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giovedì, gennaio 14, 2010

L’altra faccia di Rosarno


Leonardo Becchetti - 14/01/2010

Etica e solidarietà originano dal riconoscimento dei legami che uniscono le persone in virtù della loro comune natura. E il principio dell’amore del prossimo (il più vicino) è l’occhiale per correggere la nostra miopia. Spesso, anche per chi ha buona volontà, è più facile “adottare a distanza” che scambiare due parole con il condomino. Più facile che incontrare lo straniero che cammina nelle nostre stesse strade ma vive in città satellite e diventa invisibile ai nostri occhi perché lontano dal nostro ceto sociale e condizione di vita.

Un modo concreto ed incarnato di riconoscere i legami è quello di renderli visibili nel quotidiano ordito delle nostre relazioni economiche e professionali. E’ quello che a distanza si è proposto di fare il mondo del consumo e del risparmio solidale, citato ampiamente nell’ultima enciclica,[1] rendendo visibile il legame tra il prodotto acquistato e tutti gli attori che hanno contribuito a portarlo sulla nostra tavola. Consentendo al consumatore di scegliere percorsi che tutelano la dignità e promuovono l’inclusione e lo sviluppo degli anelli più deboli della filiera.

In questi ultimi tempi però, anche se non possiamo produrre banane, cacao, tè e caffè sottocasa, l’equosolidale viene talvolta erroneamente contrapposto al chilometro zero, ovvero al valore di acquistare prodotti genuini più prossimi.

A Rosarno gli immigrati lavoratori stagionali che raccolgono le arance sono pagati dai produttori pochi centesimi al chilo perché a loro volta i produttori ricevono soltanto in media 27 centesimi al chilo. Il prezzo finale del prodotto per i consumatori, come sottolinea la Coldiretti, è di circa 1,55 euro al chilo con un ricarico del 447 percento. Insomma i produttori di base sono pagati quel poco che consente loro di mantenere a coltivazione i terreni e a loro volta compensano i raccoglitori stagionali con salari da fame.

La vicenda di Rosarno ha reso chiaro a tutti che può esistere un “commercio equosolidale quasi a chilometro zero”, che le vicende dell’anello più debole (lavoratori stagionali) della filiera dei pomodori, fagiolini, arance, mandarini e olive prodotte in Italia che finiscono sulla nostra tavola non sono affatto dissimili da quelle dei lavoratori delle piantagioni di banane o dei produttori agricoli di base in paesi lontani.

Il ministro Zaia a accennato alla possibilità per questi prodotti di un marchio “etico” che contraddistingue una filiera diversa e un prodotto che contiene il valore intangibile, ma reso visibile dal marchio, di una maggiore responsabilità sociale nei confronti di tutti gli attori della filiera. Se esistono le arance rosse di Sicilia possono esistere anche le arance responsabili di Rosarno (o dei luoghi in cui potranno essere prodotte sotto queste nuove condizioni).

La tracciabilità sociale della filiera è una grande opportunità di ricostruzione di legami invisibili e spezzati nel rispetto della libertà di scelta dei cittadini consumatori. Dove i pionieri che realizzano quest’innovazione sociale di prodotto sono di stimolo all’aumento della responsabilità e degli altri produttori.[2] Ho partecipato di recente ad un vertice FAO che radunava tutti i protagonisti della filiera delle banane nel quale le grandi imprese transnazionali (Dole, Ciquita) e alcuni grandi distributori (Sainsbury, Tesco) riconoscevano ai certificatori e importatori equosolidali il merito di aver creato un nuovo modello di filiera di “successo” che ha indotto anche loro ad avviare in via sperimentale iniziative simili. E’ per questo che oggi una banana su quattro nel Regno Unito proviene dalla filiera equosolidale.

Ora che abbiamo toccato con mano, che l’autointeresse miope che ci spinge ad ignorare i legami quando acquistiamo i prodotti diventa un boomerang ? Che non potremo mai avere sicurezza garantita in presenza di disperati che vivono in condizioni incivili ? Siam nelle condizioni di farlo partendo da obiettivi realistici e non utopici come quelli di un prodotto che garantisce che agli stagionali qualcosa di più di 20 euro al mese e abitazioni decenti o altre iniziative in grado di promuovere la loro dignità.

Basta con gli esercizi di indignazione, rabbia, commozione fini a se stessi. Proponiamo strade possibili realizzabili nella realtà economica del nostro quotidiano, in grado di attivare le “energie rinnovabili” della solidarietà di quella grandissima parte dei cittadini che possono e sono disposti a votare con il proprio portafoglio per una filiera diversa. Non si tratta solo di solidarietà ma anche un modello economico sostenibile che porta i valori dentro la piazza del mercato e crea quelle virtù di cui l’economia e la società hanno bisogno per sopravvivere.



[1]E` necessario un effettivo cambiamento di mentalita` che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, ‘‘nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti’’ Caritas in Veritate

[2]“Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. E` dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si puo` attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia.” Caritas in Veritate

mercoledì, luglio 22, 2009

Vogliamo andare in pensione prima? Regolarizziamo molti più lavoratori immigrati.

Vogliamo andare in pensione prima? Regolarizziamo molti più lavoratori immigrati.

di Leonardo Becchetti da benecomune.net


Sono molti gli aspetti dolorosi dal punto di vista umano della legge che rende l’immigrazione clandestina un reato ma purtroppo nel dibattito politico non contano. Gli immigrati irregolari non votano e scontano la contraddizione di un sistema socioeconomico che è ormai globale nei movimenti di persone e di merci a fronte di sistemi politici ancora nazionali.

Dunque il timore e lo smarrimento di chi non è mai uscito dall’Italia e si sente perduto vedendo tante facce straniere nelle strade e sugli autobus vale di più di tanti disperati che perdono la vita cercando di arrivare nel nostro paese.

Quello che intendo sottolineare però in questo articolo è il paradosso economico e il circolo vizioso che questo provvedimento rischia di creare.

Sul paradosso era evidente che la legge avrebbe tirato con sé una sanatoria per gli irregolari da tempo regolarmente al lavoro nel nostro paese. Non si capisce però perché le badanti e le colf sì e non tutti gli altri lavoratori stranieri impegnati nell’industria e nei servizi che reggono il sistema paese e gli consentono di competere con il resto del mondo. Non per nulla l’incongruenza è stata rilevata prima di tutto in ambienti industriali e la preoccupazione per il provvedimento espressa più volte su quotidiani come il Sole 24 Ore.

Il circolo vizioso in cui rischiamo di cadere preoccupa ancora di più. La bolla speculativa della paura (il mondo è molto più insicuro di prima) alimentata da sciocchezze statistiche (ogni giornale quando parla di delitti efferati dovrebbe prima premettere la loro rilevanza statistica) trova negli stranieri (tutti non solo quelli che delinquono) un capro espiatorio. Il problema di polizia si confonde con il problema dell’economia. Un periodo di stagnazione economica così lungo come quello che stiamo vivendo accresce (come dimostrato da molti lavori di ricerca) l’ostilità verso gli stranieri. Gli stranieri sono una minaccia alla sicurezza e ci tolgono il lavoro. Si promulga una legge che rende reato l’immigrazione clandestina senza una seria politica dei flussi che riconosce il contributo decisivo della forza lavoro straniera. Se applicata alla lettera la legge genera espulsioni di massa che mettono in crisi l’economia (i posti vuoti sono in settori nei quali la sostituzione da parte dei lavoratori italiani è scarsa o nulla) e alzano il costo del lavoro. E’ opportuno domandarsi a quante forze, non solo dell’opposizione ma anche e soprattutto della maggioranza, convenga una dinamica del genere.


Infine molti italiani non hanno gradito le riforme pensionistiche (a proposito è interessante notare che i provvedimenti più scabrosi o controversi vengono varati strategicamente quando gli italiani sono al mare o sono in procinto di andarci) che hanno allineato la situazione delle donne a quella degli uomini nel pubblico impiego e prevedono nei prossimi anni (ragionevolmente) di adattare l’età pensionabile alle variazioni dell’aspettativa media di vita della popolazione. Gli studi sulla felicità dimostrano chiaramente l’enorme eterogeneità tra chi non vede l’ora di andare in pensione (per lui la pensione aumenta la soddisfazione di vita) e chi viceversa perde la propria ragione di esistenza il giorno dopo il pensionamento. Bisognerebbe sfruttare di più quest’eterogeneità per consentire, entro ragionevoli limiti, la possibilità di scambiare “diritti pensionistici” per un numero limitato di anni tra individui diversi (attraverso lo Stato). Si può lavorare molto di più sulla volontarietà delle decisioni di uscita dal lavoro tenendo il sistema in equilibrio. Una sorta di cap and trade del tipo di quello pensato per lo scambio di emissioni di CO2.

Cosa c’entra questo con i dolorosi problemi della legge sull’immigrazione? C’entra e molto. Date le proiezioni del nostro andamento demografico, del rapporto tra lavoratori e popolazione inattiva, le riforme approvate in questi giorni sono inevitabili per mantenere l’equilibrio. A meno che non si decida di accettare un numero molto più elevato di lavoratori stranieri regolari che pagano contributi ribaltando il rapporto tra lavoratori e popolazione inattiva contribuendo al riequilibrio dei conti. Vogliamo andare in pensione prima? Allora dobbiamo regolarizzare molti più lavoratori immigrati.

martedì, aprile 21, 2009

Rischio povertà. Una soluzione: dare dignità al mercato

di Leonardo Becchetti, Angela Schito

Una delle conseguenze della crisi che stiamo vivendo riguarderà senza dubbio le risorse per combattere la povertà a livello internazionale. Con il G20 sono stati stanziati 50 miliardi di dollari di aiuti, mentre la Banca mondiale in passato sosteneva che per raggiungere gli obiettivi di lotta alla povertà entro il 2015 erano necessari almeno 50 miliardi di dollari all’anno. Intanto nel mondo la quota dei malnutriti passa da 800 milioni a 924.

Quando si parla di povertà, bisogna anzitutto far chiarezza su alcuni concetti. Primo: la povertà è un concetto relativo. La povertà in Italia e quella nei Paesi in via di sviluppo differiscono molto l’una dall’altra. Nei paesi in via di sviluppo la soglia è 1 dollaro, e sotto di essa è possibile contare più di un miliardo di persone. In Italia la povertà relativa (perché misurata in rapporto al reddito medio), secondo i dati ISTAT, ha una soglia di circa 600 euro.

Nonostante le chiare differenze queste due realtà possono essere messe a confronto. Un’economia povera si difende dalla povertà grazie all’auto-consumo e all’auto-produzione o mettendo in atto scambi informali come il baratto. Nella nostra società tutto questo non c’è più, se non in rari casi come, ad esempio, il passaggio dei vestiti tra bambini e altre pratiche che fungono da sacche di difesa contro la povertà. Noi in generale dipendiamo dal mercato: tutto quello che serve al nostro fabbisogno quotidiano lo dobbiamo comprare.

Nel 2007, le famiglie italiane in condizioni di povertà relativa erano 2 milioni 653 mila (11,1% delle famiglie residenti); nel complesso gli individui poveri erano 7 milioni 542 mila, il 12,8% dell’intera popolazione. Se dal dato aggregato scendiamo a livello territoriale, vediamo che nel mezzogiorno l’incidenza della povertà è molto più alta rispetto al Nord (22,5% contro il 5,5%).

In Italia permangono delle contraddizioni di fondo: si calcola l’inflazione, ma non la differenza tra i livelli dei prezzi. Mentre tra Paesi la povertà si misura a parità di potere d’acquisto (cioè se ho 100 euro di stipendio in Italia e ne ho 100 a Cuba, se a Cuba la vita costa 10 volte meno, quel 100 in realtà varrà mille), in Italia le differenze di costo della vita, spesso anche enormi, non sono prese in considerazione.

La povertà altro non è se non il rapporto tra quello che si guadagna e il costo della vita.

Un altro assurdo logico, inoltre, è l’assenza di uno strumento di equità sociale come il quoziente familiare. Nel nostro Paese tra le categorie più svantaggiate ci sono le famiglie numerose che, giocoforza, devono sostenere dei costi più elevati: se il reddito familiare non è diviso per un quoziente che fa riferimento al numero dei componenti (che nell’OCSE generalmente corrisponde 0,5 per il coniuge e 0, 3 per tutti i figli), chi fa più figli si diventa sempre più povero.

Un altra categoria in forte difficoltà è costituita dalle persone che hanno perso o stanno perdendo il lavoro: il rischio di esclusione sociale cresce e questo stride fortemente con la realtà di coloro che il lavoro ce l’ hanno ancora e che, per effetto del calo dell’inflazione, vedranno addirittura una rivalutazione dei salari.

Per questo è necessario che le misure di welfare non premino solo il “non lavoro”. In un paese come l’Italia si rischierebbe infatti di incrementare il lavoro nero, riducendo l’incentivo della persona a ritrovare occupazione. Bisognerebbe piuttosto premiare la creazione di nuova occupazione: una parte di sussidi attivi potrebbe essere destinata a sostenere cooperative e piccole imprese per ridurre il costo del lavoro che in Italia mantiene livelli molto alti.

A livello globale, le iniziative di sostegno alla crisi prevedono molte risorse per il rilancio di settori dell’economia obsoleti senza incentivare abbastanza almeno la creazione di modelli meno inquinanti La distribuzione di denaro pubblico dovrebbe rispondere ad una prospettiva a lungo termine: bisogna tener conto del fatto che stiamo vivendo in una fase di conversione ad un’economia sostenibile e quindi è quanto mai necessario creare valore economico in maniera socialmente e ambientalmente sostenibile.

Tra i rimedi alla crisi, accanto a strumenti finanziari e di tutela sociale, l’istruzione rappresenta un fattore di indiscutibile importanza. L’ Italia è il Paese dove i rendimenti della scolarizzazione sono più bassi In pressoché tutti gli altri Paesi del mondo ogni anno in più di istruzione incide sul reddito medio più che in Italia al netto di tutti gli altri fattori considerati.

Ma la povertà non è declinabile solo in termini materiali. Siamo sempre più poveri dal punto di vista relazionale e siamo sempre meno felici. Esistono una serie di alternative non relazionali all’uso del tempo che generano il crollo di tutti gli indicatori di vita sociale: partecipazione alla vita associativa, a quella religiosa, politica, la tenuta delle famiglie, e questo ci rende ancor più vulnerabili.

La crisi di beni relazionali è una delle cause del paradosso della felicità: secondo uno studio condotto in Germania su un campione di 60.000 intervistati, un terzo di coloro che hanno registrato un aumento annuale di reddito reale familiare hanno riportato contemporaneamente una diminuzione di felicità. I cosiddetti frustrated achievers sono persone cadute nella trappola della sottoproduzione relazionale che mina quelle risorse immateriali che fungono da pilastro del sistema socio-economico: dignità, autostima, fiducia, capitale sociale.

Contro il riduzionismo antropologico dell’homo oeconomicus, dell’uomo senza committment e senza sympaty, è utile ricordare le parole di Adam Smith secondo cui la felicità delle persone dipende dalla capacità di rendere felici gli altri. Per questo la soluzione alla crisi attuale potrebbe nascere dall’incontro tra due povertà: la povertà materiale delle aree di disagio (non solo fuori ma anche dentro L’Italia) e la povertà di senso dei paesi ricchi. L’unione di queste due realtà potrebbe aiutarci a costruire una nuova economia, che dia spazio alle relazioni e nuova dignità al mercato.

Le stesse vicende di questi giorni con l’enorme risposta di solidarietà e di disponibilità a donare tempo e denaro degli Italiani per la tragedia dell’Abruzzo testimoniano che si tratta della direzione più giusta e vitale.

giovedì, marzo 12, 2009

L'economia in bianco e nero e quella "a colori"

Leonardo Becchetti - 09/03/2009
La crisi finanziaria globale potrebbe finalmente segnare il passaggio dall’economia in bianco e nero ad un’economia a colori. Da una visione profondamente dicotomica e insanabilmente dualista ad una integrata. Per intenderci meglio, in una certa cultura economica tutto ciò che si trova a metà tra la massimizzazione del profitto e la filantropia viene visto con sospetto, o come una sorta di sotterfugio che finisce per sprecare i soldi degli azionisti.
Esiste un’altra dicotomia dalla quale non sembra si riesca ad uscire nel dibattito sul modello di banca post-crisi che domina i giornali. Da una parte la banca privata che ha assunto come unico criterio la massimizzazione della ricchezza per gli azionisti, si è allontanata dalla tradizionale attività creditizia per cercare rendimenti superiori finendo per restare vittima della propria avidità e generando i problemi cui stiamo cercando di porre argine. Dall’altra la banca pubblica, una specie di porto delle nebbie nel quale le strategie si fanno meno trasparenti, il rischio di commistione tra interessi politici ed economici più forte e la mancanza di un vincolo di bilancio stringente rischia di creare a breve e medio termine perdite per i contribuenti.
Eppure esiste un terzo modello, al quale si ispira una parte significativa del sistema bancario, cui dovremmo pur attribuire il merito di non aver costretto sino ad oggi il nostro governo ad intervenire con onerosi interventi di salvataggio come avvenuto in altri paesi.
Si tratta della banca sociale soggetta alla disciplina di mercato (modello che quasi tutte le banche italiane di oggi hanno assunto alla loro nascita e che molte di esse continuano ad incarnare).
Ovvero di una banca che non assume come criterio unico e dominante quello della soddisfazione di una sola categoria di portatori d’interesse (gli azionisti) rischiando di divenire vittima di avidità, asimmetrie informative ed opportunismi interni che minano alle fondamenta la sopravvivenza della propria organizzazione. E allo stesso tempo non presenta i difetti della banca pubblica rimanendo pienamente soggetta alla disciplina di mercato. E’ il mondo delle banche etiche, delle istituzioni di microfinanza, delle banche popolari, dei crediti cooperativi in forte crescita a livello mondiale anche in quest’annus orribilis e capaci di intervenire finanziando piccole e medie imprese nel momento in cui le difficoltà a la paralisi delle grandi banche produce una crisi di liquidità nel sistema.
Ma torniamo per un attimo al primo tipo di dualismo (o la massimizzazione di profitto o la filantropia) e cerchiamo di spiegare perché non ha funzionato e non può funzionare. Il presupposto implicito per il suo successo è infatti l’efficienza della mano invisibile o del regolatore. La prima trasforma magicamente il desiderio di arricchimento personale in virtù pubblica, la seconda è in grado di costruire regole ottimali che evitano opportunismi, superano conflitti d’interesse impedendo agli interessi personali di poter arrecare danni alla collettività.
Questi due meccanismi hanno fallito e sono insanabilmente fallibili perché le eccezioni al funzionamento della mano invisibile sono così numerose da rappresentare in realtà la regola. Inoltre sappiamo benissimo che non esiste regola perfetta che ci esime dalle nostre responsabilità, il mercato delle agenzie di rating che dovrebbe dare le giuste informazioni ai risparmiatori è un monopolio con barriere all’entrata, dilaniato anch’esso da conflitti d’interesse, e il regolatore è catturato dagli interessi dei regolati.
In questa difficile situazione, in attesa di un miglioramento delle regole assolutamente necessario, è dunque il terzo modello di banca e di impresa a svolgere un ruolo fondamentale: quello di fare economia creando al contempo quei valori fondamentali (responsabilità e fiducia tra e negli attori del mercato) di cui il mercato ha maledettamente bisogno per poter funzionare.
Insomma, la “biodiversità” organizzativa, vista prima della crisi come una pericolosa minaccia all’uniformità dogmatica del modello di impresa (nei mesi precedenti la crisi sembrava che l’unico serio problema dei mercati finanziari fosse quello della non omologazione delle imprese sociali di mercato al modello dominante e la loro resistenza alla dittatura degli azionisti), è quella che ci salverà.
Le autorità politiche ed economiche in cerca di soluzioni farebbero bene a capire che lo sguardo benevolente può combattere gli effetti dello sguardo avvilente e l’economia della cura e della mano visibile può aiutare il mercato a crescere in dignità fornendo un supporto fondamentale all’azione oggi in crisi della mano invisibile.

mercoledì, dicembre 10, 2008

Perché gli economisti non hanno previsto lo scoppio della crisi ?


Leonardo Becchetti - 09/12/2008

Si dibatte molto in questi giorni difficili sull’incapacità degli economisti di risolvere il problema della crisi. La causa è molto semplice e va riscontrata nell’iperspecializzazione funzionale che ci ha reso esperti del frammento e incapaci di una visione d’insieme.

Per poter anticipare questa crisi e per curarne le conseguenze è necessario avere nozioni di finanza derivata, di funzionamento dei mercati finanziari e della loro governance e di macroeconomia. Ma quasi tutti i macroeconomisti sono a digiuno di finanza derivata e gli esperti di finanza derivata, quelli veri che conoscono nei minimi particolari i meccanismi di determinazione del valore di queste attività, sono dei supertecnici che assai raramente sono in grado di cogliere il rapporto tra le stesse e gli aspetti sistemici e macroeconomici.

E’ subito dopo il rinascimento che avviene il grande bang e spariscono i geni universali alla Leonardo. Il progresso della scienza richiede una forte specializzazione che consente all’umanità di fare incredibili passi in avanti in tutte le discipline. Dopo il big bang dei saperi disciplinari, data la complessità e l’estensione degli universi della conoscenza settoriale ai nostri giorni, il ricercatore deve fare grandi sforzi per poter arrivare alla frontiera e, se vuole pubblicare e non perire, deve dedicare quasi tutte le sue attenzioni ad un solo campo circoscritto di interessi per gran parte della propria vita. Se l’iperspecializzazione ci consente grandi avanzamenti dal punto di vista “positivo” (ovvero nella conoscenza dei meccanismi di funzionamento dell’economia) essa ci rende sempre meno capaci di sviluppare ragionamenti sensati dal punto di vista normativo (quello delle politiche economiche). In questo ambito le predizioni che scaturiscono dall’esperienza del frammento non hanno nessuna capacità di risolvere i problemi dell’insieme. E’ come se la conoscenza dell’automobile fosse divisa tra esperti dei pneumatici, esperti del motore ed esperti del sistema dei freni che però non sono in grado di andare oltre la propria specializzazione. Molto difficile sarebbe in questo caso per il singolo esperto dare consigli sulla stabilità e sulla gestione ottimale complessiva della vettura.

Un cambiamento di rotta può venire dalla stessa comunità scientifica aumentando la dignità e la reputazione del sapere intersettoriale ed interdisciplinare invertendo un percorso che ha portato la politica economica a diventare quasi una disciplina di serie B.

Ma se molti si chiedono perché gli economisti non hanno previsto è ancora più inquietante rilevare che l’intero mercato (piccoli investitori, comunità degli analisti, insiders) non è stato capace di farlo. Se così fosse stato i rischi e il rischio di crisi sistemica sarebbero stati incorporati già da molto tempo nel valore delle azioni delle società coinvolte. Anche in questo caso dunque, come durante ogni bolla finanziaria, il mercato ha fallito nel trasmettere attraverso il sistema dei prezzi le informazioni corrette.

mercoledì, maggio 28, 2008

www.benecomune.net. La newsletter con salari, detassazione, elezioni usa, immigrazioni e cittadinanza

In questo numero, in primo piano: focus e approfondimenti del Prof. Becchetti, economista

Salari e datassazione.
La detassazione degli straordinari presenta potenziali benefici ed alcune insidie. Tra i potenziali benefici l’emersione del lavoro straordinario sommerso. In tal caso l’effetto di aumento di ore lavorate sarebbe indubitabile. Tra le insidie l’effetto che un aumento delle ore lavorate può generare sulla qualità della vita delle persone.

Non si fa impresa soltanto per massimizzare i profitti. Esistono moltissime intraprese economiche che hanno primariamente obiettivi di carattere sociale e sono quelle che rendono probabilmente piu' felici i loro protagonisti e capaci di trasmettere la loro pienezza di vita anche nelle relazioni che vivono.

Per commenti e segnalazioni scrivere a newsletter@benecomune.net


La detassazione degli straordinari: il perche' e alcune insidie

Leonardo Becchetti - 28/05/2008

Come e' ben noto e' molto difficile costruire misure di policy che realizzino efficacemente l'obiettivo di aumentare le ore lavorate. Infatti, ogni iniziativa volta ad aumentare o a ridurre il salario in qualunque modo (aumento dei salari tout court, modifica delle condizioni fiscali e contributive degli stessi) genera due forze di direzione opposta.

Approfondimenti

Le potenzialita' del nuovo che avanza e il ruolo dei pionieri sociali

Leonardo Becchetti - 23/05/2008

C'e' una grande novita' nel sistema economico che sta prendendo sempre piu' piede, un nuovo prodotto che e' stato inventato: la gente compra e vende etica. L'etica e' proprio come le mele e le arance. E' un prodotto che ha dei costi per chi lo produce.

Politica e Istituzioni

Salari, mutui e detassazione: alcune riflessioni necessarie

Michele La Rosa - 26/05/2008

Ci pare difficile, ancorche' in questa sede necessario, parlare solo della detassazione degli straordinari senza conoscere ancora il testo definitivo e, dall'altra parte, "slegando" od esaltando questo questo provvedimento rispetto agli altri due presi dal governo nel medesimo CdM. La politica va pensata e riflessa nel suo significato originario e non settoriale o parziale; poi si possono esprimere giudizi specifici come pur tenteremo di fare.


Politica estera

Elezioni USA: la partita e' ancora aperta

Federiga Bindi - 27/05/2008

Sul New York Times di domenica 25 maggio, c’era un inserto a pagamento del WomenCount PAC che invitava ad andare ad un rally il prossimo sabato a Washington in favore dell’inclusione dei delegati della Florida e del Michigan.



Immigrazione e Multiculturalismo

Cittadinanza e partecipazione degli immigrati alla vita pubblica

Daniele Diviso - 26/05/2008

In Italia – non diversamente da quanto avviene in realtà europee più avanzate sotto il profilo del multiculturalismo – i diritti civili e politici degli stranieri sono disciplinati in modo differente rispetto a quelli di cui godono i cittadini italiani.
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  • lunedì, maggio 05, 2008

    Emergenza alimentare: di chi è la responsabilità?


    Siamo di fronte ad un cambiamento strutturale nelle dinamiche dei prezzi dei prodotti agricoli. Nel corso degli ultimi due decenni innovazioni tecnologiche e aumento delle rese avevano incrementato l’offerta a fronte di una domanda poco elastica (se un prezzo di un bene alimentare si riduce non si utilizza in genere l’aumento di potere d’acquisto per comprarne quantità maggiori) determinando trend di riduzione dei prezzi frammisto a molta volatilità.

    Dal marzo 2007 al marzo 2008 però lo scenario è bruscamente cambiato. Il prezzo del mais è aumentato del 31 per cento, quello del riso del 74 per cento e quello del grano addirittura del 130 percento.

    Due delle cause principali sono quelle dell’aumento dei consumi di carne e, conseguentemente, della domanda di mangimi e l’aumento dei costi di gasolio e fertilizzanti. Una terza causa decisiva è l’utilizzo di parte delle terre coltivabili per la produzione di bio-combustibili. Ancora una volta si dimostra l’incapacità del genere umano, in un mondo iperspecializzato e in un sistema economico che è la risultate di innumerevoli decisioni centralizzate, di ragionare a tre dimensioni. Abbiamo oggi di fronte infatti tre problemi fondamentali: i) quello della povertà, con lo zoccolo duro di “incagliati” (secondo una classificazione, che ha tutti i suoi limiti, il miliardo di persone sotto il dollaro al giorno), esclusi dal mercato, che non possono trarre benefici dall’esplosione della crescita nei paesi poveri ed emergenti finché manca l’accesso al credito e istruzione; ii) quello del deterioramento ambientale, una guerra mondiale silenziosa che uccide circa 400.000 persone l’anno in Cina e 40.000 solo in Italia; iii) quello del malessere delle società opulente, del paradosso dell’infelicità, con paesi ricchi (le “società della paura”) dove aumenta costantemente il consumo di antidepressivi e si accentua una crisi delle relazioni che alimenta isolamento e insicurezza.

    Nessuno appare in grado di fare scelte in grado di agire virtuosamente in contemporanea sulle tre dimensioni perché i saperi sono divisi e le lingue non comunicano in una Babele di voci dove si contrappone chi sottolinea l’importanza di crescere, consumare di più ed aumentare la produttività e chi invece lancia inviti alla sobrietà e alla riduzione dei consumi.

    L’impennata dei prezzi dei beni alimentari rappresenta l’ennesimo esempio di quest’incapacità di ragionare a tre dimensioni. Pensando di risolvere il problema delle fonti di energia (riducendo la dipendenza da quelle più inquinanti come carbone e petrolio) con la produzione di biocarburanti, una possibile soluzione al problema ambientale si trasforma in una trappola per i paesi poveri aumentando la domanda e facendo lievitare i prezzi. Le conseguenze sono le sempre più numerose e drammatiche notizie di “assalti ai forni” di memoria manzoniana che arrivano da molti paesi poveri del mondo. Ma effetti non irrilevanti arrivano anche nei paesi ricchi con il record dei cittadini che dipendono dai sussidi alimentari negli Stati Uniti e del numero di coloro che fanno fatica ad arrivare alla quarta settimana in Italia.

    Il problema non è nè la globalizzazione, nè il mercato. Il problema siamo noi. A fronte di processi virtuosi ma lentissimi di aggiustamento “semiautomatico” determinati dalle rimesse dei migranti (più di trecento miliardi di dollari l’anno secondo la Banca Mondiale) e della crescita dei salari nelle zone in cui le imprese occidentali stanno delocalizzando ci mettiamo sempre del nostro per peggiorare le cose.

    Che la scala dei valori su cui si fonda il funzionamento della nostra economia sia completamente sballata (e che ciò renda impossibile evitare questi drammi) si vede da tantissimi episodi. L’ ultimo sotto gli occhi dei riflettori è il sistema di regole assurdo dove manager miliardari privatizzano i profitti e socializzano le perdite, portando sull’orlo del fallimento colossi bancari e finanziari e chiedendo l’aiuto degli stati e delle banche centrali nei momenti di difficoltà, mettendo a rischio migliaia di lavoratori ed uscendone con “paracadute d’oro” di liquidazioni miliardarie.

    Lo scandalo non è mai negli strumenti o nelle cose (tutto ciò che esiste può essere utile se utilizzato bene e gli strumenti di finanza derivata nascono con le migliori intenzioni di ripartire il rischio tra diversi soggetti). Lo scandalo è nel come utilizziamo tali strumenti e sulla base di quali scale di valori, ovvero nel meglio che potremmo fare (e che per alcuni beneficiari rappresenta il necessario per sopravvivere) e non facciamo. Finchè sarà normale “sprecare” miliardi di dollari quando bastano poche centinaia di migliaia di euro a finanziare programmi di accesso al credito e all’istruzione, ciò vorrà dire che la vita di una persona non vale nulla e lo scandalo rimarrà tale.

    Le visioni più ottimistiche tra gli economisti affermano che basta la crescita a migliorare le condizioni dei poveri nei vari paesi perché la liquidità creata sgocciola (trickle down) in basso e finisce per beneficiare anche le classi meno abbienti. La stragrande maggioranza degli studi sullo sviluppo economico dimostrano che questo non basta e che nelle storie virtuose ci vogliono molti elementi (qualità dei governi e delle istituzioni, capitale sociale ed umano, investimenti) che concorrono a determinare quel quadro positivo che genera inclusione e sviluppo.

    La differenza nell’economia globale è che, come cittadini, consumatori e risparmiatori che votano col portafoglio, abbiamo oggi molte opportunità per essere protagonisti dando il nostro contributo alla creazione di valore economico in maniera ambientalmente e socialmente sostenibile e stimolando istituzioni ed imprese a muoversi più rapidamente in tale direzione. Per far ciò bisogna passare dal vittimismo e dallo spettro della congiura dei grandi poteri alla consapevolezza di un mondo possibile dove cittadini, imprese ed istituzioni (sollecitati dall’azione dal basso della società civile) possono aiutarsi reciprocamente a costruire una società sostenibile. Ma questa maturità è ancora lontana dall’essere raggiunta.
    Leonardo Becchetti - 30/04/2008 da benecomune.net