martedì, settembre 16, 2008

Cosa sono oggi la Destra e Sinistra in Italia? Hanno un progetto per il futuro del Paese?

Per l’Italia, da che parte?


Cosa sono oggi la Destra e Sinistra in Italia? Hanno un progetto per il futuro del Paese?

La sinistra politica in Italia, oggi, non esiste più. Senza una drastica correzione di rotta, non è prevedibile che torni ad esistere nel prossimo futuro. Una parte, nient’affatto impeccabile, di quella sinistra fattasi cartello elettorale con la dicitura “Sinistra Arcobaleno”, è stata sonoramente bocciata alle urne. L’altra parte ha commesso un riprovevole suicidio nel tentativo non riuscito di fare breccia, non si è capito dove, andando alla fusione con alcuni eredi della Democrazia Cristiana, non necessariamente di quella cultura politica. Se c’era un progetto, non facilmente definibile come di “sinistra”, quel progetto si è esaurito nella formazione del Partito democratico, forse vi si è arenato. Nulla di tutto questo era inevitabile. Anche se, avendo i comunisti sempre disprezzato le esperienze socialdemocratiche, e non potendosi chiedere agli ex-democristiani di non essere alternativi a quelle esperienze, l’unica sinistra possibile di governo in Europa, proprio quella socialdemocratica, sembra non essere più un’opzione politica perseguibile in Italia. Il vago aggettivo “riformista”, con il quale il Pd un suo eventuale percorso futuro, al momento inespresso e indefinito, non segnala in nessun modo quali contenuti e quale cultura politica lo sosterranno. Quello che sorprende ancora di più è che, mentre, da un lato, la sinistra antagonista si rifugia nell’opposizione identitaria per preservare la sua piccola casta di politici di professione e salvaguardare le loro carriere facendo leva sulla protesta, il Pd si limita a contare i voti ottenuti e a esaltarli come primo passo di un partito a vocazione maggioritaria. Questo conteggio non dovrebbe però nascondere il limitato radicamento del partito in alcune zone ricche e avanzate del paese, come Lombardia e Veneto, come in altre zone, vedi la Sicilia, dove un partito di sinistra saprebbe guidare un’opera di riscatto e rilancio. Il richiamo alla pluralità di pensieri riformista, cattolico-sociale, ambientalista, ex-comunista, non riesce a cancellare due elementi cruciali. Il primo è che nessuna di quelle correnti è rappresentata al meglio nel Pd né può dirsi interprete di quanto di nuovo si è venuto affermando in Europa. Il secondo elemento è che è stato escluso a priori il pensiero socialista al quale, pure, si deve buona parte del riformismo realmente praticato in Italia, in particolare con il centrosinistra. Altrove, da Blair a Zapatero abbiamo visto esperimenti che hanno trasformato in meglio le rispettive società. In Italia, oggi, e domani, la sinistra non ha un progetto che coniughi crescita economica sostenibile, investimenti sociali in special modo nell’istruzione e nella formazione professionale, premio ai meriti. Manca, infine, una riflessione sul ruolo e sui compiti della politica e dello Stato. Nessuna società da sola sprigiona un riformismo di alto livello. La spinta, le regole, gli obiettivi debbono, come lo sono stati nel passato, essere definiti dalla politica e essere attuati da apparati statali e amministrativi efficienti al servizio non della casta dei politici di mestiere, ma della cittadinanza. Questo è il compito della sinistra in politica.Dal canto suo, la destra sta al governo sicuramente perché è molto più rappresentativa della società italiana che è particolaristica, insofferente della politica (di qui il ricorrente successo di un non-politico) e ostile allo Stato, relativamente poco sensibile alle modiche dosi di corruzione che collegano economia, società e politica. Neppure la destra, composita e diversificata, ha un progetto di trasformazione del sistema politico e economico italiano. I due grandi esperimenti di riferimento delle destre sono stati effettuati da Reagan (1980-1988) e dalla Thatcher (1979-1990). Nessuno dei due sembra costituire un modello da imitare con gli opportuni aggiustamenti e aggiornamenti. L’impasto culturale della destra italiana non è mai liberale. Non è neppure liberista. Sembra piuttosto costituire una combinazione, altrove del tutto improbabile, fra elementi forti di populismo con venature di euro indifferenza e di no-globalismo e interventi di capitalismo regolato in maniera dirigista, in alcuni settori ai limiti del controllo quasi monopolista, il tutto accompagnato da tensioni secessioniste. D’altronde, quand’anche il Popolo delle Libertà diventasse un partito strutturato non soltanto non avrebbe nessun riscontro sulla scena europea, ma sarebbe molto difficile scorgervi una cultura politica omogenea e propulsiva. Quale Italia può, infatti, emergere dalle vecchie, e a loro tempo sconfitte, culture politiche del pentapartito che si incontrano con il populismo di Berlusconi e con il secessionismo (pardon, federalismo) di Bossi? Neppure il ricorrente colbertismo di Tremonti può mettere ordine in questo magma e dare una prospettiva di respiro. In questa situazione complessiva, rimane che la destra potrà continuare a governare anche senza darsi una cultura politica, proprio grazie alla sua maggiore aderenza alla società che chiede di essere liberata da lacci e laccioli; mentre, se la sinistra non offre una prospettiva di reale cambiamento affidata a donne e uomini credibili, la sua “traversata del deserto” sarà sicuramente molto lunga (non un problema, comunque, per coloro che perdono le elezioni, ma mantengono il posto in Parlamento). Dove la sinistra non esiste più e la destra esprime posizioni confuse e schiacciate su preferenze particolaristiche di una società frammentata, né il buon governo né il riformismo hanno possibilità di affermazione. Non è un caso che l’Italia stia visibilmente declinando.
Gianfranco Pasquino

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