mercoledì, ottobre 22, 2008

Le classi-ponte e la deriva del multiculturalismo all'italiana

Antonio Nanni - 21/10/2008

Mentre nel corso del 2008 si moltiplicano le iniziative per l’anno europeo del dialogo interculturale, nel Parlamento italiano si polemizza su un emendamento proposto dalla Lega e approvato per pochi voti dalla maggioranza: 256 sì, 246 no e 1 astenuto.

Di cosa si tratta? Di una mozione che impegna il governo a rivedere il sistema di accesso degli alunni stranieri nelle scuole di ogni ordine e grado, che prevede il superamento di un test d’ingresso e l’istituzione di classi-ponte, per quegli studenti che non lo abbiano superato, per frequentare corsi di lingua italiana.

Discriminazione, xenofobia, razzismo, apartheid? Forse la chiave più giusta per capire quello che sta avvenendo è un’altra. Il capogruppo della Lega alla Camera, Roberto Cota, ha spiegato che il suo partito vuole ottenere tre scopi: evitare di iscrivere ragazzi stranieri a scuola dopo il 31 dicembre per non bloccare lo svolgimento del programma; creare classi-ponte per apprendere la lingua italiana; prevedere che il numero degli alunni stranieri in una classe sia proporzionato a quello degli alunni italiani.
Inoltre, Cota ha affermato che «le classi di inserimento sono uno strumento per garantire l’integrazione, servono a prevenire il razzismo e a realizzare una vera integrazione». Perché allora così tante reazioni?
Se la mozione del Pdl ha sollevato un polverone anche tra le sue stesse fila, al punto che perfino Alessandra Mussolini ha preso le distanze dichiarando che si tratta di un provvedimento razzista, evidentemente siamo dinanzi ad un’ipotesi che contiene in sé ambivalenza, doppiezza e ipocrisia Ciò ha indotto Casini, leader dell’Udc, a parlare di “vergogna” perché, ha spiegato: «il principio su cui si regge la democrazia è l’integrazione delle diversità. Se si continua sulla strada della demagogia, davvero il razzismo risorgerà e forse, come in passato qualcuno pensava di mettere una stella di Davide sugli ebrei, oggi qualcuno teorizzerà di mettere le “i” di immigrati sui bambini nelle classi separate».
Anche Veltroni ha affermato che il Pd farà di tutto per bloccare questa intollerabile riproposizione delle classi differenziali.
Diversamente la vede il presidente della Camera, Gianfranco Fini, secondo cui “nella mozione è scritto soltanto che si può prendere in considerazione l’ipotesi per i bambini che non conoscono ancora la nostra lingua di istituire corsi che devono essere necessariamente brevi e transitori. Impostato in questo modo si tratterebbe di un ragionamento condivisibile che favorisce l’integrazione. Tutt’altro che xenofobo e razzista”.
Non la pensano però così i sindacati, da Bonanni a Epifani, fino a Renata Polverini. Particolarmente duro è stato poi il giudizio espresso da Piero Fassino per il quale «siamo dinanzi ad una regressione culturale prima ancora che politica che mette in discussione i fondamentali principi di uguaglianza tra gli uomini e introduce una discriminazione nei confronti dei bambini e, proprio per questo, moralmente ancora più abietta».
Al di là di questi pareri contrastanti che abbiamo tutti avuto modo di ascoltare o leggere sugli organi di stampa, la mia convinzione è che dietro la proposta delle classi-ponte si nasconda il vero modello di integrazione che vuole la Lega e forse l’intero centro destra, vale a dire quella forma di apartheid etnico e culturale che si chiama “comunitarismo”, basato appunto sulla separazione e sulla differenziazione in tutto, anche nei diritti. Ecco perché si cerca di cogliere ogni occasione per fare un passo dopo l’altro nella direzione di una discriminazione razziale a piccole dosi. Ieri con la scusa delle impronte, oggi con la trovata delle classi-ponte. Ciò che più sembra interessare è segregare, dividere, contrapporre. Sotto questa luce le affermazioni del leghista Cota da cui siamo partiti non sono estranee all’obiettivo che si prefigge anche il tandem Gelmini-Tremonti: smantellare definitivamente il dominio ideologico della sinistra che si esprimerebbe in quel vuoto pedagogismo che dal 1968 ha infettato come un virus la scuola italiana .
Grembiule, maestro unico, voto di condotta, ritorno ai voti decimali, rilancio degli istituti tecnici e della formazione professionale, insieme a merito, autorità, gerarchia, studio, disciplina: sembrano essere queste le parole-chiave della scuola che si intende ricostruire.
La riflessione di fondo che andrebbe fatta riguarda la distanza abissale tra i valori e le prospettive del pensiero sociale cristiano e le scelte culturali che di fatto sta operando l’attuale governo. Da una parte troviamo l’accoglienza nella legalità, la prospettiva dell’integrazione interculturale e il primato del bene comune. Dall’altra si fa strada la politica della sicurezza al posto dell’accoglienza, il modello del multiculturalismo, invece che l’interculturalità, lo spirito di contrapposizione invece che di unità nazionale.
La ragione vera per cui l’ipotesi delle classi-ponte deve essere respinta è che il clima del Paese è già stato avvelenato. Ha ragione il direttore di Famiglia Cristiana, don Sciortino, quando fa osservare che con simili provvedimenti si finisce per coltivare “l’humus” in cui crescono continui episodi di intolleranza, violenza e razzismo.

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