A partire dall'esperienza associativa vissuta nelle ACLI e da quella amministrativa a Napoli e Castellammare di Stabia utilizzo questo spazio per affrontare i temi del dialogo tra le generazioni, del lavoro, della formazione, del welfare, della partecipazione e della loro necessaria innovazione.
domenica, novembre 13, 2011
Un cittadino al servizio del Paese Il programma di Monti: efficacia e urgenza, crescita e rigore
sabato, ottobre 22, 2011
ci vogliono far litigare ma dalla crisi si esce insieme. dialogo tra generazioni
giovedì, febbraio 18, 2010
Cisl: emergenza sociale al Sud, Pil torna a livelli 2000
domenica, maggio 17, 2009
LA CRISI METTE IN CRISI? Proposte per una sobria economia di consumo, VII Conferenza JPV

Si rinnova anche quest'anno la tradizionale conferenza di fine anno della Commissione Giustizia e Pace dell'OFS di Afragola.
Al centro del dibattito sarà la crisi economica e la difficoltà delle famiglie ad arrivare a fine mese.
Ne discuteranno con noi, Franco FRAZZARIN, sociologo e membro del consiglio internazionale dell'OFS che illustrerà la situazione attuale, Riccardo MILANO, responsabile relazioni culturali di Banca Popolare Etica che cercherà di spiegare le origini della crisi e Pasquale ORLANDO, presidende delle ACLI Napoli, che proporrà dei suggerimenti su come spendere meglio i nostri soldi e uscire dalla crisi.
Alla conferenza sarà abbinato il concorso "LAUDA FRANCESCANA" che premierà le scuole e le associazioni della città che avranno realizzato il miglior fumetto sul tema della conferenza. A presiedere la Giuria di Qualità sarà Mario PUNZO direttore della Scuola Italiana di Comix.
Le opere saranno esposte dalla mattina di domenica 17 maggio fino al termine della conferenza (ore 22 circa).
martedì, aprile 21, 2009
Rischio povertà. Una soluzione: dare dignità al mercato
Una delle conseguenze della crisi che stiamo vivendo riguarderà senza dubbio le risorse per combattere la povertà a livello internazionale. Con il G20 sono stati stanziati 50 miliardi di dollari di aiuti, mentre la Banca mondiale in passato sosteneva che per raggiungere gli obiettivi di lotta alla povertà entro il 2015 erano necessari almeno 50 miliardi di dollari all’anno. Intanto nel mondo la quota dei malnutriti passa da 800 milioni a 924.
Quando si parla di povertà, bisogna anzitutto far chiarezza su alcuni concetti. Primo: la povertà è un concetto relativo. La povertà in Italia e quella nei Paesi in via di sviluppo differiscono molto l’una dall’altra. Nei paesi in via di sviluppo la soglia è 1 dollaro, e sotto di essa è possibile contare più di un miliardo di persone. In Italia la povertà relativa (perché misurata in rapporto al reddito medio), secondo i dati ISTAT, ha una soglia di circa 600 euro.
Nonostante le chiare differenze queste due realtà possono essere messe a confronto. Un’economia povera si difende dalla povertà grazie all’auto-consumo e all’auto-produzione o mettendo in atto scambi informali come il baratto. Nella nostra società tutto questo non c’è più, se non in rari casi come, ad esempio, il passaggio dei vestiti tra bambini e altre pratiche che fungono da sacche di difesa contro la povertà. Noi in generale dipendiamo dal mercato: tutto quello che serve al nostro fabbisogno quotidiano lo dobbiamo comprare.
Nel 2007, le famiglie italiane in condizioni di povertà relativa erano 2 milioni 653 mila (11,1% delle famiglie residenti); nel complesso gli individui poveri erano 7 milioni 542 mila, il 12,8% dell’intera popolazione. Se dal dato aggregato scendiamo a livello territoriale, vediamo che nel mezzogiorno l’incidenza della povertà è molto più alta rispetto al Nord (22,5% contro il 5,5%).

In Italia permangono delle contraddizioni di fondo: si calcola l’inflazione, ma non la differenza tra i livelli dei prezzi. Mentre tra Paesi la povertà si misura a parità di potere d’acquisto (cioè se ho 100 euro di stipendio in Italia e ne ho 100 a Cuba, se a Cuba la vita costa 10 volte meno, quel 100 in realtà varrà mille), in Italia le differenze di costo della vita, spesso anche enormi, non sono prese in considerazione.
La povertà altro non è se non il rapporto tra quello che si guadagna e il costo della vita.
Un altro assurdo logico, inoltre, è l’assenza di uno strumento di equità sociale come il quoziente familiare. Nel nostro Paese tra le categorie più svantaggiate ci sono le famiglie numerose che, giocoforza, devono sostenere dei costi più elevati: se il reddito familiare non è diviso per un quoziente che fa riferimento al numero dei componenti (che nell’OCSE generalmente corrisponde 0,5 per il coniuge e 0, 3 per tutti i figli), chi fa più figli si diventa sempre più povero.
Un altra categoria in forte difficoltà è costituita dalle persone che hanno perso o stanno perdendo il lavoro: il rischio di esclusione sociale cresce e questo stride fortemente con la realtà di coloro che il lavoro ce l’ hanno ancora e che, per effetto del calo dell’inflazione, vedranno addirittura una rivalutazione dei salari.
Per questo è necessario che le misure di welfare non premino solo il “non lavoro”. In un paese come l’Italia si rischierebbe infatti di incrementare il lavoro nero, riducendo l’incentivo della persona a ritrovare occupazione. Bisognerebbe piuttosto premiare la creazione di nuova occupazione: una parte di sussidi attivi potrebbe essere destinata a sostenere cooperative e piccole imprese per ridurre il costo del lavoro che in Italia mantiene livelli molto alti.
A livello globale, le iniziative di sostegno alla crisi prevedono molte risorse per il rilancio di settori dell’economia obsoleti senza incentivare abbastanza almeno la creazione di modelli meno inquinanti La distribuzione di denaro pubblico dovrebbe rispondere ad una prospettiva a lungo termine: bisogna tener conto del fatto che stiamo vivendo in una fase di conversione ad un’economia sostenibile e quindi è quanto mai necessario creare valore economico in maniera socialmente e ambientalmente sostenibile.
Tra i rimedi alla crisi, accanto a strumenti finanziari e di tutela sociale, l’istruzione rappresenta un fattore di indiscutibile importanza. L’ Italia è il Paese dove i rendimenti della scolarizzazione sono più bassi In pressoché tutti gli altri Paesi del mondo ogni anno in più di istruzione incide sul reddito medio più che in Italia al netto di tutti gli altri fattori considerati.
Ma la povertà non è declinabile solo in termini materiali. Siamo sempre più poveri dal punto di vista relazionale e siamo sempre meno felici. Esistono una serie di alternative non relazionali all’uso del tempo che generano il crollo di tutti gli indicatori di vita sociale: partecipazione alla vita associativa, a quella religiosa, politica, la tenuta delle famiglie, e questo ci rende ancor più vulnerabili.
La crisi di beni relazionali è una delle cause del paradosso della felicità: secondo uno studio condotto in Germania su un campione di 60.000 intervistati, un terzo di coloro che hanno registrato un aumento annuale di reddito reale familiare hanno riportato contemporaneamente una diminuzione di felicità. I cosiddetti frustrated achievers sono persone cadute nella trappola della sottoproduzione relazionale che mina quelle risorse immateriali che fungono da pilastro del sistema socio-economico: dignità, autostima, fiducia, capitale sociale.
Contro il riduzionismo antropologico dell’homo oeconomicus, dell’uomo senza committment e senza sympaty, è utile ricordare le parole di Adam Smith secondo cui la felicità delle persone dipende dalla capacità di rendere felici gli altri. Per questo la soluzione alla crisi attuale potrebbe nascere dall’incontro tra due povertà: la povertà materiale delle aree di disagio (non solo fuori ma anche dentro L’Italia) e la povertà di senso dei paesi ricchi. L’unione di queste due realtà potrebbe aiutarci a costruire una nuova economia, che dia spazio alle relazioni e nuova dignità al mercato.
Le stesse vicende di questi giorni con l’enorme risposta di solidarietà e di disponibilità a donare tempo e denaro degli Italiani per la tragedia dell’Abruzzo testimoniano che si tratta della direzione più giusta e vitale.
venerdì, ottobre 31, 2008
Rischio liquidazione di Sviluppo Italia Campania: politica allo sbaraglio
Il licenziamento dei primi 60 lavoratori a tempo e la liquidazione ormai alle porte dell’intera società Sviluppo Italia Campania (di seguito SIC) con conseguente licenziamento dei 64 lavoratori a tempo indeterminato, interroga le coscienze della politica e delle istituzioni civili e religiose di questa regione ma anche a livello nazionale.
Il Governo di centro sinistra nella ricerca dell’efficienza e della razionalizzazione (magari con troppo zelo) ragionò su Sviluppo Italia e le società regionali ignorando che alcune di queste, come Sviluppo Italia Campania, è capace di produrre utili netti per 1 milione di euro e di assicurare margini del 100% per la casa madre. Aveva comunque previsto il trasferimento delle società regionali alle Regioni ed avviato la trattativa per accompagnare tale percorso con il trasferimento di risorse per consentire la salvaguardia dei livelli occupazionali delle realtà territoriali.
Il Governo di centro destra sta andando oltre. Mentre in tutti i campi sta rinnegando le precedenti strategie, qui si sta dicendo mero esecutore di una sciagurata direttiva, senza però provvedere a trasferire risorse ed attività alle Regioni con il vincolo di salvaguardare il lavoro degli attuali dipendenti, come l’applicazione di un sano federalismo richiede.
E allora a nostro avviso questo atteggiamento nasconde un obiettivo più grande e più grave: eliminare ogni supporto per il Meridione.
Mentre il Governo è impegnato a perfezionare il piano a sostegno delle banche e delle grandi imprese in crisi, pressoché negli stessi giorni si appresta a cancellare con un colpo di spugna l’unica misura che consente ai giovani disoccupati del mezzogiorno di realizzare i loro progetti di autoimpiego e di autoimprenditorialità.
In un momento storico in cui lo Stato rientra a piene mani nell'economia non solo nazionale ma mondiale, è davvero tragicomico che solo il prestito d'onore debba essere immolato all'ideologia liberista!!!
Il prestito d’onore, fin dalla sua nascita nel 1996, rappresenta, ancora oggi, soprattutto nella versione del dlgs. 185/2000 che estende i benefici dalle ditte individuali anche alle società di persone, l’unica opportunità per quanti, giovani ma non solo, nelle regioni del Sud e in alcuni territori disagiati del Centro-Nord, vogliano scongiurare il pericoloso paradigma niente lavoro=niente accesso al credito ordinario=manovalanza per la malavita organizzata.
Il prestito d’onore è stato considerato un valido strumento di supporto anche nell’attuazione del progetto POLICORO, rilanciato di recente anche dal Cardinale Sepe da sempre attento alle opportunità di riscatto dei giovani.
A onor del vero il Governo si appresta a cogliere i classici 2 piccioni con una fava: decidere di non rifinanziare in modo consistente il dlgs 185/00 significa non solo togliere speranze agli aspiranti imprenditori, ma significa, del pari, togliere lavoro anche ai giovani finora impegnati nell’attuazione della misura la cui gestione è affidata a Sviluppo Italia (ora Invitalia).
In apertura ho citato il caso della Campania perché è proprio qui che il Presidente Berlusconi sta impiegando molte sue energie, almeno a livello mediatico. Ma allora vorrei chiedere al Presidente Berlusconi: pensa forse che la “munnezza” sia l’unico male di questa martoriata regione? E davvero crede che l’esercito sia l’unico baluardo contro la criminalità organizzata? O forse non è il lavoro la prima risposta per fermare il dilagare della sfiducia e la deriva verso l’illegalità dei giovani della Campania, della Calabria e di tutte le Regioni meridionali?
A me sembra che i lavoratori delle società regionali di Sviluppo Italia (oggi Invitalia) sono le prime vittime di un federalismo fiscale senza rete.
Tanto più se si considera il recente emendamento approvato dalla Commissione lavoro della Camera che chiude l’accesso dei giovani meridionali alla Pubblica Amministrazione.
Le ACLI non hanno mai innalzato barriere ideologiche nei confronti del Federalismo ma hanno sempre richiesto che qualunque progetto in tal senso dovesse essere accompagnato da misure capaci di impedire un’ulteriore spaccatura del paese, capaci di assicurare quella solidarietà nazionale a favore dei territori svantaggiati in modo da eliminare il gap di sviluppo tra Nord e Sud.
Negare l’accesso al credito ai giovani del Sud, distruggere i sogni di impresa di giovani creativi ma non ricchi, licenziare giovani produttivi e volenterosi, negare l’accesso dei giovani meridoniali ai concorsi nella Pubblica Amministrazione, sono questi i termini dell’azione a favore dello sviluppo del Mezzogiorno che il Governo Berlusconi vuole mettere in campo?
Io, non credo, e spero che il Presidente Berlusconi voglia presto darci segnali di chiarimento e di distensione.
Pasquale Orlando
presidente Acli di Napolisabato, settembre 27, 2008
2008: fuga dalla Campania . Chi può scappa.
Non è, purtroppo, un´emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. «I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell´opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l´Africa dell´Europa: con più violenza e meno dignità». I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l´affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all´anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.
Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. «L´agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d´Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità». Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla «questione meridionale», nessun aiuto concreto. L´Italia, con la Grecia, è l´unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L´unica ad aver cancellato ogni sostegno.
Finiti i soldi anche per l´assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l´esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l´ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. «Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti». Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. «La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d´opera clandestina e ammorbidire l´islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell´Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l´affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all´esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere».
Dopo trent´anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l´agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. «L´immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all´evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l´emergenza cronica in povertà». Eppure l´Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L´abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant´Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d´affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. «Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno». Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia. «Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all´istruzione, finge che l´occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L´accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L´unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra».
La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. «Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste». Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l´assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. «Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant´Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest´anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l´Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia». Come Marina. Da trent´anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un´encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L´altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l´hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo.
«Se l´assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno». Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. «La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell´interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell´italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l´economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l´arma dell´istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità». Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un «allarme nazionale sui poveri». «Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto».
Per questo, affrontare il cambiamento con l´emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. «Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l´Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell´arretratezza armata». In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un´officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.