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mercoledì, ottobre 01, 2008

Il trionfo dell’ottusità e la divulgazione ignorante

Il trionfo dell’ottusità e la divulgazione ignorante
di Leonardo Becchetti

Siamo di fronte ad una crisi finanziaria gravissima (da cui per fortuna l’Italia è per il momento immune grazie ai suoi anticorpi personalisti e solidaristi) le cui soluzioni sono ostacolate da un gruppo di ignoranti (cui si aggiungono oggi i peones repubblicani che hanno bloccato il piano di salvataggio USA alla camera) che continua a dibattere su questioni simboliche prive di senso.

La situazione ricorda quella di quel tale che incontra una persona in fin di vita abbandonata sul ciglio di una strada che chiede aiuto. Fa per dirigersi verso di lei ma poi si ritrae dicendo “non posso è socialismo”.
Lo scenario virtuoso possibile, già realizzato in scala minore nella crisi bancaria svedese del ’92, prevede la costruzione di un fondo pubblico che compra a sconto nel periodo di massima crisi e massimo ribasso i titoli oggetto della crisi (in questo caso i multiname credit derivatives) mentre contemporaneamente vengono adottate una serie di misure che eliminano alla radice la possibilità di nuove crisi (riduzione della leva finanziaria, requisiti patrimoniali anticiclici imposti anche su operazioni oggi fuori controllo e sul mercato OTC, organismi di vigilanza internazionali). Queste misure sono già state sollecitate dal Financial Stability Forum guidato da Mario Draghi. L’intervento, accompagnato alla riforma della regolamentazione, modifica le aspettative di mercato e, nel giro di un po’ di tempo, la crisi di fiducia viene superata, il tasso interbancario scende e i titoli “tossici” recuperano il loro valore. In Svezia il calcolo iniziale dei costi della manovra parlava di intervento corrispondente a vari punti del PIL con aggravio del debito pubblico e conseguenze per i contribuenti. Alla distanza invece la soluzione della crisi ha consentito allo stato di realizzare dei guadagni in conto capitale che hanno quasi del tutto annullato quei costi. E’ un po’ come se un investitore (in questo caso lo stato) acquistasse i titoli al momento del massimo ribasso avendo allo stesso tempo il potere di modificare le aspettative del mercato ed invertire la sua direzione con la possibilità di conseguire successivamente a causa della sua stessa manovra dei capital gains.
Questa che è l’unica via di uscita dalla crisi rischia di saltare per l’ottusità di chi non sa neanche cosa sia l’economia e il mercato ma difende a spada tratta un’ideologia pessimamente divulgata. Il mercato è un’istituzione molto delicata, d’importanza fondamentale per il sistema economico, la cui funzionalità va difesa con opportune regole. Il mercato senza regole non esiste in nessun paese. Esistono solo le regole buone e le regole cattive.
A chi dice che le crisi devono fare il suo corso dicendo che ci si evolve attraverso tentativi ed errori, rivelando una visione deterministica e disumana della storia, chiediamo se non si è accorto che chi fa i tentativi (guadagnando anche nei momenti di crisi) e chi paga gli errori sono due categorie di persone diverse. La più grande crisi finanziaria della storia contrastata solo tardivamente dalla giusta natura di intervento, quella del ’29, ha generato milioni di disoccupati e una crisi di iperinflazione in Germania che, unita al problema del servizio del debito imposto dai vincitori della prima guerra mondiale, ha portato il paese al nazismo e condotto alla seconda guerra mondiale.

domenica, agosto 05, 2007

i blog dettano la linea alla politica ( almeno in America).


il web detta i temi della campagna democratica: vogliamo essere decisivi
Hillary, Edwards, Obama si inchinano ai blog
Tutti i candidati al raduno di Chicago degli attivisti liberal
  • www.dailykos.com


  • NEW YORK—Si autodefiniscono con baldanza «il quinto potere», corroborando la tesi dell’influente pensatore francese Bernard-Henri Lévy che ha parlato addirittura di «anno dei blog: quando si è capito che i giornali potevano sparire perché tutti erano giornalisti, ciascuno aveva il suo punto di vista, e tutti i punti di vista avevano egual valore». Ma nell’America sempre più snervata dalla guerra in Iraq la blogosfera di sinistra sembra avere una marcia in più. Tanto da riuscire a condizionare persino una candidata «eccellente» come Hillary Clinton, prima in tutti i sondaggi, che fino a ieri non si sarebbe neppure sognata di dialogare con lo zoccolo duro della mobilitazione pacifista a stelle e strisce. La stessa che un tempo organizzava sit-in di protesta nei campus e nelle piazze per fischiare le sue politiche «perniciosamente guerrafondaie ».
    Dopo aver scatenato un putiferio sui loro siti web per aver declinato il loro invito, Hillary ha cambiato idea e questo week-end ha incontrato i blogger liberal pervenuti a Chicago per la YearlyKos Convention: il più importante forum di attivisti e blogger progressisti del Paese. Presenti altri cinque candidati presidenti, compresi i suoi principali avversati BarackObama e John Edwards. E l’ex first lady ha accettato di rispondere senza riserve anche alle domande più ostiche di quella che, insieme alla destra conservatrice, resta la componente di elettorato a lei più elusiva. Una prova del fuoco cui neppure Hillary ha potuto sfuggire nell’America di Internet che si sta dimostrando uno dei teatri principali dello scontro politico per le prossime elezioni.
    Il match di Chicago è stato cattivo, ma non cattivissimo, come forse speravano gli utenti di blog quali «My Left Wing», «The Rude Pundit», «Daily Kos», «Eschaton», «The Smir king Chimp», dove fino a qualche mese fa Hillary era uno dei bersagli preferiti, insieme a George Bush e Dick Cheney. I tempi sono cambiati. «Schierandosi alla fine in modo deciso per il ritiro dall’Iraq e per la riduzione dei fondi alla guerra di George Bush», scrive il New York Times, «Hillary Clinton è riuscita a farsi perdonare quasi del tutto il peccato originale del suo voto nel 2002 a favore dell’autorizzazione all’invasione dell’Iraq». Adirlo, sono i sondaggi (il 69% dei pacifisti oggi l’appoggiano, contro solo il 56% di un anno fa).
    E, ma con molte riserve, gli stessi blogger liberal. «Grazie al suo voto per togliere fondi alla guerra e in sostegno del ritiro, è riuscita a disinnescare il problema del suo voto pro-intervento in Iraq del 2002, in modo molto consistente», ha dichiarato Medea Benjamin, leader di Code Pink, il gruppo di donne pacifiste che in passato fischiavano ogni suo comizio. «Eppure—mette in guardia — una minoranza di noi giudica grave che non si sia mai voluta scusare per quel voto». Markos Moulitsas, fondatore del sito Daily Kos ed uno degli animatori della Convention arrivata alla seconda edizione, ritiene che la Clinton abbia fatto «un eccellente lavoro ad offuscare la sua posizione sulla guerra ».
    «Non so se il suo programma e la sua retorica siano coincidenti — avverte commentando la proposta di Hillary di lasciare un vasto contingente militare in Iraq anche dopo averne diminuito l’impegno bellico — ma i suoi documenti programmatici paiono ben diversi dalle sue parole». Milioni di americani di ogni età, razza e ceto sociale che animano i blog e che, grazie a Internet, hanno fondato una sorta di terzo partito, non staranno a guardare. «La sinistra americana è forte ed è tornata all’attacco», spiega Moulitsas, «Siamo una comunità unita da valori comuni e non accetteremo più tradimenti. Né da destra, né da sinistra».
    Alessandra Farkas