mercoledì, giugno 19, 2013

Acli: ceto medio più povero, detrazioni da rivedere

Tracciare un quadro panoramico sulla condizione reddituale delle famiglie e dei lavoratori italiani e al  tempo stesso ipotizzare nuove soluzioni per una politica fiscale più equa che riduca le contraddizioni del nostro sistema impositivo. Questo il duplice obiettivo del primo rapporto sui redditi delle famiglie firmato dalle Acli, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, e reso pubblico ieri a Roma alla presenza di Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli,Michele Mariotto, vice-presidente delegato Caf Acli, e del vice-ministro per il Lavoro e le Politiche Sociali Cecilia Guerra. Dal punto di vista descrittivo, la foto “scattata” dall’indagine coinvolge una platea di oltre 1 milione e 400mila dichiarazioni (quelle prodotte nel 2011 dal Caf Acli, il 3,3% del totale dei contribuenti Irpef e il 7,5% considerando il solo 730), raffrontando poi i dati di queste ultime con le tendenze del triennio 2009-2011, sempre in relazione alla clientela aclista. Ovviamente non si può parlare di un campione perfettamente rappresentativo, come messo in evidenza dalla docente Rosangela Lodigiani (Università Cattolica Milano), ma si tratta comunque di una fascia assai ampia di popolazione dalla quale è stato possibile ricavare informazioni molto significative rispetto all’andamento generale del contesto italiano. Parliamo di una platea di contribuenti radicata fortemente nel ceto medio popolare, a prevalenza femminile, e con redditi da lavoro dipendente concentrati nella fascia tra i 10mila e i 50mila euro annui. Forte anche la presenza di pensionati over 65 a fronte di un’esigua presenza giovanile.

Il dato principale messo in evidenza è certamente “l’inequivocabile calo dei redditi” riscontrato fra i contribuenti Caf Acli. Se è vero, infatti, spiegano gli analisti, che i redditi medi dichiarati sono cresciuti nominalmente (cioè da un punto di vista numerico) di circa 900 euro (+4,02%), è altrettanto vero che valutandone l’effettivo potere d’acquisto in relazione all’andamento dei prezzi si riscontra un calo medio complessivo dell’1,08%, che diventa del 3,12% considerando i soli redditi da lavoro dipendente. “L’impoverimento delle famiglie – aggiunge il documento – è confermato anche da un altro dato: il campione Caf Acli tende a consolidarsi prevalentemente verso i redditi da lavoro dipendente e assimilati (+0,2 punti) a scapito dei redditi da fabbricarti e degli altri redditi (– 0 ,1 punti)”. Più nel dettaglio vanno poi considerate le forti disuguaglianze interne, primo su tutti il “gender gap” che vede le donne guadagnare mediamente 10mila euro all’anno in meno rispetto agli uomini. Lo stesso ritardo si riscontra poi nelle coppie monoreddito femminili - dove le uniche entrate sono quelle della donna - rispetto a quelle monoreddito maschili; idem infine per le coppie bi-reddito, dove il reddito femminile rappresenta quasi sempre l’anello debole del bilancio familiare.
Diseguaglianze come queste, ha commentato Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli, dovrebbero essere il vero movente di una riforma fiscale che operi per la riduzione della forbice tra i redditi alti e i redditi bassi: “Il fisco non dovrebbe essere un veicolo di propaganda elettorale, ma una leva incentivante che attenui i fattori diseconomici della società. Dibattiti come quelli sull’Imu e sull’Iva non giovano a nessuno, mentre una proposta per noi irrinunciabile è che le famiglie tornino a disporre di una maggiore  liquidità per i loro consumi ritrovando nel frattempo quella certezza e quella tranquillità che hanno via via smarrito”. Il cambiamento, insomma, non dovrebbe agire soltanto sul piano quantitativo, ma anche mentale. In questo senso, ha concluso Bottalico, un menù di proposte da prendere in considerazione potrebbe racchiudere ad esempio la scissione, ai fini dell’Irpef, della tassazione sui fabbricati rispetto all’ammontare del reddito imponibile, o anche il rafforzamento delle detrazioni applicate ai beni di largo consumo.
E proprio sul funzionamento delle detrazioni si concentra un capitolo importante della ricerca. Ad emergere, fa notareGian Paolo Barbetta (anch’egli dell’Università Cattolica Milano), è un duplice problema di distribuzione delle richieste per determinati sconti d’imposta, e di equità del sistema fiscale nel garantire la possibilità di goderne appieno. Il rapporto conferma infatti che nonostante il numero molto elevato di oneri detraibili, quelli che finiscono più di frequente nelle dichiarazioni dei contribuenti sono in realtà molto pochi, vale a dire le spese sanitarie, le assicurazioni sulla vita, i mutui ipotecari e le spese d’istruzione. Oltretutto, scrivono le Acli, mentre “per molte detrazioni si osserva un aumento della quota di contribuenti che le richiedono” al tempo stesso “vi è un aumento parallelo dell’importo detraibile in relazione al crescere del reddito”; cioè a dire che i più ricchi possono detrarre cifre più alte rispetto ai più poveri, aspetto, questo, in palese contraddizione rispetto al principio “assistenziale” che vorrebbe avere il meccanismo delle riduzioni fiscali. Vi è poi la questione dei cosiddetti incapienti, vale a dire quei soggetti che presentano oneri detraibili superiori all’imposta lorda e che dunque, pur non pagando l’Irpef (la detrazione abbatte l’imposta), non possono comunque godere appieno della detrazione. Per aggirare il problema la ricerca Acli propone l’introduzione di una “Negative Income Tax” che restituirebbe, sotto forma di trasferimento monetario, il 50% della differenza negativa tra imposta lorda e oneri detraibili. Tanto per fare un esempio: ipotizzando un’imposta di 500 euro e oneri detraibili per 700 euro, il soggetto incapiente avrebbe dunque diritto a un rimborso di 100 euro.
Altra questione affrontata dall’indagine è l’analisi del comparto immobiliare, fortemente segnato dalla novità dell’Imu. La nuova imposta, rispetto all’Ici, ha infatti comportato un aggravio per tutte le classi di reddito sia in relazione alle prime che alle seconde case. C’è però una differenza sostanziale, e cioè che l’incremento provocato sulle abitazioni principali non si è verificato per ogni singolo contribuente all’interno di una certa classe di reddito, mentre ha interessato tutti i contribuenti, in particolare quelli con redditi più elevati, in relazione ai prelievi sulle seconde case. Ma il dato interessante è un altro: “nelle dichiarazioni Caf Acli il 74,3% dei contribuenti risulta proprietario di almeno una quota di immobili, mentre i contribuenti che hanno titolo di proprietà su più di un immobile sono circa il 40%”. Ora, considerando che il campione in esame viaggia su una fascia di reddito medio-bassa (dicevamo tra i 10 e i 50mila euro all’anno), salta comunque all’occhio “l’esistenza di una quota significativa di contribuenti poveri di reddito, ma con più di un immobile di proprietà. Per esempio, nella fascia di reddito compresa fra i 15 e i 20mila euro, un terzo dei contribuenti è proprietario di almeno una quota di immobile ulteriore rispetto alla prima casa”, ragion per cui un altro degli aspetti su cui la ricerca invita a riflettere è la necessità di trovare nuovi criteri per definire il concetto di “ricchezza” e di “povertà” delle famiglie, visto che anche una povertà reddituale può essere comunque affiancata dalla certezza di una proprietà immobiliare.
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