martedì, giugno 29, 2010

Napoli: Università, Massimo Marrelli è il nuovo rettore


Eletto nella prima tornata elettorale succede a Guido Trombetti. Marrelli è ordinario di Scienze delle finanze alla facoltà di Economia e lascia la presidenza del polo delle Scienze umane e sociali dell'ateneo


Massimo Marrelli è il nuovo rettore dell'Università Federico II di Napoli.
Marrelli, che succede a Guido Trombetti, rettore dal 2001 ad oggi, è stato eletto nella prima tornata elettorale. Gli altri due candidati in corsa erano Vincenzo Pavone, ordinario di Chimica generale alla facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali e Paolo Masi, preside della facoltà di Agraria.
Hanno votato 1804 persone sui 2256 aventi diritto: a Marrelli sono andati 1150 voti; a Pavone sono andati 300 voti; a Masi 230; 81 le schede nulle, e 43 quelle consegnate in bianco.


Marrelli, 66 anni, professore ordinario di Scienza delle Finanze alla facoltà di Economia dell'ateneo, già preside della stessa facoltà di Economia, per ricoprire la nuova carica lascia la presidenza del polo delle Scienze Umane e Sociali dell'ateneo.

Laureato in Giurisprudenza all'Università la Sapienza di Roma nel 1969, è professore ordinario dal 1979 e dal 1980 insegna alla Facoltà di Economia della Federico II.
Ha già rivestito le cariche di Direttore di Dipartimento di Teoria e Storia dell'Economia Pubblica dal 1989 al 1992, di Preside della Facoltà di Economia dal 1999 al 2005, di Presidente del Polo delle Scienze Umane dal 2006 ad oggi. Dal 2000 è presidente della Società Italiana di Economia Pubblica.

ACLI Risorsa Mezzogiorno: le eccellenze del sud. Incontro al mare di Vasto e Casalbordino



domenica, giugno 27, 2010

Nel Paese dei falsi invalidi salviamo i veri Patronati.



Oggi sono apparsi su diversi quotidiani articoli che riguardano una grande truffa nei confronti dell’Inps che vede coinvolti alcuni professionisti, un patronato ed un caf.
Non è il primo caso: dopo i falsi ciechi, le finte disoccupazioni, gli arretrati sulle invalidità c’è una continuità nelle truffe al residuo sistema di welfare.
Bisogna insistere per ripulire dai faccendieri il mondo delle pratiche sociali per almeno due motivi: in tempi di crisi far immaginare che siano tutte truffe i sussidi ai disabili e ai disoccupati significare giustificare pericolosamente tagli e strette finanziarie in un paese e in una città che di quel poco di assicurazione sociale ha legittima attesa; in secondo luogo non bisogna fare di un’erba un fascio lasciando credere che i Patronati e i Caf siano in realtà associazioni a delinquere organizzate per truffare gli enti previdenziali e lo Stato.
Tutto ciò mentre è in atto un attacco ai danni dei Patronati e delle Associazioni che svolgono il proprio ruolo nei confronti dei cittadini, immigrati, lavoratori e pensionati per rendere esigibili i loro diritti. I Patronati hanno una lunga e gloriosa storia di solidarietà e di presenza territoriale. I nostri promotori sociali lavorano con serietà e competenza e senza il contributo di questi Enti nati grazie alle conquiste sociali dei lavoratori molti diritti pur previsti legislativamente non sarebbero stati mai garantiti.
I personaggi senza scrupoli che si aggirano nella città e nei territori martoriati del Mezzogiorno contribuiscono ad affossare le ultime garanzie sociali. Bisogna fare pulizia presto e bene. I Patronati come quello delle ACLI e di tante grandi organizzazioni svolgono correttamente il loro compito con serietà, professionalità e spirito di dedizione in una realtà in cui l’abusivismo e la mancanza di regole e di affidabilità la fanno da padrone. Restare al lavoro in questa realtà diventa veramente difficile perchè mentre alcuni rispettano tutte le norme con elevati costi: sedi adeguate alle misure di sicurezza, tutela della privacy, gratuità delle prestazioni convenzionate, regolari assunzioni del personale e periodica formazione la concorrenza sleale dei faccendieri senza scrupoli crea pure un’immagine distorta dei Patronati riconosciuti da migliaia di lavoratori ed anche dalla nostra Costituzione Repubblicana.

sabato, giugno 26, 2010

TERREMOTO: ACLI, SOSTENIAMO PROTESTA DEGLI AQUILANI



(ASCA) - Roma, 24 giu - Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani sostengono la protesta dei cittadini aquilani e dei loro amministratori che in queste ora stanno manifestando a Roma per denunciare ''la reale situazione di desolazione'' del capoluogo abruzzese rispetto alla ''diffusa disinformazione circa una sostanziale soluzione di tutti i problemi''.

Con un ordine del giorno del proprio consiglio nazionale, le Acli esprimono ''solidarieta' e vicinanza'' alle popolazioni colpite dal terremoto e richiamano alle loro responsabilita' il governo e le forze politiche. Sono infatti ancora 50.000 - ricordano le Acli - le persone assistite dalla protezione civile e impossibilitate a tornare nelle proprie case. Il centro storico ''impressiona per il silenzio spettrale e la totale assenza di vita''. L'economia e' ''totalmente falcidiata'' con oltre 16.000 cassintegrati, esercizi commerciali fermi al palo, imprese edili in attese di essere saldate per il lavoro effettuato in questi mesi.

Le Acli chiedono dunque che ''il governo e le forze politiche onorino le promesse assunte un anno fa'', a partire dall'erogazione dei finanziamenti utili a permettere i ritorno degli aquilani nelle loro case. Che si favorisca la ricostruzione del tessuto urbano, economico e sociale consentendo la creazione di luoghi di aggregazione, ''oggi totalmente assenti''. Che, infine, come per altri analoghi tragici eventi, ''la restituzione degli oneri fiscali sia dilazionata e differita nel tempo'' al fine di far procedere la gia' lenta e faticosa ripresa economia e occupazionale.

Dal canto suo, l'associazione rinnova il proprio impegno nel concretizzare il progetto ''Casa Acli'' per l'Aquila volto a riconnettere il tessuto sociale e ricostruire i tanti circoli distrutti dal sisma.

venerdì, giugno 25, 2010

QUEI NUOVI ITALIANI SENZA CITTADINANZA

http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=180


L`Agenda per crescere: includere le nuove presenze

QUEI NUOVI ITALIANI
SENZA CITTADINANZA
L’immigrazione è una risorsa (da gestire con cura, perché le persone sono più preziose ma anche più delicate dei diamanti e del petrolio). Lo si è detto spesso, malgrado la “cattiva stampa” che spesso, per ragioni di bottega politica, colpisce gli stranieri che vivono nel nostro Paese. Ma forse non si è ancora abbastanza riflettuto sul contributo demografico che gli immigrati danno alla crescita dell’Italia e sulle sue importanti conseguenze. Se ne avvede invece, traendone le opportune valutazioni, il Documento preparatorio per la 46ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che ai figli dei nostri immigrati dedica il titolo “includere le nuove presenze”.
I bambini ed i ragazzi stranieri regolarmente soggiornanti in Italia erano, al dicembre 2009, circa 900mila. Tra questi, 520 mila erano quelli nati nel nostro Paese. Li conosciamo già molto bene, perché li vediamo assieme ai nostri figli e molti di loro frequentano le nostre parrocchie ed oratori, provenendo in maggioranza da famiglie di fede cristiana.
Tutti loro, comunque, condividono con i bambini e i ragazzi italiani della loro stessa età gli impegni, i desideri, i problemi, i sogni, le mode e le angosce di una cittadinanza in formazione, affidata per la sua piena riuscita agli adulti di oggi. Questi ragazzi parlano l’italiano meglio della lingua del paese di origine, che in molti casi nemmeno conoscono. La loro inflessione dialettale è veneta in Veneto e siciliana in Sicilia.
L’Italia è dunque l’unico Paese nel quale questi ragazzi possano davvero identificarsi, a condizione che non ne siano tenuti ai margini; ed è comunque un Paese dal quale non andranno via né per scelta né per obbligo. Perciò sarebbe bene non trattarli solo come ospiti. Essi rappresentano infatti una grande possibilità di sviluppo per il nostro Paese, ma potrebbero anche costituire un problema se il sentimento di appartenenza alla società italiana non verrà assecondato, sostenuto e radicato in loro con opportune strategie.
Ecco perché l’attuale legge sulla cittadinanza, almeno riguardo ai bambini che nascono o comunque crescono in Italia, andrebbe cambiata. Così com’è, infatti, essa costituisce una vera bomba ad orologeria che potrebbe scoppiare, con grave danno per tutti, col crescere delle seconde e terze generazioni di stranieri/italiani.
Oggi l’unica significativa disposizione che riguarda le “seconde generazioni” è quella che consente loro, se nati in Italia, di chiedere la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno, ma non più tardi del diciannovesimo compleanno, purché dimostrino il possesso continuativo sia del permesso di soggiorno che della residenza anagrafica dalla nascita sino al momento dell’acquisizione della cittadinanza italiana.
È questa una norma che funziona poco e male. Le poche proiezioni disponibili ci dicono infatti che su 100 ragazzi nati in Italia e qui ancora residenti al compimento dei diciotto anni sono ben 42 quelli che rimarranno stranieri anche dopo la maggiore età e nonostante l’intera vita trascorsa in Italia; o perché non hanno, tutta intatta, la continuità di residenza anagrafica e di soggiorno per tutti e 18 gli anni, oppure perché i loro genitori non erano ancora regolarmente soggiornanti al momento della nascita.
È un dato preoccupante, perché significa, ad esempio, che solo nel 2009 vi sono stati circa 19mila diciottenni stranieri nati e vissuti in Italia che sono rimasti stranieri. Se poi proiettiamo i dati del 2009 sino al 2014, avremo almeno 200mila tra i 18 ed i 30 anni di nati e residenti nel Paese che non saranno italiani. Se infine vi aggiungessimo i loro coetanei nati all’estero ma vissuti in Italia da quando ancora non avevano compiuto 6 anni, ne otterremmo forse una città di 450mila stranieri/italiani (o pochi di meno, se i meccanismi di naturalizzazione per residenza dovessero funzionare meglio del solito).
Un grande fenomeno di “decrescita di cittadinanza” ci attende dunque nel prossimo futuro ed è esattamente il contrario di ciò di cui avremmo bisogno. Per questa ragione un appello per una nuova legge nell’interesse del Paese è stato lanciato da Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, A.C.L.I., Comunità di Sant’Egidio, Fondazione Centro Astalli, e Comunità Papa Giovanni XXIII. Chi vuole sottoscriverlo – visto che, tra l’altro, proprio in questi giorni il Parlamento tornerà a discutere di cittadinanza - può farlo anche telematicamente su www.santegidio.org

Paolo Morozzo della Rocca

Paolo Morozzo della Rocca
Ordinario di Diritto Privato,
Università di Urbino
Comunità di Sant`Egidio

IL BOSCO E LA DUNA - Eco-giornate nella foresta regionale di Cuma



Ecco i nuovi appuntamenti del fine settimana nella foresta regionale di Cuma che gli amici del Bosco e la Duna stanno attendendo con trepidazione: si tratta, infatti di due eventi che hanno riscosso nei precedenti incontri, grande apprezzamento da parte dei partecipanti.

Vediamo allora di che si tratta

Domenica 27 GIUGNO

ore 10,00 - SHIATSU DI GRUPPO

La mente, il corpo e la natura. La pratica dello shiatsu favorisce il benessere psicofisico, il verde circostante aiuta a rilassarsi, la condivisione con il gruppo stimola l’interazione personale.

Esercizi shiatsu di gruppo all’interno della foresta regalano preziosi momenti di distensione: un’esperienza irrinunciabile.

Organizzazione: ACHERUSIA PALUS Associazione Culturale - Lido Fusaro

Info: Tel. 081 7416175 - Cell. 333 8653570 Necessaria la prenotazione.

ore 19,30 - “READING NEL VERDE” - serata letteraria

Condividere il piacere della lettura: un testo letto per la prima volta, un brano o una poesia da leggere gustandone aspetti non apprezzati prima. Ossigeno per la mente, ossigeno per il corpo: un'esperienza da ricordare riportando con sé il libro di un amico.

Ci si incontra alle 19.30 nella foresta regionale dell'Area flegrea e del Monte di Cuma, presso la stazione. Si raccomanda di portare con se una lanterna o una piccola torcia e uno stuoino. Dopo una breve presentazione della serata, ci divideremo in gruppi da 12-15 persone per incamminarci nella lecceta o nella duna. Nel suggestivo ambiente naturale, circondati dalle lucciole e alla luce di qualche lanterna, ognuno potrà leggere e commentare un brano di un libro.

Le attività saranno curate dalla Regione Campania in collaborazione con ACHERUSIA PALUS Associazione Culturale - Lido Fusaro

Info e prenotazione: dott. Carmine Baselice Tel. 081 796.76.07 - Cell. 335.755.22.37.



E’ possibile tutte le mattine raggiungere la Foresta (stazione di Cuma) con i treni SEPSA della linea Circumflegrea; la domenica i treni fermano per l’intera giornata e chi vuole trattenersi può quindi farlo rientrando anche il pomeriggio comodamente con il treno. I viaggiatori avranno cura di acquistare nelle stazioni di partenza anche il biglietto di ritorno. info:3357552237

Chi vorrà segnalare aspetti positivi o negativi, contribuire con idee, consigli, indicazioni, incoraggiamenti, improperi potranno farlo scrivendo a:c.baselice@maildip.regione.campania.it

Risorsa Mezzogiorno: Il ruolo della stampa, il caso campania




lunedì, giugno 21, 2010

Un Circo nell'Anima


TEATROSTUDIO RAGAZZI
Scuola di Teatro Della Città di Benevento
presenta
Un Circo nell'Anima
testo e regia di Paola Fetto ed Emilia Tartaglia Polcini

Manifesto_teatrostudio_ragazzi_2010

Ufficio stampa Lella Preziosi Organizzazione Michelangelo Fetto, Tonino Intorcia, Tecla Iervoglini Segreteria Vera Di Dio
Foto Vincenzo Fucci
Video Antonio Messina
TRA LE TRAME DEL TESTO “UN CIRCO DELL’ANIMA

Quante volte con il naso all’insù abbiamo guardato gli acrobati volteggiare nell’aria, tra gli effluvi dolci dello zucchero filato, l’odore invitante delle noccioline misto a quello meno piacevole degli escrementi degli animali. La magia del circo ci ha rapiti e ancora oggi ne conserviamo vivo il ricordo.
Un mondo meraviglioso fatto di volti, di storie allegre e tristi, di successi e di sconfitte …
L’idea di rivivere da protagonisti l’avventura circense ha preso forma. E così è nato il testo “Un circo nell’anima”, un copione misto, ricco di immagini, rievocazioni, mimo, improvvisazione fatto a misura dei suoi personaggi. Un lavoro scritto a più mani insieme ai nostri piccoli attori per ricreare l’ambiente, provare le emozioni e arrivare a vedere solo con gli occhi dell’immaginazione. La musica dal vivo anche questa volta fa da padrona e ricama la trama. Anche il pubblico diviene protagonista perché “il circo è la vita, è passione. Quando vivi in un circo giri il mondo, conosci tanta gente, fai sognare grandi e piccoli in tutto il pianeta … Sotto i riflettori tutto è possibile, il viaggio incomincia e tu sei un eroe imbattibile e nessuno può fermarti! Protagonisti di questo viaggio entusiasmante saranno :
Anna Chiara Benedetto - Massimiliano Caruso - Fabiola Castelluzzo - Gianmarco Castiello - Francesca De Soricellis - Niccolò Delli Veneri - Fabrizia Festa - Francesco Grasso - Gabriella Grasso - Marco Orlando - Silvia Marsullo - Matteo Marsullo - Pierpaolo Minicozzi Vittoria Pacchiano - Gerardo Palatella - Simona Paoletti - Eugenia Rapuano -Domenico Sparaco - Enrico Torzillo - Martina Tremigliozzi - Libera Truppi - Matteo Tufo - Sara Varricchio che saranno accompagnati da Enzo Fallarino alle tastiere, Giuseppe Niccolò Imperlino alla chitarra elettrica e Matteo Nobile alla batteria.

Erri De Luca, scrittore: il rapporto tra Sepe e Napoli


«Sepe fa a Napoli quello che il vento secco e buono del nord fa con la roccia, migliora le sue aderenze, espugna cittadini inespugnabili».
«Penso che questa storia non comprometta il rapporto tra Sepe e Napoli. Davvero lui ha aperto orecchie, occhi, ha esercitato un'aderenza fisica di quelle da polpastrello su roccia, e proprio a Napoli, città scivolosa. Quest´opera è frutto del suo lavoro, di un talento e di una volontà».

Lettera alla diocesi del Cardinale Sepe. "Dico questo per amore della verità"

Cari fratelli e sorelle,
è a voi della mia amata Chiesa di Napoli che sento di dovermi rivolgere, perché un pastore deve rendere conto, in ogni momento, delle speranza che deve sorreggere la comunità a lui affidata. Fondamento di ogni speranza è la verità. Ora il pastore della vostra Chiesa si trova a essere interpellato, come ampiamente riportato in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sul fronte di una vicenda giudiziaria, che nella sua essenza, per la fiducia che si deve alla giustizia e per il rispetto al valore della legalità, impone procedure e chiarimenti per i quali mi sto attivando nelle sedi opportune.
Ma prima di consegnarla, nei modi dovuti, nelle mani della giustizia, vorrei che questa verità passasse da una verifica ancora più impegnativa che riguarda il rapporto, anzi il legame, del vescovo con la sua gente. Voi avete il diritto di chiedere e di sapere; a me resta il dovere di esaudire le vostre richieste.
Tre sono gli addebiti che mi vengono fatti, per la responsabilità che ho avuto in quanto Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, e riguardano la gestione del patrimonio immobiliare che ho cercato di inventariare, recuperare e valorizzare per rispetto a quanti nel tempo ne sono stati i donatori e per tutelare le finalità, rappresentate dal sostegno alle attività missionarie nei Paesi più poveri e dimenticati della terra.
Il primo caso riguarda la concessione in uso di un alloggio al dott. Guido Bertolaso, la cui esigenza mi venne rappresentata dal dott. Francesco Silvano. In prima istanza, gli feci avere ospitalità presso il Seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso dott. Silvano di trovare altra soluzione, della quale non mi sono più occupato, né sono venuto a conoscenza, sia in ordine alla ubicazione e sia in ordine alle intese e alle modalità.
Altro coinvolgimento concerne la vendita all’on. Lunardi di un palazzetto in via dei Prefetti. Ebbene, si trattava di un immobile che presentava, in maniera evidente e seria, segni di vecchiaia e di precarietà, rappresentati più volte anche dagli stessi inquilini. Fu disposto un sopralluogo ricognitivo eseguito dai tecnici della Congregazione, i quali fecero anche una valutazione dei lavori necessari, preventivando anche la spesa che fu ritenuta troppo onerosa per le casse della Congregazione, per cui venne presa in considerazione l’opportunità della vendita. Gli stessi tecnici ne stimarono il valore, tenendo conto, evidentemente, delle condizioni dello stabile e del fatto che era occupato da inquilini il che, di per sé, comportava una sensibile decurtazione, come è noto. Fu detto che l’on. Lunardi aveva espresso il proprio interesse all’acquisto e fu avviata una trattativa che si concluse sulla base della valutazione fatta e di quella che si aggiunse attraverso il coinvolgimento di un istituto di credito, per la concessione di un mutuo. La somma, incassata peraltro immediatamente, fu quella riportata dalla stampa e che venne trasferita all’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), perché fosse destinata a tutta l’attività missionaria nel mondo.
La terza questione interessa i lavori di messa in sicurezza statica di un lato del Palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna a Roma, che aveva subito una modificazione strutturale, nel senso che era stato registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana. Fu accertata la competenza dello Stato Italiano e furono eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione, con onere parzialmente a carico della pubblica amministrazione.
In tutta questa attività e rispetto ai casi sopra indicati, come pure in altre situazioni precedenti o successive, mi sono sempre avvalso della consulenza specifica di tre persone che avevano titoli ed esperienza per assicurarmi, in ragione della loro attività professionale, un qualificato contributo di pensiero e di soluzione: il dott. De Lise, magistrato; il dott. Balducci, all’epoca Provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio; il dott. Silvano, amministratore dell’Ospedale Bambin Gesù, mio collaboratore già durante il Giubileo.
Tutto ho fatto, comunque, nella massima trasparenza, avendo i bilanci puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato, la quale, con una lettera, inviatami a conclusione del mio mandato di Prefetto, volle finanche esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa.
Dico questo per amore della verità, nella consapevolezza di avere sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa.
Questi i fatti, come li ricordo. Ma neppure una vicenda giudiziaria può giustificare una così fredda elencazione di eventi, senza mettere in campo una serie di altri elementi essenziali, primo fra tutti, il percorso di una vita sacerdotale, nel quale la Croce non è mai un intoppo ma il segno della appartenenza a Cristo.
Accolgo così, in tutta umiltà, la prova che oggi mi tocca; ma accanto ad essa avverto anche la forza di una serenità che non può nascere a caso, maturata via via attraverso i diversi passaggi che da sacerdote, nel servizio diplomatico alla Santa Sede, prima in Brasile poi come assessore in Segreteria di Stato, mi hanno condotto all’ordinazione episcopale, con la nomina a segretario della Congregazione per il Clero. Ho poi vissuto l’esaltante esperienza del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, uno straordinario evento ecclesiale, nella scia aperta dal Concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II lo volle come un evento profetico, passaggio tra due millenni, annuncio del Vangelo nel cambiamento del mondo. L’esperienza della gioia vissuta in quel grande evento l’ho portata nel mio servizio a Propaganda Fide, nei tanti viaggi internazionali, nei continui contatti con i Vescovi, nell’accoglienza di chiunque avesse avuto bisogno di incoraggiamento e di aiuto nel ministero missionario. Infine la chiamata a Napoli, la terra che il Signore aveva scelto per il mio ministero pastorale di Padre. Il Santo Padre Benedetto XVI mi disse che, da più parti, si indicava il mio nome per Napoli e mi chiedeva che ne pensassi. Chiesi un po’ di tempo per riflettere e poi diedi la mia risposta: “Santità, il mio cuore già batte per Napoli! Vorrei, Santo Padre, che gli ultimi anni della mia vita fossero al servizio della Chiesa nell’azione pastorale, tra la gente! Il Papa mi ricordò che avrei potuto svolgerlo ancora nella curia romana, ma io ero felice di aver scelto di ubbidire allo Spirito che mi inviava in questa nostra amata terra. Felice resto di quello che con voi, sacerdoti e fedeli, ogni giorno riesco a vivere in obbedienza alla verità di Cristo, al servizio degli ultimi, nel proclamare la giustizia. Ma non posso dimenticare che questo viaggio, brevemente ripercorso, nasce dall’esempio di mio padre e mia madre, gente di sudore e di terra che conosce il patire e la parola data , che mi hanno insegnato l’onore e il coraggio della verità. Se a loro debbo tanto, innanzitutto la vita, a loro debbo consegnare la fedeltà a quella verità che oggi, senza paura, professo e testimonio.
Perciò, carissimi, vado avanti con serenità, accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi.
Guardo, con rinnovata fiducia a Cristo che servo, senza risparmiarmi, nella sua santa Chiesa, sempre perseguitata.
La verità vincerà!
Sono convinto che da questa inattesa prova usciremo tutti più forti, per continuare a compiere insieme la missione che Cristo ci ha affidato!
Chiedo a tutti di sostenermi con la preghiera e, con amore di Padre, vi benedico!
‘A Maronna c’accumpagna!

Il Cardinale va tra la gente, un coro di solidarietà.


di Paolo Mainiero Il Mattino

Da Stefano Caldoro a Rosa Russo Iervolino, le maggiori istituzioni esprimono solidarietà al cardinale Sepe. Il presidente della Regione manifesta all’arcivescovo di Napoli «stima immutata». «Il prosieguo dell’inchiesta, siamo certi, dimostrerà - dice Caldoro - la correttezza del comportamento del cardinale. Tutti i napoletani gli sono riconoscenti per l’azione meritoria che svolge ogni giorno». A Sepe va «l’affettuosa solidarietà» del sindaco di Napoli. «Nel pieno rispetto della magistratura - è il messaggio della Iervolino - sono sicura che il cardinale chiarirà le circostanze che sono in discussione e proseguirà serenamente la sua missione pastorale tanto cara al popolo di Napoli». Solidarietà al cardinale Sepe anche dal Pdl. Per il coordinatore regionale Nicola Cosentino «i sentimenti di profonda stima e di infinita ammirazione che i cittadini della Campania nutrono nei confronti del cardinale non saranno minimamente intaccati dall’iniziativa della magistratura». Vicinanza anche dal capogruppo in Regione Fulvio Martusciello: «Il cardinale è una autorità morale e tanti giovani hanno ritrovato le ragioni della speranza e della fede seguendo le sue parole». Dal Pd esprime «affettuosa vicinanza» la senatrice Teresa Armato. «Il cardinale ha rappresentato e rappresenta - commenta - una guida autorevole della chiesa napoletana e un riferimento per i poveri e per i deboli. Nel pieno rispetto del lavoro della magistratura mi auguro che si possa dimostrare la sua estraneità». Per Gianfranco Wurburger, dirigente del Pd, «è necessario stringerci tutti intorno» al cardinale. Conferma «affetto e stima» al cardinale il presidente delle Acli Pasquale Orlando che sollecita «maggiore attenzione» e «massimo rispetto» verso «una delle poche figure autorevoli della città e del Mezzogiorno». Per Don Luigi Merola, il cardinale «incarna la speranza della città» e Napoli, «alle prese con enormi problemi di invivibilità, ha più che mai bisogno di lui». Una lettera aperta a Sepe la scrive don Vitaliano Della Sala, prete di frontiera vicino ai No Global. «Spero sinceramente - scrive - che la sua posizione venga chiarita. Ma credo che questa triste vicenda vada vista come provvidenziale e sia lo stimolo per lanciare una riflessione sul giusto rapporto che deve intercorrere tra i vertici della Chiesa e quelli civili, tra i vescovi e i potenti, tra i beni terreni che la Chiesa gestisce e i poveri». Vicinanza al cardinale anche da Nino D’Angelo, che con Sepe ha più volte collaborato a iniziative sociali. «Gli voglio bene, è una persona che ispira fiducia. Quello che leggiamo - dice - scuote Napoli, è un colpo che non ci voleva. Il cardinale rappresenta l’anima migliore della città, e notizie del genere fanno male a tutta Napoli».

L’arcivescovo e l’abbraccio della città “Porto la croce, ma mi siete vicini”


(di Conchita Sannino da la Repubblica Napoli)

«Ogni croce va portata. Ogni passaggio di vita ha la sua sofferenza. Anche questa la porteremo facendo la volontà di Dio. Certo, è una bella croce». Crescenzio Sepe chiude una lunga domenica di passione con parole amare, e uno sguardo appena velato. Al mattino, qualcuno ha fatto volare colombe al suo passaggio, in una chiesa sul corso umbertino. Quando cala il buio sulla sua prima giornata da indagato, il cardinale è ancora dietro un altare. Celebra la messa solenne per i 42 anni della Comunità di Sant´Egidio, poi si consegna alla folla che lo attende dopo l´ultima benedizione e lo abbraccia, gli pronuncia parole di incoraggiamento, lo spinge al sorriso. A circondarlo, autorità e famiglie semplici, giovani e cantori, bambini disabili, qualche nonna in carrozzella, oltre al prefetto di Napoli, i vertici delle forze di polizia, qualche parlamentare.
I dubbi della sua gente, ammesso che affiorino, vengono soffocati sul fondo. Può mai essere lui, il monsignore della corruzione? Una voce, tra le altre, arriva dalle cappelle laterali: «Di tutte le sue aste di beneficenza, il nostro vescovo ha fatto sapere punto per punto dove andavano i soldi. Pure i suoi regali personali ha messo in vendita».
È qui, ora, la Gerusalemme di Sepe. Il luogo del pubblico processo. Il cardinale cita il Vangelo e sembra parlare del calvario che lo attende e dovrà attraversare. «Il clima che ci circonda oggi – sottolinea infatti durante l´omelia – è quello che produce sofferenza per rimanere fedeli a Cristo. Pensateci, la cultura dominante è quella della tracotanza, della criminalità, e poi superbia, invidia, gelosia. Dentro e fuori la Chiesa».
Un pastore che alza la testa di fronte alle accuse, gravi, che rimbalzano da Roma. E su cui la Santa Sede non avrebbe offerto subito la solidarietà e la vicinanza «che si deve ai suoi operai nella vigna». «Non ho niente da nascondere. Collaborerò al più presto con la magistratura», ribadisce Sepe, a margine delle quattro iniziative che ha guidato, nella domenica della “croce”. Già oggi potrebbe convocare una conferenza stampa. E nei prossimi giorni rispondere, sempre da Napoli, alle domande dei pubblici ministeri in trasferta da Perugia.
Ma è a sera, nel superbo chiostro di San Lorenzo Maggiore, che il cardinale tradisce un velo di stanchezza. In cima a quelle pietre che raccontano la stratificazione della città greco-romana e sono il raccordo tra la sua cultura pagana e il culto del sangue dei martiri, Sepe stavolta non si ferma a giocare con gli ospiti, né a onorare il buffet. Non una sfogliatella, neanche un bicchiere, per questa domenica. Si prende invece la stretta calorosa della gente, incassa altri applausi, mentre le religiose conducono i rosari per lui, al riparo dei chiostri. Le mani delle anziane lo accarezzano, soprattutto. È quasi carnale la difesa che Napoli mette in scena per il suo vescovo.
Come se non volesse perdere sorriso e tempra di un altro goleador, un vincente. Un cardinale che «ci ha portato il Papa a Napoli», che va a benedire e «a fare il tifo al San Paolo quando la squadra torna in serie “A”». Che si infila nelle tane del degrado, che passeggia tra i pregiudicati del Parco verde di Caivano, tra i poveri del rione Salicelle ad Afragola, l´hinterland dei nessuno. Anche il sindaco Iervolino fa arrivare a Sepe, «nel pieno rispetto del lavoro della magistratura, l´affettuosa solidarietà» e si dice sicura che il cardinale «chiarirà le circostanze che sono in discussione e proseguirà serenamente la sua missione pastorale tanto cara al popolo di Napoli». Stessa vicinanza dal governatore Stefano Caldoro. Forse, il segreto del legame tra un vescovo e la sua terra è nelle parole che Erri De Luca, scrittore, non credente, pronunciò nell´ottobre di due anni fa a Roma. «Sepe fa a Napoli quello che il vento secco e buono del nord fa con la roccia, migliora le sue aderenze, espugna cittadini inespugnabili». È ancora integra l´immagine? De Luca risponde oggi con slancio. «Penso che questa storia non comprometta il rapporto tra Sepe e Napoli. Davvero lui ha aperto orecchie, occhi, ha esercitato un´aderenza fisica di quelle da polpastrello su roccia, e proprio a Napoli, città scivolosa. Quest´opera è frutto del suo lavoro, di un talento e di una volontà».

domenica, giugno 20, 2010

Napoli fa quadrato attorno a Sepe: "A Maronna t'accumpagni, cardinà.."


I fedeli: "Paga la sua visibilità"
Ma la Curia chiede chiarezza
NAPOLI
Oggi è Napoli che consola il suo cardinale. Come sempre colorita, il "cuore" tra le mani, mette in scena addirittura la benedizione del cielo, e saluta Crescenzio Sepe con un volo di colombe. Il simbolo della pace e dello Spirito Santo esce da una scatola di cartone, mentre il presule entra in auto, inseguito dalla stampa, alla fine della prima messa celebrata dopo la notizia di un avviso di garanzia per corruzione.

L’omelia di una domenica difficilissima coincide con la prima visita pastorale a Sant’Onofrio dei Vecchi: la chiesa è gremita. Alla fine, i fedeli applaudono e fanno festa. Qualcosa è cambiato. Sfumature che saltano all’occhio, per chi conosce il piglio baldanzoso di Crescenzio Sepe: il tono è pacato, è più dimesso il cardinale. Sorride molto, però, e affronta con fiducia il bagno di folla, lungo la navata.

«La Madonna vi accompagni», ha detto all’assemblea, chiudendo la celebrazione: in italiano e non in dialetto, come ha abituato i fedeli fin dal suo arrivo a Napoli e come salutò persino papa Ratzinger nella sua visita in città. Un’anziana riprende all’uscita il motto originale: «A Maronna t’accumpagni, cardinà...». È nella mente di tutti, e qualcuno proprio lo dice: «Ne tieni bisogno...».

I napoletani rispettano comunque il vescovo. Lo spiegano: quello che può avere fatto l’uomo è «un’altra cosa».A Maronna t’accumpagni Continuano a trattarlo come un santo. «Se lo fanno papa, possiamo dire di averlo visto...», dice soddisfatta una donna ad una ragazza. Gli chiedono di benedire i malati. «Dite una parola al bambino, sta male», gli fa una signora, tirandolo dalla sua parte. Un’altra attende in sedia a rotelle, per un segno della croce sulla fronte. Gli baciano la mano. Si spingono alla pacca sulla spalla. Un giovane con la faccia sorridente gli fa l’occhiolino.

In sagrestia, subito dopo, Sepe taglia la torta. Si sparano - ogni botto fa socchiudere gli occhi pure a lui - coriandoli che restano appesi fra i capelli come a Carnevale. Il cardinale asseconda il sentimento dei fedeli, contenendo l’imbarazzo, mentre para i molti tentativi della stampa. La festa, insomma, lo difende.

Sepe è indagato per corruzione, lo sapete? «È il nostro vescovo e siamo contenti che sia qui», dice una ragazza. «Non mi fido della stampa e della magistratura - sostiene un ingegnere - le anticipazioni dei media sulle inchieste sono il vero problema. Tutto ingigantito...». «È troppo in vista, è sotto tiro. Paga la visibilità», secondo una donna anziana.

Napoli crede, fra l’altro, nelle qualità umane del suo cardinale: «Io credo che sia buono - spiega Anna - quando mi avvicino e lo tocco, lo sento. Lo vedo sincero. Si scoprirà che non ha fatto niente». «Non ci credo, sa perchè? - è la risposta di Antonio - Ho visto in tv che dà in beneficenza alla gente tutti i regali che gli fanno». L’asta natalizia, alla gente, è arrivata. Padre Emanuele, il parroco, spiega il rispetto dei fedeli dal punto di vista dottrinale: «I padri della Chiesa dicono che il vescovo è "ipse Christus". Per questo la gente è venuta stamattina, pur sapendo. Siamo educati a vedere il vescovo, non l’uomo. Il resto non ci riguarda». «Io l’aspetto la verità», ha concluso invece don Mariano Imperato, della Comunità di Sant’Egidio. È uno dei gruppi fra i più vicini a questo Pastore. Spiegano che Sepe ha rianimato la chiesa napoletana. Oggi la risposta è: «Aspettiamo, e vediamo...».

Pomigliano: tempi moderni.......

Il Cardinale Sepe alla Chiesa di Napoli


Materdomini: Relazione conclusiva del Cardinale Arcivescovo Crescenzio Sepe versione testuale

-in allegato la relazione completa

Cari fratelli e sorelle,Il lavoro serio e approfondito che avete svolto in questi giorni mi ha confermato, ancora una volta, del vostro amore, del vostro “sentire cum Ecclesia”, del vostro impegno a vivere e a testimoniare la comunione ecclesiale con sincerità e concretezza.
Siamo partiti dal Piano pastorale diocesano e ci stiamo sforzando di concretizzarlo sia a livello diocesano, sia in quello dacanale e parrocchiale. Ringrazio i due Vescovi Ausiliari che hanno presentato una relazione sulla verifica dell’anno pastorale 2009-2010 (S.E. Di Donna) e sulle prospettive aperte dai decanati anche per il prossimo futuro (S. E. Lemmo). Nelle visite fatte quest’anno ai Decanati e alle parrocchie, mi sono reso conto dell’enorme lavoro che avete svolto, spesso di nascosto, che, tuttavia, richiede ancora ulteriori sforzi e impegno. Siamo coscienti che non si può realizzare tutto e subito; ma conosciamo la meta che vogliamo raggiungere e, soprattutto, abbiamo con noi la forza e la presenza dello Spirito che, come stella polare, ci guida nel nostro cammino ecclesiale. Il nostro agire pastorale, inoltre, è pienamente inserito in quella comunione ecclesiale che fa di noi delle cellule vive, delle realtà dinamiche che hanno come unico scopo quello di trasmettere il messaggio di salvezza dell’unico Redentore e realizzare il Regno di Dio nel tempo e nello spazio nei quali il Signore ci ha posti a vivere. È il Corpo mistico di Cristo, è la Chiesa che ci genera e che ci chiama a compiere la missione affidataci.

Servi: il paese sommerso dei clandestini al lavoro, a napoli la presentazione del libro di Marco Rovelli

23/06/2010

Marco Rovelli presenta alla Fondazione Sudd il suo ultimo libro, "Servi", in cui lo scrittore toscano descrive il suo viaggio tra i clandestini al lavoro in Italia. Un viaggio che mette in luce un vissuto fatto di violenze e sopraffazioni da parte dei nuovi caporali che sfruttano la condizione di bisogno degli immigrati, la loro impossibilità di ribellarsi. Dalle campagne siciliane e del foggiano, fino ai cantieri edilizi e agli ortomercati del Nord, la fotografia di un paese che sa tristemente sfruttare senza pieta' gli immigrati.

I temi proposti dal libro saranno discussi nella sede della Fondazione Sudd (Corso Umberto 35, Napoli) il 23 giugno alle 17.30 dall'autore, insieme a Adriana Buffardi, Emiliano Di Marco, Nicola Oddati, Pasquale Orlando e Carmen Pellegrino.

Campania: Agricoltura, Caldoro nomina Amendolara consigliere all'agricoltura

Con proprio decreto, il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro ha nominato Vito Amendolara consigliere per i temi attinenti l’agricoltura.

L’incarico è a titolo gratuito. “Giovedì prossimo – sottolinea Amendolara - incontrerò i rappresentanti delle organizzazioni professionali di categoria Coldiretti, Cia, Confagricoltura e Copagri per un primo scambio utile a rilanciare il Tavolo Verde e a seguire i sindacati per affrontare nello specifico le problematiche legate al piano forestale 2010”.

mercoledì, giugno 16, 2010

POMIGLIANO: CAVALLARO (ACLI CAMPANIA), “AVERE COME OBIETTIVO LO SVILUPPO SOLIDALE”

Non piace a Eleonora Cavallaro, presidente delle Acli della Campania, quello che sta succedendo intorno allo stabilimento della Fiat di Pomigliano d’Arco. È di ieri l’accordo separato, siglato da Fiat e quattro sindacati (Fim, Uilm, Fismic e Ugl), sullo stabilimento di Pomigliano, mentre la Fiom ha confermato il suo no. Intanto oggi Cgil Campania e Napoli hanno invitato i lavoratori Fiat a votare sì all’accordo raggiunto ieri. “È una brutta storia da tutti i punti di vista – secondo Cavallaro – perché conferma l’assoluta mancanza di un quadro di riferimento certo e soprattutto di una strategia ben delineata, chiara, riguardo allo sviluppo del Mezzogiorno e del Paese. Non è una questione che tocca solo Pomigliano o la Campania, ma l’intero Paese”. È una “storia brutta” anche perché “serve solo per dividere i lavoratori, mette l’un contro l’altro”. Le Acli, ricorda la presidente delle Acli campane, “stanno portando avanti una petizione per chiedere un nuovo Statuto dei lavoratori, che ampli le tutele”.


A giudizio della presidente delle Acli campane, “nel caso di Pomigliano è giusto fare il referendum tra i lavoratori sull’accordo, nella misura in cui siano effettivamente informati di tutte le argomentazioni in gioco”. È previsto, infatti, per martedì 22 giugno un referendum sull’accordo a cui saranno chiamati a votare tutti i lavoratori dello stabilimento. Di qui l’appello da parte di Cavallaro a tutto il mondo sindacale affinché “aiuti i lavoratori a essere edotti su tutti i pro e i contro dell’accordo” e alla Fiat e a tutto il mondo imprenditoriale affinché “tutti insieme possiamo elaborare un vero piano industriale di sviluppo”. Nel nuovo Statuto dei lavoratori chiesto dalle Acli, prosegue la presidente campana, “noi chiediamo nuove forme di democrazia interna alle imprese per rendere i lavoratori partecipi delle sorti aziendali. Non è possibile che all’improvviso si decida la chiusura di uno stabilimento dall’alto”. “Chiediamo anche nella nostra petizione per il nuovo Statuto – ricorda la presidente delle Acli campane - che ci sia anche un vero diritto alla formazione per cui il lavoratore acquisisca delle competenze durante la vita lavorativa, che possa utilizzare anche fuori dall’azienda, se ci fossero momenti di difficoltà”.

Per Cavallaro, inoltre, “non dobbiamo dimenticare che la Fiat per tanti anni ha chiesto e accettato dei contributi statali, in base a piani che la stessa azienda ha presentato. Quindi, se le cose non hanno funzionato, è stata sbagliata la strategia aziendale” ed ora “non è giusto che paghino le conseguenze i lavoratori”. Di certo, denuncia la presidente delle Acli campane, adesso “Pomigliano non può chiudere: lo stabilimento va mantenuto non attraverso il semplice assistenzialismo statale, ma attraverso un piano strategico serio”. Come se non bastasse, “avendo ricevuto la Fiat i contributi statali, l’azienda dovrebbe ragionare anche in termini di una strategia di solidarietà rispetto alla realtà nella quale opera”. Insomma, conclude Cavallaro, “al tavolo della contrattazione per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco si devono sedere il Governo, la Regione, i sindacati, l’azienda, avendo come obiettivo lo sviluppo solidale”.

Acli: Colf un mestiere che merita di più

Domani i risultati del progetto finanziato dal Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati. Testimonianze ed esperienze da Roma, Napoli, Udine


Una campagna nazionale di informazione per ricordare agli italiani che quello delle "Colf: non è un gioco", ma un mestiere che merita considerazione sociale e soprattutto rispetto dei diritti delle lavoratrici domestiche.

Un progetto sperimentale di promozione e inclusione sociale delle donne immigrate impegnate come assistenti familiari, che ha coinvolto insieme lavoratrici, anziani e famiglie. Un percorso di formazione per colf extracomunitarie svolto nelle province di Napoli, Roma e Udine, con corsi di italiano, informatica, parainfermieristica, gestione del rapporto di lavoro e autoimprenditorialità.

E' l'iniziativa delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, finanziata con il Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati - anno 2007 - del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, i cui risultati verranno presentati domani - giovedì 17 giugno - a Roma, dalle ore 10.00 alle 17.00, presso la Residenza di Ripetta in Via di Ripetta 231.

«Nel nostro Paese - spiegano le Acli - decine di migliaia di anziani vengono accuditi da donne straniere, comunitarie e non, che lavorano come assistenti familiari. È un servizio alla famiglia che viene svolto quotidianamente nel silenzio delle mura domestiche da donne che hanno lasciato la propria famiglia per assisterne un'altra. È un servizio, ma è anche un lavoro, spesso non riconosciuto come tale, che interessa e coinvolge la sfera affettiva e che arriva a volte a cancellare il confine che separa il rapporto lavorativo dal rapporto affettivo, creando situazioni difficili da gestire soprattutto per la donna lavoratrice». Obiettivo del progetto delle Acli era «sperimentare una via nuova all'inclusione sociale per le lavoratrici domestiche, che migliorasse la qualità delle relazioni e le condizioni di vita, prevedendo capacità e professionalizzazione per l'assistente familiare, consapevolezza e informazione per la famiglia».

I risultati delle sperimentazioni verranno presentati a Roma nella giornata di domani. In mattinata, Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori alla Statale di Milano, proporrà un intervento su "immigrazione e accesso al welfare in un paese che cambia"; Cristina Mazzacurati, docente all'università di Padova, Master in Studi Interculturali, parlerà di "lavoro di cura e integrazione familiare". Per il ministero del lavoro e delle politiche sociali, ci sarà Alessandro Lombardi, della direzione generale dell'Immigrazione. Per le Acli interverranno tra gli altri Lidia Borzì, responsabile della funzione progettazione, innovazione sociale e politiche della famiglia; Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli Colf; quindi il presidente nazionale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani Andrea Olivero.

Nel pomeriggio, dalle ore 14.30, testimonianze ed esperienze di donne immigrate, famiglie e anziani coinvolti nel progetto. "Ero insegnante di Russo da oltre 20 anni. Desideravo leggere in lingua originale la Divina Commedia. Non immaginavo certo di finire a lavorare come badante" (Anna). "Frequentando il corso mi sono sentita accettata e riconosciuta anche in questa mia vita nuova" (Olga). "Ho imparato meglio la lingua italiana, la storia italiana, la geografia, la Costituzione italiana, e sono anche cresciuta professionalmente. Grazie alla vostra attenzione mi sento non come una straniera, ma mi sento a casa mia. L'Italia per me è una seconda casa" (Teuta).



Fonte dell'articolo: VITA.it

Indirizzo web dell'articolo: http://www.vita.it/news/view/104565

i diritti dei consumatori immigrati

martedì, giugno 15, 2010

ACLI Napoli: In Famiglia con le ACLI al Parco Troisi

Anche nella zona orientale della città di Napoli partono i punto famiglia delle ACLI.
Grande successo ha riscosso la manifestazione organizzata dalle ACLI Partenopee, domenica 13 Giugno, presso il Parco Troisi di Barra.
È stata una giornata all’insegna della famiglia, del sano divertimento e del “fare comunità”.
Tantissima la partecipazione delle famiglie venute anche oltre il popoloso quartiere, che con i propri figli, si sono divertiti con l’animazione e lo spettacolo danzante organizzati dai ragazzi del servizio civile nazionale delle Acli di Napoli.
Presente il vicepresidente delle Acli di Napoli, Vincenzo Cirillo, che ha evidenziato come la famiglia, per le Acli, rappresenti un fattore coesivo particolarmente efficace e nel contempo una risorsa sociale da valorizzare.
Oltre ai dirigenti e ai simpatizzanti delle Acli della zona Napoli est, ha partecipato all’ iniziativa anche la consigliera Provinciale Patrizia Sannino.
"La famiglia con il lavoro resta la nostra priorità associativa- ha dichiarato Pasquale Orlando, presidente delle ACLI napoletane- temi che metteremo al primo posto nel rapporto con le tante reti sociali con cui collaboriamo e soprattutto con le istituzioni"

Invalidi civili: la data della visita medica può essere spostata fino a 48 ore prima

Il Messaggio Inps n.14391, del 27 maggio scorso, informa che sono stati modificati alcuni criteri relativi alla possibilità di cambiare la data di appuntamento della visita medica.

In particolare, un cittadino, in caso di necessità, potrà cambiare la data dell’appuntamento fino a 48 ore prima della visita medica: l’operazione potrà essere effettuata per via telematica direttamente dal cittadino dotato di PIN, oppure da un Patronato.
Nel medesimo Messaggio si informa inoltre che sono state introdotte semplificazioni nella procedura di acquisizione dei verbali.

sabato, giugno 12, 2010

ACLI Napoli: Festa dei Punti Famiglia al Parco Troisi in Via Taverna del Ferro


IMMIGRAZIONE – RUSSO (RESP.IMMIGRAZIONE ACLI): “NECESSARIA RIFORMA LEGGE CITTADINANZA”.


IMMIGRAZIONE – RUSSO (RESP.IMMIGRAZIONE ACLI): “NECESSARIA RIFORMA LEGGE CITTADINANZA”.

PEREGO (D.G. MIGRANTES): “LEGISLAZIONE VIGENTE INCAPACE DI AFFRONTARE REALTÀ MULTICULTURALE”

(2010-06-11)

“Degli oltre 4 milioni e mezzo di cittadini immigrati che vivono in Italia, il 12% sono bambini, che condividono gli impegni e i sogni dei nostri figli; bambini verso i quali le Acli hanno sempre mostrato grande attenzione e sensibilità attraverso un impegno costante volto a favorirne l’integrazione”. Lo ha affermato il responsabile dell’area immigrazione delle Acli, Antonio Russo, tra gli auditi della Commissione Affari Esteri della Camera in riferimento all’esame delle proposte di legge C103 sulle nuove norme in materia di cittadinanza.

“Fin qui il lavoro delle Acli. Siamo ora in attesa di una riforma della legge in vigore (legge 91 del 1992): una riforma orientata ad una diversa filosofia retta dal principio dello “ius soli”, o meglio ancora dello “ius domicili”; una riforma che non obblighi gli immigrati ad abbandonare la propria cittadinanza e che riduca i tempi per l’acquisizione della cittadinanza italiana”.

“Ci troviamo oggi in una realtà sempre più dinamica e interculturale che la legislazione vigente sembra non essere in grado di affrontare – ha affermato il Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Giancarlo Perego.

“Per questo crediamo nel diritto dello “ius soli” per le seconde generazioni, nell’accesso alla cittadinanza in maniera trasparente e secondo tempi più brevi. Tutti elementi – ha concluso Perego - che garantiscono una maggiore partecipazione al voto ed al servizio civile, due elementi fondamentali per la crescita della democrazia e della coesione sociale”. (11/06/2010 – ITL/ITNET)

Da operaio in fabbrica a vescovo...sempre tra la gente



Intervista a mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano


ROMA, venerdì, 11 giugno 2010 (ZENIT.org).- Al termine dello speciale Anno sacerdotale, indetto dal Santo Padre Benedetto XVI in occasione dei 150 anni dalla morte del santo Curato d'Ars, ZENIT ha chiesto a mons. Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e di recente nominato presidente della Commissione Problemi sociali e lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, una riflessione sulla figura del sacerdote oggi.

Sull'argomento mons. Bregantini ha scritto il libro "Lettera ai sacerdoti", con un commento alla Lettera agli ebrei cui si intrecciano episodi della propria vita di presbitero.

Come è nata la sua scelta sacerdotale?

Bregantini: A undici anni sono entrato in seminario per diventare un religioso nell'Ordine missionario degli Stimmatini; la scelta del sacerdozio si è innestata solo nel cammino successivo. Avevo trent'anni quando sono stato ordinato
presbitero perché la maturazione di questa decisione è stata progressiva e preceduta da un lungo cammino motivazionale: l'importante, per me, non era tanto "se" essere prete ma "come" esserlo.

Per alcuni anni, prima dell'ordinazione, ho svolto lavoro operaio, in particolare in una fonderia di Verona.
Ho imparato molto andando a lavorare secondo il ritmo dei turni di fabbrica, in tempi difficili segnati dalle lotte sindacali. Molte delle situazioni che mi sono trovato a fronteggiare in seguito, le ho superate con il metodo imparato affrontando il mondo del lavoro che è abbastanza ostico per la Chiesa. E' un mondo fiero, sicuro, che ti guarda dall'alto in basso, mentre il mondo rurale dal quale provengo - è più accogliente, a tratti segnato da religiosità e spiritualità naturale. Gli anni di lavoro in fabbrica hanno allungato quelli di studio; quando ho finito nel 1976 sono andato a Crotone dove l'anno precedente la mia comunità religiosa aveva aperto una casa. E' qui che sono diventato prete. La dimensione del sud, per uno che viene dal nord, è stata molto arricchente e ha completato il lavoro intrapreso di forte maturazione sulle motivazioni e sul metodo, simile a quello dei preti operai che a sua volta si rifaceva a quello di Charles De Foucauld: l'esperienza di un prete che "sta" con la gente.

Ci sono più modi di essere preti?

Bregantini: Si può essere preti guardando di più a certe dimensioni, per esempio quella cultuale o intellettuale: un professore dell'Università Gregoriana è un prete così come un parroco di Roma. Io avevo in mente la figura del parroco di periferia o del centro storico degradato di alcune cittadine meridionali.
Dove eravamo noi, un ambiente culturalmente molto povero nel centro storico di Crotone, nella mia stanzetta minuscola di un antico convento, sentivo i pianti dei bambini della famiglia accanto e questo aiutava ad immedesimarsi nei problemi di chi ti stava intorno.
Ho sperimentato come sia verissimo che la povertà difende tutte le virtù. La povertà difende la castità, l'obbedienza, la fede, la speranza di un prete perché gli fa porre la sua fiducia non sulle cose, ma sulla forza di Dio.
Un prete povero è molto amato anche oggi perché fa da specchio visibile di ciò che nel cuore di un prete non si può vedere. Dalla povertà economica si scorge la logica con la quale vive. La povertà è uno stile di vita che si accompagna all'accoglienza di chi bussa, alla condivisione delle situazioni di difficoltà, alla visita alle case più lontane della parrocchia, soprattutto alla visita agli ammalati. E' una cosa che raccomando specialmente ai preti giovani perché essi hanno spesso atteggiamenti innovativi che per certi ambienti risultano addirittura spregiudicati.
E' facile che la gente dica: "ma che prete è?". Se però il prete usa questi atteggiamenti, ma visita i malati, questa è una carta che convince tutti ed è vincente anche per chi non viene in chiesa. Così pure sono vincenti la generosità, la cura delle cose della chiesa, il non farsi una casa propria, trascurando magari la canonica.

E' questo che vuol dire "essere sacerdote al modo di Melchisedek" di cui si parla nella Lettera gli ebrei?

Bregantini: Melchisedek rappresenta proprio la logica di un prete che non ha discendenza, non ha rapporti parentali e con le cose, con la ricchezza: offre solo pane e vino e non buoi o altri sacrifici. La sua è una dimensione di relazione fatta di gratuità. Diventa prete non perché appartiene alla tribù, come Aronne o Levi, ma per una chiamata gratuita. Si può essere prete secondo Aronne, cioè secondo la tradizione, o secondo Melchisedek.
Secondo Aronne è quando ti senti "arrivato" e batti i pugni: "il parroco sono io".
Cristo, invece, che è sacerdote secondo Melchisedek, non ha appartenenze ma competenze, cioè qualità di gratuità, generosità, bellezza nello stile di vicinanza alle persone, tutte cose che la Lettera agli ebrei mette in evidenza.
C'è una frase molto bella a proposito di Gesù: "non si vergogna di chiamarli fratelli". Lui non si occupa di angeli, ma di uomini che hanno paura, che hanno peccato, che hanno dei limiti. Questa è la logica di un prete. Tutti i problemi diventano i suoi ma senza assumere un atteggiamento di giudizio. Analizzare i fatti senza giudicare le persone è la bravura di un prete. Non è facile ma è il dono più grande che egli può avere.

Il curato d'Ars non era intellettuale...Come si sceglie un sacerdote? Cosa c'è al cuore della vocazione sacerdotale?

Bregantini: Una parola antica: lo zelo. E' una parola che è stata messa un po' da parte, perché aveva il sapore di propaganda o di indottrinamento. In realtà lo zelo è la passione con cui guardi le cose e le vivi e non è dato dalla capacità intellettuale. Certo il sapere è importante ma bisogna sapersi giostrare come hanno insegnato i grandi padri della Chiesa che sapevano di teologia ma non erano degli intellettuali, bensì dei pastori. Più che la scienza, occorre imparare la sapienza ed essa chiede di saper leggere i fatti e saper leggere i libri.
La sapienza non è una capacità innata, si acquista. Il curato d'Ars non aveva avuto la possibilità di studiare e faceva fatica. Però una volta prete organizza le cose bene: cerca il coinvolgimento dei laici, crea una scuola per le ragazze. Parla con estrema semplicità ma laddove non arrivano le parole, arrivano le lacrime, l'esempio, le sue esortazioni, il suo calore. Soprattutto, confessa.
Il metodo che il Papa mette in evidenza è molto acuto.
Si tratta del famoso "triangolo": il curato d'Ars sta in chiesa molte ore; la gente sa di trovarlo lì e quindi lo va a cercare; chi lo vede pregare ne è edificato e quindi anche la gente si mette a pregare e poiché sta confessando, la gente si confessa.
Così il triangolo riaccende la vita pastorale del paese, perché il prete dà l'esempio, l'esempio crea preghiera, la preghiera crea sacramento, il sacramento della confessione crea vita diversa e il circuito è semplicissimo, non richiede una grossa organizzazione o libri da studiare.

Come si trova l'equilibrio tra lo spendersi per gli altri e lo stare con Dio?

Bregantini: Non ci sono formule, però ci si accorge che se uno sta con Dio per esempio attraverso un'intensa preghiera al mattino la giornata ha risorse inaspettate e risposte molto più dense di altri giorni in cui il dover fare ha limitato la preghiera. E' molto più affannosa una giornata cominciata con il "fare" rispetto a una giornata cominciata con il pregare. L'equilibrio sta nel darsi un orario, essere abbastanza fedele, combattere fino in fondo la battaglia del cuore e quando il tempo con Dio è poco - perché magari mentre stai pregando arriva un'emergenza -, come diceva il nostro S. Vincenzo De Paoli "è sempre seguire Dio chi lascia Dio per Dio", cioè chi non può stare in chiesa a pregare perché ha un problema serio a cui porre attenzione.

In che misura il rapporto con i laici contribuisce a definire il ministero sacerdotale? Come lo ha fatto nella sua esperienza?

Bregantini: Tantissimo. A tratti in maniera molto decisiva. Credo che il vescovo abbia due mani: la mano destra è quella dei presbiteri ma c'è anche la mano altrettanto importante - dei laici.
Non sempre si guarda ai laici in termini di corresponsabilità, piuttosto di collaborazione. La differenza sta nel fatto che la collaborazione agisce sugli strumenti, la corresponsabilità opera sui fini. Noi vorremmo dei buoni collaboratori, ma temiamo i laici corresponsabili che dialogano, interagiscono e a volte contestano. Hanno la potestà di farlo perché hanno la stessa chiamata battesimale. Questo non risulta molto gradito perché sembra che una realtà paritetica tolga l'autorevolezza o l'autorità.
E' qui il difficile, sentire i laici veramente fratelli, cioè persone che ti plasmano dentro, creano spazi di verità.
E' un lavoro lungo che richiede laici preparati. E' importante il lavoro delle associazioni ecclesiali come l'Azione cattolica, gli Scout, il Rinnovamento nello Spirito che creano laici di spessore che hanno anche un occhio attento, strategico, intelligente.

Il territorio influisce sul proprio ministero?

Bregantini: In maniera determinante così come Nazaret ha influito su Gesù che poi da adulto è andato a Cafarnao e quindi a Gerusalemme. Nazaret è un paese sperduto, Gerusalemme è la capitale: caos, lingue diverse, soldati, soldi, potere. Gesù è stato forgiato dagli ambienti e la stessa cosa è stata per me. Dico spesso che ho tre colori dentro: i colori vivissimi del Trentino, quelli accesi della Calabria e quelli pastello del Molise. E' una formula per indicare
che l'importante non è tagliare la vita a pezzetti ma di intrecciarla, fare in modo che nulla vada buttato via.
Il Trentino mi ha dato l'amore alla terra organizzata secondo criteri di cooperazione, il senso del lavoro fatto insieme. La Calabria mi ha dato la vivacità, il gusto delle relazioni, il calore dei dialoghi intensi, stare vicino alle persone, piangere con loro, condividere gli ideali. Il Molise ha una sfumatura molto più dolce. Appena arrivato un sindaco mi ha detto: "è una terra vivibile". Dire vivibile però non significa acquiescenza, ma un impegno ancora più forte affinché resti tale, orientando bene le scelte per il futuro, per esempio in materia di risorse energetiche.

Il prete oggi ha ancora una funzione sociale nel nostro Paese?

Bregantini: Nelle città si sente di meno, nelle periferie delle città di più, al sud ancora di più. Più il contesto è perfezionato dal punto di vista delle strutture sociali, meno si avverte questa funzione del prete.
Non lo è più come aiuto diretto nelle situazioni di disagio, però lo diventa in altro modo, dove c'è più solitudine, dove c'è più bisogno di riferimenti, di chiarezza. Un vero prete non può non avere risposte rispetto ai problemi sociali, la fede è incarnata. Il prete deve essere colui che sa capire, che non esaspera gli animi, sa essere fratello, indica la strada, scuote, sa dire anche le cose tristi che ci sono in un territorio. Io lo paragono a una sentinella.
In Calabria mi sentivo più il pastore che difende dal lupo; in Molise più una sentinella. In genere i preti in Italia sono soprattutto sentinelle. Credo che sia un compito più difficile perché il pastore lavora con la luce; la sentinella deve vegliare di notte.
Essa ha tre funzioni: vigilare con occhio esperto e chiaro, svegliare con voce profetica e, soprattutto, intravedere quanto resta della notte.

Cosa consiglierebbe a un seminarista?

Bregantini: Soprattutto l'umiltà, piuttosto che la bravura. Oggi i seminaristi sono già bravi ma la sicurezza può diventare autoreferenziale e mettere in crisi nel contatto con la gente. Alla gente non importa che tu sia bravo, ma che tu sappia stare loro vicino.