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mercoledì, settembre 03, 2008

Gli imprenditori socialmente responsabili esistono o sono un ossimoro?


Leonardo Becchetti - 02/09/2008

L’intervento di Giovanni Bazoli sulla responsabilità sociale delle banche pubblicato dal Sole 24 Ore nei giorni scorsi rappresenta uno degli stimoli più interessanti nel dibattito estivo su politica ed economia. Il successo della “provocazione” è testimoniato dalle numerose reazioni critiche o favorevoli da parte di politici ed intellettuali e dall’avvio di un articolato di battito sui temi dell’economia sociale di mercato.

In un punto saliente del suo intervento, sperando di non travisarlo, Bazoli sottolinea come alcuni istituti bancari siano andati oltre nella ricerca di profitti a breve abbandonando la tradizionale attività di intermediazione creditizia e generando negli anni scorsi guadagni illusori, poi divenuti ingenti perdite a seguito della crisi dei subprime. L’osservazione di questo fenomeno lo induce a considerare come le banche dovrebbero recuperare la consapevolezza del ruolo sociale che implicitamente svolgono. A questo proposito Bazoli sottolinea prevalentemente due ambiti: la tutela del risparmio e il sostegno ai processi di sviluppo locale.
In una delle repliche più significative Ostellino, pur ammettendo che a produrre beni pubblici possano essere anche privati e non solo lo stato, non condivide la contrapposizione tra economia americana, unicamente orientata al profitto, ed economia sociale di mercato europea con l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile. Nel seguito del suo intervento Ostellino afferma che “assegnare allo Stato una finalità etica accresce solo il potere della classe politica”, che all’interesse generale deve provvedere la Politica con le regole e che “l’economia di mercato non può essere piegata a un obiettivo esterno ai processi che ne presiedono la produzione di ricchezza. Che è neutrale.” Per questo non è realistico auspicare un economia di imprenditori “benevoli”. Per fortuna esiste una mano invisibile che fa si che gli individui, nel perseguire i propri interessi, producano inconsapevolmente benefici pubblici.
Alcune considerazioni di fondo. La produzione di ricchezza non è mai neutrale eticamente. 100.000 euro di valore aggiunto prodotte da un narcotrafficante o da una banca che fa microcredito sono sempre 100.000 euro (possiamo parlare eventualmente di indifferenza di valore) ma non sono certo neutrali in termini di impatto sociale. Ogni atto compiuto da agenti economici ha conseguenze etiche più o meno rilevanti e il problema non è solo semplicisticamente in termini di buono o cattivo ma di maggiore o minore positività di benefici collettivi.
Nella difesa dei meccanismi di mercato spesso emerge una concezione erronea e semplicistica. Basta che gli individui facciano il proprio interesse (eticamente neutrale). Ci penserà la mano invisibile a trasformare gli animal spirits in interesse generale e beni pubblici per la collettività. Purtroppo non è sempre così in quanto gli individui producono inconsapevolmente non solo benefici ma anche “mali” (inquinamento, congestione stradale, ecc.) pubblici. A questo punto interviene per alcuni il deus ex machina: la Politica, le Regole. Anche qui bisogna sgombrare il campo da una pia illusione. Non esistono regole perfette (né, figuriamoci, Politica perfetta) che possano esimere gli individui da esercitare comportamenti morali. Nessuna regola funziona senza le buone pratiche degli attori coinvolti, perché ogni regola crea innumerevoli nuovi conflitti d’interesse ed occasioni per aggirarla. Perché spesso la complessità informativa è tale che i regolatori sono indietro nella comprensione dei fenomeni (è proprio il caso dei derivati). Perché chi fa le regole non è quasi mai estraneo agli interessi da esse regolati (con una felice espressione Tremonti a proposito della crisi dei subprime diceva che non possiamo affidare ai topi la guardia del formaggio).
Detto questo sarebbe il caso di approfondire il dibattito alla luce di alcuni nuovi fenomeni del sistema socioeconomico. Per superare definitivamente quella sterile contrapposizione tra liberismo e statalismo e prevenire il riflesso pavloviano dei difensori del libero mercato che subito agitano il pericolo dello statalismo quando sentono accostare i termini “sociale” ed “economico”.
Dai tempi di Don Camillo e di Peppone molte cose sono cambiate. Partendo proprio dall’esempio della storia degli istituti di credito, superata la fase delle banche pubbliche e dei problemi di corruzione ed ingerenza della politica, siamo passati ad una situazione, ben illustrata da Bazoli, secondo la quale coesistono banche, tutte private che affidano il proprio successo al consenso degli azionisti e dei clienti, con una molteplicità di obiettivi.
Da una parte l’approccio aggressivo di molte banche d’affari, additate a modello di innovazione, che hanno privilegiato il trading e la costruzione di strumenti derivati e che oggi sono in grave difficoltà per essersi fidati troppo dei loro giovani Phd in Fisica e Finanza e non aver compreso le conseguenze in termini di rischio delle attività che stavano intraprendendo.
Dall’altra l’approccio più prudente degli istituti di credito italiani, prima considerati il fanalino di coda rispetto alla brillante frontiera dei comportamenti d’oltreoceano e poi, recentemente, lodati dal Financial Times per la loro solidità.
Ma c’è ancora dell’altro. Un fenomeno per certi versi di nicchia ma in forte crescita. La storia del microcredito, la tradizione dei crediti cooperativi e la novità delle banche etiche (assieme a quella di tutto il terzo settore in ambito non bancario) ci insegna che quello “sconsiderato” atto di fiducia nel futuro necessario per creare una nuova impresa non nasce necessariamente solo dagli animal spirits ma anche dai “solidal spirits”. Junus, premio nobel per la pace, decide qualche decennio fa di creare una banca che si pone come obiettivo primario l’accesso al credito dei non bancabili e a questo sacrifica gli utili di un lungo periodo di avviamento della propria attività. Un’idea strana e nuova che produce frutti inattesi se oggi il Microbanking Bullettin segnala l’esistenza di più di 3.000 istituti di microcreedito nel mondo che servono complessivamente circa 100 milioni di clienti vicini alla soglia di povertà.
Allo stesso modo in Italia, una Banca Popolare Etica nata per scommessa una decina di anni fa con l’obiettivo di dare priorità all’impatto sociale ed ambientale dei progetti finanziati ha raggiunto in poco tempo una raccolta di circa 600 milioni di euro ed è diventata la capofila di un gruppo di banche simili presenti in quasi tutti i paesi europei.
Chi ci dice che i solidal spirits sono altrettanto importanti quanto gli animal spirits ? Quello stesso Smith il cui fertile pensiero trasmesso nei due grandi contributi della Ricchezza delle Nazioni e della Teoria dei Sentimenti Morali è stato decapitato trascurando quasi del tutto il secondo filone.
Smith sottolinea nella Teoria dei Sentimenti Morali l’importanza della qualità delle relazioni e del fellow feeling nella determinazione della felicità individuale, affermando poi che la nostra felicità dipende dalla constatazione che diventiamo felici rendendo felici altre persone. In un celebre passo del libro Smith ci da la chiave per capire i solidal spirits. Lavorare per chi è più in difficoltà, senza per questo calpestare i propri interessi, può essere una delle maggiori fonti di felicità personale visto che è proprio in chi ha più bisogno che creeremo maggior felicità per il miglioramento delle proprie condizioni.
Solo un giusto mix di politica e regole migliori (nella consapevolezza della loro necessaria imperfezione) e di presenza di anticorpi sociali forti (nati dalla società civile, indipendenti dal pubblico e sottoposti al mercato) può orientare l’azione dei privati verso quei benefici pubblici di cui il sistema ha bisogno per essere socialmente ed ambientalmente sostenibile. Nessuna azione è neutrale e non esistono regole o politici perfetti che ci esentano dalle nostre responsabilità. E nessuna ideologia o errore del passato può impedirci di cercare una felicità maggiore.

domenica, marzo 09, 2008

Prezzi e inflazione: possiamo capirne qualcosa di più?

Prezzi e inflazione: possiamo capirne qualcosa di più ?
Leonardo Becchetti
da www.benecomune.net


Finalmente il dibattito sull’inflazione sembra fare qualche passo in avanti. Nel corso degli ultimi anni non si usciva dal dialogo tra sordi che contrapponeva ISTAT e associazioni dei consumatori. I primi, presentando i nuovi dati sull’indice dei prezzi al consumo, con un approccio simile al “sopire” Manzoniano, tranquillizzavano il paese sul fatto che la dinamica dei prezzi era sotto controllo.


I secondi urlavano il loro dissenso presentando evidenze campionarie sulla cosiddetta “inflazione percepita”, ben più elevata di quella ufficiale.

I recenti dati ISTAT sulla dinamica dei prezzi dei beni a maggior frequenza di consumo (alimentari innanzitutto) cominciano a colmare questo fossato sottolineando come quest’ultima sia a metà tra inflazione dichiarata e inflazione percepita.

Per capire il perché bisogna convincersi che il dato sull’inflazione non è una verità scientifica (queste due parole sono già un ossimoro) inconfutabile perché infinite sono le metodologie con le quali è possibile misurare questa grandezza.

In un lavoro pubblicato una decina di anni fa con alcuni colleghi (Bagella, M., Becchetti, L., Corrado, G., Gomellini, M. , 1998, Quali spazi per l’introduzione di titoli ad indicizzazione reale?, Economia Italiana, (2), 417-488) abbiamo provato a fare una cosa semplicissima. Confrontare il dato ISTAT dell’indice dei prezzi al consumo nazionale, ed uguale per tutti, con l’inflazione calcolata per ciascuna classe di reddito nella quale utilizzavamo il “paniere effettivo” di ciascuna classe sociale e costruivamo dunque un indice con beni e pesi diversi per ciascun gruppo. Per intenderci, poiché la legge di Engel osserva che, più basso il reddito, maggiore la quota di spesa in beni alimentari (gli studi sui paesi in via di sviluppo utilizzano la quota di reddito consumata in beni alimentari come uno degli indicatori più attendibili di povertà). Alla fine dell’esercizio osservavamo che il tasso d’inflazione dei ceti più poveri era superiore a quello Istat, proprio per il soprappeso dei beni alimentari la cui dinamica dei prezzi era più sostenuta.

Ciò cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi corrisponde in maniera amplificata ai risultati di questo studio. Mentre i prezzi di settori esposti alla concorrenza internazionale e soggetti a continue innovazioni scandite dal progresso tecnologico tendono a calare, quelli dei prodotti alimentari aumentano per due motivi principali: potere di mercato dei rivenditori (concorrenza monopolistica) e dei distributori e (è questa l’aggravante recente) aumento della domanda di alcuni prodotti di base che cominciano ad essere utilizzati come input per la produzione di energia (biomasse).

Più in generale, è possibile costruire qualsivoglia indice dei prezzi a seconda di ciò che si inserisce o si toglie dal paniere. Basta aggiungere un prodotto high-tech e togliere un prodotto di un settore soggetto a scarsa concorrenza che le cose cambiano. Il paniere in teoria dovrebbe contenere i beni più importanti per la popolazione. Poiché è impossibile stabilire una classifica unica per tutte le classi sociali ed indiscutibile di tali beni fondamentali i margini di discrezionalità sono notevoli.

Teniamo inoltre conto del fatto i nostri schemi mentali sono ancora tarati sull’economia fordista nella quale esisteva un solo bene con un unico prezzo, e non una pluralità di prodotti caratterizzati da piccole differenze ed innovazioni che li distinguono uno dall’altro, con gamme di prezzi differenziate a seconda che si venda in un hard discount il prodotto standard di qualità medio-bassa o in un negozio tradizionale i prodotto di qualità più elevata.

Considerando la differenziazione di prodotto e l’innovazione tecnologica, il grado di discrezionalità nel costruire l’indice dei prezzi aumenta e la nostra capacità di capire diminuisce. In molti casi può capitare che l’indice sbagli anche per eccesso (ovvero rappresenti la realtà più cara di quella che è) non tenendo conto che prodotti high-tech non solo calano di prezzo ma aumentano anche di qualità. Se prendiamo l’esempio dei personal computer il prezzo aggiustato per la qualità (potenza del processore, risoluzione del video, durata delle batterie, ecc.) è molto più basso di quello di acquisto dei prodotti di ultima generazione.

Se vogliamo complicare ulteriormente il quadro dobbiamo considerare che le nostre convenzioni scricchiolano non solo quando guardiamo alle variazioni ma anche ai livelli. Con un esercizio che possiamo fare tutti basta confrontare il costo di un prodotto il più possibile omogeneo (il prezzo del caffè al bar ad esempio) per osservare che i livelli dei prezzi variano, e di molto, tra grandi città ed altri centri, tra una regione e l’altra e persino tra un bar e l’altro dello stesso quartiere (nel mio ad esempio si va da 90 a 70 centesimi). Il costo della vita nei grandi centri può essere superiore del 30-40 percento rispetto a quello delle altre aree del paese. Tutto questo conta molto perché quando guardiamo ai redditi dovremmo correggerli per il loro potere di acquisto (come si fa tra diversi paesi del mondo ma non ancora tra regioni dello stesso paese).

Rischiando il mal di testa, ma sicuramente facendo un passo avanti nella comprensione della realtà, potremmo capire se le dinamiche inflazionistiche riducono o modificano le differenze di potere d’acquisto tra città e regioni riuscendo a confrontare in maniera corretta il valore di un reddito di 1500 euro a Roma e a Chieti.
Anche se questi doverosi approfondimenti potrebbero finire per confonderci, i principali accorgimenti per combattere l’inflazione non sono poi così complessi.

Gli economisti sanno che esiste la tentazione da parte delle autorità di dichiarare un’inflazione più bassa del previsto per moderare la spirale delle rivendicazioni salariali delle varie categorie e realizzare “sorprese dal lato reale dell’economia” (ovvero offrire alle imprese un quadro favorevole in cui il gap tra ricavi e costi le induce ad aumentare la produzione e ad investire). Pur senza aver approfondito tutti i dettagli le organizzazioni dei consumatori intuiscono il problema danno voce ai moltissimi “fedeli disillusi” che non credono più nel dogma.

Se le istituzioni non vogliono pertanto correre il rischio di non essere più ascoltate devono rinforzare la loro credibilità evitando di diffondere un unico dato (quello dell’indice dei prezzi al consumo) come verità rivelata e cominciando ad offrire indicatori diversi e raffronti attendibili dei livelli dei prezzi tra diverse aree del paese. Allo stesso risultato si può forse convergere nella misura in cui studiosi ed opinione pubblica sono in grado di riflettere maggiormente sull’enorme mole dei dati a disposizione, costruendo qualcosa di più dell’indice d’inflazione percepita.

Infine i cittadini dovrebbero imparare a difendersi più che a lamentarsi quando la difesa è possibile . In molti casi la nostra capacità di scegliere e votare col portafoglio non è poi così difficile da esercitare (posso cambiare bar del quartiere in cui bere il caffè). Ad esempio una delle lamentazioni meno credibili è quella sui prezzi dei ristoranti per i residenti in una grande città. Non siamo turisti giapponesi e siamo perfettamente in grado di premiare, in un contesto comunque articolato e competitivo, quei ristoranti che sono all’avanguardia nel rapporto qualità/prezzo.

La questione dell’inflazione, lungi dall’essere una verità scientifica inaccessibile e indiscutibile, è il risultato di un complesso gioco tra autorità, agenti economici ed opinione pubblica nel quale maggiore trasparenza ed ampiezza d’informazione, da un lato, scrupolo conoscitivo e partecipazione civile dall’altro, possono contribuire a creare un quadro più favorevole.