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mercoledì, febbraio 04, 2009

Xenofobia e questione educativa

Antonio Nanni - 03/02/2009

Gli episodi di violenza contro donne e immigrati che in queste ultime settimane si sono ripetuti con frequenza in alcune città italiane (Guidonia, Cassano Ionico, Nettuno, …) hanno riacceso il dibattito sulle ragioni che spingono tante persone, spesso giovani e talora minorenni, a compiere gesti di barbarie, stuprando una ragazza, o cospargendo di benzina un immigrato indiano all’interno di una stazione ferroviaria, trasformandolo in una torcia umana.

Motivare questi atti di incivile sopraffazione attribuendoli ora alla noia, ora al culto della violenza, ora al bisogno di divertimento e di emozioni forti, è forse il segnale più eloquente del profondo vuoto morale che caratterizza la nostra società. Sarebbe tuttavia troppo comodo scaricare soltanto sulle nuove generazioni quelle responsabilità che invece sono proprie della famiglia, della scuola e delle stesse forze politiche.

Il Presidente Napolitano ha fatto bene a sollecitare le istituzioni a reagire contro questi episodi raccapriccianti e intollerabili di violenza e di xenofobia. Si è infatti creato nel nostro Paese un preoccupante clima di legittimazione che finisce per far sentire orgogliosi gli stessi artefici delle discriminazioni. Contro di essi, poi, si minaccia di essere ancora più “cattivi” finendo per avvitarsi in una spirale inconcludente senza sbocchi ri-educativi. Non si può puntare tutto sulla repressione promettendo di costruire nuove carceri. Occorre il metodo della prevenzione che, come ha insegnato Don Bosco, è il cuore si ogni vera educazione.

Ciò che vogliamo dire è che nel nostro Paese, oltre alla crisi della fede cristiana, si registra ormai una crisi dei valori etici del patrimonio cristiano. Dopo il divorzio, l’aborto e l’eutanasia (vedi i sondaggi) stanno crollando anche le cosiddette virtù civiche del buon cristiano e onesto cittadino.

Ha ragione Miriam Mafai quando su Repubblica sottolinea acutamente come l’attuale cultura di violenza «disprezza e irride alla mitezza, alla pazienza, alla solidarietà, alla debolezza, alla sobrietà». Cioè a quelli che fino ad oggi sono valori propri della tradizione cristiana.

Dobbiamo allora avere il coraggio di dire che la cultura leghista, una volta portata al governo, è riuscita a diventare egemone nel nostro Paese diffondendo paura per il diverso e bisogno di sicurezza. Lo si è visto, ad esempio, con la moda delle “ronde”, nelle città, con la sceneggiata delle impronte ai bambini rom, con la mozione del leghista Cota sulle classi separate a scuola, con la drammatizzazione del Centro di accoglienza a Lampedusa.

Razzismo? Culto della violenza? Assenza di valori? Nichilismo? Forse bisogna evitare di racchiudere in una sola categoria omnicomprensiva la spiegazione di tanti episodi criminali eppure così diversi. L’uomo di oggi sembra divertirsi soprattutto quando raggiunge un piacere attraverso la trasgressione delle regole e l’esercizio della propria forza su un soggetto più debole (dallo zingaro al disabile, dalla donna allo straniero).

Piuttosto che di razzismo e di xenofobia si dovrebbe forse parlare di una società che non possiede più le coordinate culturali per convivere con l’alterità, poiché priva di un’antropologia della differenza. Questo fa capire la centralità della questione educativa come questione dell’alterità e non solo delle radici dell’identità. Voglio dire che per rispondere alla nuova domanda di convivenza e di etica sociale nelle nostre città dobbiamo partire dall’altro, dalla differenza, dalla relazione e non semplicemente dall’io. Anche all’interno della tradizione cristiana andrebbe rafforzata l’antropologia della relazione più che quella dell’identità che rischia di farci restare prigionieri dell’individualismo e anzi di radicalizzarlo.

Se così stanno le cose vuol dire che l’Italia ha bisogno di una svolta culturale, di una rinascita morale, di una riforma istituzionale, insomma di tornare ad avere una prospettiva di futuro. Ciò significa concretamente educare i cittadini, vecchi e nuovi, a scoprire che le radici comuni non stanno nel passato di ciascuno (che divide), ma nel futuro che ci accomuna.

Dobbiamo ri-educarci alla cittadinanza plurale e interetnica, per capire che abbiamo tutti diritto al futuro e ad un destino comune. Non si tratta soltanto di metterci a recuperare una memoria ormai perduta, ma soprattutto di guardare avanti cercando di lavorare per un “sogno condiviso”, per una storia comune da costruire tutti insieme. Questo non significa fare riferimento ad una utopia irrealizzabile. L’elezione di Obama in America ha dimostrato che il desiderio di novità e la speranza dei cittadini è più forte di ogni realismo. Anche in Italia si potrà uscire insieme da questo clima di imbarbarimento e di insopportabile lamentazione soltanto se avremo il coraggio di operare questa svolta.

sabato, maggio 24, 2008

ANCHE NOI SIAMO ROM ANCHE NOI SIAMO IMMIGRATI

COOPERATIVA SOCIALE ONLUS "SAN DANIELE COMBONI" ACERRA

ANCHE NOI SIAMO ROM ANCHE NOI SIAMO IMMIGRATI

La caccia ai rom che si è scatenata a Ponticelli con incendi delle baracche e lancio di bottiglie molotov è un episodio indegno di un paese civile perchè colpisce bambini innocenti ed esseri umani sfortunati. Certa politica, che non progetta nulla per l'integrazione di milioni di stranieri presenti in Italia , pensa di rimuovere le sue colpe facendo organizzare la caccia al diverso con blitz polizieschi e arresti che ricordano altri tempi molto tristi per la democrazia e consentendo alla camorra di incendiare , distruggere e anche rubare nelle misere baracche dei rom.

La cooperativa Comboni , nell'esprimere solidarietà ai rom e a tutti gli immigrati , registra con grande preoccupazione il silenzio e la disattenzione verso queste forme di xenofobia da parte di tutta la classe politica acerrana, maggioranza e opposizione. Certamente addolora che politici della sinistra e anche la Chiesa di Acerra mostrano indifferenza. La cooperativa Comboni più volte ha proposto progetti di interventi per l' integrazione soprattutto dei minori figli di rom e immigrati ma sono stati sempre disattesi . Eppure tutti i bambini rom sono nati in Italia, molti ad Acerra , ma vivono in tre campi senza acqua, senza servizi igienici, immersi nella spazzatura.

Ancora una volta chiediamo al sindaco e all'assessore alle politiche sociali , nell'interesse di tutta la città, di farsi carico del problema. Chiediamo alla Chiesa di Acerra di indossare la veste del samaritano e di tradurre in atti concreti il messaggio di San Paolo: la fede e la speranza senza la carità sono nulla.

La cooperativa Comboni conferma la sua disponibilità alla collaborazione con chiunque prende coscienza che non si può stare solo a guardare.

IL PRESIDENTE Eustachio Paolicelli