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venerdì, febbraio 23, 2007

''Tra la manifestazione di Vicenza e il voto al Senato nessuna relazione''

''Non date la colpa a noi'': la Tavola della pace difende le proprie scelte e si augura che il governo dell'Unione possa riprendere la sua strada. Don Bizzotto (Beati Costruttori di Pace): ''Il governo deve rispettare il popolo''.

Con una conferenza stampa il network pacifista ha voluto sottolineare l'importanza che venga ricucita una maggioranza governativa, che risponda alle esigenze di pace e diritti che animano la società

Una conferenza stampa organizzata a Roma, presso l'Hotel Nazionale, in merito all'emergenza politica attuale per rilanciare l'appello alla formazione di un governo autorevole, capace di rispondere alla sfida della pace e dei diritti umani. Questo il senso dell'iniziativa pubblica con cui le associazioni riunite nella Tavola della pace hanno voluto far sentire la propria voce in questo contesto politico e istituzionale difficile. Con la consapevolezza che la strada è tutta in salita, soprattutto per la complessità di dover raccordare forze partitiche che in politica estera hanno manifestato da sempre posizioni diverse. Una necessità comunque inderogabile per poter garantire un futuro anche sul piano internazionale per il nostro Paese.
"Lungo questa strada - ha sottolineato il portavoce Flavio Lotti - il governo deve proseguire affrontando con pazienza e coraggio tutte le questioni aperte, anche le più delicate e spinose come quella dell'Afghanistan e di Vicenza. Deve cercare di ricomporre le differenze per raggiungere gli obiettivi comuni, per accrescere l'impegno dell'Italia nella lotta alla povertà, nel disarmo, nella promozione dei diritti umani e della giustizia, per la pace in Medio Oriente, per la cooperazione internazionale, per il rilancio e la democratizzazione dell'Onu". "Lungo questa strada - ha proseguito Lotti - il governo, se saprà ascoltare, troverà milioni di cittadini e centinaia di organizzazioni della società civile e di enti locali pronti a collaborare, in autonomia e spirito critico, con progetti e proposte concrete".
Grande disponibilità dunque verso il tentativo di Romano Prodi di ricucire le fila della propria maggioranza, ma anche una spiccata coscienza di come questo stesso intento abbia già dimostrato i propri limiti e una propria intrinseca debolezza. A partire dai 12 punti con cui il premier dimissionario è partito per rinsaldare la compagine di governo. Ricordando le numerose associazioni che siedono attorno alla tavole della pace (Agesci, Auser, Foxiv, Acli, Libera, Un ponte per, Legambiente, Cgil, e tante altre) il portavoce Lotti ha infatti osservato che "tra i 12 punti presentati ieri da Romano Prodi non ne abbiamo trovato uno che si proponga di aprirsi nei confronti della società civile". Proprio questa scarsa sensibilità verso una democrazia partecipata appare, per il network pacifista, un segnale che il percorso non è ancora maturo. Non a caso, chiudendo il suo intervento alla conferenza stampa, Don Aldini Pizzotto dei Beati costruttori della pace, ha voluto riprendere la questione di Vicenza sottolineando come il voto negativo al Senato non sia dipeso dalla manifestazione di sabato scorso contro il Dal Molin, ma al contrario dalla chiusura dimostrata dall'esecutivo verso le istanze locali: "la richiesta dei vicentini è che chi sta decidendo si rechi sul posto a vedere cosa succede. Inoltre la gente vuole capire, sapere e non subire le decisioni. Vicenza - ha concluso Don Pizzotto - non va trattata come un caso politico a se stante. Chiediamo che le richieste dei cittadini vengano rispettate".
Il tema della democrazia partecipata ha caratterizzato anche l'intervento di Grazia Bellini, portavoce della Tavola, la quale ha risposto alle recenti dichiarazioni del presidente della Repubblica affermando: "la partecipazione dei cittadini è il sale della democrazia non il suo nemico, e nella distinzione dei ruoli rafforza la politica e le istituzioni democratiche".
La Tavola della pace ha anche rivendicato il ruolo giocato in questo senso, quello di aver contribuito a realizzare una "spinta dal basso, anche critica se necessario". Un merito che però ora rischia di essere cancellato creando così "un solco fra politica ed elettori ancora più profondo".
Un ultimo avvertimento è arrivato da Antonio dell'Olio, presidente di Libera: "Se si interrompe questo governo è un altro regalo che facciamo alle mafie".

lunedì, febbraio 05, 2007

VICENZA, UNA QUESTIONE MODESTA

Qualsiasi decisione sulla base veneta non pregiudicherebbe i rapporti Italia-Usa
(da Aesse 1 2007)

Forse l’idea migliore la ha avuta John Kerry, che nel 2004 cercò di fermare la rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca. Il senatore, che potrebbe essere ancora il candidato democratico nel 2008, ha detto che su Vicenza non è necessario fare barricate né da una parte né dall’altra. Si tratta di una questione pratica di cui occorre misurare solo la convenienza da diversi punti di vista.
Per Kerry la base di Vicenza ha un valore strategico importante ma evidentemente non decisivo. Pertanto gli «Stati Uniti devono ascoltare il parere delle popolazioni locali. Se c’è una forte opposizione si può anche decidere di rinunciare perché l’America non vuole opprimere nessuno».
In effetti, di basi gli Stati Uniti ne hanno installate numerose anche in alcuni Stati dell’ex Urss senza scandali, nemmeno a Mosca. Base più o base meno, la strategia americana viene garantita da una presenza più estesa di quanto non fosse al tempo della guerra fredda.
Vicenza non può che aver perso, nel frattempo, parte della sua importanza. Il suo rilievo logistico ha spinto alla proposta di ampliamento che rientra in un’ordinarietà che non merita l’enfasi e le mobilitazioni odierne. Le forze di contrasto sono di due tipi e talora sembrano coincidere: il primo tipo è di pura e semplice opposizione agli Stati Uniti qualunque cosa propongano; l’altro è causato da una valutazione dell’impatto ambientale minaccioso non per quello che è segnato sulle carte, ma per quello che in futuro potrebbe essere fatto. Poi c’è la posizione dei favorevoli alla base per le entrate di lavoro e di valuta.
Vista in prospettiva, la questione rimane modesta qualunque cosa si decida, tra mille confusioni. La più importante riguarda il presunto impegno italiano, senza firme, a consentire l’allargamento della base senza, però, ancora sapere se il “sì” o il “no” debbano dirlo il comune di Vicenza o il governo.
Pertanto, qualora si rispondesse “no” alla richiesta Usa non sarebbe la fine del mondo e non sarebbe neppure la crisi dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Quando gli spagnoli sfrattarono da Torrejon i bombardieri strategici, questi furono trasferiti da noi e gli americani non ruppero con gli spagnoli.
La questione dei rapporti tra Italia e Stati Uniti è stata comunque sollevata. Al di là della base sono emersi elementi di polemica utili per qualche chiarimento. La situazione degli americani in Europa non è quella del passato. Bush ha compromesso i rapporti con gli alleati con la sua politica estera unilaterale e arrogante, passando sopra ogni richiesta e offerta di collaborazione costruttiva e ragionata. Oggi le cose per tale strategia vanno male, perché il fallimento iracheno è dichiarato e un mutamento è in corso, malgrado la decisione di inviare altri soldati. La ricerca di una via d’uscita dopo il Rapporto Baker si è fatta urgente. L’opinione pubblica americana rigetta la linea Bush. Al Congresso degli Stati Uniti i democratici contrari all’intervento sono diventati la maggioranza.
Tuttavia, tuttavia… il problema rimane aperto. Non si può cancellare un conflitto in atto e dalla situazione data si deve partire. Dobbiamo muoverci dal presupposto che l’interlocutore di Washington sarà, o già è, democratico. Pertanto, le risposte da dare sono rivolte agli inquilini che andranno alla Casa Bianca. Vicenza è un puntino insignificante che solo il fondamentalismo nullista di un’estrema sinistra del pensiero debole fa emergere dall’insignificanza.
La revisione dei rapporti con gli Usa non riguarda noi, ma gli stessi americani che stanno cambiando politica, senza valorizzazione ideologica di contrasti dati.
Ruggero Orfei