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giovedì, febbraio 25, 2010

DIRITTI DEI CITTADINI - MEZZOGIORNO E SOLIDARIETA' - DALLA CEI:"INELUDIBILI DOVERI"

"A vent’anni dalla pubblicazione del documento " Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno", vogliamo riprendere la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi problemi irrisolti, riproponendoli all’attenzione della comunità ecclesiale nazionale, nella convinzione «degli ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale […] alla luce dell’insegnamento del Vangelo e con spirito costruttivo di speranza»

E' quanto afferma la CEI presentando la propria riflessione nel documento su: “il mezzogiorno alle prese con vecchie e nuove emergenze” che in una prima parte parla dei cambiamenti avvenuti nel paese negli ultimi venti anni. “Con rinnovata urgenza – prosegue il documento CEI- si pone la necessità di ripensare e rilanciare le politiche di intervento, con attenzione effettiva ai «portatori di interessi» , in particolare i più deboli, al fine di generare iniziative auto-propulsive di sviluppo, realmente inclusive, con la consapevolezza che «sia il mercato che la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco» , di una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune. Sul tema della modernizzazione, secondo la CEI, “Il Sud ha recepito spesso acriticamente la modernizzazione, patendo lo sradicamento disordinato dei singoli soggetti da una civiltà contadina che, invece di essere distrutta, doveva evolversi attraverso un graduale rinnovamento e una seria modernizzazione”.

Per quanto riguarda la componente femminile “Erede di una storia spesso segnata da sofferenza ed emarginazione, la donna costituisce per il Sud un’importante risorsa per la crescita e l’umanizzazione della comunità. Molte però sono le barriere ancora da superare, sia sul versante culturale che su quello sociale. Sussistono infatti visioni inaccettabili, come quelle alla base di un certo familismo o di una svalutazione della maternità e, più di recente, del ruolo di primo piano che le donne vengono a rivestire nella criminalità organizzata. Analisi aggiornate attribuiscono inoltre alle donne posizioni di marcato svantaggio nel superamento della disoccupazione e dell’inattività, con il risultato di vedersi riconosciuti meno diritti e inferiori opportunità. Ciononostante, la società meridionale è tuttora fortemente debitrice nei confronti della donna. Come scrivevamo nel 1989, essa «ha una ‘ministerialità’ sociale straordinaria» . Un insostituibile contributo nella direzione dell’emancipazione femminile e dello sviluppo collettivo è venuto in passato e tuttora va attribuito all’associazionismo religioso e alla preziosa opera svolta dalle donne nella comunità ecclesiale. Il Mezzogiorno non può fare a meno dell’originale e feconda partecipazione femminile per un suo sviluppo autentico e inclusivo.

Europa e Mediterraneo: "Purtroppo i dati statistici mostrano che il Mezzogiorno non coglie gran parte delle nuove opportunità date dal Mediterraneo considerato una vera e propria opzione strategica per il Mezzogiorno e per tutto il Paese, inserito nel cammino europeo e aperto al mondo globalizzato”.

La Cei è per un federalismo solidale: “Un sano federalismo, rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali" ” Tuttavia, L’impegno dello Stato deve rimanere intatto nei confronti dei diritti fondamentali delle persone, perequando le risorse, per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale"

Una piaga profonda: la criminalità organizzata: «La mafia sta prepotentemente rialzando la testa», hanno denunciato i Vescovi della Calabria. «Di fronte a questo pericolo, si sta purtroppo abbassando l’attenzione. Il male viene ingoiato. Non si reagisce. La società civile fa fatica a scuotersi. Chiaro per tutti il giogo che ci opprime. Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli ma non protagonisti» .

Povertà, disoccupazione, emigrazione: "La Chiesa in Italia continua a spendersi di fronte alle emergenze rappresentate dalla povertà, dalla disoccupazione e dall’emigrazione interna. La povertà è un fenomeno generale complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese. I dati negativi si concentrano però nelle regioni del Mezzogiorno, caratterizzate dalla presenza di molte famiglie monoreddito, con un alto numero di componenti a carico, con scarse relazioni sociali ed elevati tassi di disoccupazione. Questa situazione è favorita dalla bassa crescita economica e da una stagnante domanda di lavoro, che a loro volta provocano nuove povertà e accentuano il disagio sociale. Puntare sulla formazione professionale. I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa". "Il flusso migratorio dei giovani, soprattutto fra i venti e i trentacinque anni, verso il Centro-Nord e l’estero, è la risultante delle emergenze sopra accennate. Oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti".


II. PER COLTIVARE LA SPERANZA: Un nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale. "In questo impegno di promozione umana e di educazione alla speranza si è costantemente spesa la parte migliore della Chiesa nel Sud, che non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando e stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena .

"Il Progetto Policoro: costituisce una nuova forma di solidarietà e condivisione, che cerca di contrastare la disoccupazione, l’usura, lo sfruttamento minorile e il “lavoro nero”.

Da un Sud differenziato un impegno unitario Giova ricordare che il Mezzogiorno, dal punto di vista socio-economico, non è una realtà uniforme. Non bisogna perdere di vista, in tal senso, ciò che di buono è stato fatto in questi anni, assicurando un intreccio, spesso virtuoso, tra intervento pubblico e iniziativa privata, tenendo conto anche delle mutate condizioni del contesto internazionale con l’allargamento dell’Unione europea e l’entrata sul mercato mondiale di nuovi protagonisti.

III. LE RISORSE DELLA RECIPROCITÀ E LA CURA PER L’EDUCAZIONE-. "La missione pastorale della Chiesa: Le comunità cristiane costituiscono un inestimabile patrimonio e un fattore di sviluppo e di coesione di cui si avvale l’intero tessuto sociale. Il cristiano non si rassegna mai alle dinamiche negative della storia: nutrendo la virtù della speranza, da sempre coltiva la consapevolezza che il cambiamento è possibile e che, perciò, anche la storia può e deve convertirsi e progredire".

Condivisione ecclesiale Nello scambio tra le Chiese va promosso ogni impegno a superare le chiusure prodotte da inerzie e stanchezze, da una prassi pastorale ripetitiva, per giovarsi delle reciproche ricchezze, sperimentando la bellezza di essere Chiese con qualità e beni spirituali differenti, che attendono di poter donare e ricevere quanto il Signore ha suscitato e fatto crescere in ciascuna di esse.
Le sfide Cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità: sono i capisaldi che attendono di essere sostenuti e promossi all’interno di un grande progetto educativo. La Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società. Infatti «per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione» .

mercoledì, settembre 30, 2009

«Il Mezzogiorno è dimenticato» I vescovi della Cei lanciano l’allarme


Il monito del Consiglio episcopale permanente
«Il Mezzogiorno è dimenticato» I vescovi della Cei lanciano l’allarme
Documento finale della Conferenza episcopale: «La questione meridionale continua ad essere grave»

ROMA — «Un clamoroso si­lenzio, pur in presenza di pre­occupanti segnali di crisi, ri­schia di avvolgere la questio­ne meridionale». La durissi­ma denuncia è arrivata ieri, contenuta nel documento fi­nale del Consiglio episcopale permanente. La Cei, dunque, si esprime su una questione cruciale per il Paese nel gior­no in cui nell’aula di palazzo Madama il tema del mezzo­giorno entrava prepotente, sotto forma di cinque mozio­ni sull’utilizzo del Fondo aree sottoutilizzate; e all’indomani del convegno sul Mezzogior­no organizzato a Napoli dal partito di maggioranza. La Cei non fa sconti a nessuno, si ri­volge a tutti i soggetti in cam­po: ai partiti, alle classi diri­genti, agli stessi cittadini del sud e del nord del Paese e lo fa anche guardando al passa­to. Così a chi dimentica o ac­cantona le esperienze degli scorsi decenni, ricorda: «La questione meridionale pur­troppo continua ad essere de­licata con problemi gravi, non come 40 anni fa, ma che sono ancora vivi e presenti». Come dire: non si può fare de­magogia su un tema di tale na­tura. E, dunque, - ha poi detto il segretario della Conferenza episcopale Mariano Crociata ­(nella foto a lato) la Chiesa parteciperà «al cam­mino di tutto il Paese affinché tutto il Paese cresca con la co­scienza che una zona che ri­mane indietro diventa un pe­so per tutti, mentre una zona che si desta dal ritardo è un elemento di traino». Insom­ma, anche per la Chiesa il sud può essere una risorsa, ma a certe condizioni. Spiega Crociata che «c’è il rapporto con il resto della na­zione, la distribuzione degli investimenti e delle risorse, l’emigrazione delle giovani ge­nerazioni verso il nord, ma c’è anche un problema relati­vo all’esercizio della responsa­bilità pubblica e amministrati­va nelle Regioni e negli enti lo­cali meridionali, la promozio­ne del senso civico nella socie­tà tutta». In sostanza, dice la Cei, bisogna tenere insieme un corretto ed equo uso delle risorse, che non lasci indietro i territori che già lo sono, e dall’altro bisogna che le classi dirigenti facciano un uso cor­retto e saggio delle risorse stesse. Ma i cittadini non deb­bano essere da meno e infatti «c’è una sfida educativa da mettere a fuoco: il nostro im­pegno è far sì che le nostre co­munità diventino luoghi in cui maturino veri cristiani e autentici cittadini. Al sud - è la conclusione di Crociata ­serve una società più giusta e solidale al proprio interno e in rapporto con l’intera nazio­ne » . Questo, ovviamente, chia­ma in causa il tema della rifor­ma Calderoli e il segretario della Cei si sofferma sulla ne­cessità che «il processo fede­ralista tenga conto anche del sud e del mantenimento del­l’unità del Paese». Quindi ag­giunge che «fra gli interessi del Paese c’è quello dell’equili­brio tra le esigenze dell’unità e della solidarietà nazionale e i vantaggi e l’importanza di quei passi verso il federali­smo che si stanno compien­do ». In sostanza, secondo la Cei il federalismo va bene, purché «tenga presente quel­l’equilibrio che contemperi le diverse esigenze presenti an­che in vista delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Ita­lia » . Le considerazioni della Cei probabilmente sono destina­te ad aprire, più di tanti conve­gni, una discussione sul Mez­zogiorno, a ridosso di una campagna elettorale che si an­nuncia difficile, in attesa dei decreti delega di attuazione della riforma federalista. Così a commentare le parole della Conferenza episcopale è, il re­sponsabile Mezzogiorno del Pd, Sergio D’Antoni, il quale osserva che «invece di affidar­si a proclami vuoti, il governo e la maggioranza farebbero bene ad ascoltare il duro mo­nito sul mezzogiorno che arri­va oggi dalla Comunità epi­scopale ». Il capodelegazione dei deputati pugliesi del Pd in­vece preferisce rivolgersi ai colleghi di maggioranza: «Si tratta di assumere tutta la no­stra responsabilità di meridio­nali per il sud, costruendo con le istituzioni le forze so­ciali e civili un percorso condi­viso per l’Italia». Quindi Ludo­vico Vico conclude: «Mi chie­do se i colleghi pugliesi e me­ridionali del centrodestra so­no disponibili a confrontarsi su questi temi».
Rosanna Lampugnani

giovedì, febbraio 12, 2009

chiese e sud. Parla il Cardinale Sepe.



CONVEGNO CHIESA NEL SUD, CHIESE DEL SUD
Nel futuro da credenti responsabili
Napoli 12-13 febbraio 2009


Cari Confratelli nell’Episcopato
Cari Sacerdoti, religiosi e religiose
Illustri Autorità civili, politiche e militari
Fratelli e sorelle
Napoli accoglie oggi tutti voi, che formate questa straordinaria assemblea d’amore e di speranza per rilanciare una parola carica di significato.
Noi Vescovi del Sud siamo qui per riorganizzare la speranza evangelica come presupposto, come struttura, come fondamento del rispetto e dei diritti della gente del Meridione. A vent’anni dallo storico incontro, che produsse il Documento dei Vescovi italiani: «Chiesa Italiana e Mezzogiorno», vogliamo ribadire il nostro impegno e la nostra volontà di dare ragione, nel tempo che ci è concesso e tra quanti saremo chiamati a operare, della gioia nostra e della speranza che è in noi: incarnare la Parola di Dio, mettendoci all’ascolto della nostra gente, al servizio del bene comune.
Viviamo in un tempo di estrema difficoltà, un tempo di incertezza e di sofferenza che vede ancora di più nel bisogno e nella precarietà le famiglie, i giovani, coloro che ogni giorno lottano per portare a casa il pane quotidiano, con onestà e con fatica, preoccupati di mantenere integra la propria dignità.
Sappiamo che non è possibile parlare, oggi, del Mezzogiorno, senza aver presenti le difficoltà che l’intero Paese si trova a vivere nel suo insieme. Siamo anche ben consapevoli delle inusitate dimensioni e del livello internazionale della crisi economica e finanziaria, che già viene pagata con la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro. Ma se è diventato ancora più vasto il panorama delle difficoltà, bisogna tener conto che, nel frattempo, le nostre terre hanno continuato a scontrarsi con problemi di lunga data, che oggi portano alle soglie del dramma sociale.
Né può consolare il fatto che la crisi del Mezzogiorno italiano – come affermano molti analisti – deriva proprio dal . Sarebbe questa, in sostanza, la causa di una presunta inattualità di una politica espressamente indirizzata al Mezzogiorno. Di fronte alle dinamiche del mondo globalizzato, non ci sarebbe spazio – così si afferma – per localismi fuori dal tempo e, forse, dalla storia. Sempre più si sta dimostrando, tuttavia, che la globalizzazione non può essere un totem e che il valore delle identità, oltre che essere importante in sé, può mettere al riparo dagli squilibri che, spesso, la globalizzazione porta con sé.
E’ particolarmente di fronte alla dimensione della globalità che il Mezzogiorno evoca, per molti, l’idea del fallimento.
Tuttavia, le Chiese del Sud non possono e non vogliono rassegnarsi, in nome del Vangelo che grida giustizia, pace e verità. Noi, insieme alla nostra gente, vogliamo essere protagonisti dello sviluppo del territorio in cui viviamo e in cui hanno vissuto i nostri padri. Senza vergogna, senza nasconderci le difficoltà. Apparteniamo all’Italia, apparteniamo all’unica Chiesa italiana, ma siamo Chiesa nel Sud, siamo popolo della Campania, della Sicilia, della Puglia, della Calabria e della Basilicata che vuole far sentire la propria presenza, vuole alleviare i dolori di una popolazione mortificata dai pregiudizi esterni e avvelenata dalle violenze interne.
Noi non abbiamo paura di accettare le sfide e le provocazioni che ci vengono dalla società globalizzata, né pensiamo di rinchiuderci nei confini gretti e mortificanti del disimpegno, né possiamo accettare devastanti catastrofismi che sono la matrice di fuga dalla realtà e, quindi, dalla speranza.
Siamo stati chiamati a diffondere la Parola che Gesù Cristo ci ha insegnato, ad annunciare il Vangelo della speranza nella terra nella quale vivono e soffrono i nostri figli. La Parola di Cristo, sempre attuale e penetrante, ci provoca, ci scuote, ci sveglia dai torpori, ci libera dalla sfiducia per aiutarci ad affrontare le sfide del tempo in cui viviamo e ad attuare una autentica conversione.
Le ansie e le speranze degli uomini sono pane quotidiano che condividiamo. Il cristianesimo è religione dell’incarnazione, è vita incarnata. Da ciò ne consegue che le scelte religiose devono fare i conti con i contesti, con la storia concreta. La Chiesa si preoccupa dell’uomo, di tutto l’uomo, di tutti gli uomini e quando l’uomo soffre, lo ama ancora di più. Il Documento del 1989 indicava le linee dell’impegno della Chiesa e dei cristiani per il Mezzogiorno: solidarietà reciproca, capacità di testimonianza profetica, libertà da ogni influsso del potere, nuova evangelizzazione, formazione all’impegno politico, ministerialità di servizio e di liberazione. A distanza di vent’anni le cose non vanno molto meglio, anzi oggi è problematico perfino pensare di argomentare sulla questione meridionale.
Qualcuno, anzi, si chiede se in presenza di tanti Mezzogiorni abbia ancora senso parlare di un solo Meridione. Sembra che la debolezza della riflessione sul Mezzogiorno nasca dalla distanza tra una proposta necessariamente globale, che riguardi la concreta, fragile storia di frammentazione del Sud d’Italia, e il destino e le speranze dell’intera nazione. In realtà, cambiano i termini ma la realtà resta. Coniugare la ricchezza della propria singola storia con il resto dell’Italia è la sfida che riguarda la nostra società e la nostra Chiesa. Bisogna praticare quella solidarietà che si esprime nel dare e nell’avere, nello scambio dei doni di cui ognuno è portatore.
Come discepoli di Cristo, noi abbiamo la responsabilità di dare voce a coloro che non hanno voce o ne hanno poca. Come Chiese del Sud, sentiamo il bisogno di essere dalla parte di chi soffre, di chi è ammutolito e non ha la forza di gridare il proprio riscatto.
Non posso fare a meno, a questo punto, di rivolgere un pensiero particolare ai giovani. Abbiamo tutti noi bisogno del loro coraggio, della loro freschezza, del loro entusiasmo. Al Mezzogiorno essi hanno dato sempre molto e, spesso, sono stati essi per primi a pagare i prezzi che la mancanza di lavoro, la sopraffazione della violenza organizzata, la rete di clientele, che li ha esclusi da ogni processo produttivo, ha imposto in modo sistematico e talvolta crudele.
Proprio al Sud è capitato spesso di dover scoprire il valore dei nostri giovani nel momento in ci si sono fieramente opposti all’insorgere della malavita e non hanno esitato a scendere in piazza per far sentire la loro voce. Abbiano ammirato il loro coraggio, e vorremmo che non andasse disperso, ma che si trasformasse in una risorsa permanente di fiducia e di coraggio da mettere al servizio di una nuova stagione di riscatto. I giovani devono ritornare a essere il volto e l’anima di un meridione che non può fare a meno né della loro intelligenza, né delle loro braccia. E, soprattutto, non può fare a meno della loro speranza. I giovani sono chiamati a essere le vere della rinascita del Mezzogiorno.
Vent’anni fa, l’assise dei Vescovi si chiuse con la consapevolezza che non ci saremmo salvati se non insieme, che non ci saremmo rialzati se non avessimo fatto uno sforzo comune. “Il Paese, dissero i Vescovi, non crescerà se non insieme”.
Quel grido oggi è ancora più attuale di allora. Allora la Chiesa italiana si faceva carico delle attese del Sud, senza dimenticare le responsabilità che la nostra gente avrebbe dovuto assumersi per il proprio riscatto. Oggi siamo chiamati ad uno sforzo maggiore, ad un’assunzione più netta e decisa di responsabilità. Se le Chiese nel Sud, la gente del Meridione devono riappropriarsi del proprio destino e del proprio futuro, allora bisogna correggere lo strabismo che ci ha portato a guardare altrove, sperando e credendo che l’unica possibilità di salvezza potesse arrivare solo dai ricchi nord del mondo; ritenendo che quei modelli fossero i soli da inseguire; dimenticando che bisogna guardare nella direzione più congeniale alla identità e alla specificità dei nostri popoli.
Partire dal Sud per riscattare il Sud.
Bisogna riscoprire la parola Sud, liberandola dalle negatività che le sono state gettate addosso. Sud, certo, ma non Sud semplicemente come metafora di abbandono e di declassamento; Sud anche come bellezza, come calore, come spontaneità, come generosità, come capacità di affetti; Sud come patrimonio umano, culturale e religioso, come intelligenza e vivacità, come terra di integrazione e di accoglienza; Sud come parola nuova, significativa per dare speranza ed esemplarità a una terra dove il nostro vissuto può diventare patrimonio e risorsa per il Paese e per il mondo intero. Ed è per questo che, guardando a Sud, noi dobbiamo recuperare le vie che ci sono proprie: la via della bellezza per raccontare, con nuovi linguaggi, all’uomo, sperduto nel deserto di proposte vuote e insignificanti, il Vangelo della speranza; dare concretezza all’ annuncio perché diventi strumento efficace di volontà decisa e di ottimismo per un futuro concreto, fondato sulla realizzazione di progetti sostenibili. Per questo, con maggior forza, spianeremo la via della solidarietà, dell’accoglienza, la via della partecipazione e, soprattutto, la via della vicinanza, privilegiando gli oppressi e gli ultimi che noi non lasceremo mai soli, che non abbandoneremo mai.
Cari amici,
siamo tutti consapevoli - chierici, consacrati, laici - che il compito della Chiesa non è quello di individuare soluzioni tecniche, politiche o economiche, che consentono alla comunità tutta di affrontare i nodi di una questione così rilevante, ma riteniamo che spetta ai credenti sentirsi tutti responsabili della propria storia, cogliendo i problemi nel loro aspetto reale, mettendo a disposizione competenze, capacità, condivisione delle condizioni di indigenza, sensibilità affinata dalla ricerca di conformarsi all’insegnamento di Gesù Cristo e alla particolare tenerezza verso i bisogni essenziali degli uomini.
In questa prospettiva vogliamo rilanciare la fiducia nelle capacità dei meridionali troppo spesso vanificate dalla indifferenza, dalle omissioni, dalla mancanza di impegno e dalla rassegnata indulgenza di molti. Vogliamo riorganizzare la speranza nel futuro, al quale i credenti intendono responsabilmente e senza illusioni guardare.
Ogni forma di scoraggiamento è sfida alla speranza, che è invece la scommessa più grande per il nostro Mezzogiorno.
Contro i condizionamenti perversi della criminalità organizzata, contro la diffusione di comportamenti asociali, di fronte alla nuova e aggravata incidenza delle “illegalità” diffuse, contro l’impoverimento del capitale umano, costretto a emigrare e a rivolgere altrove le proprie attese e le proprie capacità, il nostro grido si fa ancora più forte, oggi, in questa circostanza: Non rubate la speranza!
Dio ce l’ha data; Dio l’ha posta nei nostri cuori: guai a chi pensa di togliercela!
Napoli oggi accoglie questo avvenimento e, con tutte le Chiese sorelle del Meridione, vuole gridare la gioia dell’appartenenza al Vangelo di Cristo, Parola indissolubile da cui deve derivare ogni possibile impegno per la trasformazione del nostro territorio nella certezza che, uniti nella nostra differenza, vivremo il Sud come ricchezza e non come povertà.
Il Signore ha posto nelle nostre mani il futuro della nostra gente, dei nostri giovani, di tutti i figli di questa nostra terra. Noi abbiamo il dovere e la responsabilità di guardare con coraggio a un futuro rassicurante e luminoso, senza cadere nella trappola del disfattismo!
Questa è la nostra missione, che non è supplenza, ma è esercizio di carità che ci spinge a incarnare il Vangelo di Cristo nell’oggi della Chiesa che ci ha affidato le sorti, le gioie e i dolori di tutti gli uomini e le donne delle nostre comunità.
Genti del Sud, alziamoci e incamminiamoci sui sentieri della speranza, sospinti dall’amore di Cristo!

Parla il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli: «Il Meridione va inteso come risorsa, ma la politica deve avere un sussulto di moralità».

LA NUOVA ROTTA PER IL SUD

«Il Paese non crescerà se non insieme». Questa fu la forte provocazione lanciata nel 1989 dalla Chiesa italiana in un documento sul Mezzogiorno. «La "questione meridionale" non è più quella di una volta, cambiano i tempi e anche le terminologie», spiega il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, «ma le problematiche restano, pesando come macigni sulle nostre vite. È per questo che abbiamo voluto promuovere un convegno, in occasione del ventennale di quel testo, per fare il punto sulla situazione e proporre nuove sollecitazioni».

Eppure le spinte di un federalismo mal interpretato sembrano andare in una direzione opposta...
«Il federalismo è un’occasione se è veramente solidale, poiché la crescita armonica del nostro Paese può avvenire soltanto a condizione che non entrino in gioco meccanismi che accentuino il divario fra aree diverse. Ciò che serve è un federalismo che riconosca le specificità, ma non esalti gli egoismi e gli antagonismi, che difenda le identità ma non enfatizzi le superiorità, che non smembri le parti del corpo ma le unisca nel richiamo delle comuni origini».
Lei non ha, però, l’impressione che il Meridione venga oggi visto come un peso e non come una risorsa?
«Effettivamente, in molti, il Mezzogiorno evoca l’idea del fallimento, della delusione, dell’impresa impossibile, non appassiona più le coscienze e le intelligenze. Tuttavia, le comunità del Sud, in ragione del Vangelo che professano e che grida la giustizia, non possono rassegnarsi. Anzi, è ancora più urgente che noi ci riappropriamo delle nostre radici per far crescere i rami più robusti. Il Sud ha risorse tali da poter essere orgoglioso di sé stesso».
Qual è il primo passo da compiere in tale direzione?
«Il Mezzogiorno ha certamente bisogno di aiuto per superare i propri travagli, ma innanzitutto deve chiedere a sé stesso di farsi protagonista del riscatto. La Chiesa del Sud si fa voce di questo futuro possibile e intende impegnarsi ancor di più per formare la coscienza religiosa, in modo da tradurla in coscienza civile, in un progetto di cambiamento personale e sociale. Per noi, vescovi meridionali, è anche un invito a lavorare maggiormente in comunione, evitando una certa frantumazione che in passato ci ha impedito di raggiungere molti obiettivi che ci eravamo prefissati».
Ritiene che l’intera Chiesa italiana si senta interpellata da questa sfida? Se sì, come?
«L’appello all’unità, invocata vent’anni fa come unica strada possibile per garantire uno sviluppo integrale della nazione intera, esprime il medesimo desiderio di comunione che la Chiesa, oggi, continua a far riecheggiare in un tempo di disfattismi. Tutti i vescovi italiani ne sono convinti. La nostra voce non può, però, restare una voce nel deserto. Occorre rilanciare una speranza che non sia semplice illusione, bensì la consapevolezza che siamo in grado di superare le enormi difficoltà che abbiamo dinanzi e che ben conosciamo. Io sono fiducioso che prima o poi ne scaturiranno frutti di bene».
Da qualche tempo Napoli è anche divenuta un crocevia dei rapporti con le altre religioni e un luogo di dialogo con gli immigrati di altre fedi. Quale sviluppo intende dare a questo slancio interreligioso e interculturale?
«Dando seguito agli auspici che Benedetto XVI ha formulato durante la sua visita in diocesi, ci siamo impegnati a continuare la nostra esperienza di confronto, facendo di Napoli un ponte con l’area del Mediterraneo, ma anche oltre. Perciò abbiamo creato un Centro di dialogo, programmando per i prossimi cinque anni un percorso che partirà in ottobre con un convegno sulla Cina cui seguirà una nostra visita in quel Paese. Non dimentichiamo che il partenopeo padre Matteo Ripa portò a Napoli la prima comunità cinese fuori dalla Cina, da cui ebbe origine l’Università Orientale. Negli anni successivi approfondiremo il dialogo con le altre Chiese cristiane, con l’islam, con l’ebraismo e con le grandi religioni d’Oriente».
Le cronache dimostrano come la politica stia vivendo a Napoli e nel Sud un tempo di estrema difficoltà...
«La Chiesa non intende sostituirsi a chi ha incarichi di governo o di partito, ma vuole sollecitare la responsabilità personale in chi si è assunto il compito di guidare le comunità. Indubbiamente, però, per rifare il tessuto sociale è necessario che la politica abbia un sussulto di moralità. Bisogna recuperare un più stretto rapporto con la gente che, lungi dal confondersi con il clientelismo, è capacità di interpretazione vera delle attese e delle potenzialità del popolo. Da parte nostra c’è l’impegno a offrire tutta la collaborazione che ci compete. Nel contempo stiamo progettando, insieme con la Facoltà teologica dei Gesuiti, un luogo per la formazione socio-politica dei laici impegnati».
State immaginando anche voi qualche iniziativa per rispondere alla crisi economica in atto?
«La crisi da noi è sempre attuale e il nostro impegno non si è mai attenuato. Siamo costantemente interpellati per dare risposte a sfide urgenti e drammatiche, mediante la solidarietà del "farsi prossimo" che vede attivamente coinvolti tutti i fedeli. Le nostre Caritas quotidianamente sostengono molte persone in difficoltà e non sono mai venute meno al loro compito. A Napoli stiamo ora avviando la "Casa di Tonia", per rispondere all’emergenza sociale di ragazze madri o donne incinte abbandonate, come in precedenza ci siamo occupati dei bambini leucemici. È il nostro modo di incarnare il messaggio evangelico, ascoltando il grido di chi attraversa un momento di grande difficoltà».
Saverio Gaeta (Famiglia Cristiana)