mercoledì, ottobre 08, 2008

Anche in Italia c'è razzismo. Che fare?

Immigrazione e multiculturalismo
Antonio Nanni -


Sui fatti di cronaca che si succedono in questi giorni in alcune città italiane del Nord e del Sud ci stiamo interrogando un po’ tutti. Sui giornali e nelle televisioni sembrano rimbalzare le stesse preoccupazioni: ma siamo davvero diventati razzisti? Che fine sta facendo la nostra civiltà? Possiamo ancora dirci un Paese a prevalente tradizione cristiana?
È a queste domande che vorrei cercare di rispondere, stimolato dai ben noti episodi di intolleranza accaduti a Castelvolturno come a Milano, a Parma come nel quartiere romano di Tor Bella Monaca.
Che la strumentale politica di sicurezza adottata dal governo in carica non stia dando i risultati promessi prima delle elezioni appare del tutto evidente. Accusare tuttavia l’attuale governo di essere rimasto immobile sul tema della sicurezza sarebbe altrettanto lontano dal vero. Il problema allora è più profondo e ci induce a prendere atto che la popolazione italiana sia del tutto simile nei suoi comportamenti verso gli stranieri e i diversi a ciò che accade da tempo in tanti altri Paesi del mondo ma che fino a ieri suscitava la nostra meraviglia e rafforzava inconsciamente la pretesa di essere un popolo diverso, più tollerante e accogliente.
Ma così non è. A venti anni dal primo omicidio a sfondo razzista, quello che avvenne nel 1989 a Villa Literno nei confronti del sudafricano Jerry Maslo, è ormai evidente che l’Italia non può dirsi affatto immune dal virus razzista, anche se questa diagnosi della propria malattia è difficilissimo accettarla.
Tuttavia, proseguire restando con gli occhi chiusi e mettendo la testa sotto la sabbia, sarebbe certamente ancora peggio, perché allontanerebbe il momento della presa di coscienza di essere anche noi italiani portatori di questo male oscuro ma reale e nefasto, come tutti i mali.
Girarci attorno per negarlo ancora non servirebbe più a nulla. Ciò che doveva accadere è già accaduto. E trova, purtroppo, in questo momento storico, un’Italia debole e con scarsissimi anticorpi per reagire a causa della crescente disgregazione sociale, della fragilità delle sue agenzie educative (famiglia e scuola, in particolare), della declinante tradizione cristiana e della flebile voce della Chiesa, cui deve essere aggiunta la scomparsa o l’assenza degli intellettuali e il ruolo ambiguo dei giornalisti e dei mas media.
Si deve infatti tener conto che il razzismo è una patologia sociale che destabilizza la convivenza, diffonde un clima di reciproca diffidenza e favorisce la violenza verso chi è diverso e non-conforme: sia nero o zingaro, cinese o ebreo, gay o disabile o comunque estraneo.
Ma la vera novità è che ormai l’altro, il diverso, non è più l’estraneo, ma siamo diventati noi stessi come italiani. E questo rappresenta qualcosa di originale rispetto al passato. Oggi ad esempio in Italia abbiamo diverse centinaia di migliaia di giovani che appartengono alle cosiddette “seconde generazioni”, vale a dire a quella quota crescente di giovani che sono nati in Italia ma che sono figli di coppie straniere. Sono, cioè, cittadini italiani ma multietnici e di ogni colore. Di essi si fa ancora finta di non accorgersi, come se non assistessero. Ad essi si aggiungono campioni come Balotelli, Fiona May, Andrew Howe che non sono soltanto cittadini italiani, ma atleti che rappresentano la bandiera italiana in competizioni sportive internazionali. Questo significa che l’Italia è già cambiata ma che gli italiani, forse per un loro atavico provincialismo, non ne hanno ancora consapevolezza.
Che fare, allora, una volta che abbiamo preso coscienza, irreversibilmente, di avere come nostri concittadini anche italiani “razzisti?
Ritengo che la strada maestra sia sempre quella educativa e culturale che è fatta di tempi lunghi e che scommette sul dialogo e sulla nonviolenza, sulla valorizzazione della memoria e sulla capacità di decentramento nella lettura della realtà.
Complementare a questa prima strategia, che ha fiducia nell’integrazione interculturale, è poi quella che organizza fin da ora associazioni e gruppi caratterizzati dalla mescolanza di italiani e immigrati che appartengono “alla pari” agli stessi corpi sociali intermedi come antidoto democratico alle spinte xenofobe e razziste. Qui ad esempio le Acli potrebbero giocare un ruolo trainante, di primo piano.
Una terza e specifica strategia è infine quella riservata ai cristiani che sono socialmente impegnati nel nostro Paese. È loro precisa responsabilità assumere iniziative politiche come “cittadini degni del Vangelo”. Quel Vangelo secondo cui l’accoglienza dello straniero, l’unità della famiglia umana e la pari dignità di ogni persona dovrebbero rappresentare i pilastri fondamentali e i valori non negoziabili dell’antropologia cristiana.
Per tutti i cittadini e le associazioni veramente democratiche del nostro Paese, diventa ormai necessario e urgente impegnarsi esplicitamente per una politica dell’integrazione e un’educazione interculturale che sappia elaborare strategie efficaci contro il razzismo, l’antisemitismo, l’islamofobia, l’antiziganismo, all’interno di un quadro globale di incontro tra persone di culture e religioni diverse.
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