mercoledì, marzo 17, 2010

Tre vescovi commentano la nota Cei sul Mezzogiorno: "Più coraggio per il sud"

su input del presidente delle acli pugliesi Gianluca Budano, pubblichiamo queste note dei Pastori delle Chiese meridionali per tenere viva l'attenzione sul mezogiorno e favorire un dibattito serio ed approfondito.


INFORMARE PER RESISTERE: Tre vescovi commentano la nota Cei sul Mezzogiorno: "Più coraggio per il sud"

Note di INFORMARE PER RESISTERE


Tre vescovi commentano la nota Cei sul Mezzogiorno: "Più coraggio per il sud"


Oggi alle 19.50

Scritto da Alberto Bobbio -

Mons. Domenico Mogavero

«La nostra gente deve ridiventare protagonista», dice Morosini di Locri. «Forse bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa troppo timida».

Scuoterà la Chiesa il documento della Cei sul Mezzogiorno? E scuoterà il Paese? Tre vescovi in prima linea ne discutono con passione e sperano che non faccia la fine di quello di vent’anni fa, che ha occupato gli scaffali delle biblioteche. Lo dice monsignor Domenico Mogavero (nella foto, ndr), vescovo di Mazara del Vallo: «Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà più, avremo fallito».
Il testo è assai severo e lancia allarmi. Mette in fila questioni di importanza capitale per l’intero Paese e non solo per il Sud. Eppure, è qui che le preoccupazioni sono più elevate. Osserva monsignor Giuseppe Morosini, vescovo di Locri in Calabria: «Non abbiamo bisogno di solidarietà gratuita né da parte dello Stato, né delle Regioni, né delle altre diocesi. Questo documento servirà se ognuno farà la propria parte».

Ecco il punto, che monsignor Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, spiega così: «A volte manca il coraggio. Ci chiudiamo nelle chiese, non ci sporchiamo le scarpe a camminare nelle strade. Dobbiamo impegnarci a costruire comunità cristiane antagoniste, alternative alla cultura della rassegnazione, della violenza, dell’usura, del pizzo, del lavoro nero».
Ma c’è anche altro che il vescovo di Agrigento sottolinea: «Ci siamo occupati del sacro e non della fede. La gente ci chiede sacramenti e noi glieli diamo. Ma nascondiamo la parola di Dio e sosteniamo un’idea di Chiesa intrecciata attorno alle devozioni, che possono consolare, ma non incidono e non cambiano i comportamenti».
Mogavero teme che la Chiesa diventi icona dell’antimafia: «Tanto c’è la Chiesa che parla. È quello che mi dà più fastidio. Ma anche al nostro interno funziona così. Ci sono preti e laici contenti perché parlano i vescovi. E loro?».
Riprende l’autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie: «Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la verità per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile "collusione" deve far riflettere anche nelle nostre comunità».
Il vescovo di Mazara propone una via: «Basta con le prese di posizione ovattate. Ogni comunità, ogni parrocchia, ogni diocesi scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari. Però, bisogna essere pronti a pagare di persona». Montenegro sostiene che qualche provocazione può favorire la riflessione: «Io non ho messo i Re Magi nel presepe, spiegando che sono stati respinti alla frontiera come clandestini. È servito alla gente per rendersi conto in quale Paese stralunato dall’ossessione per la sicurezza stiamo vivendo. Proporrò di abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto, se poi nessuno denuncia, e la cultura mafiosa è l’unica ammessa».
Spiega Morosini: «La nostra gente deve tornare a essere protagonista. E si diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi». Il vescovo di Locri ha partecipato a una manifestazione contro la soppressione di 12 treni: «Proteste inutili, perché manca un progetto per la Locride. La nostra classe politica è inadeguata. Nel documento c’è una frase su questo tema. All’assemblea dei vescovi avevo chiesto di dedicare un capitolo intero». Morosini non accetta le critiche sull’azione troppo debole della Chiesa: «L’azione del vescovo Bregantini non può essere dimenticata. Di altri non parlo. Ma, forse, bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida».

Alberto Bobbio (Famiglia Cristiana, 14 marzo 2010)


Mons. Riboldi

"Sciopero elettorale per cambiare davvero"


I cristiani del Sud «devono svegliarsi. Ai politici bisogna dire: "O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più"».

Rappresenta la memoria della lotta della Chiesa per la legalità. Monsignor Antonio Riboldi, 87 anni, legge il documento della Cei sul Mezzogiorno e dice: «È scritto molto bene. Ma è un altro documento». Brianzolo, rosminiano, una vita passata al Sud, prima parroco nel Belice sconvolto dal terremoto, poi vescovo di Acerra, nel Napoletano, Riboldi ha vissuto con la scorta, sempre nel mirino dei clan.

Teme che siano solo parole?
«No, ci sono frasi che andrebbero inchiodate alle porte delle chiese in tutto il Paese, altrimenti questo documento fa la fine di quello di vent’anni fa».

L’Italia non fa i conti con il Sud?
«Non li ha mai fatti. Lo sviluppo di un Paese prevede solidarietà e giustizia. In 50 anni al Sud ho visto solo parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia».

E la gente ha accettato?
«No, ha subìto e si è rassegnata. Ma la cultura dell’illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa».

Di cosa ha bisogno il Sud?
«Agricoltura e turismo, cose che politiche sciagurate hanno devastato. Non ci sono più i contadini e nemmeno gli operai. Il mare è la nostra ricchezza dimenticata. Così il Sud è rimasto il Sud e il Nord il Nord. Mi spiace vedere un Paese diviso in due dalla povertà».

Cosa manca?
«Un progetto e un patto nazionale. Fa bene il documento della Cei a indicare i rischi del nuovo federalismo. Ma dobbiamo interrogarci se davvero l’Italia è ancora un Paese unitario».

Lei che ne dice?
«Ricordo un giorno a Milano quando uscì l’altro documento della Cei sul Mezzogiorno. Ero con don Tonino Bello e parlavamo a una grande assemblea dei nostri problemi. Il clima era di indifferenza o al massimo di commiserazione. Non credo che le cose siano cambiate».

Lei non ha mai smesso di parlare...
«Sono un brianzolo e mi ribello. Credo di essere in pace con me stesso. Ho lottato, ma mi domando chi ha raccolto i frutti delle mie parole, di quelle di don Tonino, del sangue di don Puglisi e di quello di don Diana. E oggi siamo di nuovo qui con un altro documento».

Come si cambia?
«Con più coraggio. La camorra domina i cuori e le menti. Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. In estate portavo 400 bambini in Trentino, figli di camorristi. Adesso sono diventati uomini normali. Eppure, tagliamo i fondi alla scuola. Cutolo sosteneva che la camorra è come Robin Hood: toglie ai ricchi per dare ai poveri. Se la scuola non contrasta questa cultura dell’illegalità come strumento di protezione sociale, non ci sarà futuro per il Sud e neppure per l’Italia».

Si può vincere?
«Sì, ma bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota. Mai nessuno ha taglieggiato le mie chiese, ma non dappertutto accade».

Lei cosa ha insegnato?
«A essere liberi e non affidarsi al primo che ti propone un lavoro nero. Invece, finora è prevalso il senso dell’affidarsi: al politico, al prete, al camorrista».

Il documento parla di inadeguatezza della classe politica...
«È giusto. Ma adesso tocca a noi. Ai politici bisogna dire: "O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più"».

Sciopero elettorale?
«Se serve sì. I cristiani al Sud devono svegliarsi. Invece, oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l’Italia, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così».

Pessimista...
«No: se ci battiamo e parliamo con chiarezza qualcosa si ottiene. Ma dobbiamo essere consapevoli che bisogna pagare e di persona, a volte. Siamo disposti a non essere capiti per amore del Vangelo e della dignità di ogni uomo?».

Alberto Bobbio (Famiglia Cristiana, 14 marzo 2010)


Mons. Rocco D'Ambrosio

"Basta feste patronali organizzate dai boss"


Con certe forme di devozione popolare la Chiesa rischia «di scivolare nell’opportunismo a scapito della fede».

«Un ottimo documento, perché riapre una discussione dimenticata. Dobbiamo chiederci perché è accaduto». Don Rocco D’Ambrosio, pugliese, insegna Filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana e per molti anni è stato responsabile della pastorale sociale della Conferenza episcopale della Puglia. Eppure, si sarebbe aspettato di più.

Perché, professore?
«Le Chiese al Sud ricadono in due estremismi dannosi: da una parte la fuga spirituale, dall’altra l’attivismo sociale. Il sacro e l’impegno. Forse, bisognava essere più chiari e richiamare il Concilio che considera i due modelli non cristianamente autentici».

Cosa mette sotto accusa?
«La religiosità popolare. Nel documento di vent’anni fa su Chiesa e Mezzogiorno c’era una riflessione. Adesso manca. Si è abbassata da una decina d’anni l’attenzione a questi fenomeni, forme scandalose di feste patronali gestite da settori della criminalità organizzata. Si è troppo accondiscendenti, si è pensato che la devozione popolare faccia numeri e denaro e risolva il problema della diminuzione dei fedeli e dei relativi contributi economici. Direi che è opportunismo a scapito della fede».

E sul lato sociale?
«C’è una domanda alla quale ognuno deve rispondere: i cattolici singoli o organizzati quando promuovono cooperative sociali o aziende di servizi sono coerenti con il Vangelo e rispettosi delle leggi dello Stato?».

E lei cosa risponde?
«Per esperienza posso dire che le tentazioni e le pratiche conseguenti, disoneste e deleterie, sono tante».

Il progetto Policoro però è una buona pratica...
«È vero, ma ci sono tanti altri segni, che valeva la pena ricordare: l’esperienza di Libera, le scelte degli imprenditori in Sicilia contro il racket. Questa è tutta gente che vive negli ambienti della Chiesa e dobbiamo sostenerla».

La Chiesa fa troppo poco?
«Non dico questo. Osservo che spesso i documenti ufficiali sono più profetici dei profeti. E negli ultimi anni la profezia sembra essere stata quasi delegata a sparuti settori della vita ecclesiale».

Nella nota c’è anche un’autocritica assai severa...
«Ma doveva essere più chiara nell’indicare responsabilità. Sulle collusioni ecclesiali della mafia si poteva dire di più».

E sulla classe politica?
«C’è un giudizio che spero faccia riflettere le comunità cristiane a ogni livello. I nostri politici sono campioni nel perdere gli incentivi europei, abbiamo visto sempre solo grandi proclami elettorali. La nota chiede di cambiare. Va bene. Ma non è solo questione di politici e di imprenditori del Sud. Le imprese del Nord investono nel Sud solo quando ci sono gli sgravi fiscali. Sono tutti non credenti, o c’è chi zittisce dentro di sé la dottrina sociale della Chiesa?».

Il Sud ce la farà?
«È una terra con tante risorse spesso poco o mai utilizzate. C’è gente che con sacrificio e tenacia in ogni campo fa molte cose bene, in silenzio e con grande onestà: ma di loro non parla nessuno. Oggi non si può dire che il Sud sia tutto delinquenza e illegalità. Ma c’è un rischio: le parti più povere verranno ridotte a ghetto, come alcuni quartieri delle grandi città, come fosse una tassa da pagare per il riscatto di qualcuno».

Alberto Bobbio (Famiglia Cristiana)

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