mercoledì, luglio 16, 2008

Arriva il federalismo, prepariamoci al dialogo

Scritto da Mariano D'Antonio da il Corriere del Mezzogiorno.

Caro direttore,
i due maggiori partiti che si fronteggiano in Campania, il Popolo della libertà (Pdl) e il Partito democratico (Pd), propongono di radicarsi sul territorio, intenzione apprezzabile specie agli occhi di tanti cittadini che, compreso il sottoscritto, non militano nell'uno o nell'altro. Se ben capisco, il radicamento di un partito vuol dire che esso si apre all'ascolto e alla partecipazione degli iscritti e degli elettori. Osservo che il radicamento riuscirà meglio se i partiti avranno programmi precisi da sottoporre ai cittadini quando li interpellano.
In Campania i programmi si costruiscono facendo i conti con una dura realtà, a tutti nota: ampie fasce di popolazione che vivono ai limiti della sussistenza, lavoro precario e attività sommerse, piccole imprese in affanno e poche punte d'eccellenza produttiva come il settore dei trasporti, che non possono trascinare il resto dell'economia regionale.
Sarà necessario che i politici abbandonino le accuse reciproche di aver contribuito a questo stato di cose nonché la tentazione di fughe in avanti nel promettere ai cittadini la luna nel pozzo, la soluzione rapida e indolore dei problemi presenti. Occorrerà che le migliori energie che si trovano sia nell'area politica del centrodestra sia nell'area del centrosinistra, esprimano uno sforzo di progettazione e di soluzioni realistiche e su questo sforzo chiamino a collaborare quanti tra i cittadini oggi guardano con distacco, disincanto, spesso con disprezzo le istituzioni rappresentative e chi vuole governarle. È tempo di scegliere, di dire dei sì ma pure dei no.
Qual è la specializzazione produttiva a cui miriamo in Campania? Privilegiamo un sistema di piccole e medie imprese da rafforzare ed estendere nelle produzioni tradizionali oppure concentriamo gli sforzi sulle imprese cosiddette innovative? Se l'innovazione è l'obiettivo prevalente, pensiamo davvero che bastino gli investimenti pubblici nella ricerca? Gli studiosi quando assumono responsabilità politiche, oppure di gestione amministrativa, talvolta sono poco propensi a far quadrare i bilanci, a considerare le connessioni con il mondo esterno alla ricerca, rischiano insomma di coltivare esclusivamente i loro interessi alla produzione di conoscenza. È un pericolo da evitare.
La riflessione sulla vocazione produttiva del territorio campano spesso s'intreccia con la contrapposizione tra industria e servizi, che, a mio avviso, è un falso problema. È indubbio che in Campania sia necessario salvaguardare le attività industriali ben sapendo che, anche nel caso di quelle a più alta intensità di lavoro come le costruzioni, l'espansione dell'industria non genera sufficiente occupazione mentre i servizi possono dare più lavoro. Non è poi fatale che i servizi si concentrino nei comparti consueti come il commercio, gli alberghi, i ristoranti. Nel resto d'Italia sono cresciuti altri servizi alle persone e alle imprese, servizi aperti alla competizione, che da noi sono carenti in numero e in qualità.
D'altra parte la scorciatoia del pubblico impiego, nella sanità e negli uffici degli enti locali, non può essere più imboccata com'è accaduto in passato. L'esperienza dice che, a causa di vincoli di bilancio e per la bassa produttività che caratterizza il settore pubblico, sarebbe folle prevedere o promettere migliaia di posti di lavoro negli enti locali.
Ciò richiama un problema più ampio, la politica di sviluppo, il rapporto tra politica e mercato. Gli imprenditori lamentano, a ragione, che mancano sicurezza, tutela dell'ordine pubblico, incertezza nel rispetto dei contratti anche per la lentezza dei procedimenti giudiziari, mancano buone infrastrutture e quando se ne costruiscono spesso decadono per assenza di un'efficace manutenzione. Difettano insomma i beni pubblici fondamentali senza i quali è difficile per gli imprenditori progettare il futuro, investire, assumere manodopera, espandere la produzione. Alcuni tra gli imprenditori mancando questi fattori ripiegano sulla richiesta d'incentivi monetari alle imprese per ridurre i costi dovuti ad un territorio ostile. Gli incentivi sono però accessibili solo a pochi operatori capaci di seguire procedure tortuose e di esercitare pressioni sui politici. Quei pochi imprenditori che ottengono gli incentivi, spesso se ne servono per far quadrare i conti piuttosto che per finanziare nuovi investimenti. Si formano così rendite di posizione e si allenta la pressione della parte più operosa della popolazione per ottenere miglioramenti nei servizi pubblici.
Per fortuna i nuovi fondi europei disponibili per la Campania fino al 2013 sono orientati ad accrescere almeno in parte i servizi carenti, puntando ad un'efficace istruzione piuttosto che a fantomatici corsi di formazione professionale, al sostegno dell'infanzia, alla cura domiciliare degli anziani, a migliorare l'ambiente e l'offerta di risorse idriche. Sicurezza, ordine pubblico, rafforzamento degli apparati giudiziari sono tuttavia di prevalente competenza dei ministeri, con i quali le autorità locali sono chiamate a collaborare ma soprattutto ad esercitare azioni di stimolo affinché si completi la dotazione di risorse di cui il territorio regionale in questi settori ancora largamente difetta. Sarebbe, infatti, paradossale e contraddittorio se Regione e Comuni fossero lasciati soli a costruire con l'impiego dei fondi europei una buona rete di servizi collettivi mentre persistono tra la popolazione fenomeni di sregolatezza, di violazione delle leggi, di diffusa criminalità.
Le amministrazioni pubbliche redistribuiscono ricchezza che non sempre va a beneficio di chi ne ha bisogno. Così facendo il settore pubblico, se non sarà sottoposto ad energici interventi di riforma, contribuirà a mantenere l'economia e la società in una condizione stagnante. Il vecchio circuito, stabilitosi per decenni tra settore pubblico ed economia di mercato, tra politica e società, per stare in piedi dovrebbe essere continuamente alimentato con risorse esterne, generate altrove, trasferite dal bilancio dello Stato o dagli aiuti europei. In prospettiva tuttavia l'afflusso di queste risorse si ridurrà vuoi perché il Nord d'Italia non è più disposto a finanziare massicciamente la spesa pubblica nel Mezzogiorno, vuoi perché la Campania tra cinque anni uscirà dal gruppo delle regioni destinatarie dei fondi europei.
Possiamo ignorare questi vincoli esterni oppure possiamo provare ad allentarli. Dopo tutto, sento dire, in Campania vivono quasi 6 milioni di persone e in tutto il Mezzogiorno all'incirca 21 milioni, che rappresentano il 35% della popolazione italiana. Chiunque governi a Roma, si dice, non potrà trascurare questi elettori né ridurli alla miseria con politiche di bilancio capestro.
Altri s'illudono che il Sud rappresenti ancora un tassello importante nelle strategie delle imprese del Centro- Nord, favoleggiano di un Mezzogiorno ponte necessario tra l'Europa e il Mediterraneo e trascurano così il fatto che in Italia in questi anni si sono formati nelle altre regioni alcuni sottosistemi economici alquanto indipendenti, che giocano liberamente nell'arena dei mercati globali proiettandosi nell'Europa centrale e orientale e quando si affacciano nell'area mediterranea saltano le nostre regioni meridionali oppure al più se ne servono come punti di transito delle merci.
Se vogliamo uscire dai sogni, dobbiamo provare a fare di necessità virtù. Dobbiamo considerare il federalismo fiscale non come una punizione che gli egoisti del Nord vogliono infliggerci ma come un'occasione per mettere ordine in casa nostra. Dobbiamo utilizzare bene le risorse europee che ci rimangono da spendere. Possiamo spenderle, come ora cerchiamo di fare in Campania, concentrandoci su pochi, significativi progetti piuttosto che disperderle in tanti microprogetti. Possiamo graduare i progetti a seconda dei servizi che renderanno ai cittadini. Possiamo stabilire un prima e un dopo nella realizzazione delle opere.
Si tratta di un'operazione difficile ma non impossibile, da sottoporre al vaglio dell'opinione pubblica, alla richiesta che viene dai cittadini di giustificare i progetti scelti e di valutarne realisticamente i risultati.
* Assessore al Bilancio della Regione Campania

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