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sabato, settembre 19, 2009

POLITICA: MONS. CROCIATA (CEI), DA MONDO CATTOLICO ARRIVINO UOMINI RETTI.

Assisi, 18 set. - da (Adnkronos) - E' necessario che dal mondo politico arrivino uomini retti che possano dare un contributo importante alla vita del Paese in questi anni. E' quanto ha detto questo pomeriggio mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo seminario nazionale su ''Carita', Verita', Sviluppo integrale'', organizzato in questi giorni ad Assisi da ''Retinopera'', sulla scorta della terza enciclica del Papa, ''Caritas in Veritate''.


da La Repubblica

Monsignor Crociata, segretario della Conferenza episcopale italiana a un convegno ad Assisi

"Non spetta alla Chiesa prospettare soluzioni tecniche per la politica ma vegliare sull'etica"

Cei: "In arrivo nuovi assetti politici"
"Senza il Sud l'Italia è più povera"

Appello di monsignor Miglio a favore dell'unità del Paese
in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario


Cei: "In arrivo nuovi assetti politici" "Senza il Sud l'Italia è più povera"

Monsignor Mariano Crociata, segretario della Cei

ASSISI - "Stiamo attraversando una crisi dai molteplici risvolti" dai quali emergeranno "nuovi assetti e inedite prospettive che matureranno in questi mesi e in questi anni". E' quanto ha detto questo pomeriggio monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo al seminario nazionale su Carità, Verità, Sviluppo integrale, organizzato in questi giorni ad Assisi dal network di associazioni cattoliche "Retinopera", sulla scorta della terza enciclica del Papa, "Caritas in Veritate".

In questo frangente, ha aggiunto il prelato, sul versante della carità, della verità e dello sviluppo integrale "i cattolici sono chiamati a intervenire con particolare urgenza". C'è la necessità, ha aggiunto, di sviluppare lo "statuto di cittadinanza" del cristianesimo "nella vita e nella cultura contemporanea", grazie a "uomini retti" che provengono dal "vasto e complesso mondo cattolico", il cui "contributo" è "importante e atteso per il bene comune nel passaggio significativo e incerto di questi anni".

"Non spetta alla Chiesa prospettare soluzioni tecniche per la politica degli Stati, ma le compete un irrinunciabile dovere di annuncio, testimonianza e presenza", ha aggiunto il segretario generale della Cei.

"Non ci è concesso oggi semplicemente un 'di più di etica', un qualche discorso morale", ha proseguito monsignor Crociata, secondo cui "siamo invece spronati a sviluppare, in dialogo con tutte le persone di buona volontà, una nuova e approfondita riflessione sul senso e sui fini dell'economia e della stessa vita sociale", a partire dalla consapevolezza - come scrive Benedetto XVI - che "la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" e che "ogni riflessione culturale diventa feconda se ha il coraggio di mettere in campo e di confrontarsi con la totalità dell'umano".

Altro autorevole intervento sulla politica italiana arriva oggi da monsignor Arrigo Miglio, presidente della Commissione sociale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, che ha lanciato una sorta di appello a favore dell'unità del Paese, riferendosi alle celebrazioni dei 150 dell'Unità d'Italia.

"Noi siamo molto convinti delle ricchezze del valore delle ragioni del sud - ha detto mons. Miglio - della cultura del Sud, dal punto di vista ecclesiale, umano, culturale, un'Italia separata in qualsiasi modo dalle regioni del Sud è un'Italia più povera e quindi è necessario lavorare perché il Paese resti unito pur nelle articolazioni federali entro la della Costituzione. Vogliamo lavorare perché il Paese non si impoverisca".

mercoledì, luglio 15, 2009

Fiducia, gratuità e dono. Leggere l'enciclica sociale


Leonardo Becchetti - 14/07/2009

La nuova enciclica Caritas in veritate conferma che "la fedeltà dinamica a una luce ricevuta" rende la dottrina sociale capace di aggiornare le proprie riflessioni seguendo le novità del panorama socioeconomico e non rimanendo ancorati a principi ritenuti immutabili. Il testo è talmente innovativo che dalle prime reazioni della stampa e di alcuni commentatori sembra che non tutti dispongano delle necessarie categorie culturali per interpretarla. (Il seguente articolo è stato pubblicato da L'Osservatore Romano)

Un vecchio modo di fare e concepire l'economia è quello di pensare che le cose del mondo debbano essere gestite da un ristretto gruppo di diplomatici e di esperti, di "pianificatori benevolenti" che lavorano per il bene comune. Da questo punto di vista l'enciclica allarga gli orizzonti proponendo novità fondamentali sia nella concezione degli attori sia nella valutazione degli ingredienti fondamentali nella visione profetica di un sistema economico orientato al bene comune e allo sviluppo integrale della persona.

Per sgombrare il campo dall'interpretazione errata Benedetto XVI scrive: "Lungo la storia, spesso si è ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire all'umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. Purtroppo, si è riposta un'eccessiva fiducia in tali istituzioni, quasi che esse potessero conseguire l'obiettivo desiderato in maniera automatica. In realtà, le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione e, quindi, comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti".
Non esistono insomma regole o pianificatori benevolenti al riparo dei quali si può agire a piacere o ci si può sentire in grado di trasformare magicamente i propri egoismi in bene comune. Le buone regole e le buone istituzioni sono ovviamente necessarie ma la soluzione dei problemi passa attraverso ricchezza delle scelte, responsabilità e comportamenti di imprese, cittadini consumatori e risparmiatori e corpi intermedi che sanno coniugare creazione di valore economico e sociale.
Nell'ambito della concezione dell'impresa il punto saliente è il superamento del riduzionismo economicista che vede come unica impresa possibile quella che massimizza il profitto. L'enciclica sottolinea che "occorre che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Le tante espressioni di economia che traggono origine da iniziative religiose e laicali dimostrano che ciò è concretamente possibile".
Essa inoltre comprende pienamente la ricchezza dell'interazione tra imprese sociali e imprese for profit quando afferma che "serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all'impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d'impresa e dunque un'attenzione sensibile alla civilizzazione dell'economia". Resta sullo sfondo (ma ben presente) l'intuizione che un'economia più civile è un luogo nel quale più facilmente le singole persone possono raggiungere quella soddisfazione di vita e quella realizzazione integrale della persona che sono fondamentali per la realizzazione del bene comune.
In tale contesto emerge un pieno riconoscimento del ruolo chiave delle nuove forme d'impresa nel creare quei valori che consentono al mercato di sopravvivere quando si sottolinea l'importanza di "forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e di comunione" e si afferma che "Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità".
I riconoscimenti non si fermano qui perché l'enciclica descrive con dettaglio alcuni di questi nuovi operatori quando parla di "forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori" e di "banche che propongono conti e fondi di investimento cosiddetti "etici"". L'enciclica riconosce che nell'economia contemporanea "si sviluppa una "finanza etica", soprattutto mediante il microcredito e, più in generale, la microfinanza. Questi processi suscitano apprezzamento e meritano un ampio sostegno. I loro effetti positivi si fanno sentire anche nelle aree meno sviluppate della terra".
Giustamente a questo punto - di fronte alle tante imitazioni di un fenomeno ormai divenuto di moda - si sollecita anche l'attenzione a forme di possibile sfruttamento del termine etico sottolineando come sia bene "elaborare anche un valido criterio di discernimento".
Tuttavia, imprese responsabili - per potersi affermare - hanno necessariamente bisogno di cittadini che consumano e risparmiano in maniera responsabile. In questo caso, riprendendo un pensiero già sviluppato in precedenza nel Compendio della dottrina sociale si auspica che "la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti".
Sempre su questo punto si afferma che "la sperimentazione di nuove forme di finanza destinate a favorire progetti di sviluppo" è un'esperienza positiva che va approfondita e incoraggiata "richiamando la stessa responsabilità del risparmiatore". La riflessione sull'argomento si chiude in modo sistematico constatando che "La interconnessione mondiale ha fatto emergere un nuovo potere politico, quello dei consumatori e delle loro associazioni. Si tratta di un fenomeno da approfondire, che contiene elementi positivi da incentivare e anche eccessi da evitare. È bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico".
La chiave di volta di tutta la riflessione dell'enciclica si trova, a mio avviso, nel riconoscimento che, se vogliamo che l'etica s'incarni nell'agire economico quotidiano, dobbiamo riconoscere che gratuità, dono e reciprocità non sono momenti secondari o successivi all'agire economico ma devono permearlo dall'interno. In modo ancor più stringente si afferma - facendo tesoro di molte recenti scoperte scientifiche dell'economia sperimentale e degli stessi insegnamenti tratti dalla crisi finanziaria - che il mercato e il sistema economico hanno bisogno di fiducia, gratuità e dono per poter funzionare correttamente e che è la società civile - attraverso l'interazione feconda di imprese sociali, imprese for profit socialmente responsabili, consumatori e risparmiatori solidali - a produrre quei valori di cui il mercato ha assolutamente bisogno per sopravvivere.
Non c'è dunque un prima e un dopo, una zona franca libera da considerazioni morali nella quale le imprese, pur di massimizzare il profitto, sono libere di creare effetti negativi per tutti gli altri attori del sistema confidando poi nella filantropia per risolvere i problemi sorti nel percorso. È proprio questo tipo di errore di fondo che ha creato le premesse della gravissima crisi che stiamo vivendo. Solo dando forza alle energie e sinergie positive tra istituzioni, regole e attori responsabili possiamo uscirne veramente fuori.


martedì, luglio 07, 2009

Lettera enciclica Caritas in veritate. Testo integrale

Il testo completo della "Lettera enciclica Caritas in veritate del sommo pontefice Benedetto XVI ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi alle persone consacrate ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità".

Il Papa: «No a precariato e sfruttamento
un lavoro decente è un diritto di tutti»


CITTA' DEL VATICANO (7 luglio) - Papa Benedetto XVI, nella nuova enciclica Caritas in Veritate appena pubblicata, denuncia «la precarietà», «lo sfruttamento», la «mancanza di garanzie sociali», «l'indebolimento dei sindacati» nell'era della globalizzazione e delle delocalizzazioni e invoca il diritto a un lavoro «decente» per ogni essere umano. La povertà presente nel mondo, afferma il pontefice, ha una sua causa diretta nella disoccupazione.

«Che cosa significa decenza applicata al lavoro?», si chiede il pontefice nell'enciclica. «Significa - risponde - un lavoro che, in ogni società, sia l'espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna; un lavoro scelto liberamente... un lavoro che permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione». «Un lavoro - prosegue Benedetto XVI - che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa», conclude il pontefice.

Ogni migrante è una persona umana che «possiede diritti che vanno rispettati da tutti e in ogni situazionè e non può essere considerato una semplice "merce", afferma poi il Papa nell'enciclica. Di fronte al fenomeno epocale delle migrazioni «nessun Paese da solo - è il suo monito - può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori». «Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori», ricorda il Papa. «Il fenomeno - ammette - è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie», aggiunge. «Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati - ammonisce Benedetto XVI - come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione».

È una finanza senza etica, senza il senso di Dio, ad aver fatto deragliare l'economia reale, provocando l'attuale crisi economica mondiale, sottolinea ancora Benedetto XVI. La convinzione di autonomia dell'economia dalle «influenze di carattere morale - rileva il papa - ha spinto l'uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo». «Senza il bene comune come fine ultimo - ammonisce il pontefice - l'esclusivo obiettivo del profitto rischia di distruggere ricchezza e creare povertà». Senza la guida della carità- incalza - può concorrere a creare «rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni». La finanza «per lo più speculativa» è una distorsione dello sviluppo, così come - annota il pontefice - i flussi migratori incontrollati e «lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra». La crisi attuale, spiega, richiede anche dei «profondi cambiamenti» per le imprese. La loro gestione «non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari», ma deve anche farsi carico «della comunità locale».

Il papa cita quei manager «che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti» ed esorta ad evitare nel futuro «un impiego speculativo» delle risorse finanziarie. Il fenomeno della globalizzazione - spiega ancora - non può essere visto solo come un processo socio-economico. «Non dobbiamo - esorta - esserne vittime, ma protagonisti, procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità». Alla globalizzazione serve «un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza», capace «di correggerne le disfunzioni». Vi è, osserva, «la possibilità di una grande redistribuzione della ricchezza» ma la diffusione del benessere non va frenato con «progetti egoistici e protezionistici».

Riforma dell'Onu urgente, serve autorità mondiale. Nell'enciclica il pontefice afferma poi che la crisi economica mondiale ha evidenziato l'urgenza della riforma dell'Onu e la necessità di una vera «architettura economica e finanziaria» per governare la globalizzazione. «Urge la presenza di una vera autorità politica mondiale», scrive il papa. «Di fronte all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l'urgenza della riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che dell'architettura economica e finanziaria internazionale, affinchè - spiega il papa - si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di nazioni». «Sentita - aggiunge - è pure l'urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di responsabilità di proteggere e per attribuire anche alle nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni».

Il pontefice torna poi a condannare le politiche di controllo delle nascite, talvolta promosse da organismi dell'Onu, e sottolinea che il rispetto per la vita «non può in alcun modo essere disgiunto» dallo sviluppo dei popoli. Benedetto XVI denuncia quindi il pericolo di una «sistematica pianificazione eugenetica delle nascite», che minaccia lo stesso destino dell'umanità oltre che il suo sviluppo. «La ragione senza la fede è destinata a perdersi nell'illusione della propria onnipotenza» torna ad ammonire il pontefice, sottolineando come «la questione sociale diventa oggi questione antropologica».