lunedì, marzo 30, 2009

 

Livio Labor: un leader del movimento dei lavoratori e del mondo cristiano

Il presidente dell'autonomia

In attesa di una due giorni a lui dedicata, un ricordo di Livio Labor

(da Aesse 3 2009)

Sempre più, mentre ci inoltriamo nel XXI secolo, sentiamo che non possiamo fare a meno della compagnia di figure di quel Novecento che storicamente ci precede.
Livio Labor è una di queste; ed è giusto ricordarlo nelle Acli, in primo luogo, e poi nei più vasti ambiti della comunità cristiana, del movimento dei lavoratori e della società italiana. Non solo perché cade il decimo anniversario della sua scomparsa, ma perché è cosa buona e giusta.

Nelle Acli Livio Labor impresse il sigillo dell’autonomia. La fondava sull’idea di un “gruppo di influenza culturale e di pressione sociale”, ciò che conferiva dinamismo alla formula del “movimento operaio cristiano”, emersa negli anni Cinquanta per stabilizzare il ruolo delle Acli dopo la cessazione della funzione di corrente sindacale. Quanta influenza e quanta pressione? Per Livio non c’erano limiti e non per un eccesso volontaristico. Era perché credeva nell’energia inesauribile di un insediamento sociale ricco di presenze e di opere, quando fosse animato da una vocazione cristiana alla giustizia e dunque al cambiamento delle culture e delle strutture. Così, dal 1961 al 1969 si materializzò lo “scandalo delle Acli” descritto da Piero Pratesi: un’entità senza ruoli istituzionali (non azione cattolica, non sindacato, non partito) che mostrava in ogni direzione una capacità di orientamento se non di condizionamento che suscitava attrazioni e timori.

Nella comunità cristiana, Labor cercò una sintesi che risolvesse la “anomalia” delle Acli, struttura interamente democratica in contesto gerarchico, facendo leva sul principio dell’autonomia delle realtà temporali, già frequentato prima del Concilio e poi da questo connesso con “l’indole secolare” dell’impegno dei laici. Il tentativo conobbe fasi alterne ma ebbe l’effetto di far identificare le Acli come un polo di ricerca, di confronto e di dialogo con frequentazioni e riscontri di grande portata.

Nel movimento dei lavoratori, e più in generale nella società italiana, è da ricordare l’iniziativa di rilancio dell’unità sindacale negli anni Sessanta. Che ebbe un corso tormentato e, alla fine, negativo, ma che per un periodo non breve mobilitò forze, accese dibattiti, mise a fuoco problemi, determinò esperienze. E attrezzò, va detto, il sindacato italiano ad affrontare unitariamente le stagioni della contestazione e del contrasto al terrorismo. Ma ancor più importante fu il contributo che le Acli, con Livio Labor, dettero all’esplorazione della realtà italiana e dei suoi scenari. Dai limiti della “società del benessere” alla radiografia della struttura “popolare”, dunque non ideologica, del comunismo italiano; dall’indagine sul legame tra potere economico e potere politico alla coltivazione di un’idea democratica di programmazione: chi volesse, potrebbe oggi rinvenire in quegli studi non dei reperti archeologici ma degli utensili ancora adattabili alla crisi attuale.

Era inevitabile che tutto ciò alimentasse una vocazione politica e che ne derivasse una critica dello status quo. A partire da quella unità politica dei cattolici nella Dc che aveva bensì preservato la democrazia, con il concorso delle Acli, ma che già a metà degli anni Sessanta manifestava i sintomi di un logoramento dell’anima inversamente proporzionale all’area di occupazione del potere. La rescissione del “collateralismo” con la Dc nel 1969 si presentava così come un’operazione di verità e di igiene etico-politica nella quale la Democrazia cristiana avrebbe potuto scorgere, se ne fosse stata capace, qualcosa di diverso da una dichiarazione di guerra.
D’altra parte è proprio la rottura di quel legame privilegiato – e non la successiva “ipotesi socialista”, che nelle Acli non fu di Labor – a incrementare nella gerarchia i dubbi sulla ulteriore affidabilità, anche ecclesiale, delle Acli. Questo però è un capitolo diverso; che sarebbe stato più arduo scrivere se non fossero stati raggiunti livelli così elevati di prestigio, di presenza e di coesione: l’eredità di Livio per quanti sarebbero venuti dopo di lui.

Domenico Rosati

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La ringrazio per Blog intiresny
 
Perche non:)
 
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