fondo perequativo".
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La compensazione. Si chiama Fondo perequativo ed è lo strumento con cui si dovrà aiutare le regioni più povere che hanno anche meno gettito fiscale. Una parte di Irpef, Irap e Iva versata alle Regioni verrà girata in un fondo destinato "ai territori cone minore capacità fiscale per abitante". Sul Fondo sono già stati elaborati orati proiezioni e simulazioni. La quota della Toscana al Fondo è pari al 6,3% sul totale del Fondo. La quota della Campania, regione più povera, è pari al 23,6 per cento. Il Lazio partecipa con il 4,6%. Conti a posto e meno tasse. L'attuazione della legge deve essere compatibile con gli impegni finanziari assunti con il Patto europeo di stabilità e crescita. Le risorse che eventulmente dovessero avanzare, serviranno "a ridurre la pressione fiscale dei diversi livelli di governo". Il governo giura: "Non ci sarà nessuna tassa in più". Roma capitale. 500 milioni l'anno di finanziamento per la città. Alemanno esulta, dubbi dal presidente della Regione Marrazzo, che chiede un incontro urgente al governo. A Roma, in quanto capitale della Repubblica, saranno assegnate "specifiche quote aggiuntive di tributi erariali". Via libera anche "al trasferimento a titolo gratuito del patrimonio dello Stato non più funzionale alle esigenze dell'amministrazione centrale". Come si finanziano gli enti locali. Oltre ai tributi propri la riforma prevede "compartecipazione e addizionale a Irpef, ai tributi erariali e regionali" e "l'individuazione di un paniere di tributi propri". Resta la possibilità di istituire "tasse di scopo" per realizzare opere pubbliche e oneri derivanti da eventi particolari. Non ci potrà essere nessuna nuova Ici e gli amministratori con i conti in rosso non potranno più essere rieletti. Le Province potranno istituire una tassa sugli autoveicoli e per le Regioni è prevista la compartecipazione a tributi erariali e alle accise. Città metropolitane. Nove grandi città (Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Venezia, Genova, Napoli e Bari) avranno una "più ampia autonomia" grazie a una legge statale che assegnerà loro "tributi ed entrate proprie anche diverse da quelle assegnate ai Comuni".
Federalismo, ecco il testoapprovato dall'esecutivo
ROMA - Nessun aggravio per i cittadini, autonomia impositiva, perequazione, garanzie per gli enti locali, commissione paritetica e cabina di regia, roma capitale e città metropolitane, compatibilità con gli impegni assunti con il patto europeo di stabilità. E' sotto questi capitoli che il governo, nel comunicato finale di Palazzo Chigi del consiglio dei ministri, riassume i principi e i punti cardine del ddl sul federalismo fiscale approvato stamane nella riunione di governo. Il disegno di legge, si spiega, reca una delega per dare attuazione all'articolo 119 della costituzione, 'con cui è stata in particolare stabilita l'autonomia di entrata e di spesa di comuni, province, città metropolitane e regioni, con l'attribuzione a tali enti di tributi propri e di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibili al loro territorio, oltre a un fondo perequativo statale, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Con l'attuazione dell'articolo 119, cioè, 'sara' superato il sistema di finanza regionale e locale ancora improntato a meccanismi di trasferimento, in cui le risorse finanziarie di regioni ed enti locali non sono stabilite e raccolte dagli enti che erogano i servizi ma derivano loro, in misura significativa, dallo statò. In questo modo tuttavia, è l'analisi, 'il sistema di finanza derivata non favorisce la responsabilizzazione degli amministratori, ne' il controllo dei cittadini. Inoltre, i trasferimenti si sono spesso realizzati sulla base della spesa storica; è quindi mancato qualsiasi meccanismo premiante o qualsiasi incentivo all'efficienza.

A giudizio del governo, in altre parole, 'sono venuti a mancare alcuni elementi essenziali per un armonico funzionamento del sistema secondo l'articolo 119: la responsabilizzazione dei centri di spesa; la trasparenza dei meccanismi finanziari; il controllo democratico dei cittadini nei confronti degli eletti e dei propri amministratori pubblici.
- Nessun aggravio per i cittadini.
Si spiega nel comunicato di palazzo chigi: 'il passaggio al nuovo sistema non puo' produrre aggravi del carico fiscale nei confronti dei cittadini; alla maggiore autonomia impositiva di regioni ed enti locali corrisponderà una riduzione dell'imposizione statale. La pressione fiscale complessiva dovrà anzi ridursi e ad ogni trasferimento di funzioni dallo stato alle autonomie dovranno corrispondere trasferimenti di personale, in modo da evitare duplicazioni di funzioni o costi aggiuntivi.
- Autonomia impositiva.
'Finisce il sistema di finanza derivata, sulla base della spesa storica, e si passera' gradualmente- si prosegue nel comunicato- all'autonomia impositiva e al criterio dei costi standard; in luogo del finanziamento della spesa storica, che può consentire anche sprechi o inefficienze, si farà riferimento ai costi corrispondenti ad una media buona amministrazione (costi standard). Nel ddl sul federalismo fiscale, cioè, 'viene prevista un'effettiva autonomia di entrata e di spesa di regioni ed enti locali. Ci saranno quindi tributi di cui le amministrazioni regionali e locali potranno determinare autonomamente i contenuti, nella cornice e nei limiti fissati dalle leggì. I tributi, si precisa, 'dovranno garantire flessibilita', manovrabilità e territorialità; le amministrazioni più efficienti, che sanno contenere i costi a parità di servizi, potranno così ridurre i propri tributi. Le regioni 'disporranno, per il finanziamento delle spese connesse ai livelli essenziali delle prestazioni (in specie: sanita', istruzione, assistenza e, in modo analogo, trasporto pubblico locale), di tributi regionali da individuare in base al principio di correlazione tra il tipo di tributo e il servizio erogato; di una aliquota o addizionale irpef; della compartecipazione regionale all'iva; di quote specifiche del fondo perequativo. In via transitoria, le spese saranno finanziate anche con il gettito dell'irap fino alla data della sua sostituzione con altri tributi. Per le altre spese le regioni disporranno di tributi propri. I comuni 'disporranno di tributi propri derivanti da tributi gia' erariali. In particolare, per le funzioni fondamentali usufruiranno della compartecipazione e dell'addizionale all'irpef. Disporranno anche di tributi di scopo legati ad esempio ai flussi turistici o alla mobilità urbana. Le province 'disporranno di tributi propri e di tributi di scopo; in particolare, le funzioni fondamentali saranno finanziate da una compartecipazione all'Irpef.
- Perequazione.
'Nel quadro del superamento del criterio della spesa storica- si spiega nella nota di palazzo chigi- si fara' riferimento ai costi standard; sarà assicurata l'integrale perequazione per gli enti con minore capacità fiscale per abitante, per le spese riconducibili ai livelli essenziali, per le regioni, ed alle funzioni fondamentali, per gli enti locali. Il fondo perequativo per i livelli essenziali delle prestazioni 'sara' alimentato, per le regioni, dalla compartecipazione all'Iva; per le altre spese dall'addizionale regionale all'Irpef'. La perequazione, ne è convinto il governo, 'ridurra' le differenze delle capacità fiscali senza alterarne l'ordine e senza impedirne la modifica nel tempo secondo l'evoluzione del quadro economico. Le regioni potranno ridefinire la perequazione degli enti locali fissata dallo stato, d'intesa con gli stessi enti.
- Garanzie per gli enti locali.
I tributi degli enti locali 'saranno stabiliti dallo stato o dalla regione, in quanto titolari del potere legislativo, con garanzia di un significativo margine di flessibilita' e nel rispetto dell'autonomia propria dell'ente locale, il quale disporrà di compartecipazioni al gettito di tributi erariali e regionali, a garanzia della sua stabilità".
- Città metropolitane e roma capitale.
'Sono previste specifiche disposizioni per le aree metropolitane, la cui autonomia di entrata e di spesa dovra' essere commisurata alla complessità delle più ampie funzionì. Con specifico decreto legislativo 'sara' disciplinata l'attribuzione delle risorse alla città di roma, conseguenti al ruolo di capitale della repubblica e sarà inoltre disciplinata l'attribuzione a roma di un proprio patrimoniò. Il consiglio dei ministri, si sottolinea nella nota, 'ha gia' autorizzato la presentazione di un apposito emendamento su tale problematica.
- Coordinamento dei diversi livelli di governo.
'Dovra' essere garantita la trasparenza delle diverse capacità fiscali per abitante prima e dopo la perequazione, in modo da rendere evidente i diversi flussi finanziari tra gli enti; è stabilito il concorso all'osservanza del patto di stabilità per ciascuna regione e ciascun ente locale nonchè l'introduzione a favore degli enti più virtuosi e meno virtuosi di un sistema rispettivamente premiante e sanzionatorio.
- Attuazione dell'articolo 119, quinto e sesto comma, della costituzione.
'E' prevista una specifica disciplina per l'attribuzione di risorse aggiuntive e interventi speciali- si spiega- in favore di determinati enti locali e regioni; gli interventi sono finanziati con contributi speciali dal bilancio dello stato, con i finanziamenti dell'unione europea e con i cofinanziamenti nazionali. E' prevista anche la possibilità di forme di fiscalità di sviluppò. Viene data inoltre attuazione al sesto comma dell'articolo 119 sul trasferimento di beni dallo stato al patrimonio di regioni ed enti locali.
- Sedi di coordinamento.
Si prevede per la prima fase attuativa 'l'istituzione di una commissione paritetica per l'attuazione del federalismo fiscale, della quale faranno parte i rappresentanti dei diversi livelli istituzionalì. La commissione 'dovra' raccogliere ed elaborare i dati in vista della predisposizione dei decreti legislativi da parte del governo, in un quadro di complessiva collaborazione e condivisione tra stato, regioni ed enti localì. Sull'esempio di importanti paesi europei di ispirazione federale (spagna, germania), inoltre, 'si prevede l'istituzione di una cabina di regia (denominata 'conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica'), quale sede condivisa tra tutti gli attori istituzionali coinvolti, con funzioni di verifica del funzionamento del nuovo sistema a regime e del corretto utilizzo del fondo perequativò.
- Regioni speciali.
I decreti di attuazione dei rispettivi statuti 'dovranno assicurare il concorso delle regioni speciali al conseguimento degli obiettivi di perequazione e di solidarieta' ed all'esercizio dei diritti e doveri da essi derivantì. Specifiche modalità saranno individuate per le regioni a statuto speciale i cui livelli di reddito pro-capite siano inferiori alla media nazionale.
- Fase transitoria.
Saranno garantite, si puntualizza nella nota di palazzo chigi, 'la gradualita' del passaggio, in modo non traumatico, dal vecchio sistema basato sulla spesa storica al nuovo sistema fondato sul criterio dei costi standard; la sostenibilità del passaggio da parte di tutti i soggetti istituzionali; la congruità delle risorse a disposizione di ogni livello di governò.
- Salvaguardia.
L'attuazione della legge 'deve essere compatibile con gli impegni finanziari assunti con il patto europeo di stabilita' e crescita. Le maggiori risorse finanziarie rese disponibili a seguito della riduzione delle spese determineranno una riduzione della pressione fiscale dei diversi livelli di governò.

domenica, settembre 21, 2008

Federalismo fiscale visto da sud.

di Amedeo Lepore

Uno dei principali temi del momento è rappresentato dal “federalismo fiscale”, che, tuttavia, rischia di diventare l’ambito per iniziative di carattere del tutto diverso, a tratti ideologico, o per l’affermazione di principi lontani da nuove e chiare regole, volte a garantire l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa alle istituzioni territoriali, attraverso “tributi ed entrate propri”, in sintonia con i principi costituzionali, oltre che con le norme di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, e attraverso “compartecipazioni al gettito di tributi erariali”, riferibili al territorio. Il Presidente della Repubblica, parlando a Venezia in questi giorni, ha sostenuto “l’esigenza di un rinnovato, consapevole ancoraggio alla Costituzione”, tanto più forte, quanto più si corra il pericolo di un indebolimento della coesione nazionale e del tessuto ideale e civile del Paese. La necessità oggettiva di una riforma, per dar vita al sistema progettato con l’articolo 119 della Costituzione, secondo il Capo dello Stato, può realizzarsi senza mettere in discussione “l’unità e indivisibilità della Repubblica”, considerata come “valore storico e principio regolatore fondamentale, di certo non negoziabile”, combattendo i particolarismi e le chiusure delle aree più avanzate, in nome del principio di solidarietà, e chiamando il Mezzogiorno ad una “prova di responsabilità” per l’impiego economico e la resa qualitativa dei finanziamenti pubblici, sia nazionali che europei. D’altro canto, Massimo D’Alema, presentando a Napoli un’iniziativa di collaborazione meridionalista tra “Italianieuropei” e “Mezzogiorno Europa”, ha posto in evidenza la necessità di non confondere il livello delle prestazioni connesse ad un diritto di cittadinanza, come quello derivante dal pagamento delle imposte, con un’esigenza diversa, di tipo territoriale, che non può sovrastare l’uguaglianza delle prerogative di tutti gli italiani. Un nuovo patto fiscale, si dovrebbe significare, mentre la pratica concreta sembra muoversi nella direzione di una progressiva, per quanto “morbida”, azione di disgregazione dello Stato. Tuttavia, per evitare ogni inutile discussione sul carattere retrò o meno di una posizione aperta ad un vero federalismo, responsabile, efficace ed equo, ma nettamente contraria ad una distorsione dei meccanismi fondativi del sistema repubblicano e democratico, occorre entrare - come si dice - nel merito. Il disegno di legge delega sul “federalismo fiscale”, approvato in via preliminare dal Governo, per ora non è altro che un grande contenitore di tematiche, quanto mai varie e generali, che dovranno essere sottoposte ad un attento esame delle istituzioni e delle forze sociali, in un arco di tempo non brevissimo. Tuttavia, vi sono alcuni punti che richiedono un’immediata chiarificazione o, meglio, una profonda revisione. Innanzitutto, preoccupa l’assenza di ogni riferimento quantitativo per il calcolo dei costi standard, che sostituiscono - a giusta ragione - la spesa storica, al fine della valutazione delle risorse necessarie per coprire, integralmente, l’erogazione dei servizi legati all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e, in parte, quelli connessi ai trasporti locali. Questa indicazione concreta non può essere rinviata all’adozione dei successivi decreti legislativi da parte del Governo, ma deve essere oggetto di un esame connesso all’impianto stesso della riforma; inoltre, andrebbero individuati con nettezza e omogeneità i parametri di riferimento regionale e gli obiettivi di servizio a base del calcolo delle spese standard, in modo da non creare disparità tra gli utenti dei servizi erogati al Nord e quelli delle altre aree del Paese. Un secondo punto di analisi critica riguarda la spesa non riconducibile ai livelli essenziali delle prestazioni, che, sulla base dell’attuale proposta - in questo caso, con una forte incongruenza, non si fa più ricorso ai costi standard, ma si torna a quelli storici -, comporterebbe un trasferimento secco di risorse dal Sud al Nord pari a circa un 30% del totale. Altre notevoli contraddizioni riguardano: l’interpretazione del meccanismo perequativo, che non può assolutamente rappresentare un insieme di regole secondo cui le regioni ricche finanziano le povere; i livelli di “intesa” tra lo Stato e le istituzioni territoriali e, in particolare, il ruolo della “Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale”; l’effettuazione degli interventi speciali di cui al quinto comma dell’articolo 119, che potrebbero essere puramente aggiuntivi e -udite, udite! - centralizzati. Su diversi di questi temi sarà possibile tornare con maggiore approfondimento e compiutezza. Tuttavia, su una questione, che non riguarda esclusivamente il testo del disegno di legge, ma una scelta politica di carattere strategico, va compiuta una riflessione fondamentale. Come ha osservato il Presidente della Repubblica: “In Italia, deve porsi in particolare un forte accento sul rapporto tra un più coerente disegno evolutivo in senso autonomistico e federalistico dell’ordinamento della Repubblica, e il superamento di quel persistente, e perfino aggravato, divario tra Nord e Sud che denuncia la storica incompiutezza dell’unificazione nazionale”. Infatti, come si fa ad affrontare il tema dello sviluppo del Paese, del suo recupero di efficienza e competitività a livello internazionale, facendo finta che il “dualismo italiano” non esista più? La necessità di una politica di carattere nazionale, che si ponga concretamente l’obiettivo di affrontare uno dei principali nodi strutturali dell’economia e della società italiana, individuando le modalità per assicurare uno sviluppo produttivo e reali condizioni di mercato nel Mezzogiorno, non è la riproposizione di una vecchia forma di meridionalismo. Molto più seriamente, è l’unico terreno su cui un nuovo protagonismo, una piena assunzione di responsabilità da parte dei meridionali, una capacità “rivoluzionaria” di smantellare dal basso il sistema degli sprechi e dell’assistenza parassitaria, possono incontrarsi con un’azione condivisa di riforma delle istituzioni e di promozione di una moderna economia competitiva da parte dello Stato.

Amedeo Lepore

sabato, settembre 06, 2008

passata la festa, gabbato lo santo. Il PDL alla ricerca di una nuova tassa al posto o come l'ICI

Calderoli vuole reintrodurre l'ICI altrimenti i comuni non ce la fanno, Bossi vuole chiamarla in un altro modo. In realtà le tasse aumenteranno..........
leggiamo qualcosa dalla stampa:
L'abolizione dell'Ici è stato uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi ma se nella Lega nord dubbi sulla opportunità dell'abolizione sono arrivati da tempo, nella bozza presentata ieri agli enti locali dal ministro Calderoli si parla di un tributo sugli immobili: e tanto è bastato per far scoppiare la polemica nel centrodestra. Contrari ad ogni ipotesi di reintroduzione sono Forza Italia e An. E in serata è stato il leader della Lega Umberto Bossi a chiarire la posizione del Carroccio, sottolineando di aver avuto anche l'ok da Tremonti: "mettere una tassa sulla casa ai cittadini è una brutta cosa - ha detto - invece dell'Ici bisognerà trovare una tassa sui servizi. Ne ho parlato con Tremonti poco fa e dice che é una buona proposta". "Io sono il reggente di An, fino a quando saremo al governo nessuna tassa sarà di nuovo reintrodotta sulla prima casa, federalismo o non federalismo; posso dirlo con certezza", ha detto oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa. "La casa é un bene primario, non di lusso. An non permetterà il ritorno di una tassa di sinistra", gli ha fatto eco Adolfo Urso, Sottosegretario allo Sviluppo Economico. Sulla stessa linea Silvano Moffa, dell'esecutivo di An: "Finché ci sarà Alleanza nazionale nel Pdl non si potrà tornare a parlare di reintrodurre la tassazione sulla prima casa". Netto anche il ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto: "su questo tema indietro non si torna", ha detto intervistato dal Tg3. Sul fronte opposto, per il sindaco di Torino e ministro ombra per il federalismo del Pd, Sergio Chiamparino, bisogna vigilare attentamente sul tributo immobiliare ipotizzato dalla bozza di riforma sul federalismo fiscale preparata dal ministro Calderoli, perché c'é il rischio che la pressione fiscale aumenti. "Avevo detto che cancellare l'Ici come ha propagandisticamente fatto il governo - ha detto - era un errore clamoroso. Se ne sono accorti. Ora non vorrei che rientrasse dalla finestra quello che si è scacciato dalla porta, peggiorandolo". E per Antonio Borghesi (Ivd) "quanto viene fuori adesso era ampiamente prevedibile: i comuni non possono fare a meno di determinate cifre che fino ad ora ricavavano dall'imposta sugli immobili e così il risultato è che i cittadini avranno una tassa in meno da pagare, ma una, nuova, in più".
"Quella tassa non tornerà mai o ci rincorreranno con i forconi" (Brunetta dixit)

lunedì, agosto 25, 2008

Il cardinale e il federalismo: «Attenti, senza solidarietà non può esserci progresso»

Il cardinale e il federalismo: «Attenti, senza solidarietà non può esserci progresso» «Non si cresce se non insieme. E questo perché è evidente che il gap non favorisce lo sviluppo armonico e il progresso civile di tutto il Paese».
Lo dice il cardinale Crescenzio Sepe in un'intervista all'agenzia Asca, proprio mentre entra nel vivo il dibattito sul federalismo fiscale. «Nessuna elargizione e nessun privilegio, e soprattutto niente assistenzialismo — precisa l'arcivescovo di Napoli —. Quello che serve sono misure che facciano prevalere capacità, progettualità e risorse locali. Bisogna dare spazio ad una solidarietà elevata a sistema che, come più volte è stato detto, preveda strumenti e parametri di perequazione sociale ed economica, in maniera che tutte le aree siano messe nelle condizioni di costruirsi il proprio futuro. Potendo contare, laddove necessario, sulla solidarietà dei più forti e dei più fortunati, all'interno di una logica che faccia salvi gli interessi, la forza, l'immagine e l'unità del Paese».
«Senza rispolverare la vecchia questione meridionale», Sepe invoca una «inversione di tendenza, mettendo in campo una oculata e responsabile iniziativa che risulti una opportunità e non un ostacolo per le diverse comunità del Paese».
In questo quadro, le priorità della Chiesa saranno quelle di sempre: «L'attenzione, il sostegno, la vicinanza, la solidarietà, la condivisione della sofferenza del disagio, del bisogno e del dolore, l'aiuto ai più deboli, il rispetto degli ultimi, la centralità della persona umana sono incarnati nel dna di ogni buon cristiano». E da cristiano il cardinale sottolinea che «non si è nazione se non si praticano solidarietà e aiuto ai più svantaggiati», soprattutto «quando vi sono parti del territorio e aree che, per problemi storici e precarietà attuali, camminano a diversa velocità».
Una distanza che, proprio ieri, la Cgia di Mestre è tornata ad evidenziare attraverso uno studio relativo alle difficoltà dei Comuni italiani calcolate sul rapporto 2007 tra entrate proprie e spese correnti. Rispetto ad un saldo negativo medio nazionale per Comune pari a 1,132 milioni di euro, l'indagine rivela dati sconfortanti per la Campania, dove la media del saldo negativo per ciascuna amministrazione è di 2,723 milioni di euro, la situazione più grave di tutt'Italia. Non se la passa meglio la Puglia, dove la differenza tra entrate proprie e spesa corrente è di 2,518 milioni di euro, e la Basilicata, dove ogni Comune ha un saldo negativo tra entrate tributarie e spese correnti di 1,301 milioni di euro.
Scritto da Ugo Ferrero da il Corriere del Mezzogiorno

domenica, agosto 17, 2008

Federalismo fiscale:per il sud può anche essere una opportunità e non solo una condanna.


L’espressione “federalismo fiscale” ha origine dalla concezione della “configurazione territoriale ottimale del governo della finanza pubblica”, di derivazione americana, che fa riferimento alle entrate e alle spese pubbliche a prescindere dal livello decisionale di assegnazione delle relative funzioni. Tuttavia, negli ultimi anni, è emerso anche un altro orientamento, secondo il quale la titolarità delle entrate fiscali - l’unico aspetto di finanza pubblica considerato ai fini federalistici - appartiene alle comunità territoriali, mentre le funzioni di spesa ricadono all’interno delle scelte di devolution. La proposta di legge approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia, rifacendosi a questa impostazione, determina, per le Regioni a statuto ordinario, un sostanziale squilibrio tra maggiori entrate e maggiori spese decentrabili. Uno studio CIFREL-Università Cattolica, condotto da alcuni economisti non certo sospetti di antifederalismo, come Ambrosanio, Bordignon e Turati, rileva che, dal punto di vista del metodo: “definire le risorse da attribuire, senza definire prima le spese che queste risorse devolute dovrebbero finanziare, necessariamente produce disequilibri”. Mentre, dal punto di vista del merito: “definire ex ante il livello della perequazione, senza di nuovo considerare i servizi che devono essere finanziati e i diversi gradi di tutela che la Costituzione riconosce a questi diversi servizi, conduce necessariamente a problemi di congruenza tra entrate e spese”. Questo vale, in particolare, per le Regioni meridionali, che, così, non sarebbero in condizioni di finanziare anche le funzioni costituzionalmente tutelate. Lo schema di disegno di legge sull’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, con delega al governo in materia di federalismo fiscale, presentato dal ministro Calderoli, non è la semplice riproposizione delle posizioni “nordiste”, ma – in una certa misura - un mix tra le ipotesi della Lombardia e l’analogo provvedimento proposto dal governo Prodi. La relazione di accompagnamento della bozza legislativa contiene affermazioni condivisibili in linea generale, che richiamano i temi della competitività del sistema; di un nuovo “patto fiscale”, basato su criteri di responsabilità, autonomia ed efficienza; di un sistema premiante a favore degli enti virtuosi e di un meccanismo sanzionatorio per quelli incapaci; di una perequazione, in grado di coniugare il principio costituzionale di solidarietà con quello di buona amministrazione. In particolare, viene sottolineato che il sistema perequativo consente “di assicurare il finanziamento integrale (calcolato in base al costo standard) dei livelli essenziali delle prestazioni che concernono istruzione, sanità, assistenza e le funzioni fondamentali degli enti locali”. Tuttavia, quando nello schema del governo si sostiene una “correlazione tra prelievo fiscale e beneficio connesso alle funzioni esercitate sul territorio”, assecondando l’idea di un “trasferimento implicito”, andrebbe richiamata la norma costituzionale che fa riferimento alle persone, più che ai territori. Per quanto riguarda gli interventi previsti dal quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione, diretti a promuovere la coesione e a rimuovere gli squilibri economici e sociali, invece, vi è solo un generico riferimento al fatto che tali iniziative saranno finanziate con contributi speciali dal bilancio dello Stato, con i finanziamenti dell’Unione europea e con i cofinanziamenti nazionali, oppure facendo uso della leva fiscale, attraverso speciali esenzioni, deduzioni e agevolazioni. Eppure, una competizione reale può sussistere solo rispettando il principio delle pari opportunità dei partecipanti, altrimenti si favorisce la moltiplicazione delle disparità e la diminuzione del benessere collettivo, specie in un sistema dualistico come quello italiano. Questa constatazione non significa mettere in discussione la prospettiva federalista, che è il concreto orizzonte entro cui disegnare gli scenari di riforma istituzionale e di sviluppo economico del paese. Tuttavia, diversi aspetti del disegno di legge richiedono un vero confronto di merito. A cominciare dalla precisazione di un criterio che potrebbe apparire ovvio, come quello del passaggio – si dice, “graduale” – dalla spesa storica al costo standard, che può rappresentare un fatto positivo o del tutto inapplicabile, a seconda delle concrete modalità di definizione, rinviate ai provvedimenti di delega. La bozza Calderoli si presta, infatti, a soluzioni di ogni tipo per molti dei suoi temi caratterizzanti. Tuttavia, alcune parti già appaiono chiare e suscitano più di una perplessità e preoccupazione. In base al principio della territorialità del gettito delle imposte erariali, le Regioni assumono la titolarità di una cospicua fetta dei tributi finora gestiti dallo Stato, senza alcuna valutazione dei loro compiti precipui e dei costi da sostenere per metterli in opera. Il sistema perequativo prospettato, al di là delle enunciazioni astratte, si fonda su un meccanismo orizzontale, che lascia – di fatto – alle Regioni più ricche il finanziamento di quelle più povere. Queste ultime, peraltro, si trovano nella paradossale condizione di una maggiore pressione fiscale - a parità di ricchezza, su ciascun contribuente -, che però produce un gettito minore rispetto alle altre, con un livello qualitativo dei servizi del tutto inadeguato. Infine, va sottolineato che mentre il fondo perequativo si regge sulla compartecipazione all’IVA e sull’addizionale IRPEF a livello regionale, l’integrazione delle risorse finanziarie per gli altri Enti (Comuni e Province) è affidata, essenzialmente, all’azione delle Regioni, oltre che al refugium peccatorum delle autonomie locali, cioè, all’aumento delle tariffe dei servizi. Da questo combinato disposto, sembra emergere che l’interlocutore privilegiato del sistema federalista, ovvero la sua vittima, dovrebbe essere il consumatore o l’utente di servizi, già abbondantemente tartassato dalla congiuntura economica e dal sistema impositivo indiretto. Naturalmente, il confronto sul federalismo fiscale è appena all’inizio e gli orientamenti in materia, come le scelte legislative, potranno essere ulteriormente chiariti e perfezionati. Tuttavia, il Mezzogiorno deve partecipare pienamente a questo confronto, scongiurando il rischio di una timida e complice subalternità, come quello di un logoro rivendicazionismo. Il tema del federalismo fiscale consente anche di riaprire il confronto sui caratteri della “nuova questione meridionale” e sul ruolo della nazione verso il Sud: i meridionali avranno pieno titolo a far valere le loro osservazioni critiche e le loro proposte, quanto più si disporranno ad assumersi le proprie responsabilità e a valutare i propri limiti, l’inefficienza del proprio sistema politico-istituzionale, gli sprechi di risorse e l’inefficacia della propria economia, come un aspetto essenziale della trasformazione dell’area in cui vivono. Solo così, il federalismo potrà apparire come un’opportunità e non come una condanna.
Amedeo Lepore

mercoledì, luglio 16, 2008

Arriva il federalismo, prepariamoci al dialogo

Scritto da Mariano D'Antonio da il Corriere del Mezzogiorno.

Caro direttore,
i due maggiori partiti che si fronteggiano in Campania, il Popolo della libertà (Pdl) e il Partito democratico (Pd), propongono di radicarsi sul territorio, intenzione apprezzabile specie agli occhi di tanti cittadini che, compreso il sottoscritto, non militano nell'uno o nell'altro. Se ben capisco, il radicamento di un partito vuol dire che esso si apre all'ascolto e alla partecipazione degli iscritti e degli elettori. Osservo che il radicamento riuscirà meglio se i partiti avranno programmi precisi da sottoporre ai cittadini quando li interpellano.
In Campania i programmi si costruiscono facendo i conti con una dura realtà, a tutti nota: ampie fasce di popolazione che vivono ai limiti della sussistenza, lavoro precario e attività sommerse, piccole imprese in affanno e poche punte d'eccellenza produttiva come il settore dei trasporti, che non possono trascinare il resto dell'economia regionale.
Sarà necessario che i politici abbandonino le accuse reciproche di aver contribuito a questo stato di cose nonché la tentazione di fughe in avanti nel promettere ai cittadini la luna nel pozzo, la soluzione rapida e indolore dei problemi presenti. Occorrerà che le migliori energie che si trovano sia nell'area politica del centrodestra sia nell'area del centrosinistra, esprimano uno sforzo di progettazione e di soluzioni realistiche e su questo sforzo chiamino a collaborare quanti tra i cittadini oggi guardano con distacco, disincanto, spesso con disprezzo le istituzioni rappresentative e chi vuole governarle. È tempo di scegliere, di dire dei sì ma pure dei no.
Qual è la specializzazione produttiva a cui miriamo in Campania? Privilegiamo un sistema di piccole e medie imprese da rafforzare ed estendere nelle produzioni tradizionali oppure concentriamo gli sforzi sulle imprese cosiddette innovative? Se l'innovazione è l'obiettivo prevalente, pensiamo davvero che bastino gli investimenti pubblici nella ricerca? Gli studiosi quando assumono responsabilità politiche, oppure di gestione amministrativa, talvolta sono poco propensi a far quadrare i bilanci, a considerare le connessioni con il mondo esterno alla ricerca, rischiano insomma di coltivare esclusivamente i loro interessi alla produzione di conoscenza. È un pericolo da evitare.
La riflessione sulla vocazione produttiva del territorio campano spesso s'intreccia con la contrapposizione tra industria e servizi, che, a mio avviso, è un falso problema. È indubbio che in Campania sia necessario salvaguardare le attività industriali ben sapendo che, anche nel caso di quelle a più alta intensità di lavoro come le costruzioni, l'espansione dell'industria non genera sufficiente occupazione mentre i servizi possono dare più lavoro. Non è poi fatale che i servizi si concentrino nei comparti consueti come il commercio, gli alberghi, i ristoranti. Nel resto d'Italia sono cresciuti altri servizi alle persone e alle imprese, servizi aperti alla competizione, che da noi sono carenti in numero e in qualità.
D'altra parte la scorciatoia del pubblico impiego, nella sanità e negli uffici degli enti locali, non può essere più imboccata com'è accaduto in passato. L'esperienza dice che, a causa di vincoli di bilancio e per la bassa produttività che caratterizza il settore pubblico, sarebbe folle prevedere o promettere migliaia di posti di lavoro negli enti locali.
Ciò richiama un problema più ampio, la politica di sviluppo, il rapporto tra politica e mercato. Gli imprenditori lamentano, a ragione, che mancano sicurezza, tutela dell'ordine pubblico, incertezza nel rispetto dei contratti anche per la lentezza dei procedimenti giudiziari, mancano buone infrastrutture e quando se ne costruiscono spesso decadono per assenza di un'efficace manutenzione. Difettano insomma i beni pubblici fondamentali senza i quali è difficile per gli imprenditori progettare il futuro, investire, assumere manodopera, espandere la produzione. Alcuni tra gli imprenditori mancando questi fattori ripiegano sulla richiesta d'incentivi monetari alle imprese per ridurre i costi dovuti ad un territorio ostile. Gli incentivi sono però accessibili solo a pochi operatori capaci di seguire procedure tortuose e di esercitare pressioni sui politici. Quei pochi imprenditori che ottengono gli incentivi, spesso se ne servono per far quadrare i conti piuttosto che per finanziare nuovi investimenti. Si formano così rendite di posizione e si allenta la pressione della parte più operosa della popolazione per ottenere miglioramenti nei servizi pubblici.
Per fortuna i nuovi fondi europei disponibili per la Campania fino al 2013 sono orientati ad accrescere almeno in parte i servizi carenti, puntando ad un'efficace istruzione piuttosto che a fantomatici corsi di formazione professionale, al sostegno dell'infanzia, alla cura domiciliare degli anziani, a migliorare l'ambiente e l'offerta di risorse idriche. Sicurezza, ordine pubblico, rafforzamento degli apparati giudiziari sono tuttavia di prevalente competenza dei ministeri, con i quali le autorità locali sono chiamate a collaborare ma soprattutto ad esercitare azioni di stimolo affinché si completi la dotazione di risorse di cui il territorio regionale in questi settori ancora largamente difetta. Sarebbe, infatti, paradossale e contraddittorio se Regione e Comuni fossero lasciati soli a costruire con l'impiego dei fondi europei una buona rete di servizi collettivi mentre persistono tra la popolazione fenomeni di sregolatezza, di violazione delle leggi, di diffusa criminalità.
Le amministrazioni pubbliche redistribuiscono ricchezza che non sempre va a beneficio di chi ne ha bisogno. Così facendo il settore pubblico, se non sarà sottoposto ad energici interventi di riforma, contribuirà a mantenere l'economia e la società in una condizione stagnante. Il vecchio circuito, stabilitosi per decenni tra settore pubblico ed economia di mercato, tra politica e società, per stare in piedi dovrebbe essere continuamente alimentato con risorse esterne, generate altrove, trasferite dal bilancio dello Stato o dagli aiuti europei. In prospettiva tuttavia l'afflusso di queste risorse si ridurrà vuoi perché il Nord d'Italia non è più disposto a finanziare massicciamente la spesa pubblica nel Mezzogiorno, vuoi perché la Campania tra cinque anni uscirà dal gruppo delle regioni destinatarie dei fondi europei.
Possiamo ignorare questi vincoli esterni oppure possiamo provare ad allentarli. Dopo tutto, sento dire, in Campania vivono quasi 6 milioni di persone e in tutto il Mezzogiorno all'incirca 21 milioni, che rappresentano il 35% della popolazione italiana. Chiunque governi a Roma, si dice, non potrà trascurare questi elettori né ridurli alla miseria con politiche di bilancio capestro.
Altri s'illudono che il Sud rappresenti ancora un tassello importante nelle strategie delle imprese del Centro- Nord, favoleggiano di un Mezzogiorno ponte necessario tra l'Europa e il Mediterraneo e trascurano così il fatto che in Italia in questi anni si sono formati nelle altre regioni alcuni sottosistemi economici alquanto indipendenti, che giocano liberamente nell'arena dei mercati globali proiettandosi nell'Europa centrale e orientale e quando si affacciano nell'area mediterranea saltano le nostre regioni meridionali oppure al più se ne servono come punti di transito delle merci.
Se vogliamo uscire dai sogni, dobbiamo provare a fare di necessità virtù. Dobbiamo considerare il federalismo fiscale non come una punizione che gli egoisti del Nord vogliono infliggerci ma come un'occasione per mettere ordine in casa nostra. Dobbiamo utilizzare bene le risorse europee che ci rimangono da spendere. Possiamo spenderle, come ora cerchiamo di fare in Campania, concentrandoci su pochi, significativi progetti piuttosto che disperderle in tanti microprogetti. Possiamo graduare i progetti a seconda dei servizi che renderanno ai cittadini. Possiamo stabilire un prima e un dopo nella realizzazione delle opere.
Si tratta di un'operazione difficile ma non impossibile, da sottoporre al vaglio dell'opinione pubblica, alla richiesta che viene dai cittadini di giustificare i progetti scelti e di valutarne realisticamente i risultati.
* Assessore al Bilancio della Regione Campania

sabato, giugno 28, 2008

Interna corporis del governo Berlusconi. Tremonti leader o fusibile da sostituire? La lettura del Foglio.

Il sistema duale al governo

Una sottile linea separa la diffidenza e il gioco di coppia tra il Cav. e Giulio

Berlusconi fa il presidente del Consiglio (di sorveglianza), Tremonti il capo operativo. Prospettive e incognite

Roma. “Siete tutti ministri senza portafoglio” è una frase ganzissima e perfetta per il Silvio Berlusconi che collezionava interim e si occupava di tutto, dalla macroeconomia alla Nato passando per l’arredo urbano del G8 di Genova. Invece l’ha detta Giulio Tremonti prima della presentazione (con al fianco una squadra di ministri i cui portafogli sono nelle sue mani) delle tre finanziarie in una, con tagli alla spesa, qualche tassa sugli extraprofitti – concetto curioso se coltivato in ambito liberal-liberista – e poche concessioni ai mercatisti. Meno tasse? Per qualche anno no. Bonus bebé, via il bollo auto, grandi opere? Boh. La cordata Ermolli per Alitalia? Il dottor Ermolli non ha avuto incarichi dal governo. Insomma, quel che diceva il Cav. non dice Giulio, e viceversa.

Ciò che però accomuna il presidente del Consiglio, nella sua ultima versione degasperiana alle prese con la ultradecennale battaglia per affermare il primato della politica sulla toga, e il ministro dell’Economia, in forma nella sua ultima versione craxian-rigorista, lodato da banchieri come Corrado Passera e Alessandro Profumo, riconosciuto come pivot del governo dalla stampa (dall’editoriale di Paolo Mieli, in cui il direttore del Corriere della Sera lo individuava come vincitore delle elezioni, in poi), è la preoccupazione per l’economia, un timore condiviso dalla Confindustria e da manager capaci come Sergio Marchionne.

Dunque, divisione dei compiti, un po’ alla Kohl con Waigel e non come Sarko con Chirac. Berlusconi ha detto poco o nulla sulle manovre finanziarie, solo che è fiero del lavoro di squadra. In effetti – raccontano i bene informati – Tremonti, dando mostra di spavalda convinzione, facendosi vedere a Palazzo Chigi solo per le riunioni dei consigli dei ministri e giocando le sue carte per la leadership del Pdl prossimo venturo riesce a portare tutti i ministri attorno a sé, anche quelli che un tempo potevano essere considerati possibili rivali, come Renato Brunetta. Perfino Claudio Scajola, variabile e contropotere possibile, è in una fase attendista.

Lo stesso Berlusconi in campagna elettorale aveva detto che non si potevano fare miracoli, quindi il Tremonti realista gli va più che bene, e un ultravincitore come il Cav. non ha certo problemi di vanità. C’è poi il naturale evolversi della situazione politica, delle ambizioni personali e dell’anagrafe verso una sorta di coabitazione governativa, anzi, una specie di sistema duale, con il Cav. presidente del Consiglio di sorveglianza e Tremonti capo operativo (un po’ come Giovanni Bazoli e Corrado Passera, che – lui sì – si occuperà di Alitalia). E’ Tremonti che ha bloccato la nomina dei viceministri. E’ Tremonti che ha pesato molto nella composizione del governo, senza vincere sempre: non voleva Brunetta. E’ Tremonti che tratta con l’Ue. E’ Tremonti che raccoglie perfino proposte di collaborazione dalle un tempo odiate Fondazioni. E’ Tremonti che i giornali lusingano, magari per creare attriti col Caimano. E’ Tremonti che ha dato un’anima ideologica alla terza fase del Berlusconismo, con il libro “La paura e la speranza”.

E’ Tremonti che in nove minuti e mezzo ottiene il silenzioso sì dei ministri. E’ Tremonti che ha la gestione non soltanto della politica economica, ma della politica: prima il rigore, poi il federalismo fiscale. Se poi l’economia andrà meglio, sarà merito anche del Cav. Se andrà peggio, c’è chi dice che servirà “un fusibile da sostituire”, ma sono solo cattiverie di malelingue magari invidiose. Del resto Tremonti non voleva tornare a via XX settembre, consapevole dei guai italiani, ma in campagna elettorale fu “precettato” dal Cav.: l’unico ministro certo è quello dell’Economia. Allora – pensa Tremonti – mi gioco il tutto per tutto a modo mio, anche la sfida della futura leadership. Le incognite? L’economia, prima di tutto. Il federalismo, in secondo luogo. Perché uno dei punti di forza di Tremonti è il rapporto con la Lega nord, ma Umberto Bossi non farà certo sconti su questo tavolo e Roberto Maroni, dal Viminale, non si sente sicuramente un ministro senza portafoglio, non avendo problemi di convivenza con il divo Giulio nei futuri assetti del Popolo delle libertà. Poi se le incognite volgono al peggio, nel sistema duale, conta il presidente del Consiglio di sorveglianza: alla fine sul suo tavolo passano le questioni e le decisioni strategiche.