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domenica, marzo 23, 2008

Province inutili e costose? ma la foto è significativa e bella



Un risparmio di spesa per lo Stato di 10,6 miliardi di euro l’anno. Le Province, la cui utilità effettiva è messa in dubbio ormai da anni, sono anche dispendiose. Secondo una ricerca dell’Eurispes, nel 2006 la Province italiane sono costate 13 miliardi, contro gli 11 e i 2 miliardi di euro, rispettivamente, di flussi finanziari in entrata e di indebitamento. Di questi 13 miliardi il 18,3% è rappresentato da spese per i redditi da lavoro dipendente, il 28,4% da consumi intermedi, il 22,3% da investimenti fissi lordi ed il 31% da tutte le altre voci di spesa. Nell’ipotesi in cui il personale delle Province (pari a 62.778 tra dirigenti e impiegati), venisse reimpiegato in altre amministrazioni o istituzioni locali, ci sarebbe un risparmio complessivo pari a 10,6 miliardi di euro, dal momento che verrebbero meno tutte le altre voci di spesa attuali.

Il crescente indebitamento della pubblica amministrazione negli ultimi anni deriva, in massima parte, dal peggioramento dei conti economici delle amministrazioni centrali. A partire dal 2001 le entrate e le spese sono aumentate, rispettivamente, da 315 a 367 miliardi di euro (+16,5%) e da 354 a 425 miliardi di euro (+20,6%), con effetti immediati sul livello di indebitamento.

Un peggioramento dei conti che ha interessato anche gli enti locali (dalle Regioni, alle Province, ai Comuni). In particolare, dal 1986 al 2006, le entrate delle Province sono aumentate a un tasso di crescita medio annuo del 13,9%, ovvero il 5,3% in più rispetto a quello di tutte le amministrazioni pubbliche e lo 0,6% in più rispetto a quello delle amministrazioni centrali. A causa del tasso di crescita così elevato, le entrate provinciali sono quasi quadruplicate nel corso di un ventennio, raggiungendo, nel corso del 2006, gli 11 miliardi di euro, contro i 2,9 del 1986. Nello stesso arco temporale, tuttavia, oltre alle entrate sono aumentate anche le spese, tanto che solo in alcuni anni le Province italiane sono state in grado di soddisfare pienamente il proprio fabbisogno finanziario. Con tasso di crescita medio annuo del 16,6% (+2,7% rispetto alle entrate), le spese delle Province hanno toccato, nel corso del 2006, i 13 miliardi di euro.
Negli ultimi anni l’indebitamento ha iniziato una preoccupante fase di crescita: dai 500 milioni di euro del 2001 ai 2 miliardi di euro del 2006. E per la prima volta dopo quasi un ventennio, una percentuale rilevante del debito delle amministrazioni pubbliche è legato al cattivo andamento dei conti delle Province: dei 15 miliardi di euro in più fatto registrare tra il 2001 ed il 2006 dalle amministrazioni pubbliche, il 5,5% è imputabile ai costi di gestione delle amministrazioni provinciali.

Ma le Province in realtà stanno già sopravvivendo a se stesse. La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 infatti prevede l’istituzione della “Città Metropolitana“, che dovrebbe sostituire la Provincia. Almeno per quanto riguarda Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia. Il governo ha dato avvio al processo nel gennaio 2007, ma per ora nessuna città, o gruppo di città, ha preso l’iniziativa.

lunedì, ottobre 29, 2007

Napoli: Pd, battaglia di numeri per il leader provinciale. Veltroni cambia ruolo alle assemblee che diventano seggi elettorali....

Il 24 novembre, saranno eletti i segretari provinciali. Sabato, a Milano, Walter Veltroni ha indicato il metodo: gli eletti nelle assemblee nazionale e regionale eleggono, a maggioranza assoluta dei presenti e con eventuale ballottaggio tra i primi due, il coordinatore provinciale.
( è una regola nuova inventata sabato, aspettiamo di scoprire le prossime....)

È inutile dire che in Campania il percorso sarà complesso e condizionato dalle polemiche che hanno accompagnato le primarie. Mentre a Benevento e (soprattutto) ad Avellino l’area Iannuzzi può contare su una larga maggioranza (in Irpinia strada in discesa per Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco) nelle altre province il quadro è più incerto. A Napoli, la partita si gioca sul filo dei delegati. L’area Iannuzzi, tra delegati al nazionale (66) e al regionale (136) può contare su 202 grandi elettori. La minoranza Piccolo-De Franciscis-Mazzarella tocca quota 198: 75 i delegati al nazionale, 123 al regionale. Poi, c’è da aggiungere l’unico eletto dell’area Bindi. Detto che i dati per il regionale non sono stati ancora pubblicati (l’attribuzione dei seggi potrebbe varare di qualche unità), appare evidente che con quattro delegati di differenza la ricerca di un dialogo si rende quasi obbligata. Piccolo, De Franciscis e Mazzarella potrebbero proporre un candidato comune, ma molto dipende dai nomi che proporrà l’area Iannuzzi. Nella quale c’è più di un’aspettativa. Dell’area Nicolais, per esempio, che potrebbe proporre un giovane come Fabio Santoro o Francesco Dinacci o una donna come Luisa Bossa. O dei bassolinani che, accettato il demitiano Iannuzzi, potrebbero chiedere la segreteria provinciale per uno dei loro: nelle ultime ore è circolato il nome di Antonio Marciano. Tra i Ds, inoltre, potrebbe spuntare Enzo Amendola, considerato da molti un nome che possa mettere tutti d’accordo. La terza scadenza all’orizzonte è quella dei gruppi unici. Veltroni ha indicato nel 30 novembre la scadenza. In Regione c’è stata una prima riunione dei venti consiglieri di Ds e Margherita e il favorito per la carica di capogruppo è Mario Sena. Su Napoli, c’è da registrare l’allarme di Roberto De Masi. «C’è ancora confusione intorno al Pd. Questo vale anche per il gruppo unico al Comune che deve garantire stabilità e rilanciare l’attività amministrativa. È bene quindi - dice De Masi - programmare al più presto un incontro dei consiglieri aderenti al Pd, non per avviare un valzer di poltrone, ma per impegnarci su un progetto di rilancio». Un altro socialista entrato nel Pd, Felice Iossa, esprime invece solidarietà a De Mita, fischiato all’assemblea costituente del Pd. «A Milano - dice Iossa - ho avvertito un clima nuovo ed una tensione ideale che da molto tempo non si respirava. Unica nota stonata i fischi ingenerosi e fuori posto a De Mita, un uomo che rappresenta un pezzo di storia del cattolicesimo democratico, che si è battuto alle primarie in maniera straordinaria, e la cui esperienza ed analisi politica sono necessarie per radicare un grande Pd»

Il Mattino di Napoli