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giovedì, settembre 30, 2010

Settimane sociali, il contributo delle Acli



Si avvicina la 46esima Settimana Sociale dei cattolici italiani, che si svolgerà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre. Le Acli arrivano all'appuntamento, importante per la vita della Chiesa e del Paese, con un contributo di riflessione, di proposte e di buone pratiche, dal titolo Pensiero e opere dei cattolici italiani, che è stato raccolto in un documento, consegnato al comitato scientifico e organizzatore delle Settimane.

Di fronte al compito di stilare
"un’Agenda di speranza" per l’Italia, il contributo delle Acli è stato articolato attorno a tre questioni cruciali: la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale; la crescita del Paese a partire dal mezzogiorno; la priorità dell’educazione. La riflessione è accompagnata punto per punto da proposte, buone pratiche e impegni che le Associazioni dichiarano di assumere.

La scelta di queste tre questioni, approvata dalla Direzione nazionale delle Acli prima che fosse pubblicato il
documento preparatorio delle Settimane, Cattolici nell’italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del paese, è in sintonia con i cinque problemi prioritari individuati dal documento.
La
prima questione - lotta alla povertà e alla esclusione sociale - viene sviluppata facendo riferimento "all'obiettivo primario del welfare: creare le condizioni per tutti di una 'vita buona', degna di essere vissuta in tutte le condizioni e le stagioni".
Tra le proposte presentate dalle Acli su questo versante, quella di
revisionare la Social card; adottare il conto di sicurezza sociale come forma di aiuto economico per integrare il reddito dei lavoratori che non riescono a raggiungere soglie decenti di retribuzione annua; sperimentare forme di reddito minimo di cittadinanza; incrementare il fondo per la non autosufficienza; chiedere il riconoscimento della soggettività fiscale delle famiglie. E, sempre in favore delle famiglie, promuovere misure di conciliazione riducendo i costi per i servizi di cura attraverso l’adozione del voucher universale.

Sulla
seconda questione - la crescita del Paese a partire dal Mezzogiorno - le Acli richiamano il recente documento della Cei sul Mezzogiorno, sottolineando in particolare che "la realtà non omogenea delle Regioni del Sud dal punto di vista economico e sociale porta ad affrontare la questione meridionale quale questione de 'i sud' al plurale". Partendo da questo presupposto le Acli invitano innanzi tutto a "uscire dall’oscillazione che vede spesso contrapporsi sterilmente da una parte i detrattori del sud...e dall’altra coloro che preferiscono tacere o sottostimare i problemi tuttora irrisolti". Questo - secondo le Acli - "richiede da una parte di alimentare il pensiero e dall’altra di rinforzare tutte le reti esistenti: Retinopera, Forum Terzo Settore, Forum Famiglie".

Sulla
terza questione, quella educativa, la Direzione nazionale delle Associazioni, sottolinea che "l’educazione si configura come un processo che coinvolge tutto il corso della vita ed è proprio dell’adulto, non meno che del giovane in formazione". Per questo le Acli invitano "a riscoprirsi, invece, comunità educante, 'villaggio' che prende complessivamente in carico la crescita dei ragazzi" e individua come strumenti la formazione degli adulti, il rilancio di gruppi e attività associative e - da parte del mondo ecclesiale - una pastorale che integri meglio catechesi e iniziazione cristiana con i campi "più sociali" dell'attività pastorale.

mercoledì, ottobre 08, 2008

Anche in Italia c'è razzismo. Che fare?

Immigrazione e multiculturalismo
Antonio Nanni -


Sui fatti di cronaca che si succedono in questi giorni in alcune città italiane del Nord e del Sud ci stiamo interrogando un po’ tutti. Sui giornali e nelle televisioni sembrano rimbalzare le stesse preoccupazioni: ma siamo davvero diventati razzisti? Che fine sta facendo la nostra civiltà? Possiamo ancora dirci un Paese a prevalente tradizione cristiana?
È a queste domande che vorrei cercare di rispondere, stimolato dai ben noti episodi di intolleranza accaduti a Castelvolturno come a Milano, a Parma come nel quartiere romano di Tor Bella Monaca.
Che la strumentale politica di sicurezza adottata dal governo in carica non stia dando i risultati promessi prima delle elezioni appare del tutto evidente. Accusare tuttavia l’attuale governo di essere rimasto immobile sul tema della sicurezza sarebbe altrettanto lontano dal vero. Il problema allora è più profondo e ci induce a prendere atto che la popolazione italiana sia del tutto simile nei suoi comportamenti verso gli stranieri e i diversi a ciò che accade da tempo in tanti altri Paesi del mondo ma che fino a ieri suscitava la nostra meraviglia e rafforzava inconsciamente la pretesa di essere un popolo diverso, più tollerante e accogliente.
Ma così non è. A venti anni dal primo omicidio a sfondo razzista, quello che avvenne nel 1989 a Villa Literno nei confronti del sudafricano Jerry Maslo, è ormai evidente che l’Italia non può dirsi affatto immune dal virus razzista, anche se questa diagnosi della propria malattia è difficilissimo accettarla.
Tuttavia, proseguire restando con gli occhi chiusi e mettendo la testa sotto la sabbia, sarebbe certamente ancora peggio, perché allontanerebbe il momento della presa di coscienza di essere anche noi italiani portatori di questo male oscuro ma reale e nefasto, come tutti i mali.
Girarci attorno per negarlo ancora non servirebbe più a nulla. Ciò che doveva accadere è già accaduto. E trova, purtroppo, in questo momento storico, un’Italia debole e con scarsissimi anticorpi per reagire a causa della crescente disgregazione sociale, della fragilità delle sue agenzie educative (famiglia e scuola, in particolare), della declinante tradizione cristiana e della flebile voce della Chiesa, cui deve essere aggiunta la scomparsa o l’assenza degli intellettuali e il ruolo ambiguo dei giornalisti e dei mas media.
Si deve infatti tener conto che il razzismo è una patologia sociale che destabilizza la convivenza, diffonde un clima di reciproca diffidenza e favorisce la violenza verso chi è diverso e non-conforme: sia nero o zingaro, cinese o ebreo, gay o disabile o comunque estraneo.
Ma la vera novità è che ormai l’altro, il diverso, non è più l’estraneo, ma siamo diventati noi stessi come italiani. E questo rappresenta qualcosa di originale rispetto al passato. Oggi ad esempio in Italia abbiamo diverse centinaia di migliaia di giovani che appartengono alle cosiddette “seconde generazioni”, vale a dire a quella quota crescente di giovani che sono nati in Italia ma che sono figli di coppie straniere. Sono, cioè, cittadini italiani ma multietnici e di ogni colore. Di essi si fa ancora finta di non accorgersi, come se non assistessero. Ad essi si aggiungono campioni come Balotelli, Fiona May, Andrew Howe che non sono soltanto cittadini italiani, ma atleti che rappresentano la bandiera italiana in competizioni sportive internazionali. Questo significa che l’Italia è già cambiata ma che gli italiani, forse per un loro atavico provincialismo, non ne hanno ancora consapevolezza.
Che fare, allora, una volta che abbiamo preso coscienza, irreversibilmente, di avere come nostri concittadini anche italiani “razzisti?
Ritengo che la strada maestra sia sempre quella educativa e culturale che è fatta di tempi lunghi e che scommette sul dialogo e sulla nonviolenza, sulla valorizzazione della memoria e sulla capacità di decentramento nella lettura della realtà.
Complementare a questa prima strategia, che ha fiducia nell’integrazione interculturale, è poi quella che organizza fin da ora associazioni e gruppi caratterizzati dalla mescolanza di italiani e immigrati che appartengono “alla pari” agli stessi corpi sociali intermedi come antidoto democratico alle spinte xenofobe e razziste. Qui ad esempio le Acli potrebbero giocare un ruolo trainante, di primo piano.
Una terza e specifica strategia è infine quella riservata ai cristiani che sono socialmente impegnati nel nostro Paese. È loro precisa responsabilità assumere iniziative politiche come “cittadini degni del Vangelo”. Quel Vangelo secondo cui l’accoglienza dello straniero, l’unità della famiglia umana e la pari dignità di ogni persona dovrebbero rappresentare i pilastri fondamentali e i valori non negoziabili dell’antropologia cristiana.
Per tutti i cittadini e le associazioni veramente democratiche del nostro Paese, diventa ormai necessario e urgente impegnarsi esplicitamente per una politica dell’integrazione e un’educazione interculturale che sappia elaborare strategie efficaci contro il razzismo, l’antisemitismo, l’islamofobia, l’antiziganismo, all’interno di un quadro globale di incontro tra persone di culture e religioni diverse.

venerdì, gennaio 18, 2008

CEI: A SALSOMAGGIORE IL X CONVEGNO NAZIONALE GIOVANI


“E si prese cura di lui – Incontrare i giovani fino agli estremi confini”: è questo il tema del X convegno nazionale di pastorale giovanile che si svolgerà dal 23 al 27 gennaio a Salsomaggiore (Pr), su iniziativa del Servizio nazionale Cei per la pastorale giovanile (Snpg). “Il convegno – dichiara al Sir il responsabile del Snpg, don Nicolò Anselmi – precede il grande appuntamento di luglio (15-20), la Gmg di Sydney, momento centrale del secondo anno del cammino pastorale triennale che la Chiesa italiana ha pensato per i giovani che è, appunto, l’Agorà dei giovani italiani”. A Salsomaggiore sono previsti gli interventi di diversi direttori di uffici Cei, Vittorio Sozzi del progetto culturale, don Nico Dal Molin, del centro vocazioni, mons. Sergio Nicolli, pastorale familiare, don Vincenzo Annicchiarico, insegnamento religione cattolica e mons. Giancarlo Perego di Caritas italiana. “In questo modo – spiega don Anselmi – intendiamo porre i giovani al centro del percorso del dopo Convegno di Verona. Ed è significativo che a parlarci dell’agorà dei giovani italiani sia proprio il presidente della Cei, il card. Angelo Bagnasco”. Il programma prevede anche momenti di testimonianza di sportivi, educatori e operatori del mondo giovanile, lavori di gruppo e tempi di musica e teatro. Programma e iscrizioni su: www.chiesacattolica.it/giovani.