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mercoledì, settembre 22, 2010

Matilde Iaccarino e la solidarietà possibile tra Nord e Sud


Matilde Iaccarino e la solidarietà possibile tra Nord e Sud

NAPOLI - Domani, alle ore 16,00, all'Istituto Italiano di Studi Filosofici nella Sala delle Adunanze a Palazzo Serra di Cassano si terrà l'incontro "Nord e Sud, la solidarietà possibile" e la presentazione del libro di Matilde Iaccarino "Fratelli d'Italia. Il difficile percorso dell'Unità - Nord e Sud attraverso un viaggio nel cuore della stampa italiana dal 1945 al 1947" (Antonio Pisano Editore).
Interverranno
Pasquale Orlando (Presidente Acli Napoli), Nicola Oddati(Assessore alla Cultura Comune di Napoli), Antonio Alosco (docente di Storia Contemporanea Università "Federico II" di Napoli e Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa), Paolo Pantani (Presidente Associazione Abc - Acli Beni Culturali) e Eleonora Puntillo (giornalista del Corriere del Mezzogiorno).
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Il libro - dichiara Matilde Iaccarino - è l'occasione per riflettere sulla solidarietà possibile tra Nord e Sud, sul ruolo che la politica può avere nello scardinare i luoghi comuni di ieri e di oggi e creare un progetto comune credibile e condivisibile per affrontare le spinte separatiste, per vincere la delusione, gli inganni dei fratelli d'Italia e creare un tessuto nazionale autenticamente coeso".

domenica, maggio 09, 2010

Le donne del sud allattano al seno in percentuale minore, e per meno tempo, rispetto alle mamme del centro-nord


(AGI) - Napoli, 9 mag. - Le donne del sud allattano al seno in percentuale minore, e per meno tempo, rispetto alle mamme del centro-nord (il 60% e l’80%). Ed e’ dal Mezzogiorno che parte la campagna voluta dal ministero della Salute “il latte della mamma non si scorda mai”, inaugurata a Napoli dal sottosegretario Eugenia Roccella. Una data non casuale, scelta in concomitanza con la giornata della festa della mamma, che prevede un percorso a tappe con il camper che si fermera’ anche a Caserta, Messina e Palermo. Nel camper viene distribuito materiale informativo e sono anche realizzati incontri con esperti operatori e sanitari. “Lo slogan corrisponde ad un gesto naturale che nel sud, negli ultimi anni, e’ stato un po’ dimenticato - commenta Roccella - bisogna tornare a percentuali alte di allattamento al seno. Tra l’altro chi allatta ha una percentuale minore di possibilita’ di ammalarsi di tumore al seno”. Il sottosegretario ha poi annunciato che questa sara’ “la prima iniziativa di una serie che spero proseguiranno negli anni”. Secondo il direttore della comunicazione del ministero della Salute, Daniela Rodorigo, “la campagna rappresenta una delle modalita’ con cui abbiamo scelto di comunicare al cittadino la promozione della salute. Non piu’ il cittadino che va dall’istituzione, ma e’ l’istituzione che va dal cittadino. Questo modello di comunicazione costituisce un eccellente metodo di diffusione della cultura della salute”. (AGI) Cli/Na/Laz

domenica, aprile 18, 2010

Ma il cielo è sempre più su?


l'associazione "energie nuove" promuove per venerdì 23 aprile alle 18,30 presso la libreria Mondadori, in Corso Trieste 198-200 a Caserta, la presentazione del libro di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano, “Ma il cielo è sempre più su?. L'emigrazione meridionale ai tempi di Termini Imprese". Saranno presenti gli autori che discuteranno dei contenuti del loro volume insieme a Michele Zannini, presidente nazionale AcliTerra ed Andrea Cozzolino, europarlamentare PD.

mercoledì, aprile 22, 2009

POVERTA' - Povere 975 mila famiglie italiane.

POVERTA' - Povere 975 mila famiglie italiane

Nel 2007 in Italia 975 mila famiglie si trovavano in condizioni di povertà assoluta. Sono il 4,1% delle famiglie residenti. In questi nuclei familiari vivono 2 milioni 427 mila individui, il 4,1% della popolazione. A riferirlo è l’Istat che oggi ha presentato i nuovi criteri per la definizione della soglia di povertà assoluta, intesa come la spesa mensile minima necessaria ad uno standard di vita minimamente accettabile.

Più poveri al sud, ma al nord la situazione peggiora. Delle 975 mila famiglie in condizioni di povertà assoluta, 443 mila si trovano nel Mezzogiorno. Rispetto al 2005 (2,7%) l’incidenza percentuale nelle regioni settentrionali sale al 3,5%. Stabile il centro. Più povere le famiglie numerose: nuclei con 5 o più componenti sono più poveri di quelli meno ampi: quasi un decimo (8,2%) si trova in condizioni di povertà assoluta.

Più povere anche le famiglie guidate da operai tra 45 e 54 anni. Tra il 2005 e il 2007 l’incidenza della povertà per le famiglie con a capo un adulto tra 45 e 54 anni con bassa istruzione è passata dal 2,6% al 3,4%. Migliora la situazione per quelle guidate da un giovane.

- Chiara Saraceno: “I dati presentati dall’Istat sulla base di una nuova metodologia di ricerca dimostrano che la social card è sfocata e che i soldi sono stati dati ai poveri, ma non ai più poveri fra i poveri”. Per la sociologa i requisiti di accesso non hanno saputo individuare le condizioni di maggiore povertà del paese. Fiopsd: ''Bene il nuovo metodo di rilevazione dell'Istat''. Il presidente, Paolo Pezzana, esprime soddisfazione: ''Mettere fine al paradosso durato sino ad oggi, per cui i più poveri tra i poveri sono esclusi dalle statistiche''.

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POVERTA' - Nuovi metodi per individuare le soglie dell'indigenza

Presentato dall’Istat il nuovo metodo di stima della povertà assoluta, che individua i beni e servizi essenziali, omogenei su tutto il territorio nazionale, che rappresentano il minimo accettabile sotto il quale si vive in una condizione di “povertà assoluta”. Nel nuovo metodo di calcolo tre le aree principali: l’alimentazione (con la definizione del fabbisogno minimo nutrizionale), l’abitazione (riscaldata e dotata degli elettrodomestici essenziali) e i rimanenti beni e servizi (sanità, istruzione, abbigliamento, trasporto, comunicazioni). In base ai prezzi sul territorio stabilite tante soglie di povertà quante sono le combinazioni tra tipologia familiare, ripartizione geografica e dimensione del comune di residenza.

- Le soglie di povertà Istat. Al nord servono più soldi per raggiungere un livello di qualità della vita minimo: più difficile in una grande città che in un piccolo comune. Un single fra i 18 e i 59 anni ha bisogno di 487 euro per vivere al di sopra della soglia di povertà assoluta in un piccolo comune del sud. Se però vive a Roma ha bisogno di 682 euro, mentre a Milano sotto i 724 euro è un povero assoluto. E ancora: a una famiglia di 4 persone con 2 figli sotto i tre anni occorrono 1.270 euro circa per vivere in condizioni minime accettabili a Milano: lo stesso standard si raggiunge con poco più di mille in un piccolo comune del Centro e con 930 euro in un grande comune del sud

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sabato, settembre 27, 2008

2008: fuga dalla Campania . Chi può scappa.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il «rinascimento campano» è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all´estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla.
Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. «Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati».
Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all´usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. «Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant´anni». È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. «Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell´abisso del razzismo».
Non è, purtroppo, un´emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. «I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell´opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l´Africa dell´Europa: con più violenza e meno dignità». I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l´affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all´anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.
Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. «L´agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d´Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità». Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla «questione meridionale», nessun aiuto concreto. L´Italia, con la Grecia, è l´unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L´unica ad aver cancellato ogni sostegno.
Finiti i soldi anche per l´assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l´esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l´ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. «Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti». Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. «La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d´opera clandestina e ammorbidire l´islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell´Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l´affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all´esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere».
Dopo trent´anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l´agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. «L´immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all´evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l´emergenza cronica in povertà». Eppure l´Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L´abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant´Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d´affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. «Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno». Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia. «Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all´istruzione, finge che l´occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L´accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L´unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra».
La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. «Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste». Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l´assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. «Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant´Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest´anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l´Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia». Come Marina. Da trent´anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un´encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L´altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l´hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo.
«Se l´assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno». Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. «La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell´interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell´italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l´economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l´arma dell´istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità». Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un «allarme nazionale sui poveri». «Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto».
Per questo, affrontare il cambiamento con l´emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. «Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l´Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell´arretratezza armata». In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un´officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

domenica, settembre 21, 2008

Federalismo fiscale visto da sud.

di Amedeo Lepore

Uno dei principali temi del momento è rappresentato dal “federalismo fiscale”, che, tuttavia, rischia di diventare l’ambito per iniziative di carattere del tutto diverso, a tratti ideologico, o per l’affermazione di principi lontani da nuove e chiare regole, volte a garantire l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa alle istituzioni territoriali, attraverso “tributi ed entrate propri”, in sintonia con i principi costituzionali, oltre che con le norme di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, e attraverso “compartecipazioni al gettito di tributi erariali”, riferibili al territorio. Il Presidente della Repubblica, parlando a Venezia in questi giorni, ha sostenuto “l’esigenza di un rinnovato, consapevole ancoraggio alla Costituzione”, tanto più forte, quanto più si corra il pericolo di un indebolimento della coesione nazionale e del tessuto ideale e civile del Paese. La necessità oggettiva di una riforma, per dar vita al sistema progettato con l’articolo 119 della Costituzione, secondo il Capo dello Stato, può realizzarsi senza mettere in discussione “l’unità e indivisibilità della Repubblica”, considerata come “valore storico e principio regolatore fondamentale, di certo non negoziabile”, combattendo i particolarismi e le chiusure delle aree più avanzate, in nome del principio di solidarietà, e chiamando il Mezzogiorno ad una “prova di responsabilità” per l’impiego economico e la resa qualitativa dei finanziamenti pubblici, sia nazionali che europei. D’altro canto, Massimo D’Alema, presentando a Napoli un’iniziativa di collaborazione meridionalista tra “Italianieuropei” e “Mezzogiorno Europa”, ha posto in evidenza la necessità di non confondere il livello delle prestazioni connesse ad un diritto di cittadinanza, come quello derivante dal pagamento delle imposte, con un’esigenza diversa, di tipo territoriale, che non può sovrastare l’uguaglianza delle prerogative di tutti gli italiani. Un nuovo patto fiscale, si dovrebbe significare, mentre la pratica concreta sembra muoversi nella direzione di una progressiva, per quanto “morbida”, azione di disgregazione dello Stato. Tuttavia, per evitare ogni inutile discussione sul carattere retrò o meno di una posizione aperta ad un vero federalismo, responsabile, efficace ed equo, ma nettamente contraria ad una distorsione dei meccanismi fondativi del sistema repubblicano e democratico, occorre entrare - come si dice - nel merito. Il disegno di legge delega sul “federalismo fiscale”, approvato in via preliminare dal Governo, per ora non è altro che un grande contenitore di tematiche, quanto mai varie e generali, che dovranno essere sottoposte ad un attento esame delle istituzioni e delle forze sociali, in un arco di tempo non brevissimo. Tuttavia, vi sono alcuni punti che richiedono un’immediata chiarificazione o, meglio, una profonda revisione. Innanzitutto, preoccupa l’assenza di ogni riferimento quantitativo per il calcolo dei costi standard, che sostituiscono - a giusta ragione - la spesa storica, al fine della valutazione delle risorse necessarie per coprire, integralmente, l’erogazione dei servizi legati all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e, in parte, quelli connessi ai trasporti locali. Questa indicazione concreta non può essere rinviata all’adozione dei successivi decreti legislativi da parte del Governo, ma deve essere oggetto di un esame connesso all’impianto stesso della riforma; inoltre, andrebbero individuati con nettezza e omogeneità i parametri di riferimento regionale e gli obiettivi di servizio a base del calcolo delle spese standard, in modo da non creare disparità tra gli utenti dei servizi erogati al Nord e quelli delle altre aree del Paese. Un secondo punto di analisi critica riguarda la spesa non riconducibile ai livelli essenziali delle prestazioni, che, sulla base dell’attuale proposta - in questo caso, con una forte incongruenza, non si fa più ricorso ai costi standard, ma si torna a quelli storici -, comporterebbe un trasferimento secco di risorse dal Sud al Nord pari a circa un 30% del totale. Altre notevoli contraddizioni riguardano: l’interpretazione del meccanismo perequativo, che non può assolutamente rappresentare un insieme di regole secondo cui le regioni ricche finanziano le povere; i livelli di “intesa” tra lo Stato e le istituzioni territoriali e, in particolare, il ruolo della “Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale”; l’effettuazione degli interventi speciali di cui al quinto comma dell’articolo 119, che potrebbero essere puramente aggiuntivi e -udite, udite! - centralizzati. Su diversi di questi temi sarà possibile tornare con maggiore approfondimento e compiutezza. Tuttavia, su una questione, che non riguarda esclusivamente il testo del disegno di legge, ma una scelta politica di carattere strategico, va compiuta una riflessione fondamentale. Come ha osservato il Presidente della Repubblica: “In Italia, deve porsi in particolare un forte accento sul rapporto tra un più coerente disegno evolutivo in senso autonomistico e federalistico dell’ordinamento della Repubblica, e il superamento di quel persistente, e perfino aggravato, divario tra Nord e Sud che denuncia la storica incompiutezza dell’unificazione nazionale”. Infatti, come si fa ad affrontare il tema dello sviluppo del Paese, del suo recupero di efficienza e competitività a livello internazionale, facendo finta che il “dualismo italiano” non esista più? La necessità di una politica di carattere nazionale, che si ponga concretamente l’obiettivo di affrontare uno dei principali nodi strutturali dell’economia e della società italiana, individuando le modalità per assicurare uno sviluppo produttivo e reali condizioni di mercato nel Mezzogiorno, non è la riproposizione di una vecchia forma di meridionalismo. Molto più seriamente, è l’unico terreno su cui un nuovo protagonismo, una piena assunzione di responsabilità da parte dei meridionali, una capacità “rivoluzionaria” di smantellare dal basso il sistema degli sprechi e dell’assistenza parassitaria, possono incontrarsi con un’azione condivisa di riforma delle istituzioni e di promozione di una moderna economia competitiva da parte dello Stato.

Amedeo Lepore