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domenica, maggio 06, 2007

Welfare: così si muore di burn out. anche per chi lavora nel sociale il lavoro mette a rischio la vita.

Emergenza lavoro. Lina era un'assistente sociale, stroncata dal troppo stress. «Basta poco e questo lavoro ti manda in tilt», denuncia oggi il marito.

Ugo Esposito ne è convinto: sua moglie è morta sul lavoro, di lavoro. Come quelli che sono volati giù da un'impalcatura a Brescia, o come i carabinieri in Iraq. Solo che lei, Lina Maddaloni, faceva l'assistente sociale a Benevento. «Morire di welfare» a 45 anni, dopo 20 di precariato è possibile. Di più, è comune, secondo Ugo Esposito. Per questo ha scritto al Presidente della Repubblica, per chiedere che il primo maggio, nelle manifestazioni di Napoli, Roma e Benevento anche Lina fosse ricordata tra le vittime del lavoro.
Stress e burn out: questi i rischi maggiori per chi lavora nel sociale. Il lavoro sembra non finire mai: si spinge oltre, non solo in termini di orari, e coinvolge tutta una vita. Racconta Esposito, anche lui impegnato nel sociale come medico del lavoro: «Per il lavoro di mia moglie abbiamo avuto una macchina incendiata, telefonate notturne e minacce di ogni genere». «Quando entri nella vita della gente, nelle loro case», aggiunge, «poi vengono sempre a cercare te, non il sindaco o il ministro ». Spendersi come persone, essere punti di riferimento significa anche questo, oltre che non timbrare cartellini e non avere orari. Nemmeno Lina ne aveva. «La notte in cui è morta di infarto era stata in piedi fino all'una per discutere con una mamma tossicodipendente che chiedeva alle suore che avevano in custodia la figlia un incontro per Natale ». Lina in mezzo, come sempre, tra due fuochi: il desiderio legittimo di una madre e la preoccupazione per la serenità di una bambina. «Quando poi abbiamo deciso di “staccare la spina sociale” e andare a dormire», racconta il medico, «si è addormentata serena, accanto a me». Poche ore dopo, l'infarto e la morte, pochi mesi fa. Lina lavorava più di 10 ore al giorno. Sempre in macchina, su un territorio grande come tre province. Per poco più di 600 euro al mese. Ogni sei mesi, un nuovo contratto. Inesistente per la legge 626: non aveva diritto a nessuna visita medica, nessun tipo di prevenzione.

È il dramma di chi lavora nel sociale, spiega Esposito: «In tutti gli altri settori, il rischio è quantificabile. Per noi, invece, il rischio è totale proprio perché non si conosce». Quantificare il rischio non si può, ma farlo conoscere sì. Per questo lo scorso 22 aprile alla manifestazione per la regolarizzazione dei contratti nel sociale di Napoli, ha distribuito 1.500 cartoline con il testo della lettera inviata a Napolitano. Per questo, ha deciso di organizzare assieme alle Acli e Gesco Campania per il 22 maggio una giornata di riflessionne dal titolo «Di welfare si muore».

di Daniela Verlicchi (verlicchia@hotmail.com)da Vita non profit online

mercoledì, febbraio 14, 2007

Pino Daniele: canto le mie radici il blues e Napoli

Ci vogliono alcuni punti fermi nella vita di ogni artista. Una sorta di «porto sicuro» nel quale trovare riparo. Un modo per difendersi dal caos di una contemporaneità troppo chiassosa. I pochi punti fermi, per Pino Daniele, sono il suo nome e il suo luogo di appartenenza. Ed è per questo che il nuovo album, in uscita venerdì, si intitola semplicemente Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui. Una dichiarazione d’intenti che trova conferma nelle dieci canzoni di cui si compone il cd. Proprio come recita Back home (il primo singolo in radio dal 26 gennaio), si tratta di un ritorno alle radici. «E le mie radici sono il blues anni Settanta e la canzone napoletana - spiega l’artista -; insomma, ricomincio da due, per citare il mio amico Massimo (Troisi, ndr)». Prodotto e arrangiato dallo stesso cantautore, l’album si compone di brani inediti in una insolita miscellanea di stili e ritmi. Tra gli ospiti eccellenti figurano Giorgia, che duetta con Pino in due brani (Il giorno e la notte e Vento di passione), Tony Esposito, il Peter Erskine Trio e il brasiliano Afredo Paiaxo (che insieme a Daniele firma Mardi gras).
Dopo i risultati ottenuti con Iguana café del 2005, prosegue quindi la collaborazione con Erskine (ex Weather Report). Un sodalizio che in questo disco sperimenta la via dell’elettronica. «Non si tratta di adeguarsi ai tempi. Dopo trent’anni sarei ridicolo a cercare di cavalcare le mode. Al contrario mi sento così sicuro di me che mi dedico alle sperimentazioni. In verità non c’è nulla di nuovo. Nasco con la canzone napoletana ma già nel mio primo album Terra mia sfruttavo contaminazioni tra melodia e blues».
Per promuovere il nuovo lavoro Daniele si affida soprattutto al vecchio mezzo dei concerti. «Suonare è l’unica cosa che mi interessi e intorno a me vedo sempre meno gente sentire questa necessità». Un bisogno di cui c’è traccia anche nell’album visto che alcuni brani sono stati registrati in presa diretta.
di Pier Francesco Borgia